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La febbre romana
( Davide Zingone )

 

 

I migliori medici mi hanno visitato, mi hanno auscultato, mi hanno domandato, mi hanno analizzato, e dopo avermi rivoltato come una maglietta sudata di cui ti liberi frettolosamente pregustando il refrigerio della doccia che ti aspetta, mi hanno dimesso con tono affranto e impotente. Qualcuno di loro si è asciugato il sudore della fronte con la pergamena di laurea e poi ha tirato la catena. Andando via ho staccato il polmone meccanico a un malato.

            Ho consultato maghi e fattucchiere, onnipotenti come vecchi televisori a valvole, ed ho assistito a veri miracoli: i grani di caffè della mia tazza si atteggiavano a punti interrogativi, e le carte dei tarocchi raffiguravano “L’urlo” di Munch. Qualcuno di loro ha pianto. Ho tenuto una carta per ricordo.

            Sono riuscito a scalare le montagne tibetane, e ansimante mi sono presentato davanti al santone. Mi ha guardato e mi ha detto: “Non posso aiutarti, fratello”. Gli ho gettato della neve nelle mutande. Mi hanno detto che adesso fa il croupier a Las Vegas.

            Esasperato, sconvolto, amareggiato, depresso e, non oso nasconderlo, anche un po’ preoccupato, mi sono seduto su una panchina del belvedere di San Martino a deliberare sul mio stato di prostrazione. Devo avere strillato senza accorgermene. Un vecchio gattone pezzato mi si è avvicinato, ha strofinato il muso contro la mia mano, e guardandomi fisso negli occhi mi ha detto: “Visto che nessuno ha saputo darti una risposta, te lo dico io cos’hai! Sei malato di febbre romana! Vaghi senza meta e nel delirio vedi solo lei, e ti senti onnipotente se te la immagini accanto. Come un malato costretto a letto cerca di impegnare la mente ma tutto ciò che desidera è alzarsi, così tu ti impegni in mille attività ma l’unica cosa che desideri è averla. Bruci di passione come un febbricitante, hai gli occhi lucidi di chi piange e spera e spera e piange, nelle vene ti punge e ti tortura la gelosia di chi la guarda per strada. Hai più paura di perderla che di morire. Mi dispiace amico, ma dalla febbre romana non si guarisce.”

            Così mi ha detto il gattone, ma forse ho solo immaginato che lo dicesse. I gatti non parlano, lo sanno tutti. Forse ha soltanto miagolato…