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IL SUONO DELLA PAROLA

( Sandro Battisti )

 

 

 

 

Ho chiuso la finestra, un comando istintivo interfacciato con i servo annegati nel muro. Il vento che entrava da fuori non ha significato, è soltanto un’ulteriore dimostrazione naturale di qualcosa che esiste, mal­grado me.

Malgrado la mia longevità.

Dove vai, cosa fai quando esci la sera? Il refrain mi gira in testa continuamente, turbinosamente e fa aumentare il dolore nella giuntura cauterizzata, quella dell’intervento.

Cosa fai? Cosa fai? Quel pungolo scava a picco dentro i miei gangli cerebrali lasciando un piccolo foro, in cui entrano paranoia gassosa e software proprietario dell’angoscia. La mia angoscia.

Immagino le tue uscite serali - te da sola, così mi dici. Impercettibilmente elimino il menu a tendina dalle palpebre e scruto i livelli fosforescenti della tensione interna, quella che provo io, alzarsi a dismisura -tempo t0.

Tempo t0.

È un dramma: ha colori bruni, forse neri ma mal illuminati. Dove vai? E sono accecato da un moto di gelosia antetrapianto, mi sento svuotato di forza, non ho il coraggio di alzarmi dal letto né di pensare alla serata; sono totalmente imbevuto della melodia che lascio scorrere nelle mie vene bit dopo bit. Ascolto istintivamente la musica disegnare immagini e forme, quel modo di cantare sembra il suono del vento. Dolce e terribile, pode­roso come un coro. Mi riporta in mente l’armonia della punteggiatura, e sono piacevolmente perseguitato dalla cadenza musicale del punto e virgola...

Punto e virgola. Un’invenzione fonetica fascinosa, importante in questa sera come mai avevo notato. Punto e virgola, e non sai, e non so cosa ti succede, cosa mi succede.

Cosa mi succede in queste ore, che non so lasciarmi da solo; nemmeno il coro musicale sembra farmi compagnia ma, anzi, aumenta inspiegabilmente il livello di paranoia in me, sottolineato dal controcolpo delle percussioni, un sussultare che mi scuote perché è esattamente dentro la mia testa, in un luogo che le mie spie craniali non riescono a localizzare.

Che non possono localizzare.

Musica come mordente olografico; a luci spente, la scena sembra essere nella mia anima. Io sono fuori dal mio corpo, ancora. Io non ho bisogno del mio fisico, ma intanto mi consumo nella domanda che mi cinge la calotta cranica: dove vai, cosa fai quando esci la sera? E poi, con un colpo di mouse mando via la pioggia not­turna dai miei sensi, la lascio scivolare via come se un potente phon fosse accesso addosso ai miei vestiti di pelle nera, e tutto fuggisse in scie di falsi spermatozoi luminescenti, trasparenti. Una risata interiore si abbatte sulla mia consapevolezza, la cambia e la fa diventare uno stato imbelle sinonimo di sofferenza isterica, dimessa e sommessa.

I servo annegati nel muro si agitano. Lasciano andare le ante con uno scricchiolio sinistro. Lì fuori ci sei tu, la tua immagine persa nella sera così febbricitante e madida di virtualità umida; così, il brano sonoro sci­vola improvvisamente in sottofondo ed il vuoto pneumatico lasciato è rumoroso, fastidioso e inquietante ma ne­cessario. Una sospensione per sua natura breve, ma devastante nel momento del rilascio.

Mi guardi. Ci guardiamo.

Il delirio doloroso della song è sempre nell’aria, lo percepisco ma non posso vederlo; lancio stringhe di bit spuri, verso te, ma tu ti giri verso la strada ed invochi la pioggia, il buio più esteso, la notte eterna e le fronde agitate che laggiù, ora vedo, si muovono come vive. Agitate da qualcosa che è frammisto a loro, intrinseca­mente in loro.

Cosa fai? Ti avvicini a loro, spalle a me. Notturno per Samhain, in questo momento sei loro ed io ti ho definitivamente perso.

I servo hanno avuto il comando di chiusura immediata. Ma non l’hanno ricevuto da me. Io sono inebe­tito, sospeso mentre la musica improvvisamente cala con fragore e impatto, proprio dal riff. Tu sei lontana, lenta e lontana verso la balza e poi il pianoro. Tutto il paesaggio appare sotto le fronde agitate dal vento impossibile che sa di nero e maledizioni antiche. Ghigni

Ghigni.

 

Struggersi. Morire in piccole dosi ma non desiderare altro che nero e solitudine. Non desiderare nulla se non te. Te.

Cosa fai? Mi sussurri da lontano. Rivolgi a me le stesse domande che mi ponevo poco fa. Dove vai, cosa fai quando esci la sera? Cosa fai? Cosa fai? E sei tu ad essere nel dubbio, ora. E sai che non potrei mai la­sciarti lì, solitaria, a deliziarti di quel nero profondo sublime: esplode il mio cuore, e denso d’abisso vengo verso te, nel tuo pieno delirio di gelosia animale. Tu, pronta a nutrirti.