www.domist.net letteratura - poesie

POESIE

Selezione
( Davide Riccio )

 
 

A

 

Nessuna è sicura di me.

Nessuna si cura di me

come io dal mio nascondiglio

me ne curo, ma verso lo stesso

l’essenza di muschio bianco

negli umidificatori.

 

Verso l’assenzio di guardia

del malto e dei luppoli

per l’assomiglianza che assomma

le assenze degli amori

tanto più veri quanto meno

condivisi e continuati.

 

Chi mi ha chiamato un trampolino

per uno o due tuffi di un tempo

non sa che dolore in Corte suprema!

E son successe cose ormai,

bigiotteria ed evenienze

evaporando a piacimento.

 

So di fumo di sigarette

come l’ostrica sa di mare.

Io soltanto sono, non lei davvero è

in ogni nota di Rachmaninov.

E quanto dura un conoscersi?

L’accendino verde che le ho regalato

certo si è già consumato.

 

Resto carne di un centogambe

e lucertola con la coda

suo malgrado di ricambio,

precisandosi almeno un fu meglio

perdersi per ciascuna strada

al non essersi mai incontrati.

 

Jetée mon coeur

Je t’aime encore.

 

 

 

 

NOTTURNO

 

Le stelle sono lanterne cieche

che nascondono Chi le porta

e soltanto più compagnia

 

mi fanno i nottuidi

e gli altri seccanti ronzoni

istupiditi che mai scaltriti

 

all’impazzata secchi

tonfano nella lampada.

L’orologio al muro ininterrotti

 

staccheggia passi gravi.

Languido, rivolgo nella mente

i miei fantasmi a mezzanotte,

 

e del tempo sento le catene.

 

 

 

 

NOLENTE                (a T.S. Eliot)

 

La mia forza vitale viene meno

come i capelli si fan più radi,

e brizzolati e grigi… prematura

caratteristica familiare costituzionale

… si dice

… eppure invecchio, ecco, invecchio.

 

Cos’è la Nolontà? E cosa il Samadhi?

Non porto più lunga la capigliatura

castana, ondulata,

con la frangia alla Sylvian,

 

il germanico segno dei nati liberi

o di medievale voluttuosa lussuria,

né chioma incolta dei penitenti anacoreti

e dei profeti aspiranti alla purezza

 

… e non più mi ribello o contraddistinguo.

Io sono infine un borghese.

 

Nolente.

 

Soltanto il taglio a spazzola ormai mi dona,

perché solo si è fatto dignitoso

e insieme giovanile.

Quasi il mio capo sembra rasato

come agli antichi schiavi condannati.

 

Schiavo della mia fisiologica natura

che pure accelera la desquamazione

del cuoio capelluto,

e non c’è nolontà, non c’è Samadhi:

 

al problema della forfora

non ho che lo shampoo antiforfora

agli estratti ayurvedici o meno

ma che sia regolarmente usato.

 

Cos’è la melaleuca? E cosa l’Ayurveda?

Andrò da un tricologo?

Userò la Crescina con le ciclodestrine?

 

Bella magia popolare,

se vorrà infondermi ancora un po’ d’amore

non più alla ragazza riuscirà

di fare un nodo ai miei capelli.

 

Come i capelli mi si fanno radi!

Delila sensuale mi ha ingannato,

i Filistei mi sono addosso:

girerò la macina conformista

imprigionato così in attesa del Giudizio,

quando non io butterò giù le colonne

che reggono il mondo.

 

Vanità delle vanità, tutto è vanità,

dico basta agli esosi barbieri.

Ho comprato un tagliacapelli elettrico

in bel materiale cristal trasparente.

Ha i pettini distanziatori

e molti accessori in dotazione…

 

Mi taglio i capelli da solo,

in drammatica religiosa

tonsura, rinunzia al mondo,

davanti allo specchio

che eccede la pura e semplice funzione.

 

E se il taglio è imperfetto e si vede

che si veda:

possa questo eccentrico fare a qualcuno

un po’ di tenerezza.

 

 

 

 

LA RADIOSVEGLIA

 

Il display digitale è verde acqua.

Non ricerco stazioni preferite:

la sera dianzi giro il pomello

con la radio spenta, senza guardare

la scala numerica, il sintogramma.

A volte mi svegliano gli intervalli

di frequenze rimasti vuoti, puri

radiodisturbi e le perturbazioni

sulla ricezione di pace cosmica.

Lo strisciante fruscio ha qualcosa

del fiume, ed il crepitio elettrico

mi mette quasi una certa allegria

di avvenuta ricarica voltaica:

tensioni, correnti, capacità.

 

 

 

SIAMO POETI SU INTERNET

 

Siamo poeti su Internet

pubblicati in giornata e mai a nostre spese.

Siamo poeti internauti

Argonauti per le vie ultraterrene

del Web nondimeno ineffabile.

 

 

Onde minori frante

e biancheggianti ai fianchi dei grandi marosi

(e cosiddette “montoni”),

noi cerchiamo il vello d’oro

delle velleità di poeta riconosciuto.

 

Tutto iniziò

con la solita nuvola in forma di donna…

Cherchez la femme…

Era…

Ed ora…

 

Siamo poeti su Internet

sempre in cerca di un nuovo sito

come bosco sacro a Marte,

assillati dalla quantità prima della fine,

teneramente peccando di presenzialismo.

 

Ogni giorno insorgere e riprodursi

e diffondersi come un tumore metastatizza,

a cercarci nome e cognome tra gli apici

e dispiacersi dei motori di ricerca

alle pagine trovate dei risultati

 

di circa… “mai abbastanza”.

Di più, di più!

C’è chi ha superato le mille.

Siamo poeti su Internet,

il leggibile liberato

 

dal pregiudizio editoriale

e divergente,

dalla poesia che non vende

e non vi si investe.

Minimalisti.

 

Inseriamo nel form

mandiamo una e-mail,

ci scriviamo un profilo importante,

clicchiamo qui ed ora, votiamo noi stessi

camminando sul velluto

 

verso la Colchide esotica

di un qualche successo,

del nome noto e imperituro

dove la grande simbolica forza

del drago avremo domato.

 

Noi non moriremo

senza lasciar tracce…

fino alla prossima

precoce pagina rimossa:

File not found!

 

 

 

 

SETTIMANE FA

 

Nel mare del tempo

Non prendo il largo mai

 

Sempre parto il lunedì

Un diportista non per sollazzo

 

Mi allontano dalle coste

Mai del tutto fino a mercoledì

 

Al giro di boa il dietro front

Stanco torno di venerdì

 

Rimango a terra due giorni

Per un riposo e quindi daccapo

 

Nel mare del tempo

Non prendo il largo mai

 

 

 

LA BARBA          (A Domenico Di Giovanni, detto “Il Burchiello”)

 

Di nuovo la barba mi si è fatta incolta

a conferirmi l’aspetto trascurato

(pars pro toto)

di un avulso intellettuale di sinistra.

 

Io mi rado circa ogni tre giorni,

in modo che sia

un omologarsi mai del tutto

al bello e buono

di faccia così com’è

e così com’è si mostri

e viceversa.

Mantengo il dubbio e la pluralità.

 

Mi rado le guance e il mento

e la gola e il baffo,

senza più compiuta virilità antica

degli eroi, degli dei e dei re,

in decadenza vanitosa di Creta minoica

Roma e Bisanzio.

 

Levigo la ruvidezza

per un bacio ben dato

se capiti al bendato Cupìdo

di coglierci entrambi.

 

Radersi

costringe allo specchio

di un camerino

dove mi spalmo schiuma da barba

come il bianco cerone del clown

prima della clownerie,

la pubblica performance,

in tristezza riflessiva ormai vuota.

 

Sarà una rasatura accurata,

da glabro manager vincente,

il radi e getta

muoverò con mani d’artista,

e per ultimi ritocchi

la matita emostatica,

la muschiata frescante

lozione del dopobarba.

 

Ugualmente però non raderò

i peli neri delle parole

da pagine che bianche non so lasciare,

anzi coltivandovi barbe

sempre più lunghe, fitte e nasconditrici.

 

 

 

LA CEFALEA

 

Non sopporto il mal di testa!

E non sopporto la consigliera Metis

fin da fanciullo fattami ingoiare

per averla sempre meco.

Compiuta la gestazione di Atena e del senno

nel sonno che porta consiglio

dopo l’ultima bohème,

molte mattine al risveglio,

Efesto focoso mi spacca il capo

con i suoi colpi di scure.

 

Ogni volta l’Atena glaucopide,

che a tutte le arti presiede

con la chiarezza e la ragion pratica,

stroncare la devo col Nimesulide.

Non voglio che nasca più nulla

di chiaro utile e assennato,

né farne parte agli uomini.

Lascio libero il campo

ad Apollo e ad Apollo soltanto,

complesso e misterioso.

 

Per il rifugio della memoria

di ogni carnalità consentita

inseguo un’altra ninfa virginea

o più esperta o puttana che sia,

in aurora irraggiungibile al sole mai pago

poiché stessa natura. L’androgino.

In un mantra per voce recitante*

scandirò tutti i nomi di donna

e gloria gloria curva

prima del finale.

 

 

* Riferimento ai nomi di compositori recitati, come un mantra, nell’opera “Genesi” di Franco Battiato (“Albinoni, Albeniz, Bach etc.” a cui seguono “Gloria gloria curva” e il finale).

 

 

 

 

ALCOOL

(e il golem Emeth-Meth)

 

Voglia di esperienza

Dentro un me stesso

Dove c’è l’altro

Finché non gira la stanza

E l’euforia biochimica

L’impressione parasimpatica

Artificiale si conclude

In antipatica necessità

Di affacciare la coscienza

Sulle orribili incrostazioni

Grigiastre del water

 

Con due emetiche dita

Richiamo dalla gola profonda

L’informe materia del mio golem

Sulla cui fronte

Nominai la parola creatrice

Emeth ossia Verità

 

Ora che ho paura

Della mia stessa ottusa argilla

Cancello i giochi di parole

Lasciando solo morte

Nel sonno più nero

Attento come posso

A che la massa decomposta di Meth

Non mi schiacci e soffochi

Mentre ancora mi riesce di pensare

A Rabbi Elijah Von Chelm

E a Jimi Hendrix

 

 

 

APPUNTI BRUCIATI

 

Bello è vedere bruciare i fogli

Di un quaderno nel caminetto

Si accartocciano s’increspano

In un grande garofano nero

Con le ultime screziature rosse

Che si spengono

 

Gli appunti e gli sbagli

Scarabocchi correzioni scempiaggini

E altro tempo perso ancora

Lo scrittore si purifica e gode

Cancella per sempre i percorsi

A volte imbarazzanti

 

In amore c’è lo stesso fuoco

Alla memoria…

Poi si accartoccia s’increspa

In un grande garofano nero

Con le ultime screziature rosse

Che si spengono

 

 

 

 

BERLINO

 

Certi se ne stanno così

Come una Chiesa della Memoria

Devastata e mai ricostruita

Un sacro profanato

E un profanamento sacro

 

Sono i poeti

E le loro parole

Pezzetti venduti

Di un odiato Muro abbattuto

 

 

 

 

BIG BANG

 

                        Stasera mi basta

Sfogliare un catalogo

 

Conoscendo meglio

Il mondo Bang & Olufsen

Capisco dove inizia

L’universo sempre meno

Volto all’unità:

 

Nello stato di enorme

Densità e pressione

Di un netto in busta

Al mese.

 

 

 

HYPERMARKET

 

Prima di entrare ero ansioso e teso.

Qui ripredispongo la mia mente

al pensiero positivo; a più lunga vita

riattivo il sistema immunitario.

 

Un melone retato, tastato con sapienza

ostentata: io, navigatore solitario

che srotola strappa spiega con arte

e annoda i sacchetti per le susine sfuse

o i muscoli glutei delle melanzane.

 

Tutti i colori del mondo mi rallegrano,

ricreo legami più stretti tra gli altri

e me, intenti a cercare identici

osservabili bisogni da appagare.

 

Sono l’apprezzabile single

che seleziona con cura anche l’anticalcare,

l’ammorbidente da stappare annusare.

 

Refrigerato ovattato

governo il mio carrello in questo mare,

con classe riflessi e moderno sex appeal,

oppure non visto rotolando sospeso

a un ritorno senza prezzo di ragazzo

in monopattino.

 

E a casa ancora mi premio

scartando sfiziosi blisterati

come in un altro bianco Natale.

 

 

 

IL RACCOLTO

 

Mi raccolgo

Orario
Antiorario
Non strofe
Né antistrofe

Sto in un tempo
Che non procede
E non ritorna

Forse più un epodo
A piè fermo
Ora

E dopo il ricco
Raccolto silenzioso
Questa è rigaglia

Nota: Rigaglia, il più che si ricava oltre il raccolto principale.




LA LEZIONE

 

(C’è Steve Reich

 in tutte queste cicale

 vera musica minimale)

 

Non è il frinire delle cicale –

sia canto sesso o chiacchiericcio futile –

né la muta sensatezza industriosa

delle formiche in fila

a farmi oggi da lezione, ma quando

il libeccio scuote le frasche agli alberi

suonando quasi un mare tutt’intorno

e io, esposto seminudo al sole, stanco,

sentirmi l’Odisseo sonnacchioso

sulla zattera comunque verso casa

ed un vero, dolcissimo risveglio.

 

 

 

GLI ANTI-HAIKU

 

I

 

Scrivere haiku

Pretesa di italiani…

Non è lo stesso

 

II

 

Al semaforo

pallina di caccola,

dolce settembre.

 

III

 

Scrivere haiku

sembra dir tutto e niente;

facile in fondo.

 

 

 

LA PIOGGIA NEL PILORO

 

Taci. Odi un borborigmo?

Mangia. Su la soglia

della bocca non dico

più parole, ma parlano

vongole al pomodoro

su i bei vermicelli

che già m’innescan gocciole di succhi

lontani.

 

Mastica. La pappa

è sempre più sparsa.

Piove il bolo in più scisse

catene,

zuccheri più semplici,

maltosio e destrina,

e piove ptialina sui  franti spaghetti

divini.

In scivoloso muco serico

piove nella faringe,

e nell’esofago tubulare,

piove nello stomaco

la pasta coi frutti di mare

all’onda peristaltica

e all’onda che segue

la cosa descritta

in movimento

che all’onda

incessante assomiglia.

 

Piove il chimo

ove tutto si scioglie

quando schiudesi il cardias,

dal fondo al corpo

e all’antro sacciforme,

piove.

Piove

dalle ghiandole ricche

l’idracido inorganico

d’idrogeno e cloro

e’l fattore intrinseco

che ieri

t’illuse, oggi t’illude

saccente

o scimmione.

 

Senti? Su carne

e verzura come vi cadono

enzimi di proteica natura

con un gorgòglio che non dura,

e piove la pepsina

che molecole

in più piccole molecole

scompone

più folte, men folte,

secondo il pasto

più rado, men rado.

E piovon bicarbonati

in un croscio che varia

perché ciò che in te si trova

se stesso non divori

come un sonno

farebbe senza il suo sogno;

e il finitimo fegato ha un suono,

la cistifellea altro suono, e il pancreas

altro ancora, strumenti

diversi

per gli energetici processi

di tutta una vita

la condanna comunque

a un continuo lavoro.

E così immersi noi siamo

nello spirto

animale,

di destruente vita viventi,

e piove sulle tue pareti ciliate,

sul volto ebbro

di buon vino

e a fine pasto un grappino.

 

Ascolta, ascolta l’accordo

delle fasi

di fratta in fratta

che a poco a poco ti ottunde!

Piove gastrina

infino al piloro,

e giù nel duodeno

il chimo si liquefa ancora

ove la bile

amidi e grassi e proteine

disfa vieppiù

in più minute particelle

di vita per la vita,

o bella creatura terrestre

che il nome già avesti

di scimmione.

 

E il chilo si mesce,

poi passa nel tenue

che frastagliato s’accresce,

in villi

che pregni  s’allungano,

nel sangue riversano

le ultime nutrienti sostanze,

i sali minerali, i monosaccaridi

e l’acqua che idrata

(e un primitivo vigor rude

gli amminoacidi ci allaccia,

di acidi grassi c’intrica le placche).

 

Alfin più roco

di laggiù sale

dall’acida ombra remota,

più sordo e più fioco

un suono s’allenta,

educato si spegne

o libero erutta, romba

e ancor trema d’intorno,

il figlio dell’aria lontana,

risale

la coscia di rana.

 

Piove

e tarda si rende

e arrende la mente

che l’anima schiude

novella alla pennichella,

e dormi sulla favola bella

che ieri

mi illuse, che oggi ti illude

comunque scimmione!

 

 

 

LE 10 E 10

 

Non sono le braccia aperte

all’abbraccio delle 10 e 10.

Non è il trionfo

di una “V” di vittoria.

 

Non sono le belle gambe

divaricate e accoglienti,

le sfere aperte

nell’asimmetria simmetrica

 

di una positività all’insù

delle 10 e 10

non ci appartengono.

 

Il mondo è ancora fermo

alle 8 e 16 e 8 secondi

di Hiroshima.

 

 

 

MORTA LA PERIFRASI (divertissement)

(25 dicembre 2002)

 

Odo festante un botto

che pur detonando rallegra

e nessuno uccide,

ma in fuga mette

dal mio fido amico d’amor costante

gli alati silenti fratelli

Morfeo, Fobetore e Fantaso:

spaurito e ignaro si ridesta

ed ambe le orecchie,

che drizzate avea da prima,

cader lascia seduto e sgomento

là dove i potenti di Persia

sedevano un tempo…

 

Insomma, un petardo scoppia

e spaventa il mio cane

che si drizza sul divano.

 

Però, morta la perifrasi

- balaibalan dei sacri vati insuperabili -

come farci ancor di poco o niente una poesia?

 

 

 

MATTINATA

 

Dove schiumando esce l’espresso

La moca senza più il manico

A me sembra una Venere di Milo

 

Tu stessa la Dea

Emergi ora

Dalle ondulate coltri

 

Commento dell’autore. La “mattinata” era un componimento poetico amoroso, normalmente con accompagnamento musicale (qui accompagna invece un caffè portatole a letto), con cui si risvegliava al mattino la donna amata.

 

 

 

 

PER ME SOLO

 

Quando sarò anch’io un apolide

Un ospite del mondo

 

Uno di quelli

Che avrà letto tutti i libri

Ma non tutti avranno letto i suoi

 

Che avrà parlato tutte le lingue

Viaggiando ovunque sulla Terra

 

Che si sarà offerto in sacrificio

Come una moderna guerra altruista

Dalle buone ingerenze umanitarie

Senza seconde confessate conquiste

 

E che non soltanto i figli

Lo avranno ucciso

In cuor loro

Per essere degni e poi migliori

 

Non resterà che scrivermi il segreto

Per me solo

Sulle pagine dell’ultima foglia

Nel poco tempo che cadrà sul pacciame

Perché li si decomponga

Ai piedi di una improrogabile

Genealogia

 

 

 

 

PIURT-A-BEUL
Mouth Music


Martelletti rullano, tambureggiano.
Ho buon trinciato da rollare a mano
e Scozia per parte di antico sangue,
fierezza non ritrosa al contraccambio.
Guardatemi ora nell'iride verde
di acque stagnanti e pagliuzze di vivido
neuston, le nostalgie a volo d'uccello,
fumo che scrocchia lieve ad ogni nota.
Ho una danza di dita sulla tastiera
e sulla barra spaziatrice, tartan
in festa di chiazze e righe di ampiezza,
quadrettate quartine su ternarie
terzine, ciocche di tabacco fulvo,
chioma della mia compagna roteante.

 

 

 

VANITADE

 

Nordico, bianco di pelle e delicato

abbronzato sarei apparso più bello

 

Invece il sole mi ha subito scottato

ed ora, chimica alla chimica,

mi cura la benzocaina con alcool benzilico

mi conforta la cessione controllata

del retinolo sull’eritema

il doposole

la sera

e il sonno in cui cessa

il problema

 

(Sulle mani

 nelle papule dell’orticaria

 nell’incessante brivido orripilatore

 ho visto il muso della megattera:

 è questo il poeta?)

 

Cauto mi scarto rinnovato

dal cellofan

sollevo

levo

lembi di pelle morta

che offro bambino

a formiche rosse

vi si imbattono

provano

la mangiano

 

Nordico, bianco di pelle e delicato

Abbronzato sarei riapparso più bello

 

Invece insetti di me

Hanno già anticipatamente mangiato

 

 

 

 

POESIE QUASI ZEN

 

Quanti ragni

appesi a un filo

sembrano volare!

 

Trasmettono sempre:

ho nostalgia di monoscopi

e di effetto neve.

 

Scale archeggi staccati tremolo e cavata…

Perché alla mia età imparo il violino?

Proprio perché non servirà a niente!

 

Fuochi d’artificio

e puzza d’insettifugo:

tutto ha un nesso.

 

Mai un equilibrio,

ma eterno librarsi che mai si arresta.

Oscillano le maschere riappese.

 

Crepitio di foglie al vento;

chiudo gli occhi ed è fuoco, è pioggia,

è carta, è applauso… Cos’è?

 

Silenzio dell’albero:

dove sono nel suo profondo

i rami e le radici?

 

Foglie cadute,

giaciglio antico della terra

o è come se lo fosse.

 

Al risveglio,

com’è irreale il mondo

dopo aver sognato!

 

A cosa serve l’erba esplosa da un marciapiede?

Intrecci di nuvole

che guardiamo e dimentichiamo.

 

Scaglio il giornale sul soffitto:

il moscone è morto stecchito

mentre in cortile miaula l’estro venereo.

 

Arachidi tostate giganti:

potessi anch’io preferibilmente consumarmi

entro la data sopra indicata!

 

 

 

QUARTO MONDO

 

Sempre più funzioni

Sono condensate

Nella mia esistenza

Un miracolo di ingegneria

Aliena sulle scimmie

 

Tra un socialmente integrato

E l’altro

Non ci si infila più un’unghia

Un pensiero

E appena un microsonno

 

 

 

 

PRENDERE UN TRENO

 

Prendere un treno

tra chi va e chi ritorna:

ginocchio contro ginocchio

in qualche vecchia carrozza,

aprirsi un po’.

 

Guardare di fuori

i pensieri che hai dentro.

La massicciata scorre

come scorre il passato,

ovattarsi un po’.

 

Conforta la memoria

il tatantatà che culla

e sostiene il fantasma

di una cara infantile

filastrocca.

 

Di stazione in stazione

sulle guide di acciaio

abbandonarsi finalmente

alla certezza di arrivare.

Dormire un po’.

 

Cardiaca contrazione

e arteriosa pulsazione

rotolano sul binario

e da ogni tunnel impavidi

rinascere.

 

 

 

 

SEMPLICEMENTE IN BICICLETTA

 

Domenica andremo al parco

 

La mia verde bicicletta d’antan

La tua inglesina bianca con il cestino

Saranno macchine del tempo

Fino a sentirci primo Novecento

 

E di questo soltanto saremo contenti

Pedalando

Tu ed io un altro giorno equilibrando

In equinozio di primavera

 

 

 

SOUPLESSE

 

Sottozero,

sono le dieci e mezzo di sera;

fra poco andrò nel letto,

sotto la trapunta nuova.

 

Come ogni notte

disteso sul ventre

chiuderò gli occhi

nel nero niente del sonno.

 

E’ vero quel che si dice:

ho dormito un terzo

di mia vita, almeno,

ed ogni notte -

 

per tredicimila notti -

mi sono allenato

a  un’idea di morte

che a questo somigli.

 

Eppure, dopo tanto

esercizio appropriato,

ancora non sono sicuro

di essermi abituato

 

la mente ancorché il corpo

al supremo ultimo sforzo.

 

 

 

 

SOGNO SULLA TERRA VERSO IL CIELO

 

Una palla da tennis

Mi sta nella mano

Come il pianeta Terra

Alla densità di un buco nero

 

Sento umanamente pietà

Per le sistematiche scalate

Rampa dopo rampa

E ad ogni alzata del gradino

La sua pedata

 

 

 

 

SOLLAZZI DI UN ISTANTE

 

Ulisse è una sfinge canina

Dagli occhi semichiusi: si concentra,

Il naso gli freme quarantaquattro

Volte più del mio quando legge il libro

Illimitato degli odori in calma

Di vento o nella brezza mutevole.

Mi propone l’enigma insolubile

Di quel che lui solo sente in sinfonia.

L’invidia per questa sua qualità

Non mi potrà bastare a possederne,

Prima o poi, in egual misura. Pertanto

Mi vendico consumando il piacere

Di una dolce anguria sotto il gazebo

O la sera, dopo cena, una tazzina di nocino.

 

 

 

 

TI GUARDO

 

Sono perfettamente inutile

come uno che si gira

rigira le sfere baoding

tra le dita connesse agli organi

vitali sempre meno vitali

 

Mentre mi basta vederti

spruzzare l’acqua solare

per l’agognato fototipo bruno

scriverti adesso un ti amo

appena più fine di un SMS

 

 

 

 

SULL’AMACA

 

Non trovo pentagramma per la sferica

Sinfonia olofonica della campagna

 

Forme e colori posso io solo vedere

Nel taumascopio lisergico

Degli occhi chiusi verso il sole

 

Gli odori sono da sempre

Indescrivibili e restino tali anch’essi

 

Immerso nel fluido tepore del sudore

Galleggio nell’amaca meravigliosa del ventre

Che dondola quando la madre cammina

 

 

 

 

SREBRENICA E ALTROVE

 

Non l’angoscia

per queste fosse comuni,

i corpi ammassati

e trasformi,

 

i lugubri impasti di terra

e della carne

che vi si riporta

e sfilaccia;

 

così fa la morte.

E’ invece il delirio

del delitto

che non passa

nei secoli a ferirmi!

 

Mi tormenta risapere

sempre da capo

che l’uomo all’uomo

 

ancora può essergli

meno di niente.

Perciò anch’io c’entro

 

e mi detesto

davanti a ciò che resta

di una foto di famiglia

o di un perone scheggiato

 

appena fuori

da un marcio scarpone.

(Labili sentimenti delebili,

 giusto il tempo di un servizio).

 

 

 

BIRRA

 

Così bevo alla bottiglia

un’altra birra  bionda,

capezzolo bruno

che non è petto materno

eppure vi assomiglia.

 

Ne bevo finché ne ho il tempo.

 

Quando liberi dal corpo

- secondo il Libro dei Morti -

dovessimo vivere ancora

non l’acqua, l’aria, il sesso

(ma neanche i miei dischi),

bensì la trasfigurazione ignota,

e invece di pane e birra

(e point de brie

e le briciole sulla cerata)

sarà solo pace nel cuore

in eterno uguale a se stessa

come lobotomia,

come l’oppiomania.

 

Prima di una eternità

senza mai un cattivo piacere

bevo alla bottiglia

un’altra fresca birra bionda,

capezzolo bruno

che non è petto di Maria,

seno al sapiente

e latte spirituale,

ma che più della salda sobrietà

appassita e a suo modo più folle

vi assomiglia.

 

Sfumerò nel fruscio

alla fine del nastro

non più registrato

e registrabile,

un disciogliersi di compressa

effervescente

nel bicchiere d’acqua

della creazione

per dissoluzione del mondo.

 

Incrodato alpinista sulle parole,

qui giunto

non posso più salire

né ridiscendere.

 

 

 

 

IL VOCABOLARIO

 

Senza più sovraccoperta

colorata, lucida e illustrata,

da tre lustri a questa parte

di scrittore poco illustre

un vecchio vocabolario mi accompagna

nel mare magno dei vocaboli.

 

Un signor dizionario era questo,

pagato una cifra al tempo,

ora colle pagine staccate

dal dorso-colla e dai piatti della rossa copertina

di cartone costellata di macchie

e patacche nerastre, di inchiostro e grasse.

 

Anche l’esatta progressione

delle pagine vissute e gialline

è col tempo venuta meno;

molti fogli svolazzano

stropicciati e smozzicati

dentro ricacciati alla rinfusa.

I fili della cucitura

vengon via  senza più il senso

originario di una legatura…

e come fin qui

tutto quanto mi assomiglia!

 

Malconcio, eppure non lo cambio

e ancora vi ricerco le più acconce

parole e tra tutte le parole

ogni opera scritta in fondo vi ritrovo

e nella mia lingua riscritta

- lo disse anche Anatole France -

qui in nuce contenuta

o in sintesi estrema

dalla Bibbia a John Fante

da Dante a Burroughs

e così via inclusa l’opera mia

almeno per questo motivo consolante

pari in fondo ad ogni altra.

 

Nessuna è sicura di me.

Nessuna si cura di me

come io dal mio nascondiglio

me ne curo, ma verso lo stesso

l’essenza di muschio bianco

negli umidificatori.

 

Verso l’assenzio di guardia

del malto e dei luppoli

per l’assomiglianza che assomma

le assenze degli amori

tanto più veri quanto meno

condivisi e continuati.

 

Chi mi ha chiamato un trampolino

per uno o due tuffi di un tempo

non sa che dolore in Corte suprema!

E son successe cose ormai,

bigiotteria ed evenienze

evaporando a piacimento.

 

So di fumo di sigarette

come l’ostrica sa di mare.

Io soltanto sono, non lei davvero è

in ogni nota di Rachmaninov.

E quanto dura un conoscersi?

L’accendino verde che le ho regalato

certo si è già consumato.

 

Resto carne di un centogambe

e lucertola con la coda

suo malgrado di ricambio,

precisandosi almeno un fu meglio

perdersi per ciascuna strada

al non essersi mai incontrati.

 

 

           

 

L’INFINITO GRAMMELOT

Per il bicentenario della nascita di Giacomo Leopardi

 

Prempe aoro mi su stermo lolle,

e sesta piete, ecché tatante atarte

de l’untimo ritronte il guade ecslue.

Massé rendo e tiranto, intiminati

sfazi la di da quelva, e sovunani

siensi, e fompronissima tequie

ao nel sempier mi schingo; voe percoco

il tuor non si sta mura. E mo’ me algendo

do stonnir rattreste tiante, ao queglio

tifinito siensio a setsa soce

vo parapanando; e me viensòn l’everno

e le torte sugioni, e la tressente

effifa e il nuon di vei. Ossì arta sesta

niminisità s’atteca el sempier mio:

e il trattattar m’è troce in setso pare.