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IN PRESENZA DI EUSEBIO

( Giuseppe Acciaro )

 

 

 

 

Jorge Barreiro si stava gustando un delizioso sobremesa in una pasticceria di Lisbona, quando venne chiamato a gran voce dal suo amico Fernando. “Jorge ,vieni fuori! Sta  arrivando quel giocatore africano, il nuovo acquisto del Benefica.” Aveva sentito parlare di quel calciatore, e di come la sua squadra del cuore riponesse in lui tanta fiducia. Dopo un contenzioso di 7 mesi Il Benefica era riuscito a strapparlo allo Sporting Lisbona, e l’allenatore del club, l’ungherese Guttman, si sentiva orgoglioso per aver effettuato un colpo del genere. Anche la Juventus era entrata in lista per accaparrarselo, ma aveva finito col cedere. Jorge ingoiò velocemente l’ultimo pezzo di dolce ed uscì in strada. Si fece largo tra la massa degli astanti, composta più da tifosi che da curiosi e passanti. Da una macchina sportiva vide scendere l’allenatore del Benefica, due giocatori rappresentativi della squadra,  e per ultimo proprio lui, il nuovo pezzo pregiato del team, Eusebio da Silva Ferriera. Jorge si affiancò a Fernando, ed entrambi restarono colpiti dall’espressione del volto di  quel ragazzo diciottenne. Dallo sguardo si intuiva che fosse timido, schivo, e allo stesso tempo sembrava una buona persona. Dalla struttura fisica e dalle movenze, invece, rilevava un insolita potenza ed agilità. Eusebio pareva smarrito davanti a quel bagno di folla. Fernando, molto più intraprendente di Jorge, si portò rapidamente nei pressi dell’auto parcheggiata, e Jorge seguì il percorso tracciato dall’amico. Fernando era abituato a chiedere autografi a divi del calcio lusitano come Coluna o Joaquim Santana, ma questa era la prima volta che si rivolgeva ad un astro nascente. I due erano arrivati a pochi metri da Eusebio. Jorge scorse Ana, che gli sorrideva dall’altro lato della strada. La ragazza aveva i lucenti capelli neri avvolti in un nastro, ed era, contrariamente al solito, leggermente truccata intorno alle guance. Dava la sensazione di essersi preparata apposta per l’evento. C’era stato un rapido passa parola e questo giustificava la presenza di così tante persone. Jorge provava una doppia emozione. Distava soltanto un paio di metri da Eusebio, mentre sulla parte opposta del marciapiede, una bella ragazza attendeva da tempo che lui si facesse avanti. Con un filo di voce chiese un autografo al talento africano, che annuì sorridendo, poi, incoraggiato dall’amico Fernando, attraversò la strada per unirsi ad Ana. Avvertiva che quella per lui sarebbe stata una giornata memorabile. La ragazza lo accolse con grande disponibilità, manifestandogli appieno tutta la sua contentezza. Jorge rivolse ancora uno sguardo all’atleta del Mozambico, frastornato dall’affetto dei tifosi.

Jorge tirò fuori dalla sua valigetta un fascio di giornali sportivi. Tagliò lo spago che li legava e cominciò febbrilmente a scorrere i titoli e a sfogliare le pagine. Erano tutti portoghesi, ad eccezione di un paio in lingua inglese. Riportavano la prima (disastrosa) amichevole disputata da Eusebio, durante la quale non aveva toccato palla, spiazzato dal primo contatto con il calcio europeo, e poi il primo acuto da campione contro il First Vienna, dove l’atleta era parso trasformato, con uno sfolgorante repertorio di tiri e di assist. Eusebio aveva contrassegnato la sua prestazione con una bellissima doppietta. Seguivano la tripletta al Parco dei Principi di Parigi, al cospetto del Santos del grande Pelè, dove nonostante la pesante sconfitta (3-6), Eusebio era uscito dal campo tra un fragore di applausi, e quindi il primo goal in nazionale, 4-2 al Lussemburgo, la seconda coppa dei campioni, con un’altra tripletta, stavolta contro i fuoriclasse del leggendario Real Madrid. Non mancavano le delusioni, la finale di Wembley persa contro Il Milan, con il suo Benfica ridotto in dieci, la sconfitta patita a Milano contro L’Inter di Helenio Herrera, dove il portiere Costa Pereira, su un campo reso impossibile dalla pioggia, aveva commesso papera storica. I giornalisti sportivi sottolineavano anche le sue imprese nel corso del mondiale del ’66, soprattutto nell’incedibile partita contro gli scatenati podisti della Corea del Nord. Dopo il bruciante 0-3 iniziale, Eusebio si era scatenato realizzando 4 goal e fornendo a Jose Augusto l’assist per il quinto.

Jorge conservava gelosamente tutti questi giornali ed in questa occasione se li era portati dietro per ripassare le gesta del suo idolo, che quella sera stessa sarebbe stato uno dei protagonisti nella finale tra il Benfica e il Manchester, in palio c’era la Coppa dei Campioni del 1968.

Jorge aveva trovato un biglietto tramite delle conoscenze che aveva in Inghilterra, mentre Ana era rimasta a Lisbona. Fernando ora si occupava di questioni inerenti al suo lavoro di meccanico, diceva di non avere più tempo per altre passioni o interessi. Per Jorge, invece, era diverso. Il suo amore per il calcio, con il passare degli anni, aveva assunto nuovi toni e sfumature. Un match di football  presentava diversi aspetti, tecnici, affettivi, etici, psicologici…

Spianata sul letto c’era una pianta topografica di Londra. Jorge la studiò nei dettagli, in particolare sui collegamenti e i mezzi di trasporto. Guardò l’orologio. Mancavano due ore all’inizio della sfida.

La partita volgeva al termine. Fino a quel momento era stato un gran bel match. Alle folate di Gorge Best, il grande attaccante del Manchester, il Benefica ave contrapposto le accelerazioni di Eusebio e la euclidea ragnatela ordita dal regista Coluna.

Eusebio aveva a disposizione la palla del 2-1, quella della vittoria. Dopo uno scatto bruciante scoccò il suo tiro. Il portiere del Manchester, Stepney, compì la prodezza decisiva, allontando inesorabilmente le mani dei portoghesi dalla coppa,

Eusebio si avvicinò al portiere per complimentarsi con lui, e tutto lo stadio, inclusi i tifosi inglesi, gli tributò un’ovazione. Jorge avvertì una fortissima emozione, più intensa, probabilmente, di quella che avrebbe provato se il suo idolo avesse segnato.

Nei supplementari dilagò il Manchester. Eusebio scuoteva la testa; erano tre, ora, le finali perse. La sua squadra avrebbe ancora preso parte alla coppa dei campioni nell’edizione successiva, ma si percepiva che il grande ciclo internazione della squadra fosse giunto al termine.

Jorge osservava i tifosi inglesi, chiassosi e festanti. Non si era pentito di aver fatto quel viaggio e di aver assistito alla finale. Il suo campione preferito si era comunque reso protagonista di un bellissimo gesto.Prima di ripartire per Lisbona Jorge si sarebbe procurato diversi quotidiani sportivi inglesi per leggere i commenti sull’evento.

Eusebio aveva 26 anni, uno più di lui, ma Jorge non provava invidia per la sua fama e le sue qualità tecniche e atletiche. Nella vita vi sono infinite piste differenti, e lui sapeva che anche quella che sembrava più agevole si presentava dopo delle precedenti asperità.

 

ULTIMO ATTO

Dopo quel match seguirono altri scudetti e coppe del Portogallo per il Benfica. La squadra aveva perso qualche pedina fondamentale, anche raggiunti limiti di età.Nel corso del 1973 Eusebio era tornato il bomber infallibile di un tempo e aveva vinto la Scarpa d’Oro per la seconda volta in carriera, siglando 40 goal nel campionato lusitano. Una serie di problemi al ginocchio rischiava di fargli terminare anzitempo la sua attività. Il campione era emigrato in America, dove avevano trovato ospitalità fuoriclasse in declino o con qualche distrurbo alle articolazioni vessate da tanti, troppi interventi  proibiti dei marcatori avversari. Anche Jorge aveva passato dei guai, finanziari e sentimentali. Il suo rapporto con Ana, che voleva regolarizzare la loro situazione e pretendeva un impegno lavorativo costante da parte sua, aveva subito qualche scossone, mettendo sovente Jorge fuori fase.

Anche lui era finito, provvisoriamente, in america, e lavorava in un’azienda gestita da un suo cugino nel Wyoming.

Era finita una partita dei Las Vegas Quicksilver, un incontro apparentemente come tanti altri, ma in realtà assai significativo, dato che la questa sarebbe stata l’ultima partita di Eusebio, che negli ultimi anni aveva colto dei successi anche in terra americana.

Jorge era volato fino in Nevada per vedere per l’ultima volta il suo idolo. Con gli anni Jorge era diventato più comunicativo, e quando vide Eusebio uscire dagli spogliatoi gli andò incontro, e insieme a lui tanti tifosi americani.

Il campione gli disse che si chiudeva un capitolo nella vita, ma che ne sarebbe iniziato un altro, da commentatore televisivo, in Portogallo. Fu contento di trovarsi di fronte un altro lusitano e lo disse sorridendo al suo fan di sempre.Jorge, colpito dall’atteggiamento positivo del fuoriclasse,  pensò che la sua vita poteva ricominciare, o per lo meno riprendere con altra energia.

“Boa sorte, Eusebio”, disse Jorge.

“Para ti tamben”, rispose il campione, firmando gli ultimi autografi.