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NOTTE DI LUNA PIENA
( Max Smaniotto )

 

 

 

 

Luna piena stasera…

Guardo fuori dalla mia finestra, e un crampo mi attraversa improvvisamente le membra. Faccio una smorfia di dolore, ma ormai ci sono abituato, so che è solo la prima fase. Fisso ancora l’unico satellite del pianeta terra, poi apro le braccia e mi faccio investire dai suoi raggi argentei. Chiudo gli occhi e spalanco la bocca.

Un bruciore in tutto il corpo, la pelle sembra stia prendendo fuoco, i crampi mi attraversano tutto il corpo, il dolore è lancinante. Ma so che è solo una fase…

I dolori sono diventati insopportabili, mi butto sul pavimento gelido. I muscoli si contraggono da soli, la pelle brucia sempre di più. Vorrei urlare, ma il dolore me lo impedisce, solo un verso strozzato esce dalla mia gola secca. Inarco la schiena sempre rimanendo sdraiato su un fianco, e scalcio senza volerlo. Sbatto il mignolo del piede destro contro il muro, e sento il suono secco dell’osso che si spezza. Ma il dolore del mio corpo è più acuto, e il mio cervello non ha voglia di occuparsi di uno stupido ossicino rotto.

Batto i pugni sulle piastrelle di terracotta fino a procurarmi ematomi e botte sulle nocche e sui palmi delle mani. Ma continuo a fissare le luna.

Ad un certo punto sento la pelle che viene trapassata da migliaia di spilli. Mi strappo i vestiti e mi stringo le braccia intorno al torso nudo. Sento la mia pelle che scotta, i miei muscoli che si contraggono, l’esagerata peluria che mi ricopre.

Avverto ancora molto dolore, le contrazioni spasmodiche dei muscoli delle braccia sono tali che mi pianto gli artigli nei fianchi. Sento le articolazioni che scricchiolano dolorosamente, i legamenti che cambiano posizione, le ossa della faccia che si allungano. I miei denti si staccano, e vengono sostituiti da quarantotto zanne. La fronte si schiaccia, le orecchie si allungano, le labbra si assottigliano lasciando scoprire due file di denti acuminati.

Rimango disteso sul pavimento con le fauci spalancate e la lingua penzoloni ascoltando le giunture che si mettono a posto con un rumore tipo legno spezzato. Il dolore è passato lasciando posto a migliaia di sensazioni nuove e sconosciute alla gente.

I rumori della notte mi arrivano chiari e netti, il buio non esiste più, i miei nuovi occhi captano ogni minimo raggio di luce e lo amplificano. La notte non ha misteri per me.

Da fuori mi giungono migliaia di odori: l’odore della gente, dei cani e dei gatti, il puzzo insopportabile dello smog, l’odore dei gas di scarico delle auto…

Resto sdraiato in contemplazione per un quarto d’ora, poi mi raddrizzo sulle quattro zampe e mi incammino verso la porta d’entrata. I miei artigli battono contro il pavimento producendo un curioso ticchettio.

Col muso cerco di spingere la porta, poi con la zampa cerco di forzare la maniglia. Niente da fare, la porta è chiusa.

Ringhi di rabbia e tiro una zampata alla porta in quercia facendo volare schegge di legno e creando quattro solchi nella porta. Mi giro per cercare un’altra via d’uscita. Il mio sguardo si sposta verso la luna fuori dalla finestra. La fisso per un po’, ammagliato dal suo splendore e dalla sua fredda luce. La voglia di correre fuori e festeggiare sotto di essa diventa insopportabile. Prendo la rincorsa, e mi lancio fuori dalla finestra producendo un rumore assordante e facendo volare ovunque pezzi di vetro.

Atterro sulle quattro zampe, la mia pelle non è stata nemmeno graffiata dalle schegge di vetro, è troppo dura. Ci vuole ben altro per trapassare la mia epidermide… 

Procedendo al trotto mi inoltro tra gli alberi del bosco poco lontano da casa mia, scomparendo nelle tenebre. Stasera ho fame, molta fame…

 

Dove diavolo sei…

 

I rami dei cespugli mi sfiorano il muso, l’odore di muschio e foglie marce mi impregna le narici, il grido solitario dei corvi mi giunge chiaro e netto. Tutto questo mi eccita terribilmente.

All’improvviso sento il verso di un’animale diverso, un’animale che odio con tutto il mio animo.

Mi fermo e tendo l’orecchio per captare altri versi di quell’odiosa creatura.

La sento: una risata. No, ora sono due risate.

Il sangue mi ribolle di odio e di furia, scopro le zanne gocciolanti e dal profondo della mia gola sale un ringhio. Tendo ancora l’orecchio, e in pochi secondi capisco dove sono collocati di quei due esseri.

Alla mia destra, poi sempre dritto per una trentina di metri.

 

 

Maurizio guardò l’uomo da sotto le folte sopracciglia aggrottate. Aveva un’aria perplessa, quell’individuo gli era parso subito strano. Ormai aveva sessantuno anni, le rughe erano ben evidenti sul suo viso, e poteva definirsi un uomo che la vita l’aveva vissuta. Aveva visto scazzottate a bizzeffe nel suo locale, tra queste aveva persino assistito a due omicidi. Aveva vissuto gli anni delle Brigate Rosse, della mafia, i terribili anni del Dopoguerra e infine la ripresa economica dell’Italia negli anni sessanta. Ma quell’individuo…non capiva come mai, ma lo intimoriva, non aveva mai avuto questa sensazione.

Ora quello era seduto davanti a lui oltre il bancone, con davanti un bicchiere vuoto e i gomiti appoggiati sul bancone . Stava fumando, e la nube di fumo oscurava il suo viso duro.

Quando era entrato non si era nemmeno tolto il lungo cappotto nero nonostante facesse un caldo boia nel locale, si era avviato direttamente al bancone tra gli sguardi dei presenti, e aveva ordinato per quattro volte il grappino del luogo.

“Quattro grappini come quelli e non ha nemmeno gli occhi lucidi, sta pure fumando un pacchetto intero di sigarette!” si disse Maurizio. Si toccò la barba soprappensiero. Il misterioso cliente gli fece cenno d’avvicinarsi. Maurizio si mosse non senza un’andatura barcollante.

“Hai mai sentito, o meglio, conosci un certo Giulio Romano? Si è trasferito qui da poco; un tipo alto, capelli neri, pelle bianca, occhi neri…” chiese.

Maurizio ci pensò su un attimo cercando di ricordare.

“…troppo vago. Ce ne sono diversi così in giro.”

“…ha una cicatrice che parte dal sopracciglio e va fino allo zigomo. È nella parte destra della faccia,” disse l’uomo.

Un’immagine apparve come un fulmine nella mente di Maurizio. Aveva già visto quell’uomo, una volta, circa tre settimane fa.

“…haaa! Certo! Mi ricordo di lui, è venuto qui una volta sola, non ha parlato, ha solo ordinato qualcosa da bere e basta. Me lo ricordo per la cicatrice…”

“Non mi interessa, volevo solo sapere se l’avevi visto,” disse l’uomo tagliando corto.

L’interruzione fece venire il cuore in gola a Maurizio. Quell’uomo non gli piaceva affatto.

Poi vide che si stava mettendo a posto il collo della lunga giacca. Si era sbottonato due bottoni, e sotto, nel colletto della maglietta, vide una striscia bianca. Non poteva crederci.

Un prete?

 

Le loro parole, i loro versi mi rimbombano nel cervello, e questo mi fa infuriare ancora di più.

Sono a quattro metri di distanza, una distanza ridicola, con un balzo gli potrei saltare addosso. Per me quattro metri sono una striscia, per loro quattro metri sono il filo che li separano dalla vita e dalla morte. Tutto dipende da me, sono il loro giudice di vita o di morte.

Una creatura diversa da quei due insulsi umani avrebbe già cominciato a scappare, il mio odore, i miei rumori avrebbero messo in allarme qualunque animale; ma gli umani…

Gli umani sono destinati a soccombere se sono fuori dalle loro sicure e confortanti città. Loro sono le prede, e questi due non fanno distinzione.

 

Maurizio fissò ancora per un po’ il misterioso uomo. La curiosità lo attanagliava da molto tempo, prima o poi doveva chiedergli chi era. Avrebbe attaccato discorso con lui.

Si avvicinò a lui.

“Vuole un altro sorso?” chiese.

“No”.

“Risposta scorbutica, questo non può essere un prete. Chissenefrega, o la và o la spacca, voglio sapere chi è stò qua” si disse Maurizio.

Si inumidì le labbra, e poi chiese di nuovo: “Ma…lei, è un prete?”

Diventò di colpo tutto rosso, le ginocchia cominciarono a tremargli leggermente, si aspettava che quel misterioso individuo lo prendesse improvvisamente a cazzotti. Invece quello rimase immobile.

“Non lo sono più ormai da molto tempo” rispose.

 

Guardo le mie mani artigliate: sono bagnate.

È stato facile.

 

“Lei è un prete? Anzi, no…volevo dire: lo è stato?”

Maurizio era sconcertato. Un tipo come quello che è stato un prete?  Impensabile!

 

Sono un ragazzo e una ragazza. Forse erano fidanzati, o stavano per sposarsi, non lo so, non riesco a tracciarne l’età. Nemmeno gli agenti che li troveranno riusciranno a indovinare la loro età tanto facilmente da come gli ho ridotti…

Quando ho saltato, loro erano sdraiati in un tenero abbraccio. Io sono atterrato sulla ragazza spezzandole una gamba. Lei ha urlato come una dannata, il suo fidanzato ha cercato di alzarsi in piedi, ma io l’ho colpito col dorso della mia “mano” e gli ho fatto fare un volo di due metri.

Poi mi sono occupato della ragazza.

Per prima cosa le ho bloccato le braccia, poi le ho leccato la faccia, tanto per farla spaventare un po’.  Visto da un testimone dovevo sembrare come il gatto Silvestro che assaggia Titti.

Poi l’ho morsa affondando i miei denti nel suo collo.  Lei smise subito di respirare, e con uno scatto chiusi le mie mascelle facendo schizzare sangue ovunque. 

Il ragazzo che nel frattempo era svenuto, rinvenne. Si mise carponi e scrollò la testa.

Vedendomi sopra la sua amata, cominciò ad urlare contro di me, mi corse addosso e cominciò a prendermi a calci e a strattonarmi cercando di farmi mollare la presa. È strano come rischiasse la vita per un cadavere.

Io rimasi immobile, la presa delle mie fauci su quel che rimaneva del collo della ragazza rimase ben salda. Allora il ragazzo prese un grosso ramo e cominciò a prendermi a bastonate sulla schiena e sul fianco. Ad un certo punto il ramo si spezzò.

Lui urlò di rabbia e disperazione e s’inginocchiò. Era musica per le mie orecchie.

Cominciò a pregarmi di lasciarla, di non deturpare ancora il suo corpo, di andarmene. Allora io acconsentii cinque minuti lasciando il corpo della ragazza. Mi voltai verso di lui e gli presi la testa tra le mani. Poi lo scossi fino a spezzargli il collo. Il ragazzo cadde come una bambola di pezza.

Ero eccitatissimo, e mi prese un raptus di follia. Mi hanno sempre detto che ero troppo sadico…

Ora osservo la mia opera. I pezzi sono sparsi ovunque nella raduna, alcuni anche sui rami dei pini attorno a me, altri ancora gli ho messi nella macchina che è parcheggiata lì vicino.

Ora saranno per sempre insieme…in un amore eterno…

Mi scappa un risata, ma dalla mia gola esce solo un gorgoglio.

 

“Cosa c’è che non va? Hai qualcosa da ridire’ non sono l’unico che abbandona l’abito per affari suoi” ribatté l’uomo.

“Ma perché tiene ancora il colletto?”

“Mi ricorda il mio passato…”

 

Mi lecco il muso con la lingua e il sangue fa andare in estasi le mie papille gustative. Ad un certo punto la punta della lingua incontra un solco sotto lo zigomo destro. Tiro le labbra a mo’ di sorriso.

Poi riesco a pronunciare una parola, rauca, profonda, quasi come un ringhio.

“Charter!”

 

“E cosa è successo per farti abbandonare l’abito?”

Maurizio era partito a fare una raffica di domande. Se cominciava, non finiva più.

“Che ti frega? Non potresti capire, anzi, non ci crederesti nemmeno!”

Maurizio insistette.

“Dai, parlane un poco con me, lo vedo che hai bisogno di parlare con qualcuno, tanto non mi rivedi più, mi dici tutto e poi via! Chi s’è visto s’è visto!”

L’uomo lo guardò indeciso. Sembrava acconsentisse.

“Un lupo mannaro ha ucciso la mia famiglia e io lo sto cercando da sei anni.”

Maurizio rimase muto. Poi la rabbia lo assalì come un’onda. Lo stava prendendo per il culo, e a lui non piaceva per niente. Se non voleva parlarne, lo mandava a quel paese,  non si metteva a prenderlo in giro con certe balle!

“Senti! Non mi prendere per il culo! Se non vuoi parlarne, dimmelo e basta!”

Lo straniero scattò verso Maurizio, e con una mano che pareva una morsa, gli prese il bavero e lo portò vicino al suo viso. Il locale si zittì. Poi a denti stretti disse: “Sentimi bene…ho la faccia di uno che scherza? No? Bene…” e lasciò Maurizio, che stava per farsela addosso.

“Io non scherzo mai. E se vuoi vedere coi tuoi occhi, forse avrai la sfortuna di vederlo.”

“Vedere chi?” chiese Maurizio con voce incerta.

“Vedere Lui.”

 

“Charter…Charter…Charter…sento il tuo fetore a chilometri di distanza…”

 

“Probabilmente Lui sa già dove sono, e verrà a cercarmi. Ma il problema è che sono io che cerco Lui.”

Maurizio lo squadrò. Non sapeva se pensare che fosse un pazzo, un demente o che dicesse la verità. Gli venne un’idea.

“Senti…io ho un fucile da caccia, se vuoi ti aiuto a…” non finì la frase. Lo straniero scoppiò a ridere come un pazzo. Mise in mostra i denti bianchissimi.

“Certo…come fai ad uccidere un lupo mannaro con un fucile…?” si disse Maurizio.

Lo straniero continuava a ridere.

 

Mi dirigo verso ovest, prima a passo sostenuto, poi al trotto. Ho fretta di rincontrare il mio vecchio amico. Nutro un interesse particolare per lui. D’altronde è l’unico che è riuscito a ferirmi e a lasciarmi una cicatrice. Le cicatrici non mi rimangono se non mi tagliano profondamente con un’arma d’argento. E il suo stiletto era appunto d’argento.

Il ricordo della nostra disputa (solo perché gli ho massacrato la famiglia!) mi fa venire rabbia, e comincia a correre, sempre a quattro zampe.

Passo vicino a un’altra coppia appartata, ma non me ne importa. Poi sbuco in una radura, dove ci sono dei ragazzi in campeggio, probabilmente Tedeschi, che si mettono ad urlare appena vedono l’ombra mostruosa che gli sta venendo addosso. Sempre correndo gli distruggo il falò semi acceso con una zampata, e concedo loro un attimo del mio tempo per farmi osservare nella penombra e per farmi ascoltare mentre ringhio. Se volessi li potrei uccidere in pochi secondi, ma ho fretta e poca voglia. Il divertimento l’ho avuto poco prima.

Continuo a correre, e infine giungo al limitare del bosco. Nella notte vedo a circa un chilometro il locale dove qualche tempo prima mi fu servito uno dei peggiori bicchieri di vino della mia vita. Vino d’annata diceva lui…avrei dovuto ucciderlo.

Il pensiero di un omicidio mi fa scendere saliva dalle fauci e dalla lingua. La mia saliva è ancora rossa.

 

Nel locale erano rimaste solo quattro persone: Maurizio, lo straniero, e due tipi che continuavano a fumare, bere e discutere. Maurizio guardò l’orologio: mezzanotte e trentotto.

“Ragazzi, si chiude! È tardi,” disse Maurizio alzandosi. I due tizi si alzarono, pagarono e andarono via barcollando. Lo straniero rimase al suo posto, non alzò nemmeno gli occhi. Maurizio lo fissò, poi prese tutto il suo coraggio e disse. “Stiamo…cioè, sto chiudendo”. L’uomo non si mosse.

“Ma non volevi vederlo?” chiese a bassa voce.

“Sono capitato con un pazzo!” si disse Maurizio, “un pazzo maniaco e paranoico! Cosa faccio? Meglio che lo assecondi?” Maurizio optò per questa scelta. Quando si fosse visto che il mostro non arrivava e che lui aveva fatto la figura del pazzo, Maurizio sarebbe scappato verso la macchina, e avrebbe chiamato la polizia.

“Bene…fammi vedere,” rispose Maurizio. L’uomo si alzò per la prima volta da quando era entrato.

“Ti avverto: è pericoloso. Vivevo in uno di quei paesini sperduti dell’Irlanda. Non ha neppure un nome. Ero un prete protestante. Poi un giorno arriva quel rigurgito dell’inferno. Lo trovo nella chiesa, seduto su una panca, non prega, guarda soltanto. Gli chiedo se vuole qualcosa, e quello mi risponde -dovevate pitturare meglio la chiesa- e poi se ne va. Il giorno dopo, trovano la stalla dei Charruters che sembra un mattatoio. Si da la colpa ai cani, ma dovevano essere davvero tanti per fare quello che hanno fatto. Il giorno dopo trovano i Charruters in casa: hanno raggiunto le loro bestie, nello stesso modo. Si pensa a un’omicida. I sopralluoghi non portano a niente, e io prego come un’idiota.

La sera mi bussa alla porta il tizio di due giorni prima. Lo trovo magro e sporco, con le mani sporche di terra. Gli chiedo cosa è successo, e lui come risposta mi tira un pugno nello stomaco sbattendomi contro il camino. Poi comincia a trasformarsi. E, ti assicuro, mai si vedrà una cosa più terribile. Dall’umanità si passa al demoniaco.

Nel frattempo, dal piano superiore, scendono mia moglie e mia figlia. Quello schifo peloso le vede subito, e mentre loro urlano spaventate e io comincio a rialzarmi e a urlare di scappare, il mostro corre verso di loro, e con un salto di almeno due metri, le afferra, e le uccide sbattendole e infine mordendole al collo. Aveva solo sette anni…la mia bambina…” l’uomo aveva gli occhi lucidi, e gli si ruppe la voce. Poi riprese: “…poi quella bestia infernale, si girò verso di me, e io afferrai la prima cosa che la mia mano incontrò sul caminetto: uno stiletto ottocentesco fatto in argento. Faceva parte di una collezione d’argenteria che ho ereditato. Mentre quello mi atterra davanti, io cerco di affettargli il collo, ma la lama gli taglia il sopracciglio e lo zigomo destro. Quello urla, ed esce dalla porta. Rimango lì raggomitolato, non ho il coraggio di andare a vedere i corpi dei miei famigliari. Poi mi alzo, e maledico Dio e tutto il suo creato per aver permesso che accadesse una cosa del genere ai suoi figli. Prendo tutta l’argenteria e tutti i soldi che posso, poi parto.

Oramai mi credono morto o disperso, ho passato gli ultimi sei anni a cercare quel bastardo, ho imparato a parlare Francese, Tedesco, Italiano, Spagnolo; e ho inseguito quella bestia per chilometro, a volte anche a piedi. Ci siamo incontrato solo due volte, e spero che questa terza sia quella definitiva. Ora sai tutto”.

Ma Maurizio volle sapere un’ultima cosa, quella più importante: “come ti chiami?”

“Charter”.

 

Oramai ci sono. In pochi minuti sono arrivato. Sono davanti al pub o osteria o cosa diavolo è di quel tipo che mi ha servito il bicchiere di vino rivoltante. Giro la testa verso destra e vedo il suo furgone, quello con cui una volta mi investì (pur senza farmi niente), lo stesso che ha mangiato tanti chilometri di strada. Mi alzo in piedi e mi appoggio con la schiena sulla portiera del conducente.

 

“Adesso usciamo,” disse Charter. Maurizio lo seguì.

“Vado nel mio furgone a prendere ciò che mi serve”. Maurizio lo guardò storto. Quel tipo poteva essere pericoloso si disse. E allora andò nel retro a prendere il suo fucile da caccia.

“Se prova a farmi qualcosa, gli faccio saltare la testa,” si disse.

Appena Charter vide il fucile, disse. “Quello non ti servirà a niente”. Poi uscirono.

 

Aspetto che la porta d’ingresso si apra, ma non succede niente. Per ammazzare il tempo, mi stacco i brandelli di carne che mi sono rimasti tra i denti. Poi sento un rumore di voci, e vedo la porta che si apre, e la luce squarcia l’oscurità delle tenebre.

 

Charter aprì la porta, e uscì seguito da Maurizio, che gli puntava il fucile. La canna sbatté all’improvviso sulla schiena di Charter. Si era fermato di colpo.

“Bastardo!” urlò Charter.

 

Le gentili parole di Charter quasi mi lacerando i timpani. Giro la testa e gli pianto addosso gli occhi. Ma cosa vedo dietro di lui? C’è qualcun altro dietro di lui, forse lo stronzo che mi ha dato il vino. Un verso tipo risata mi sale dalla gola e percorre l’aria. Chissà perché ha preso qualcuno…

 

Maurizio alzò la testa sopra la spalla di Charter per vedere cosa ci fosse. E quasi gli venne un infarto. Non aveva mai visto nulla di simile…tutti i racconti, le leggende, tutto vero. Non poteva crederci, ma quella cosa era davanti a lui…quello era un lupo mannaro, una cosa inconcepibile per la mente di Maurizio. Con uno scatto scansò Charter, e fece fuoco, senza pensarci. La pallottola bucò la ruota del furgone con un sonoro –bam!-, ma il licantropo non si mosse. Ma Maurizio non aveva sbagliato mira, poteva chiaramente vedere il buco nella zampa…che si rimarginava.

 

Il povero idiota mi ha sparato, e un sassolino mi ha trapassato il polpaccio. Non ha una gran mira quello là. Intanto ha pure fatto fuori la ruota del furgone, e adesso è bloccato. Non può scappare. Siamo alla resa.

 

“Idiota! Mi hai bucato la ruota! Ti avevo detto che non servono i proiettili normali! Dammi qua!” e prese il fucile dalle mai di Maurizio, che era rimasto intontito.

“Spostati da li…” disse Charter mirando al lupo. Quello non si mosse, e fece no con la testa. Con un urlo, Charter, si lanciò addosso al licantropo, che saltò sul tetto per poi piombargli addosso. Ma Charter gli sparò, e il lupo cadde con un tonfo.

 

Mi ha colpito nel centro del petto, ci rimetterò un po’ per guarire. Con un ringhi mi alzo sulle quattro zampe, e vedo Charter che si è buttato nel furgone. Scommetto a prendere le sue armi. Mi avvicino al retro del furgone per vedere cosa stia facendo, e vengo investito da una vampata di fuoco. Nuova questa… non aveva mai usato un lancia fiamme fatto in casa. Mi butto indietro e mi rotolo nella terra per spegnere le fiamme (sono pericolose per me), e vedo Charter uscire con una bombola di gas in una mano, e la canna del fuoco nell’altra. Nell’aria aleggia l’odore dei miei peli che stanno bruciando.

 

Quando Charter saltò giù dal furgone con la bombola di gas in mano, pensò seriamente di cercare di uccidere il lupo mannaro col fuoco, di carbonizzarlo. Ma poi riprese la calma.

“Il fuoco serve solo a tenerlo a bada,” si disse. Con la canna in mano, prese di nuova a investirlo di fiammate, mentre quello si rotolava. Poi buttò giù tutto, e andò a prendere il suo fucile.

 

Charter è veramente cattivo, continua a investirmi di fiammate, cerca di carbonizzarmi. Ma è una cosa impossibile. All’improvviso si ferma, e scompare nel furgone. Scommetto a prendere…

 

“…Il mio fucile!” urlò Charter. Poi aggiunse rivolto all’essere in fiamme ai suoi piedi: “ed è caricato con l’argento se non te lo sei immaginato!” e prese la mira per sparare, ma il lupo, ancora avvolto nelle fiamme, scattò di lato. Charter fece appena in tempo a non premere il grilletto. Sempre puntandolo, lo seguì, mentre l’essere cammina di lato a quattro zampe, avvolto nelle fiamme.

“Sei proprio un demone…” gli disse Charter.

 

“Mai quanto te…” gli rispondo. La mia voce è orribile nel mio stato, lo so, ma dovevo rispondergli. Pensa che in questo momento sia solo io il demone? Non si vede lui, che ora è solo un pazzo furioso, come lo è da cinque anni?

 

Charter lo guardò con gli occhi sbarrati. Ma l’attimo di esitazione non fu una buona idea: il lupo saltò verso di lui con la bocca spalancata. Il fucile volò via, e Charter si trovò con la bocca fetida e spalancata del lupo mannaro a pochi centimetri dalla faccia. Con le mani teneva il collo lontano da sé, mentre coi piedi scalciava disperatamente. Il contatto con la pelle bruciata (ora le fiamme erano quasi estinte) era rivoltante quanto l’odore della carne bruciata.

 

Voglio sbranarlo! Voglio sentire il suo sangue nella mia bocca! Con gli artigli potrei già averlo fatto a pezzi, ma voglio ammazzarlo con i miei denti quel bastardo! Voglio sentire la sua carne tra le mie zanne!

 

Maurizio vide tutto ciò stando fermi, imbambolato, ghiacciato dalla paura. Ora gli vedeva entrambi. Un uomo che lottava contro una bestia. Nei recessi del suo cervello, una voce urlò il comando di aiutarlo. Prese il suo fucile buttato a terra, e andò verso il lupo mannaro, che non si accorse di niente. Premette il grilletto, ma non sparò. Aveva finito i proiettili. Allora prese in mano la canna ancora calda, e cominciò a battere il manico sulla testa del lupo.

 

Sento che qualcosa non va. Non so se sia il fatto che non sono riuscito ancora a squarciare la gola a Charter 8che forza inaspettata!), o se siano in verità i colpi che sto ricevendo ripetutamente in testa. Comunque sia, mi giro di scatto per fermare quel fastidioso uomo.

 

All’improvviso Maurizio si trovò a fronteggiare la figura alta due metri del lupo mannaro faccia a faccia. Rimase con ilo fucile sospeso in aria, con la bocca aperta. Il lupo mannaro prese in mano il fucile, e lo scaraventò via. Poi drizzò i rimasugli delle orecchie, e si girò di scatto.

 

È stato un grave errore girare le spalle a Charter. Non avrei mai dovuto farlo. E me ne accorgo troppo tardi. Ma posso ancora fare una cosa…

 

Il colpo esplose con un rumore assordante, e colpì il lupo mannaro nel centro della fronte. Anche se il cervello era andato, cadendo in avanti il lupo riuscì a serrare le fauci sul collo di Charter.

Charter non fece il minimo cenno a salvarsi cercando di strisciare via. Cadde assieme al corpo del licantropo, e fece l’ultimo sospiro, mentre il sangue si spandeva sotto di lui.

 

Maurizio si ridestò per la seconda volta nella serata dopo aver avvertito il calore che scendeva lungo le sue gambe e che gli bagnava i pantaloni.

Guardò i due corpi avvinghiati anche dopo la morte, e si accorse che il lupo mannaro stava lentamente cambiando. Dopo pochi minuti, apparve il volto di un ragazzo, sui trent’anni, molto alto. Era piuttosto bello, il viso era delicato e fresco, in netto contrasto col sangue che gli copriva la bocca e le guance. Dal buco nella fronte colava un rivolo di sangue, e gli occhi verdi erano spalancati, con una lontana espressione di beatitudine. La pelle era bianca, e non aveva ustioni anche se era stato coperto di fiamme.

Charter aveva gli occhi chiusi, e la barba piena del suo sangue. La testa del ragazzo era appoggiata di lato per terra, con la bocca rivolta al collo squarciato di Charter.

Maurizio si avvicinò al giovane, e gli chiuse gli occhi.

“Non esistono vendette a lieto fine”.