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L’imperfezione
( Gianmarco Dosselli )

 

 

   Una delle tante stradine di campagna, dalle parti di una cittadella della bassa padana, era nota a molti come un luogo assai deserto e silenzioso. Mai come quell’uggioso giorno invernale, un capannello di gente “profanò” il secolare luogo di pace. Polizia, fotografi, cronisti… un capannello insolito per tale luogo e per un’automobile che era quasi una volgare carabattola; ma quell’automobile era un punto di riferimento, un emblema delittuoso. Emanava un troppo fetore; un passante raro lo disse al primo vigile urbano.

   Un agente dell’omicidi cosparse di polverina la maniglia del portabagagli, per accertare se vi fossero impronte; l’esame non diede nessun risultato. L’altro addetto, il meccanico, aprì lo sportello del bagagliaio: l’alzò e una bestemmia soffocata gli sfuggì dalle labbra mentre balzava indietro, nauseato da un orribile fetore di carne in putrefazione. Un corpo femminile, irriconoscibile e rattrappito nel poco spazio del portabagagli, riverso sulla schiena e con le ginocchia tirate sul petto; polpastrelli privati della pelle e viso “devastato” dal potente acido solforico!

   Il tenente Maselli era ormai abituato alla veduta della morte violenta, ma ciò che si presentò ai suoi occhi batteva in atrocità qualunque altra precedente esperienza. Tutto ciò che doveva essere un “impossibile identikit”, era stata la signora Anna Bolda, donna di grande charme e moglie (separata) di un famoso gioielliere “draconiano” che sempre  faceva  di qualche  cosa un casus belli.

   Quest’ultimi, Nico Guerrini, eternamente impeccabile in doppio petto, cravatta, chiome brune ondulate e fluenti, aveva i bei lineamenti effeminati, ed era solito dannunzieggiare. Alla morgue, ebbe un pianto “quasi sereno” alla veduta del misero resto corporeo della moglie che, in quelle condizioni, dichiarò di non riconoscerla nonostante il cadavere avesse un braccialetto con nome e data del loro matrimonio; documenti a parte.

  Molti giurarono in lui come uno squinternato, altro che avere l’abito di duolo… Si era appurato che, due settimane prima la scomparsa della consorte, abbandonò l’interesse della lettura; il cinema e il teatro furono ignorati; a tennis, i suoi colpi furono imprecisi e fiacchi e il rivale vinse sempre per scratch. Gente e posti nuovi gli fecero quasi paura; divenne egoista e sospettoso.

   L’occhio attento del tenente Maselli conosceva callidità; c’era qualcosa di complicato nel mondo privato del blando gioielliere e, giorni a venire, lo contemplava come notare un pulcino nella stoppa.

   Al quadragesimo giorno dalla sepoltura della  moglie, Guerrini convocò, di repente, alla sua lussuosa dimora, Leo Zanola, un pennivendolo con pretto accento toscano, per la realizzazione di un articolo circa il passato della donna uccisa: una signora “sfocata”. Il gioielliere era amico incomparabile del giornalista e questi, per tale mutuo affetto, realizzò sulla stampa una miniera di notizie sul caso. Alla critica di quel servizio, molti lettori interdetti sfornarono parole quasi di biasimo al giornalista che, per nulla tersite, riattaccò spesso il ricevitore  telefonico per  far credere  all’ultimo mittente di essere seccato. La successiva telefonata era un frutto straordinario: l’interlocutore non era che il tenente Maselli.

   Il giornalista si sfogò, bollando gli interlocutori quanto fossero abituati ad ignorare le regole comuni dell’educazione come quella di non disturbare il prossimo.

   Maselli era testardo, per sua indole. Se ne fregava delle lagnanze di coloro messi in pasto alle sue domande! Lanciò specie di delucidazioni, spiegando al giornalista come  nelle risposte del signor Guerrini c’era un quid che non lo convinceva, tra i quali il… “gaudio” desiderio volgere critiche pesanti alla consorte defunta! Sfornò, pure, accuse al giornalista di avere paglia in becco e denominò Guerrini il “vedovo-tiremmolla” per quanto lo individuava come si trasformasse ogni giorno più ricco di verve, senza  rimorsi né pentimenti.

   Depauperato nell’animo, Zanola diede partita vinta al fac-simile tenente “televisivo” Colombo, il quale gli sfornò particolari interessanti.  

   Venne fuori che il coetaneo Guerrini, ex compagno di scuola ed interprete quadrilingue, lavorò parecchio all’estero trattando diamanti, accaparrandosi l’idea di non più voler ritornare in patria. Dopo la scappatella di gioventù e la scoperta delle mille fornicazioni con una coppia gay, il gioielliere ritornò al suo Paese, con la vergogna alle spalle; qui, conobbe alla bell’e meglio la sua concittadina Anna.  Con buoni propositi, ella lo corteggiò con galanteria e se lo sposò nel breve tempo possibile, perché sapeva che nella famiglia benestante dei Guerrini v’era l’uso dello scialare. Tra l’altro, Anna prediligeva collezionare gioielli; apprezzava  coltivare la passione  per i diamanti e amava letture thriller. Con sofo metodo, lei si prese il ruolo del suocero quando questi finì nel numero del più, e “governò” l’attività di gioielliere con fortunata speculazione. Bastasse quattro anni di matrimonio che… da un altro lato, Guerrini “coltivò” la misogamia e non fu malleabile con la realtà matrimoniale. Poi… l’incompatibilità di carattere, diverbi, idee politiche e religiose opposte.  La separazione coniugale stava già nell’aria… Guerrini la giudicò, quotidianamente, come persona indiavolata!

   Giunto all’ergo della confessione, Zanola sentenziò di sospettare fortemente l’amico Guerrini come… l’esecutore del delitto. Per il poliziotto, il racconto “telefonico” del giornalista ebbe una parvenza di realtà.  

   Una volta terminata la conversazione, Zanola si sfogò in un pianto bambinesco, quasi silente. Due giorni dopo buttò un titolo, con pezzullo, sul quotidiano locale: “C’è un nome dietro la morte della signora Bolda?”; e, il sottotitolo non era “re” di fastidi per il tenente: “Maselli vuol stringere i tempi e individuare il colpevole”. Stavolta, l’articolo era tollerabile per la solita marea di lettori.

    Zanola uscì da una palazzina condominiale alle ore quattordici e dieci; ebbe un impenetrabile viso. Passeggiò come un pendolare che si recasse a prendere un mezzo di trasporto… quindi, raggiuntolo, mise in moto la sua vecchia Fiat 127, prossima alla residenza di uno sfasciacarrozze. Si allontanò per una ventina di metri, s’intrufolò in una viuzza a senso unico, e in quella… si “celebrò” una musica con note ignorate dal pentagramma: da  una  Volvo rossa,  in sosta,   partirono colpi da una pistola mitraglietta. Il mostruoso “ratatatatà” echeggiò nell’aria. Schegge di vetro, sangue e brandelli di materia grigia cerebrale “volarono” all’interno dell’autovettura del giornalista. Un attimo, la Fiat colpì un ostacolo nel terreno, si ribaltò e si produsse in qualche violento testacoda.

    Ucciso da chi e per che cosa?  

    Sbigottito e infinitamente esterrefatto era il tenente Maselli. Raccolse pochi elementi da un paio di testimoni. Una Volvo rossa, un passamontagna sul capo del killer, un’abbondante arma da fuoco “sbucata” dal finestrino…

    Dopo due ore fu portato via il cadavere del giornalista. No, non poteva assolutamente   assumere quella voglia di urlare sul muso di Guerrini che era un lurido bastardo e che piacerebbe vederlo crepare! Inutile… e pericoloso anche! Non bastava che un “elemento prova” come una Volvo rossa, tipo di utilitaria in possesso anche al Guerrini, per sgnaccare  questi in galera.

    Improvvisamente la stanchezza e la tensione si misero a gravare sulle spalle del tenente come un macigno insopportabile, ma fu assalito dal desiderio di interrogare Guerrini.  Questo immantinente.

    Il tragitto, compiuto nonostante con un’auto civetta, era “arroventato”; come un macabro incanto, una Volvo rossa pedinava l’auto guidata da un incauto milite d’origine piemontese,  mentre Maselli, diversamente, riflessi pronti e sempre serviti, sia quando  giocava a ping-pong, sia quando intuiva  che c’era  qualcosa   che  non  funzionava  come dovrebbe. Specialmente se questo qualcosa culminò in una pistola-mitraglietta impugnata dal solito bastardo che  seppe usarla come l’abilità di un sergente istruttore di commandos! Anzitempo messo  all’erta dal tenente, il milite-autista riuscì a evitare le pallottole, compiendo una rapida manovra con una serie di sterzate.

   Il solito “ratatatatà” recitò il rosario,  contemporaneamente,  in cui Maselli tirò la levetta che fece ribaltare il sedile e si lanciò indietro, terminando lungo disteso. Al riparo del motore e con gli avambracci sul viso per ripararsi dalle schegge del cristallo anteriore che volò in frantumi, attese la fine della buriana e che il misterioso killer, per assoli da piombo corazzato, esaurisca i colpi del caricatore. L’auto civetta era un autentico colabrodo: il piombo del caricatore l’aveva indirizzato tutto sul lunotto, all’altezza della testona del tenente.

     Come sempre, la quiete dopo la tempesta. Le quattro ruote della Volvo si misero a gemere, desolate, nel tentativo di fregare l’asfalto e staccarsi da esso! Ci pensò il giovane milite col gioco all’eroe; con la “berretina” stretta nella mano destra, sparò con calma. Dosando i colpi… e cercando di mirare per non fallire il bersaglio prima che arrivi fuori tiro. Su due colpi, uno solo perforò il baule, lo schienale dell’auto e s’infilzò nella portiera.

    Non per nulla scosso dall’attentato, qualche ora dopo, e con due agenti veterani, Maselli arrivò alla tenuta dei Guerrini,  il cui interno della villa era circondata dal lusso quasi   cinematografico.  In uno dei  quattro garage v’era la Volvo dell’attentato: motore tiepido, baule perforato e pallottola della Beretta in dotazione alla polizia, conficcatasi nella portiera sinistra.

    Vi arrivò lì, appunto, per chiarire troppe vicende oscure. Il vedovo Nico Guerrini, che fosse il probabile responsabile di certe morti, dovrebbe pur svelare particolari del caso.

    Il silenzio interno era quasi presagio di sventura. Non c’era anima viva! L’unico choc per Maselli era il rifare delle indagini quando individuò il corpo di Nico steso in una posizione abbandonata, un braccio penzoloni oltre il sofà. Aveva bocca, gola e camicia sporche di sangue e del sangue era pure sul pavimento, sui muri, sui vetri della finestra dello studio privato. La gola era stata squarciata da un’orecchia all’altra! Non era mai stato uno stinco di santo, ma non meritava una fine simile.

    Uno degli agenti individuò un altro cadavere, in un sotterraneo adibito a taverna-deposito. Era quello dell’anziana madre di Nico. Pure lei nel mirino del killer! La testa della donna era reclinata sul petto e le braccia penzolarono  inerti dai braccioli di una poltrona in disuso da tempo. Una calza intorno al collo come indice da strangolamento?

     Doppio choc per il tenente! Non capì  nulla. Ulteriore indignazione l’ottenne con lo scoprire, nel medesimo sotterraneo, di una cassaforte aperta e vuota; nessun segno dell’effrazione, quindi era gesto di una mano che conosceva combinazioni? La cassaforte era pure abbinata alla centralina d’allarme di un istituto di vigilanza, ma nulla  successe  agli operatori  di controllo della vigilanza stessa! Nel mare magnum di quella casa, l’ira del tenente gli creerebbe l’epatite! Bisognava capire  qualcosa; ma che cosa? Maselli si sforzò di concentrarsi alle sue indagini Il pensiero tornò invariabilmente a quella donna del “baule”; il sicario non rubò alla vittima il braccialetto d’oro né portafogli, quindi trattasi di un non disperato; e lo stesso assassino rese irriconoscibile il corpo, gesto del che non si potesse individuarlo, ma che lasciò documenti d’identità per facilitare il riconoscimento del cadavere; l’innocente Guerrini (sollevato da ogni accuse) dichiarò, alla morgue, il sospetto di non ravvedere  in quel corpo martoriato come appartenente a quello della moglie. Per Maselli, l’assassino mise  in gioco l’emblema della saggezza, ma… eppure, imperava  l’imperfezione nel giallo sulla morte della signora Bolda!

     Chi poteva conoscere la combinazione della cassaforte e interessarsi dei diamanti? Di segretari e impiegati, il Guerrini non li ebbe mai avuti… Nella sua materia grigia cerebrale, il tenente fece centro; cominciò a inquadrare la risoluzione tutta nella sua giusta luce. Il “depredatore” dei diamanti potrebbe essere sulle tracce di una organizzazione ben ramificata ed impostata; la “merce” dovrebbe essere come vorrebbe il cliente che, pagando un sacco di soldi, pretenderebbe che avesse i requisiti richiesti. Un quesito “voluto” nella mente del tenente; se della famiglia Guerrini e ramo genealogico  non restò più nessuno, né nipoti o cugini o fratelli indicati come eredi… chi altro, altrimenti, se non fosse per la frivolezza dell’alibi del killer e dell’occultare l’identità del cadavere nel baule dell’auto, “raschiandole” il viso? Che nel mistero si celi la sadica “firma” della signora Bolda, ottima al gioco del “non creare  sospetti”,  dato  che   fu  una patita di diamanti?

    Maselli e  i  due militari  ritornarono  alla  Volvo   per  esaminare l’autovettura e cercare un indizio possibile. Uno dei due agenti stava per aprire il baule quando fu raggiunto da un proiettile che si conficcò nella spalla dorsale; il colpito cadde in avanti sbattendo il viso contro il baule dell’auto. Maselli e l’altro agente,  immediatamente acquattati,  aiutarono il malcapitato a rassicuragli una protezione fuori dal bersaglio di tiro. In ogni caso, se solo un colpo era stato sparato, non poterono avere davanti a loro che un solo avversario, stavolta, con un’arma diversa: un fucile.

   Il killer li vide separarsi, tranne il ferito. Il secondo milite partì sulla destra per girare intorno al recinto e  incontrarsi con Maselli  che procedette in senso opposto. Allora il sicario puntò nuovamente il fucile. Il secondo milite cadde mortalmente, trafitto alla regione lombare. Il tenente s’arrestò, scrutò, ma notò solo la macchia semioscura del bosco. E nel recinto solo animali placidi, indifferenti. Un terzo colpo riecheggiò nella campagna, forse, con mira vacante; ma questa volta il lampo del fucile era stato veduto, e partì nella sua direzione due colpi. Uno andò a vuoto; uno si conficcò nella schiena di un puledro facendolo scalpitare come fosse impazzito.

     I puledri si agitarono, nitrirono, scapparono a destra e a sinistra cercando una via di scampo.

      Il continuo baccanale animalesco favorì il fantomatico killer ad un gioco di sua sapienza. Mentre Maselli era intento a soccorrere, inutilmente, il collaboratore, da un cespuglio apparve quel fantomatico assassino, volto coperto da cappuccio bianco stile alla ku klux klan, fucile spianato e  mirato alla tempia del tenente. Il “tizio” che gli calò la botta sul cranio ci seppe fare, non lo ammazzò, ma spedì dritto dritto il tenente nel mondo dei sogni.  Questi rinvenne quando alle sue orecchie arrivarono parole come  ovattate, dal medesimo killer, ma con tonalità tendente al “femminile”. Non poté tastare la nuca che diffuse un dolore della miseria. Era un “salsicciotto”, legato ad una sedia; e, gonfiando i muscoli e il petto, Maselli tentò lo spezzare delle corde che, all’apparenza, sembrarono fragili… ma così non fu.

     Quel fantomatico killer si rivelò d’essere la signora… Anna Bolda!

      Maselli non si sorprese; capì di lei già mezz’ora prima che lui giungesse alla tenuta. Le disse, senza mezzi termini, la “catena” dei suoi classici sbagli; tutto ciò che come killer lavorò con l’imperfezione, nell’arco dei sessantasei giorni dalla scomparsa dal tetto coniugale. La signora Bolda non si scompose; lo complimentò rivelando particolari ancora incerti dall’esame indagatorio di Maselli. Vero, la vittima del baule dell’auto era una prostituta dalla stessa fisionomia che Anna l’accoppò con una scusa che l’avrebbe portata da un cliente occasionale; quindi la rivestì dei suoi abiti, del bracciale e riservandole documenti. Proibì l’identità  della vittima con la logica macabra del vetriolo e dello “sminuzzare” tutti i polpastrelli, onde evitare che la “battona” fosse elemento schedata in questura e, quindi, indicata come altra persona e facilitando così i sospetti sulla signora Bolda dato il cadavere non suo.

   La signora Bolda confessò di odiare Nico.  Lo sposò per appropriarsene, futurmente,  dei suoi beni. Ella scomparì dopo aver  studiato i piani atti da  indurre  il marito  a un   classico comportamento da sospettabile, agli occhi di tutti, della  di lei scomparsa e della conseguente uccisione.

     Uccise il giornalista, più per ripicca che per vendetta,  perché sentita diffamata dai suoi articoli. Confessò il motivo per cui Maselli finì sotto i “ratatatatà” da lei suonato: temeva che l’uomo della giustizia fosse l’unico a condurre il percorso al suo identikit; qui, ella non si sbagliò. L’assassinio di Nico e della di lui madre, non solo fu un fatto obbligatorio per depredare, tranquillamente, gli oggetti dalla cassaforte e denaro in contanti, ma altrettanto sazietà vendicativa nei  confronti del casato del marito.

    Il tutto per che cosa? Per la tratta dei diamanti.

    Tutto cominciò undici mesi fa con una rapina fasulla alla gioielleria, ma vera agli occhi di tutti… compresa la famiglia Guerrini. Due rapinatori finsero di rovistare i cassetti, nell’istante in cui la signora Bolda, come unica commerciante al bancone, trafugò diamanti e smeraldi, alcuni in stato grezzo, e consegnò i medesimi ai rapinatori. Dopo le procedure burocratiche e  interrogatori al commissariato, il giorno dopo la donna li recuperò, dai soci-banditi, per trattare la vendita con esponenti libici, in un luogo segreto della Calabria. Fu successo clamoroso; ma la ricchezza non le bastava. Voleva oltre; voleva guadagnare esageratamente per una simbolica vita chissà in quale isola tropicale.

     L’ultimo colpo fu quello rivelatosi imperfetto, crudele, massacrante, con scia di morti inutili.

    La signora Bolda non gliene fregava nulla del troppo massacro. Dichiarò che si era trattato di un…  piacevole gioco d’alto stile!

     Da   quella cassaforte   furono   prelevati    straordinari gioielli destinati per gli Stati Uniti. Erano brillanti per ventidue milioni di dollari. L’affascinante criminale li avrebbe tenuti in due tasche fino alla dogana. Finora nessun doganiere s’era permesso a guardare nelle tasche dei passeggeri in arrivo; quasi sempre i fermati erano persone soggette su segnalazioni. Il traffico di diamanti risulterebbe il più scarso crimine in atto, il meno controllato quando chiunque criminale esperto  facesse la spola da un Paese all’altro; contrariamente del traffico di stupefacenti, un tempo attività di seconda categoria della malavita, ora un colossale e lucroso affare con giro di milioni di euro l’anno!

    Avuta la compiacenza di spifferare tutto al tenente, giunse alla parte conclusiva del gioco al massacro. La lama di otto pollici del coltello a serramanico balenò con un breve guizzo d’argento. Chiedeva, ironicamente, alla sua vittima, in quale parte del corpo avrebbe desiderato che si conficcasse la lama. La risposta di Maselli non arrivò; forse, per quello che si potrebbe definire un miracolo della divina Provvidenza? La signora Bolda alzò il coltello. La porta scricchiolò e cedette nel mentre che il primo poliziotto (colui che restò  ferito nel garage) entrava a catapulta. La donna si volse con l’agilità di un felino e gli presentò la punta della lama, ma il milite, irruente, era troppo furioso per temerla. Privato della sua pistola  d’ordinanza,   afferrò  una seggiola e cominciò a maneggiarla come una clava, calando fendenti contro la temibile donna sadica. Ella indietreggiò, seppur non spaventata di quel milite furiosamente insanguinato; si ricordò che aveva il tenente dietro di sé, l’ostaggio della salvezza.

   Girò su se stessa, per afferrarlo; la sedia le rovinò sulla schiena, rompendosi. La donna killer cadde in ginocchio, mentre vampe di dolore le bruciavano il dorso, la nuca, gli arti.

    Nulla di cattivo spaccare una sedia al gentil sesso; per Maselli, quel tale trattamento era d’estrema necessità. Il gentil sesso cercò di sollevarsi; vi riuscì, digrignando i denti e si buttò per dare al milite il colpo di grazia. Gli piantò il pugnale nella schiena. Il poliziotto ebbe una breve scossa, una sola.

    Un osso duro, la signora Bolda; altrettanto di una macabra intelligenza! Ella si agitò in rapide scosse convulse, come se il suo corpo  fosse attraversato da una scarica di corrente elettrica; era stato indice di soddisfazione, di liberazione dal pericolo dall’essere arrestata. S’impossessò dei diamanti e denaro, lanciò uno sguardo al cadavere e, eludendo il prigioniero, tentò di sbolognarsela.

    Maselli ritentò il gonfiare della sua corporatura, spezzò le corde che lo legavano poco prima allo scadere del terzo minuto. Gridando gioia e rabbia insieme, stette per raggiungere la via d’uscita, quando una pallottola lo colpì alla spalla. Si abbatté sui gradini e, infine, s’immobilizzò. La signora Bolda “riguadagnò” l’abitacolo di guida della Volvo. Senza badare al dolore della mini ferita, Maselli si risollevò per tentare il tutto per tutto di proibirle la fuga: quella sgualdrina, ma seppur stupenda donna, andava “marcita” nella gattabuia!

    Sfogando sulle bestemmie preparate  tra le sue  centinaia “peccaminose” imprecazioni, Maselli afferrò la maniglia dell’auto nell’istante esatto in cui la “superba” criminale mollò la frizione e schiacciò l’acceleratore. La Volvo partì di colpo con un rombo metallico. Lo slancio fece roteare Maselli su se stesso, dandogli un violento strappo al polso. Per nulla intontito dal rumore e dal dolore, il tenente si “lanciò” nell’abitacolo dell’auto civetta e si pose all’inseguimento della Volvo. L’auto fuggiasca scavalcò e rovinò varie stupende aiuole.

    In un centro abitato, le due autovetture terrorizzarono pedoni, ciclisti… colombi e tutti i gatti girovaghi! La Volvo accelerò superando una svolta senza rallentare; “sfasciò” un carretto ambulante, colmo di soli limoni. In quella donna… una vera grinta da carogna!

    Il traffico discreto si congelava di botto al passaggio delle due forsennate autovetture. In un incrocio, la Volvo andò a svellere un semaforo, indi s’incastrò sotto un autotreno con cisterne di petrolio. In quello scontro finirono di coinvolgere altre due autovetture che si fracassarono contro il rimorchio. La Volvo si ridusse ad un cumulo di lamiere contorte.

    La signora Bolda ebbe gambe e torace bloccati dai rottami che cominciarono ad ardere. Lei gridò aiuto. In quel groviglio, delle lingue di fuoco iniziarono levarsi verso l’alto. A qualcuno gli sembrava poco probabile che vi potesse esserci un sopravvissuto a quell’inferno. Maselli corse verso i rottami; con egli… ovviamente, nessuno per timore! Il guidatore dell’autocisterna ne uscì illeso ma si dette alla fuga, anziché ottemperare alla richiesta d’aiuto di Maselli. Questi tentò di svellere  la portiera dell’auto nella quale si trovava intrappolata l’affascinante-sadica killer.  Le  invocazioni della donna, affannose, erano a stento percettibili, ma pure erano segni di vita che l’eroico soccorritore aveva sperato di udire. Il guidatore dell’autocisterna invocò al tenente di allontanarsi, anche se questi sapeva bene che i serbatoi di carburante potevano esplodere da un momento all’altro.

    Le altre due auto coinvolte erano già dense di fumo e in preda alle fiamme. Con l’ultimo disperato sforzo, Maselli riuscì a strappare la portiera dai suoi cardini e a gettarla da parte. Di fronte ai suoi occhi, una nuda gamba era incastrata sotto il cruscotto, con il piantone dello sterzo piegato, che le bloccava anche il torace. Ora come ora, le fiamme lambirono i serbatoi. Maselli udì il sibilo del vapore che fuoriusciva dal serbatoio; era ormai chiaro che non restava più molto tempo rimanere lì. Il tenente aggredì rabbiosamente gli ingombranti rottami. Provò una fitta di dolore alla spalla ferita… Le fiamme gli lambirono il viso; l’aria era densa di fumo soffocante.

    A un tratto il fuoco eruppe con un terribile boato. I serbatoi avvolti dalle fiamme persero carburante e sibilarono rumorosamente. Il metallo crepitò.

    Finalmente, Maselli si arrese. Fuggì, corse più in fretta al riparo. Pochi istanti dopo, scoppiò il carico di petrolio ed esplosioni successive mandarono pennacchi di fumo nero a centinaia di metri d’altezza. In pochi minuti, tutto ciò che si trovava nel raggio di una decina di metri,  fu  distrutto in  un devastante  inferno  che fece liquefare il manto stradale.

    Della signora Bolda, denaro e diamanti dalla cifra da capogiro… non restarono, logicamente,  nulla!

    Dopo la destrezza cura alle ferite, eseguita sul luogo della tragedia, da una unità di soccorso mobile, Maselli venne assalito dal desiderio di tornare a casa e di ricaricarsi  guardando il figlioletto di soli sette mesi dormire pacificamente.

    Abbracciò la moglie, novella maestra, che viveva in un mondo “pulito”, fatto di vita familiare serena, di ragazzini che avevano solo problemi di giochi e di aste con cui riempire pagine su pagine. Tutto un mondo diverso, che non odorava di cordite, di fumo, di violenza, di morte! Un mondo che l’eroico tenente abbandonò nello stesso istante  in cui accettò di fare il lavoro che si scelse, appunto perché quel mondo continui a vivere come dovrebbe essere: pulito, sereno e amorevole!