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Dracula non esiste
( Stefano Roveron )
Carpazi, Transilvania.
Monica si svegliò bruscamente appena le ruote della Fiat Brava centrarono la buca sull’asfalto. Era trascorsa circa mezz’ora da quando si era addormentata, ed il paesaggio fuori del finestrino era profondamente cambiato: in peggio. La strada si abbarbicava lungo il fianco della montagna seguendo un percorso sempre più tortuoso, facendosi largo fra centinaia d’alberi i cui rami impietosi da secoli non lasciavano filtrare la luce del sole.
Pigramente stiracchiò le proprie membra fino a sfiorare con la punta delle dita il tettuccio dell’automobile, quindi riportò lo schienale del sedile in posizione eretta.
Marco le rivolse un’occhiata colma di tenerezza, ma le numerose imperfezioni del manto stradale reclamarono nuovamente la sua attenzione; con una brusca sterzata evitò un’altra buca, ma prese in pieno quella immediatamente successiva.
<Dormito bene?>, chiese infine alla sua compagna, abbassando di qualche centimetro il finestrino elettrico per lasciare entrare un po’ d’aria fresca nell’abitacolo.
<Vedo che non ti si può lasciare solo neppure per un istante>, ribattè lei ironicamente, <Si può sapere dove siamo?>.
<Lo chiedi a me? Sei tu l’esperta, io non ho fatto altro che continuare a seguire la strada principale>.
Monica estrasse la cartina topografica dal portaoggetti, quindi la dispiegò sulle ginocchia e iniziò a consultarla, compito reso tra l’altro più difficile a causa dei continui sobbalzi della Brava.
<Siamo partiti da qui>, disse la ragazza, indicando con la punta del dito il nome di un paese sottolineato un paio di volte, <poi ci siamo immessi in questa strada che, secondo la piantina, dovrebbe portare diritta a Sighisoara, tuttavia non riesco a capire…>.
Marco guardò nuovamente la fidanzata. Stavano insieme da appena quattro mesi, e ancora lui faticava a credere di essersi lasciato convincere ad accettare questo folle viaggio in Romania, alla ricerca dei luoghi in cui aveva vissuto Dracula il vampiro.
<Cos’è che non riesci a capire?>, le chiese infine incuriosito.
<La strada che stiamo percorrendo>, spiegò Monica, <nella piantina è segnata in giallo, questo significa che si tratta di una via di comunicazione piuttosto importante, e come tale dovrebbe essere scorrevole e parecchio trafficata; in realtà a me sembra poco più di un sentiero, tra l’altro piuttosto impraticabile. Pertanto, rimangono due possibilità: o è sbagliata la cartina, ma ne dubito, oppure questa non è la strada che porta a Sighisoara e noi ci siamo persi!>.
Improvvisamente Marco si ritrovò a pensare alle calde e affollate spiagge che si affacciano sul mare Adriatico, alle serate in discoteca e ai topless disinibiti delle turiste tedesche, finché uno scossone più violento dei precedenti lo riportò alla realtà.
<Dannazione!>, imprecò, <Un’altra buca come questa e addio sospensioni>.
Il ragazzo rallentò ulteriormente la velocità della vettura per affrontare l’ennesimo tornante, dopodiché la salita diventò talmente ripida che dovette fermarsi e ripartire col primo rapporto.
<Credi che sarebbe meglio tornare indietro?>, le domandò.
<Non saprei… se almeno potessimo chiedere a qualcuno…>.
<Io dico che ci conviene girarci; non incontriamo anima viva ormai da mezz’ora>.
Monica aveva ancora la cartina topografica appoggiata sulle ginocchia. Con occhi smarriti continuava a fissare fuori del suo finestrino, come se dal profondo del bosco fosse dovuta arrivare la soluzione al loro problema.
E cosi fu!
Il cartello sbucò fuori inaspettatamente, un bianco punto rilucente in mezzo a quel mare di tenebra; questione di un attimo, dopodiché la vegetazione lo inghiottì per la seconda volta.
<Aspetta! Torna indietro!>, gridò la ragazza, senza distogliere lo sguardo dall’intrico di quella foresta.
<Hai visto qualcosa?>.
<Mi è sembrato… Dai! Fai come ti ho detto!>.
Marco arrestò la macchina ed inserì la retromarcia; pochi metri dopo il cartello riapparve alla vista di entrambi.
<Riesci a leggere cosa c’è scritto?>, gli chiese Monica.
Il ragazzo si sporse fino a sfiorare il viso di lei e rimase in quella posizione per qualche secondo, cercando inutilmente di aguzzare la vista, dopodiché scrollò la testa.
Una stradina non asfaltata si dipanava da quel punto per scomparire dopo qualche decina di metri in mezzo alla vegetazione.
<Accosto la macchina e vado a controllare>.
Marco parcheggiò la Brava il più appresso possibile al ciglio della carreggiata, bloccando, di fatto, l’accesso al vialetto, quindi scese e s’incamminò in direzione del segnale.
Comodamente adagiata nel sedile con il braccio destro penzolante fuori del finestrino, Monica rimase a contemplarlo mentre a fatica arrancava verso la cima del sentiero, finché questi arrivò abbastanza vicino da decifrare la scritta del cartello.
<Si tratta di una freccia>, urlò voltandosi verso la fidanzata, <indica la direzione per una locanda>.
L’inchiostro aveva perso da tempo la sua brillantezza; Marco spostò allora lo sguardo verso un punto più lontano, ma non riuscì a vedere nient’altro all’infuori del sentiero che si abbarbicava sempre più selvaggiamente verso l’alto.
Intanto anche Monica era scesa dalla macchina; il ragazzo le andò incontro con grandi falcate, e in breve le fu accanto.
<Indica una locanda>, ripeté ansimando per il fiatone, <a questo punto tanto vale tornare indietro e cercare la strada giusta>.
<Perché invece non andiamo a vedere?>, propose Monica.
<Stai scherzando? Quel cartello è più vecchio di me; pur ammettendo che l’indicazione sia giusta, dopo tutti questi anni non sarà rimasta in piedi neppure una pietra>.
<Se invece tu ti sbagliassi? Potremmo fermarci solo il tempo necessario per chiedere qualche informazione sulla strada per Sighisoara>.
Marco guardò di nuovo il cartello.
<Altro che locanda>, pensò, <questo sentiero conduce diritto all’Inferno>.
<Ti prego ti prego ti prego!>, insistette lei al culmine dell’eccitazione, <Non sei curioso di vedere che razza di posto si nasconde in mezzo a quei boschi?>.
<Il castello di Dracula?>.
<Non essere sciocco>, lo schernì lasciandosi sfuggire una risatina, <i vampiri non esistono>.
<Lo spero bene, non vorrei trovarmi a faccia a faccia con uno di loro>.
<Questo significa che andiamo?> gli chiese guardandolo con due occhi da gattina indifesa.
<Mm… e va bene! Sali in macchina>, sbottò lui dandogliela vinta.
La Brava iniziò la scalata dell’impervia stradina non asfaltata, sollevando dietro di sé un fitto polverone; a qualche metro d’altezza, i rami degli alberi che ne costeggiavano i cigli s’ingarbugliavano tra loro, creando un vero e proprio tunnel naturale. Dopo una salita durata all’incirca cinque minuti, il sentiero cominciò a discendere, diventando nel frattempo anche più stretto; a stento gli specchietti laterali riuscivano ad evitare i rami secchi che invadevano la carreggiata.
<Speriamo di non graffiare la carrozzeria>, osservò Marco preoccupato.
Alla fine la stradina sbucò in un vasto spiazzo erboso, al centro del quale stava una vecchia costruzione fatiscente semidiroccata.
<Questa dovrebbe essere una locanda?>, mormorò il ragazzo a denti stretti.
Stuoli di malaticce erbacce rampicanti salivano lungo i muri esterni fino al tetto, sfiorando abilmente le numerose finestre che davano sulla facciata principale; queste ultime, prive ormai da tempo delle rispettive imposte (alcune giacevano a terra lungo le pareti perimetrali), assomigliavano a fauci minacciose spalancate sul nulla. L’ingresso, infine, era costituito da un pesante portone di legno marcio, i cui battenti raffiguravano due lupi rabbiosi che attanagliavano nella loro morsa altrettanti anelli di ferro arrugginito.
<Hai visto? Siamo saliti fin qui inutilmente>, fece notare Marco alla sua ragazza, <questo posto è abbandonato>.
<Aspetta un attimo, non vedi che esce fumo da quel camino?>.
Una sottile striscia di vapore giallastro fuoriusciva da un piccolo fumaiolo posto sull’estremità orientale della locanda; le spire salivano regolarmente verso l’alto, fino a disperdersi al vento una volta giunte in quota.
Improvvisamente, i cardini della pesante porta d’ingresso girarono su se stessi, producendo un fastidioso cigolio; sull’uscio comparve una donna cenciosa, dall’età non più giovane, che con occhi stralunati iniziò a zoppicare faticosamente verso la macchina dei due giovani.
Spaventato, Marco fece per metterla in moto e scappare, ma la ragazza aprì la portiera e andò incontro alla vecchia.
<Monica, che stai facendo? Sei matta? Torna subito qui!>, urlò il fidanzato dal finestrino.
Lei si girò e gli fece segno di stare tranquillo, quindi tornò a fissare la vecchia che ormai era giunta a pochi metri di distanza.
<Ci siamo persi>, disse Monica in un incerto rumeno, cercando di scandire le parole il più chiaramente possibile. La donna, tuttavia, sembrò non prestarle attenzione e, dopo averle delicatamente afferrato le mani, iniziò a trascinarla verso la locanda.
<Dannazione, questo è quel che significa andare in cerca di guai!>, bofonchiò Marco prima di scendere dalla macchina e incamminarsi a sua volta verso la costruzione pericolante.
Una volta entrati, la donna lasciò finalmente le mani della ragazza e sparì dietro una piccola porticina, attraverso la quale s’intravedeva una ripida scala che scendeva verso il basso.
I due fidanzatini non poterono fare a meno di costatare che le condizioni della stanza in cui si trovavano erano peggiori, se possibile, di quelle che avevano osservato all’esterno: l’intonaco era per tre quarti staccato dalle pareti, le quali lasciavano intravedere le pietre grigie con cui erano state costruite, così pure il soffitto, i cui travi di legno tarlato sembravano spezzarsi sotto il peso dei piani superiori. Il pavimento era ricoperto di muffa verdognola, la quale in certi punti saliva lungo i muri fino ad un metro d’altezza, ed i mobili erano probabilmente più vecchi della casa stessa. Sulla destra, una porta tinteggiata di un osceno rosso sangue, dalla quale pezzi di vernice grandi come una spanna erano sul punto di staccarsi e cadere a terra, dava su chissà quale parte della casa.
<Non mi piace questo posto>, sussurrò Marco, <non mi piace affatto. E soprattutto non mi piace quella vecchia, hai visto come ti guardava? Questo è il momento giusto per andarcene!>.
Detto questo, afferrò la sua compagna per il braccio e la trascinò verso l’uscio, ma quando abbassò la maniglia si accorse che questa era bloccata.
<Quella megera ci ha imprigionato qui dentro!>, ringhiò, cercando con tutte le sue forze di spalancare l’egresso.
<Anche la porta rossa è chiusa!>, gli fece eco Monica, che aveva inutilmente tentato di forzarne il catenaccio.
<Bell’affare! Proprio una piacevole situazione!>.
Come se ciò non bastasse, passi pesanti e strascicati cominciarono lentamente a risalire dal basso, come se una folla di morti deambulanti stesse faticosamente cercando di riguadagnare la luce, finché, alla vista dell’uomo che spuntò dalle scale, mossi da un comune istinto di sopravvivenza Marco e Monica arretrarono il più possibile fino a ritrovarsi con le spalle al muro.
Alto probabilmente più di due metri (tanto che la testa sfiorava il soffitto), questi era esageratamente magro; i suoi occhi, neri come la pece ed oltremodo penetranti, creavano uno strano contrasto col pallore cadaverico del volto. Dietro di lui riapparve anche la vecchia cenciosa, seguita dopo qualche istante da un orribile gobbo deforme.
I tre personaggi, che singolarmente sarebbero stati già di per sé inquietanti, insieme creavano un effetto scenico davvero insopportabile.
<Noi ci siamo persi>, esclamò la ragazza, facendo ricorso a tutto il suo coraggio, ripetendolo anche in rumeno.
L’uomo allungò una mano in direzione dei due giovani, abbozzando un grottesco sorriso che rivelò una fila d’aguzzi denti ingialliti.
<Mi chiamo Kostaki>, disse, <sono il proprietario di questa locanda e parlo perfettamente la vostra lingua>.
La sua voce, al contrario dell’aspetto, era molto pacata e rassicurante.
La mano era tesa a mezz’aria, in attesa; timorosamente, il ragazzo la strinse per primo, e s’accorse che era fredda come un pezzo di ghiaccio.
Poi fu il turno di Monica, la quale azzardò un appena percettibile <Piacere!>.
<Sono certo che mi farete l’onore di pernottare qui, non è vero?>, chiese loro Kostaki.
I fidanzatini si guardarono imbarazzati, quindi fu Marco a parlare: <Veramente contavamo di ripartire immediatamente; eravamo diretti a Sighisoara ma ci siamo persi, se foste così gentili da indicarci la strada, noi toglieremmo il disturbo>.
L’uomo inarcò le sopracciglia, assumendo un tono di sfida.
<Questo non lo permetto!>, tuonò, <Stanotte voi dormirete qui!>, poi, riacquistata un po’ di calma, continuò <Sighisoara è molto lontana e non è per niente consigliabile attraversare questi boschi col buio, potrebbe accadervi qualcosa di spiacevole. Vi farò assegnare la stanza migliore, e domattina, quando vi sarete riposati, potrete ripartire>.
I due giovani si guardarono di nuovo per qualche secondo senza dire nulla.
<Poiché lei insiste rimarremo molto volentieri>, disse infine Marco elargendo un sorriso al suo interlocutore, che nonostante lo sforzo non apparve molto convincente.
<Così va molto meglio. Il mio servitore vi accompagnerà di sopra nella vostra camera. Tuttavia, poiché non attendevamo clienti, avremo bisogno di un po’ di tempo per preparare la cena, direi almeno fino a Mezzanotte. Vi avviseremo appena la tavola sarà imbandita, sono certo che non mancherete per nessun motivo. Spero inoltre che vi piaccia la carne al sangue, io l’adoro!>.
Detto questo, l’uomo si lasciò andare ad una risata agghiacciante, quindi ridiscese le scale e sparì.
Il gobbo estrasse una chiave dalla tasca e fece scattare il catenaccio che sbarrava la porta dipinta di rosso, quindi fece segno ai ragazzi di seguirlo; una volta attraversata la soglia si ritrovarono in una stanza più piccola da cui partiva una rampa di scale che portava al piano superiore, e da lì, passando per un angusto corridoio, raggiunsero infine la loro camera, la quale era l’ultima in fondo a sinistra.
Il gobbo li invitò ad entrare, quindi richiuse la porta.
La stanza, come il resto della locanda, era in condizioni disastrose. Il mobilio era composto unicamente da un letto a due piazze del tipo a baldacchino, da un armadio senza ante e da una sedia sfondata gettata in un angolo. Una finestra senza tende e con tutti i vetri spaccati si affacciava sul bosco dietro l’antica costruzione.
Marco rimase in ascolto per un buon minuto, e si decise a parlare solo quando fu sicuro che il loro orrendo carceriere si fosse allontanato.
<Non ci posso credere>, esclamò al culmine della disperazione, <siamo finiti sul serio in un covo di succhiasangue! E dire che fino a mezz’ora fa ero convinto che i vampiri fossero solo una leggenda popolare… dobbiamo andarcene al più presto da qui, altrimenti saremo noi la loro cena>.
<Hai qualche idea?>, gli chiese Monica visibilmente angosciata.
<Quel bastardo ha chiuso la porta a chiave, ma noi ci caleremo dalla finestra; la macchina è qui vicino, e per quanto veloci possano essere, se la raggiungiamo non credo che riusciranno a starci dietro>.
Marco scavalcò il davanzale, quindi si aggrappò alle erbacce rampicanti ed iniziò a discendere verso il basso.
<Coraggio, vieni anche tu>, disse con un filo di voce alla fidanzata, <non è molto alto>.
Incerta, lei rimase a contemplare l’altezza che li separava da terra.
<Che fai ancora lì? Muoviti!>.
<Ho paura, non ce la faccio! Che cosa succede se questa pianta non regge il nostro peso?>.
<Non dire sciocchezze, guarda!>.
Marco diede un violento strattone ad un grosso ramo che si abbarbicava fin sul tetto, ma questo non mostrò il minimo segno di cedimento>.
<Vedi?>, la rassicurò, <Inoltre tu sei molto più leggera di me, pertanto non corri nessun pericolo>.
Detto questo, finalmente la ragazza si convinse a seguire il suo compagno; la discesa procedette quindi senza difficoltà, ed in breve i due furono all’aperto.
<Ora dobbiamo aggirare la casa cercando di non farci scoprire. Dammi la mano e fa silenzio>.
La macchina era ancora nello spiazzo dove Marco l’aveva lasciata; strisciando fra la vegetazione riuscirono a raggiungerla incolumi eludendo i loro aguzzini.
<Coraggio, sali, ma non richiudere la portiera, altrimenti il rumore ci farà scoprire>.
Marco salì a sua volta ed iniziò a frugarsi nelle tasche alla ricerca delle chiavi.
<Allora? Ti vuoi muovere? Non intendo rimanere in questo posto un solo minuto in più>.
<Merda! Non riesco a trovare le chiavi>.
<Stai scherzando?>.
<Dannazione, no! Eppure ero sicuro d’averle staccate dal quadro quando sono sceso, a meno che… ma certo! Ora ricordo! Appena entrati nella locanda avevo agganciato il portachiavi alla cintura, ma adesso non c’è più! Deve avermelo rubato quel bastardo di nano deforme, accidenti a lui!>.
<Non riesci a mettere in moto la macchina senza le chiavi?>.
<No, non so come si fa. Devo tornare là dentro e cercare di riprenderle>.
<Cosa? Tu sei pazzo! Scappiamo a piedi, piuttosto!>.
<A piedi non andremmo da nessuna parte, siamo troppo lontani da qualsiasi centro abitato, e se ci perdiamo per noi è finita>.
Il ragazzo uscì dalla macchina ed iniziò a scrutare in direzione della locanda, dove al pian terreno risplendeva la luce tremolante di una lampada a petrolio.
<Tu resta qui>, le intimò.
<Dove stai andando?>, gli chiese Monica.
<Te l’ho detto, devo riprendermi le chiavi>.
<Allora io vengo con te, ho paura a rimanere da sola>.
<D’accordo, ma fa esattamente quello che faccio io, e non fiatare per nessuna ragione, okay?>.
Monica annuì silenziosamente con la testa.
Strisciando in mezzo all’erba incolta della radura come soldati impegnati in un’azione di guerriglia, i due ragazzi riuscirono ad arrivare a ridosso del muro frontale della locanda, dove si acquattarono al riparo di un cespuglio. Sporgendosi lateralmente, Marco scrutò con cautela all’interno della stanza illuminata, ma quello che vide fu sufficiente a fargli raggelare il sangue nelle vene.
Ad ogni modo la stanza era vuota, quindi aprì la finestra (che era solamente socchiusa) ed entrò, facendo cenno alla sua ragazza di seguirlo.
Una volta dentro, lei dovette tapparsi la bocca con una mano per non urlare.
C’erano ganci dappertutto, alcuni appesi al muro, altri attaccati a delle catene arrugginite che pendevano dal soffitto, e all’estremità di questi ganci, conficcati con violenza, facevano bella mostra di sé arti di tutti i tipi: mani, piedi, braccia, gambe e addirittura teste. Su uno scaffale appoggiato al muro erano disposte numerose bottiglie di vetro, simili a quelle che si usano per il vino, solo che queste erano state riempite col sangue. Un calderone ardeva lentamente sul fuoco, e quando Marco si avvicinò per scrutarne il contenuto, vide che all’interno vi erano delle ossa umane.
<Così questa è la cucina di quei dannati vampiri!>, osservò il ragazzo, <Prima fanno a pezzi i viandanti che si fermano nella loro locanda, poi li dissanguano ed infine ne bolliscono i resti in quell’enorme pentola, finché non rimangono che le ossa; adesso comprendo da dove proveniva il fumo che usciva da quel camino>.
Poiché non c’era nessuna traccia delle chiavi, Marco e Monica uscirono dalla stanza e si ritrovarono nella piccola anticamera che congiungeva il piano superiore con la porta verniciata di rosso; quest’ultima era stata lasciata aperta, quindi i due si spostarono nell’atrio.
<Quei dannati mostri devono trovarsi là sotto>, bisbigliò Marco, indicando col dito le scale che s’intravedevano oltre la porticina, <andiamo a vedere, ma cerchiamo di fare attenzione>.
Continuando a tenersi per mano, i ragazzi iniziarono lentamente a discendere le scale, stando attenti a non scivolare sui gradini a causa del buio. Dal basso non giungeva nessun rumore, e ciò indusse Marco a pensare che forse i tre abitanti della casa (che doveva essere molto grande) si trovassero da tutt’altra parte.
Arrivati in fondo alla scala trovarono un’altra porticina, molto simile a quella del piano di sopra, la quale era leggermente socchiusa e lasciava filtrare un po’ di luce dall’interno.
Il ragazzo si fece coraggio, e stringendo ancora più forte la mano della sua compagna, la spalancò lentamente ottenendo così la conferma ai suoi dubbi.
Tre bare troneggiavano al centro della stanza, fiocamente illuminate dalla luce d’alcune candele poste agli angoli; i coperti erano spostati di lato, ma appena Marco fu abbastanza vicino da osservarne l’interno, si accorse che dentro non c’era nessuno.
<Sono vuote!>, bisbigliò con un filo di voce, rassicurando Monica che non aveva avuto il coraggio di guardare.
<Eh già!>, rispose una voce alle loro spalle, <I vampiri dormono di giorno e rimangono svegli la notte, e adesso, infatti, è Mezzanotte in punto>.
I tre succhiasangue erano spuntati fuori all’improvviso, circondando i malcapitati ragazzi.
<Cerchi queste?>, chiese a Marco il gobbo deforme, sventolandogli sotto il naso le chiavi della Brava.
Monica si strinse forte al petto del suo fidanzato, il quale ne nascose la testa fra le sue braccia.
<Come sono carini>, ridacchiò la vecchia balorda con la sua vocina stridula, <quasi mi dispiace di doverli ammazzare>.
L’uomo alto e magro digrignò i denti fino a mostrare i suoi canini affilati, quindi si flesse sulle ginocchia pronto a spiccare il balzo.
Marco capì che era giunta la sua ora, e chiuse gli occhi per non vedere oltre.
… ma la morte non arrivò!
Dopo qualche secondo d’assoluto silenzio, i tre sciagurati scoppiarono contemporaneamente in un riso sguaiato, simile a quello di chi ha appena combinato un grosso scherzo.
Alla fine anche i due ragazzi riaprirono gli occhi, e videro Kostaki se si levava i canini finti, il gobbo che si sfilava un grosso cuscino posto sulla schiena sotto il vestito e la vecchia cenciosa che si toglieva la maschera, rivelando così un volto più giovane e aggraziato.
<Ci siete cascati>, urlò lo spilungone, pulendosi con un fazzoletto il volto impiastrato di cipria bianca.
<C-cascati?>, mormorò Monica, che faticava a rendersi conto di ciò che stava succedendo.
<Proprio così>, esclamò il gobbo; adesso che non stava più accucciato era molto più alto.
<Vedete>, continuò Kostaki, <noi organizziamo questa messinscena ogni qualvolta che un turista capita da queste parti, in realtà quello che avete visto è tutto finto, compresi i resti umani nella stanza al piano di sopra>.
<Ma perché fate questo? Per poco non ci veniva un colpo!>, sbraitò Marco, ancora lungi a riprendersi dallo spavento.
<I turisti vengono qua per vedere i luoghi in cui ha vissuto Dracula>, rispose Kostaki, <visitano il suo castello, dormono negli stessi posti in cui lui ha dormito e si fanno abbindolare dalle leggende che si raccontano sul suo conto. In realtà Dracula non era per niente un vampiro, bensì un gran condottiero che ha liberato la Romania dall’oppressione dei Turchi; i vampiri, infatti, non esistono, sono solo una sciocca invenzione letteraria>.
<Per quale motivo, allora, recitate questa farsa?>, gli chiese Monica, con le guance ancora rigate dalle lacrime.
<Ho appena detto che i vampiri non esistono>, spiegò Kostaki, <altrettanto, tuttavia, non posso dire riguardo ai lupi mannari, non è così, miei cari amici?>.
I due individui che avevano interpretato la parte del gobbo e della vecchia iniziarono una spaventosa trasformazione: le braccia e le gambe si allungarono a dismisura, le schiene s’inarcarono su se stesse ed il pelo crebbe fino a ricoprire ogni parte dei loro corpi, compresi i volti che adesso erano diventati quelli di due lupi.
<Questa volta non c’è nessun trucco, cari giovanotti, ve lo posso assicurare>.
I due fidanzati ricaddero velocemente in preda al terrore.
<Ancora non ci avete spiegato il perché di questa sceneggiata>, urlò Monica disperatamente, <a che vi serve travestirvi da vampiri?>.
<Ragazza mia, se ancora non ti è chiaro siamo in Transilvania, esiste forse un metodo più efficace per spaventare la gente, se non le leggende locali sui vampiri? Voi non siete altro che prede, prede spaventate, e la paura rende le vostre carni decisamente più gustose. Ed ora, se permettete, visto che siete “cotti” al punto giusto, avrei un certo languorino>.
L’uomo alto e magro iniziò la sua trasformazione, quindi spiccò il balzo.