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Il signore delle mosche apriva e chiudeva porte,
rideva e ghignava su altri
che in principio erano stati noi stessi,
pomelli macchiati da tempo
e impronte su vetri che nacquero specchi
per vantare le glorie di un urlo.
Il signore delle mosche confidò agli altri:
“Voglio pietre lisce come cose sognate”
e mordendosi i palmi strappò via
il sonno a chi aveva da poco finito di scavare.
Non trovai mai la mia fossa
ma solo coloro che mi dissero di averla sterrata.
Muto (il signore delle mosche) leccò la pomice
come gatta in fasce di fili e erbe
e gracchiò sordo sul dorso
dell’infame, colui che scavò prima e dopo.
La notte si carezzava da sola
come donna in attesa,
come Ester sulle scale,
come Cris tra lacrime e bordelli
come mamma con scialle e coltelli.