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1
Fu al party di una loro comune amica che Steven e William s’incontrarono per la prima volta.
Alto, muscoloso, pelle abbronzata ed un boccale di birra in mano, quest’ultimo era il classico spaccone che non manca mai a nessuna festa che si rispetti.
Nel momento in cui Anna lo avvicinò, William era accerchiato da uno sparuto gruppetto d’ascoltatori ai quali stava descrivendo, con notevole dovizia di particolari, il modo in cui aveva ridotto un borseggiatore che qualche giorno prima, in metropolitana, aveva avuto la malaugurata idea di soffiargli il portafoglio.
<Wil, c’è qui una persona che dovresti conoscere>, disse Anna, sfiorandogli leggermente la spalla per richiamare la sua attenzione.
William si girò lentamente, mandò giù un’abbondante sorsata di birra, quindi guardò incuriosito il giovane ragazzo magro dalla carnagione chiara che gli stava di fronte.
<Wil, ti presento Steven Allard>.
Per qualche breve istante la piccola folla rimase in silenzio, quasi che dalla reazione dell’energumeno fosse dipeso l’esito della futura conversazione, poi finalmente egli parlò.
<Ti conosco di fama, sei quello dei racconti del terrore. Come ti vengono in mente tutte quelle stronzate che scrivi?>.
Steven pensò che come inizio non c’era male; William era senz’altro un demente del tutto privo di sensibilità, e la colpa non era neanche della birra, giacché da sobrio probabilmente era anche peggio.
<Io non le chiamerei in quel modo>, rispose comunque pacatamente lo scrittore, <La letteratura del terrore è una forma d’intrattenimento piuttosto apprezzata, forse proprio perché riesce a scavare così a fondo nell’inconscio umano da riportare a galla quelle paure ataviche che, per la stessa natura razionale degli uomini, rimarrebbero talvolta altrimenti sopite>.
Il bisonte guardò Steven con occhi smarriti, quindi si esibì in un’espressione d’arte così profonda da fare rabbrividire qualsiasi esteta, in altre parole un sonoro rutto.
Qualcuno degli spettatori si lasciò sfuggire un breve risolino.
<Non ho capito un cazzo!>, ammise infine il gorilla.
<Lo immaginavo. Proviamo a spiegarlo in modo più semplice. Hai mai avuto paura?>.
<Certo che no!>.
<Mi sarei stupito del contrario, solo gli stupidi e gli impavidi non hanno mai paura>.
Altro risolino.
<Stai affermando che sono uno stupido?>.
<Assolutamente no, voglio dire che sei un impavido, ma forse conosco il modo di spaventarti>.
La conversazione stava assumendo una piega sempre più interessante, e all’iniziale gruppo di curiosi si era aggiunta una buona parte dei partecipanti alla festa.
<Hai mai letto una storia di fantasmi?>, gli chiese Steven.
<Qualche volta mi è capitato, ma non crederai che sia sufficiente una favola per marmocchi per farmi cagare addosso!>.
Allard assunse un sorriso sornione ed incrociò lentamente uno ad uno gli sguardi delle persone che gli stavano intorno, quindi, prima di rispondere alla domanda, lasciò passare qualche secondo in modo da accrescere l’effetto scenico.
<Il problema non è la favola di per sé, ma il grado d’immedesimazione che riesci a raggiungere, e se la bravura dello scrittore è determinante, anche l’atmosfera del luogo in cui ti trovi non è da meno>.
<Spiegati meglio>.
<Facciamo un esempio: io non credo che esista un solo racconto al mondo, a prescindere dalla bravura di chi l’ha scritto, che letto in questa stanza, in mezzo alla confusione, riuscirebbe ad inquietarti. Adesso, invece, supponi di trovarti in una casa che ha fama di essere infestata, oppure in un cimitero, di notte e completamente solo… non credi che questo cambierebbe qualcosa? Stuzzicata dall’atmosfera lugubre del posto, io ritengo che la tua reazione al racconto sarebbe molto diversa, e sarei piuttosto ansioso di verificare queste congetture>.
A questo punto Steven, che oltre all’attenzione del suo interlocutore era riuscito a catturare anche quella di tutti i presenti, capì di avere la situazione in pugno; il suo prossimo obiettivo era ricacciare in bocca a quel bestione le offese precedenti, e aveva già una mezza idea in mente.
<Posseggo una vecchia dimora appena fuori città; un tempo vi abitava una zia, ma ormai è morta da parecchi anni, e da allora nessuno vi ha più messo piede. Credo che potrebbe essere il luogo ideale per una scommessa, cosa ne dici, William? Pensi di essere abbastanza coraggioso da passarci una notte in compagnia di una stuzzicante favoletta dell’orrore?>.
Il pachiderma rimase letteralmente di gesso. La proposta gli giunse quanto mai inaspettata, e reagì nel modo che gli era più congeniale, e cioè attingendo dal boccale un’unica poderosa sorsata la quale finì per prosciugarlo completamente.
<Non hai forse detto>, continuò Allard, <che in vita tua non hai mai conosciuto la paura? Ora io ti sto offrendo la possibilità di dimostrarlo a tutti i presenti, me compreso. In cambio devi solo entrare in quella casa e leggere un racconto che io intendo scrivere per l’occasione; appena avrai fatto tutto questo potrai uscire da lì, e se mi dimostrerai di averlo letto fino in fondo allora io ammetterò che quelle che scrivo sono tutte stronzate, incapaci di spaventare anche un moccioso di dieci anni. Tuttavia, se per qualche motivo tu ti farai sopraffare dal terrore e abbandonerai la casa anzitempo, allora sarò io ad aver dimostrato che non sei così coraggioso come affermi di essere>.
Gli occhi del pubblico adesso erano tutti puntati su William, intorno al quale si era creato un silenzio di tomba. Il colosso continuò a fissare il fondo del bicchiere vuoto per qualche secondo, poi lo sbatté improvvisamente sul tavolo adiacente e tornò ad affrontare lo sguardo dello scrittore.
<Accetto la scommessa>, tuonò William imbufalito, <e leggerò la tua dannata storia fino in fondo, non sono un codardo! Tuttavia cerca di non dilungarti troppo, io odio leggere!>.
<Ti chiamerò io non appena sarò pronto, e Anna farà da testimone>, sibilò Steven compiaciuto, <adesso tuttavia è tardi e preferisco tornare a casa, tra l’altro mi è già venuta l’ispirazione per un buon racconto che potrebbe fare al caso tuo>.
Allard salutò tutti i presenti, diede un bacio sulla guancia ad Anna, quindi per ultimo si rivolse a William.
<Piacere di averti conosciuto, uomo impavido>, disse ironicamente prima di richiudere la porta dietro di sé.
2
Pochi giorni dopo il telefono di William squillò.
<Pronto? Chi? Ah, sei tu… si, certo, mi ricordo della nostra scommessa. Come dici? Stasera a mezzanotte? Puoi giurarci che ci sarò!>.
<Perfetto. Adesso ascoltami molto chiaramente>, gli ordinò Steven, <devo spiegarti un paio di cosette molto importanti sulla casa. Per prima cosa ti raccomando di andarci da solo, altrimenti la scommessa non sarà valida. Ho lasciato l’ingresso aperto, tutto quello che devi fare è entrare e dirigerti nello studio, che è la prima porta a sinistra. Appoggiato su un tavolo troverai il manoscritto, inutile dirti che dovrai leggerlo fino in fondo>.
<Come farai a verificarlo?>.
<Anna ed io saremo in giro lì intorno, se è questo che intendi, e ti aspetteremo fuori della casa appena uscirai>.
<Complimenti, sembra che hai proprio pensato a tutto>.
<infine, e questo è davvero importante, ti devo pregare di non curiosare nelle altre stanze, soprattutto non recarti al piano di sopra o in cantina; la casa è molto vecchia e non vorrei ti accadesse qualcosa di spiacevole>.
<Si, certo, come no!>.
<Adesso prendi carta e penna e segnati l’indirizzo>.
<Carnby Street…>, ripeté William mentre si annotava il nome della via sul taccuino, <numero sessantasette. Non mi sembra un quartiere molto allegro>.
<Fa parte della scommessa>, gli ricordò Steven, <preferivi forse un centro commerciale?>.
<Davvero molto spiritoso>.
<Allora non mi rimane che augurarti buona fortuna, caro William, e mi raccomando, cerca di non spaventarti troppo, okay?>.
<Spaventarmi? Spero invece di non annoiarmi!>.
<Questo lo vedremo!>, disse Steven prima di riattaccare per primo il telefono.
3
Puntuale come un orologio svizzero, a mezzanotte in punto William parcheggiò la sua Mercedes davanti al 67 di Carnby Street. La prima impressione non fu per niente positiva, e Wil dovette ammettere che Steven non avrebbe potuto scegliere luogo migliore per la sfida.
Il quartiere era deprimente già di per sé, con tutte quelle case decrepite che difficilmente avrebbero potuto essere ancora abitate, ma la bicocca di Steven era di gran lunga la più fatiscente.
Il cancello cigolò sui cardini, come nella migliore tradizione dei film horror, quindi, dopo aver attraversato un vialetto che nessuno curava più da parecchi anni, William spinse la porta ed entrò.
All’interno la situazione era anche peggio: da quella poca luce che riusciva a filtrare attraverso i buchi delle imposte, William riuscì a percepire uno stato di totale abbandono. La polvere regnava su tutto incontrastata, e i pochi mobili rimasti erano quasi tutti coperti da lenzuoli bianchi, i quali rendevano la scena ancora più angosciante.
A fatica Wil raggiunse l’interruttore della luce, ma scoprì con disappunto che i fili probabilmente erano stati tagliati da parecchio tempo.
<Come cazzo farò a leggere quel dannato racconto, se non riesco nemmeno a vedere la punta del mio naso?>.
Le parole rimbombarono come se fossero state pronunciate all’interno di una cattedrale; in effetti, William si rese conto che la stanza in cui si trovava era veramente spaziosa. Alla sua sinistra notò infine l’ingresso dello studio.
<Tanto vale entrare>, pensò rassegnato.
Curiosamente questa camera, che pure era piuttosto spaziosa, non era trascurata come il resto della casa. Da un lato s’intravedeva una gigantesca libreria, che con la sua mole arrivava fin quasi al soffitto. Numerosi libri erano disposti ordinatamente sugli scaffali, ma a causa del buio William non riuscì a capire quali argomenti trattassero. Sulla destra, un enorme dipinto (o forse era un affresco) riempiva quasi completamente la parete, mentre nel muro di fronte a lui, una strana porta dava in chissà quale parte della casa.
La scrivania occupava il centro dello studio, e sopra di lei un oggetto risplendeva di un bianco quasi innaturale. Wil si avvicinò e scoprì che si trattava proprio del manoscritto. Sul tavolo c’erano anche quattro o cinque candele; una l’accese immediatamente con l’accendino.
Adesso che la stanza era notevolmente rischiarata, William notò quasi immediatamente tre particolari piuttosto anomali. Il primo riguardava i libri; la maggior parte di essi, infatti, erano tomi di magia nera, e anche se lui non era per nulla un esperto, titoli come “Il Grande Libro dei Morti” o “I misteri dell’Oltretomba” erano abbastanza inequivocabili. La seconda stranezza era costituita dal dipinto; un esame più approfondito svelò che il soggetto di quell’affresco (poiché proprio di questo si trattava) era una specie di paesaggio lunare, in cui erano raffigurati dei piccoli esseri informi nell’atto di venerare un’orrenda creatura senza volto, il cui corpo terminava in una serie d’innumerevoli tentacoli. Il terzo ed ultimo mistero era rappresentato dalla porta al centro della stanza, che la luce della candela aveva rivelato essere costruita in solido e lucente acciaio; al centro della porta, qualcuno aveva tracciato una specie di stella a cinque punte, completando infine il disegno con degli strani ideogrammi.
<Davvero notevole!>, pensò William, <Guarda un po’ che razza di messinscena ha architettato quello scrittore da quattro soldi. Scommetto che adesso è nascosto da qualche parte con quell’altra cretina e se la sta ridendo alle mie spalle. Tuttavia ci vuole ben altro per impressionarmi>.
Poiché non c’era nessun candelabro, Wil fece colare un po’ di cera sul tavolo, poi vi conficcò la candela e ve la tenne appoggiata, finché questa rimase in equilibrio senza il suo aiuto.
<Sarà meglio che adesso inizi a leggere il racconto di quello svitato, così prima finisco e prima me ne potrò andare da questo posto deprimente.
Il manoscritto di Steven cominciava così:
Finalmente tutto è pronto. Stasera le stelle saranno perfettamente allineate, ed io potrò compiere l’esperimento. Ho disegnato un pentacolo, nel pavimento della soffitta; è il posto più adatto per l’evocazione, poiché da lì potrò scrutare costantemente il cielo nell'attesa del segnale. Spero per la salvezza della mia anima che tutto proceda nel migliore dei modi. Se riuscirò, potrò chiedere al demone tutto quello che vorrò, e lui sarà costretto ad ubbidire, tuttavia, se qualcosa dovesse andare storto… preferisco non considerare neppure quest’ipotesi. Alla mia età non posso permettermi di fallire; il prossimo allineamento sarà fra trent’anni, e non credo che sarò ancora vivo.
Adesso, poiché la notte è ancora lunga a venire, preferisco riposare un poco; più tardi avrò bisogno di tutte le mie forze.
Prego gli Dei di vegliare il mio sonno, e di assistermi nel momento supremo.
<Devo ricredermi nuovamente>, ammise William, <queste puttanate non sono poi tanto male. Tra l’altro non mi stupirei se anche in questa casa esistesse una soffitta, e quel pazzo ci avesse disegnato sul serio un pentacolo>.
Un leggero spiffero d’aria lo investì in pieno viso; misteriose ombre danzarono al frenetico ritmo dettato dalla fiamma della candela. Wil dovette riconoscere che la teoria di Steven non era del tutto sballata. L’atmosfera di quel luogo rendeva le pagine tremendamente reali. Oppure era il manoscritto a permeare la stanza della sua trasudante inquietudine?
Probabilmente tutte e due le cose…
Ma da dove era giunto quello spiffero d’aria gelida? La stanza era completamente chiusa e non aveva finestre.
William voltò pagina.
Che Dio mi perdoni.
L’evocazione non ha avuto successo. Sinceramente non riesco a capire dove ho sbagliato; forse ho commesso qualche errore nel tradurre gli antichi testi. Inizialmente sembrava che tutto filasse liscio: il pentacolo, l’allineamento delle stelle, la formula magica… Un fascio di luce ha illuminato la soffitta come se fosse giorno, poi vi è stata un’enorme esplosione che mi ha scaraventato a terra; quando mi sono rialzato, al posto del demone che avrebbe dovuto comparire, in mezzo alla piccola stanza troneggiava una creatura così immonda che neppure l’Inferno più corrotto avrebbe potuto vomitare. Il suo corpo era simile ad una nube di vapore, pertanto apparentemente privo di consistenza, ma da esso si dipanava un numero impressionante d’appendici, le quali terminavano in fameliche bocche che cercavano in ogni modo di raggiungermi; l’entità, inoltre, aveva un odore insopportabile, simile alla puzza della decomposizione, ma il particolare più agghiacciante era che dove avrebbe dovuto esserci la testa, troneggiava invece il vuoto più assoluto, l’essenza stessa del nulla cosmico.
Fortunatamente mi ero preparato all’eventualità di un fallimento, e nel pavimento avevo tracciato un secondo simbolo cabalistico, il quale ha impedito alla bestia di assalirmi confinandola all’interno del pentacolo.
<La stessa creatura dell’affresco!>, esclamò William, sollevando un poco la candela per osservare di nuovo quel dipinto osceno; non c’era dubbio che Steven vi si era ispirato per scrivere il suo delirante racconto.
Negli ultimi giorni, Dio solo sa di quanti infruttuosi tentativi mi sono reso protagonista allo scopo di riaprire il varco per mandarla indietro. Alla fine ho dovuto desistere; è chiaro che non disponevo delle conoscenze necessarie per compiere questo rito.
La soffitta, tuttavia, non era il luogo più adatto per custodire una simile mostruosità, così ho fatto costruire una porta di metallo (talmente solida da resistere anche ai colpi di un cannone) che ho collocato all’ingresso della cantina, trasformandola in una vera e propria prigione.
Conosco delle formule magiche che, non senza difficoltà, mi hanno permesso di costringere la bestia ad entrarvi (ho scoperto che teme alcuni simboli pagani, nonché altri di cui io stesso ignoro il vero significato, antichi più del mondo), dopodiché sulla porta ho praticato un potente incantesimo che per un po’ di tempo dovrebbe bastare a tenerla confinata là sotto. Il problema è che tale incantesimo, affinché rimanga efficiente, deve essere continuamente rinnovato, ed io non so per quanto tempo ancora riuscirò a farlo; quest’avventura ha gravemente debilitato il mio fisico, già di per sé provato dalla vecchiaia, e non mi rimane molto da vivere su questa terra. Il rimorso di quello che ho fatto non mi lascia un attimo di tregua, ed onestamente tremo al pensiero di quello che potrebbe accadere se la creatura riuscisse un giorno a fuggire dalla sua prigione.
Il manoscritto terminò così.
William rimase seduto ancora per qualche minuto, poi si accorse che la candela era quasi consumata e n’accese un’altra.
<Dunque la creatura sarebbe ancora in questa casa>, pensò con una punta d’ironia, <magari in compagnia dell’uomo nero! Se Steven pensava di intimorirmi con queste sciocchezze si è sbagliato di grosso; la trovata del dipinto è piuttosto ben congegnata, così come quella della porta, ma io non m’impressiono così facilmente>.
Wil raccolse la candela e si diresse verso l’uscita, ma fu a quel punto che sentì il rumore.
<Steven, sei tu?>, chiese senza ottenere risposta.
Lo stanza era ripiombata in un silenzio di tomba, ma quel suono metallico, come se qualcuno avesse picchiato sulla porta d’acciaio che dallo studio conduceva chissà dove, gli continuò a rimbombare nelle orecchie per un buon minuto.
<Ti sei nascosto là dentro?>, urlò Wil, <Mi dispiace per te, ma a questo punto ritengo di aver vinto la scommessa, perciò adesso uscirò da qui e mi godrò il mio momento di gloria>.
William afferrò la maniglia e la premette verso il basso, ma qualcuno aveva chiuso la porta dall’altra parte.
<Steven, dannazione, non capisci quando hai perso? Fammi uscire subito. Questo non fa parte degli accordi!>.
Un altro colpo metallico risuonò alle sue spalle.
<Dunque sei lì dietro!>, rifletté Wil, <Ora comincio a capire tutto. Quel bastardo vuole farmela pagare per aver criticato i suoi racconti, e quella troia di anna lo sta aiutando>.
I colpi metallici si susseguivano adesso in rapida successione.
<Okay, Steven, adesso vengo a prenderti!>.
William rischiarò la porta di metallo con la candela; osservando più attentamente notò che per aprirla non era necessaria nessuna chiave, ma bastava spingere un catenaccio. Un leggero sforzo e l’entrata fu spalancata; dallo studio, una ripida scala di mattoni in pietra grigia scendeva verso il basso. Prima di scendere, Wil afferrò una statuetta di bronzo dalla scrivania e la mise in tasca: l’avrebbe usata come oggetto contundente se Steven avesse tentato d’aggredirlo. Improvvisamente, infatti, si rese conto di non conoscere quasi nulla riguardo allo scrittore, il quale avrebbe anche potuto essere un pazzo paranoico.
Maledicendo il giorno in cui aveva accettato quella sfida, iniziò suo malgrado a discendere i gradini.
Procedendo cautamente, per non mettere un piede in fallo sul pavimento reso scivoloso dall’umidità, William arrivò in breve alla fine della scala; la candela non riuscì a illuminare tutta la cantina, ma quest’ultima, a giudicare dalle dimensioni, doveva estendersi per una superficie più vasta di quella che occupava la casa stessa. Istintivamente, Wil afferrò la statuetta.
<Dove cazzo ti sei nascosto?>, urlò con tutto il fiato che aveva in gola.
Nessuna risposta.
Egli continuò allora ad avanzare in linea retta, e ben presto si rese conto che quel posto assomigliava ad una vera e propria catacomba.
<Non mi stupirei di trovarci qualche scheletro incatenato alle pareti!>, sogghignò.
L’aria era eccessivamente umida, quasi irrespirabile, e la sua maglietta era fradicia di sudore.
All’improvviso un soffio d’aria gelata fece spegnere la candela, e Wil rimase al buio.
<L’accendino!>, imprecò.
La sua mano frugò disperatamente in tutte le tasche, ma dopo pochi istanti ricordò di averlo lasciato di sopra sul tavolo.
Nel mentre, un tanfo nauseabondo si disperse nell’aria, così potente da fargli quasi perdere i sensi; una sciocchezza, comunque, se paragonato alla voce disumana che si stava levando dal nulla e invocava il suo nome.
Wil girò rapidamente su sé stesso ed iniziò a correre verso le scale; al buio scivolò più volte sui gradini, ma riuscì comunque a ritornare nello studio e a chiudere la pesante porta d’acciaio dietro di se.
<Steven, bastardo!>, strillò William disperato, <Stavolta hai esagerato! Aspetta che esca di qui e te la farò pagare!>.
Intanto il lezzo primordiale si stava diffondendo anche in quella stanza. Qualcuno aveva salito le scale e stava sferrando alla porta dei colpi di potenza inaudita.
Wil cominciò a piangere… nello stesso istante il suo cellulare squillò.
<Hey, bestione>, disse la voce dall’altra parte, <me l’immaginavo che eri un codardo>.
<Steven, pezzo di merda, aprimi immediatamente o t’ammazzo!>.
<Ma che cazzo dici? Sei diventato scemo?>.
<Ti ho detto di tirarmi immediatamente fuori di quiiiii!>.
<William, ma si può sapere dove sei? Anna ed io ti stiamo aspettando da più di un’ora!>, chiese Steven preoccupato.
<Come sarebbe che non sai dove sono? Sono nella tua cazzo di casa, e se volevi spaventarmi ci sei riuscito! Ma adesso ti prego, fammi uscire!>.
La porta stava cedendo; dalle ferite della lamiera contorta s’iniziavano a intravedere gli stampi di poderosi artigli disumani.
<William, noi credevamo che tu non venissi più. Ti ho telefonato perché ero convinto che tu avessi rinunciato alla sfida>.
<Io non ho rinunciato, non sono un codardo! A mezzanotte in punto ero qui, davanti al sessantasette di Carnby Street!>.
<Come hai detto? Sessantasette? Ma la casa di mia zia è il numero settantasette, S-E-T-T-A-N-T-A-S-E-T-T-E! Dannazione Wil, hai sbagliato a trascrivere l’indirizzo! Quella in cui sei finito non è la casa di mia zia!>.
La porta cedette con uno schianto.
<William, cos’è stato? Per l’amor di Dio, William, rispondi!>.
La creatura senza testa entrò nello studio.
Tentacolari bocche affamate scivolarono nell’aria.