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I fantasmi della guerra
( Alda Teodorani )
Gli Usa minacciano un’altra guerra. I padroni del mondo hanno bisogno di espandersi. Mio padre mi dice, con tono sconsolato, dopo aver ascoltato per una ventina di minuti le mie recriminazioni: «Ma non sai ancora come vanno le cose? Senza guerre le loro fabbriche di armi dovrebbero chiudere... oltre a tutto il resto».
E’ proprio in quel momento che suona il cellulare. Saluto velocemente mio padre, con cui sto parlando dal fisso, rispondo chiedendo «chi è?» ancor prima di dire “pronto” o “buongiorno” tanto per far capire subito che non voglio rotture di palle. E invece si tratta di Fabio Giovannini che con voce cavernosa mi dice: «Sono Ivo Scanneeerrr».
Bene, se voleva farmi ridere c’è riuscito benissimo. E ascolto il resto, quello che ha da dirmi di serio.
Quando chiudo la telefonata sento un’espressione perplessa contrarmi la fronte. Anche se ho attaccato la bandiera della pace al balcone, e ho partecipato alla marcia pacifista del 15 febbraio 2003, la più grande e affollata che io mi ricordi, non ho mai affrontato il tema “guerra” nella mia narrazione.
Rifuggo i telegiornali, i fatti di cronaca, il sangue vero, accontentandomi dei ritmi consolatori che ha l’horror letterario e cinematografico, della sua carezza catarchica, con la possibilità che mi concede sempre di metter fine ai fatti sanguinari con un semplice gesto.
Fisso il telefono, quasi potesse darmi una spiegazione con le sue correnti di onde che vanno e vengono e aspettano di penetrare nel mio cervello.
Mi chiedo se posso chiamare qualcuno, qualcun altro dei neo-noir, corrente letteraria in seno a cui nasce questa nuova antologia sugli orrori della guerra, ma non mi viene in mente nessuno.
Esamino una a una le possibilità che potrei avere: Giovannini è stato chiaro, non si sa quando uscirà il libro quindi inutile parlare della guerra di oggi... bisogna sceglierne una ed evidenziarne l’orrore.
Penso ai popoli che più di altri mi stanno cari. Penso, per esempio, ai senzaterra mediorientali, i Kurdi. Ripercorro mentalmente la loro storia, che conosco poco perché fondamentalmente sono ignorante in storia. Odio la storia, specie quella che mi hanno insegnato a scuola, quella dei potenti, dei sovrani, dei grandi nomi. Avrei voluto sapere cosa facevano i loro popoli, di che cosa si nutrivano, quali erano le loro ribellioni... ma quelle venivano sempre soffocate nel sangue. Quasi come quelle di oggi. Il Kurdistan è una regione magnifica. Non ci sono mai stato, anche perché non è più presente sulle cartine da molto prima che nascessi, ma ne ho visto le immagini su Internet. E’ l’antica Mesopotamia, la culla dei fiumi Tigri ed Eufrate, del monte Ararat, che ancora campeggia sulla bandiera Kurda, una bandiera che continua a sventolare nonostante la nazione che rappresenta sia stata smembrata e suddivisa tra gli stati circostanti. Non esiste più un popolo Kurdo, non una lingua Kurda, né una nazione, e i tentativi di riaffermare un’identità nazionale vengono soffocati nel sangue.
Penso ancora ai palestinesi, al libro appena letto di Jean Genet, ai massacri che descrive, ai bambini sepolti sotto le macerie dei bombardamenti. Penso ai mille altri paesi nel mondo dove la fame e la guerra, spettri insaziabili, banchettano col sangue e i corpi dei bambini.
Penso al vietnam, di quando io ero piccolino e accompagnavo mia sorella da un suo amico che aveva in camera un manifesto con centinaia di cadaveri dei vietnamiti uccisi. Non c’era terra o cielo in quella foto, solo cadaveri, soprattutto di bambini.
Penso ad altre nazioni che non conosco, come ad esempio l’Irlanda, o la Serbia, alle guerre religiose e fratricide che ancora insanguinano la nostra Terra, che si vorrebbe cos“ progredita eppure non sa fermare la barbarie.
Ho in casa un libro di Gino Strada che racconta territori di guerra. Ho molte riviste a cui sono abbonato e che non ho mai aperto, terrorizzato dal sangue che illustrano. E poi c’è Internet, il grande serbatoio di notizie a cui nulla ormai può sfuggire.
Comincio con Strada, subito dopo cena. E continuo a leggere anche da letto.
Mi si imperla di sudore la fronte e poi, quando mi sento soffocare, e la vista mi si appanna per le lacrime, decido di smettere. Spengo la luce e provo a dormire.
Nel buio della stanza ho sentito un fruscio. Pensando fosse il gatto ho acceso la luce, ma accanto a me non c’è quella belva tigrata che si sente in dovere di svegliarmi ogni notte.
Sul pavimento, vicino al mio letto, c’è un bambino nordafricano.
Mi saluta agitando il moncherino, quel che è rimasto dopo che ha giocato con una mina.
E’ stato fortunato? Non credo.
Sospiro e anche se i suoi occhi sono colmi di lacrime - vorrei poterlo consolare - mi giro dall’altra parte, cerco di nascondermi sotto le coperte e di riacciuffare il sonno. Che non tornerà.
Ho continuato per tutto il giorno a frugare nel web. Verso sera ho telefonato a Fabio chiedendogli cosa ha intenzione di scrivere. Mi racconta di alcune scene particolarmente cruente, tutte accomunate dall’unico fil rouge della guerra.
Mi tormenta l’idea che non ci siano protagonisti, in un racconto di questo tipo. Riecheggia nella mente la canzone di De André, che ho sentito cantare alla marcia per la pace... “Sparagli Piero, sparagli ora...”
Non ci sono vincitori e vinti. In guerra si perde sempre, me lo ha insegnato Brecht. Ma anche se non me lo avesse detto lui, lo avrei saputo ugualmente.
Stasera lascerò perdere la lettura da corrispondenti di guerra. Non voglio incubi.
Mi sveglia un pianto lancinante.
Non accendo la luce. Me ne sto al buio, ascolto la pesantezza del mio corpo, sono incapace di reagire. Il pianto continua e lentamente mi sveglia del tutto.
E’ una donna palestinese, seduta sul pavimento, con la sua kefiah nera e bianca sulla testa, che tiene tra le braccia un bambino. Il piccolo corpo è interamente nudo e straziato dalle ferite. Il sangue scorre sul pavimento e ha formato una pozza scura attorno al letto. Scendo dal letto, immergendo i piedi nel liquido caldo e viscoso e la raggiungo. Il sogno è talmente reale che sento il suo odore, e l’odore di sangue e di morte (la morte ha un odore... finora non l’avevo mai saputo) che emana dal piccolo corpo.
Mi siedo accanto a lei e comincio a cullarla, la stringo a me, lei con il suo bambino.
Mi addormento così, stringendola e sussurrandole qualcosa... stronzate, inadeguatezze che non sono nulla in confronto al suo dolore.
Quando mi sveglio, ho il pigiama completamente bagnato di sangue. Mi si forma un groppo in gola.
Con questa storia del racconto ho aperto una porta sull’orrore... Non voglio pensarci.
Vorrei che fosse il mondo a cambiare. Il fatto che sia io a ritrovarmi immerso negli orrori della guerra non lo rende migliore e non cambia niente. Non accetto quel che non capisco. Faccio finta che non sia successo nulla e ricomincio la mia giornata. Le mie ricerche su internet hanno subito una battuta d’arresto. Forse è meglio leggere solo qualche libro.
Vado a dormire con il terrore che la donna torni.
Leggo fino a tardi. Si tratta di un mediocre thriller americano, talmente finto che riesco a vedere tutte le sfilacciature della trama come se fosse una tela troppo usata. Meglio questo di tutte le porcherie delle sere precedenti. Mi addormento pacificamente: questi libri, con il loro carico di deviazioni da manuale visibilmente finte, hanno sempre un effetto calmante su di me.
Mi sveglio che sta albeggiando e alla luce lattiginosa che entra dalla finestra vedo una enorme spianata. Fa un freddo terribile e qualcuno avanza verso di me. Non riesco ad accendere la luce. In effetti la mia lampada da notte è sparita. Sono spariti il letto, e il comodino. La mia camera non esiste più. Sono qui, tremante di freddo, in attesa che il mio destino si compia.
E’ un cadavere putrefatto, quello che mi si presenta davanti. Le orbite, senza più occhi, pullulano di vermi, gli stessi che si nutrono del resto del corpo. La pelle si stacca a brandelli dalle ossa, nerastra e bruciacchiata. E anche la divisa che un tempo lui deve aver indossato con fierezza si stacca a brandelli, e non lascia più capire di quale nazione, di quale guerra sia questo morto.
Mi viene ancora più vicino e la bocca senza labbra che lascia vedere tutti i denti pare ghignare, sembra volermi parlare. Non ho fiato per rispondere a quel richiamo silenzioso. Mi sento falso, sento falsi tutti i miei sforzi, gli abbonamenti alle riviste umanitarie, i versamenti alle associazioni benefiche... tutto.
E lui mi si avvicina ancora, mi abbraccia. Avverto di nuovo quell’odore, l’odore di morte, invadermi le narici. Mi sento talmente solo che mi sciolgo nel suo abbraccio e per un istante penso che forse sarebbe giusto, per riscattarmi dalla mia falsità, dal perbenismo di uomo del nord del pianeta, quello che si mangia tutte le risorse di chi non ha nulla, morire così, tra le braccia di questo soldato di una guerra qualsiasi.
Il suolo ondeggia sotto i miei piedi. Precipitare nell’incoscienza è dolce. Mi auguro per me e per tutti che la morte possa sempre essere così.
Mi sveglio sentendo il peso delle zampette del gatto che mi cammina sulla schiena miagolando e mi rallegro di essere ancora vivo. Non ricordo nemmeno più di aver desiderato di morire.
Corro in cucina, do una scatoletta alla belva affamata e poi vado nel mio studio e accendo il computer. Guardo stancamente lo schermo, non so cosa scrivere.
Come sempre, per fortuna, l’ora di pranzo arriva in un soffio. Mi preparo due uova e un’insalata, e mi siedo al tavolo della cucina per mangiare. La porta della cucina si apre, e guardo a terra, convinto di veder entrare il mio gatto, invece vedo due piedi nudi, coperti di sangue. La donna con il suo bambino entra e si siede di fronte a me. Il boccone mi va di traverso e sento briciole di pane ficcarmisi in gola, incunearsi nella trachea a impedirmi di respirare. Lei mi guarda fissamente, si gira appena per un attimo quando entra l’altro bambino e subito dopo di lui il soldato.
Ne ho abbastanza. Li lascio tutti in cucina, corro ad accendere il computer. Elimino tutti i file temporanei di Internet, cancello dai preferiti tutte le url sulla guerra. Raccolgo tutti i libri sull’argomento e le riviste e, scendendo, infilo i volumi più sottili nelle cassette della posta dei miei vicini, mentre scarico il resto nella campana della carta da riciclare. Mi sento più leggero quando rientro, e mi siedo al computer a lavorare ad altro.
Sono stanchissimo quando finisco di scrivere la lunga introduzione che ho preparato per una antologia di esordienti. Però mi sento bene e decido di fare un’ultima cosa prima di andare a dormire.
Apro Pegasus Mail.
Account: NoirWeb.com
A: anno1848@yahoo.it
Oggetto: Antologia guerra
Caro Fabio
Ho cercato inutilmente una ispirazione per il racconto che mi hai chiesto.
Purtroppo, per la prima volta in tutti questi anni, non ho nulla da offrirti (se non, forse, qualche nominativo di alcuni esordienti davvero bravi).
Mi dispiace, davvero. Sai quanto ci terrei a lanciare un messaggio personale forte e chiaro. Visto che abbiamo una voce e qualcuno che ci legge, è sempre una bella cosa riuscire a fare opera di sensibilizzazione. Eppure non ce la faccio, non trovo niente da raccontare. Non è un tema adatto a me.
Scrivimi o chiama per qualsiasi cosa tu abbia bisogno
A presto
M.
Adesso è veramente finita. Clicco sul link di “invia” e guardo il nastro che lentamente sposta la mia mail da “posta in uscita” a “posta inviata”. Mi scollego e mi svesto velocemente, cacciandomi sotto le coperte. Sento già l’omino del sonno di King che mi caccia sabbia negli occhi.
Quando mi risveglio è notte fonda. C’è un respiro accanto a me. Accendo la lampada.
E’ una donna, stavolta. Ha un abito lungo che un tempo doveva essere bianco; ora è chiazzato da macchie nerastre di sangue e mummificato dalla polvere dell’esplosione di un edificio.
Il volto è martoriato, una maschera di sangue e carne schiacciata, tranne la fronte, che però è segnata da un taglio profondo, slabbrato, trasversale, che lascia intravvedere il bianco dell’osso. I capelli sono inzuppati di materia cerebrale mista a sangue, eppure i suoi occhi sono straordinariamente vivi.
Si sposta verso di me, dalla bocca - da quel che resta delle labbra - sfugge un gemito.
Eppure il respiro che sento
i respiri?
non è il suo. Alzo la testa, guardando oltre il suo viso.
Ci sono gli altri, in piedi vicino al letto. Quelli che ho visto e altri ancora. La stanza ne è piena. Mi sento un intruso, vorrei scusarmi e andarmene. Invece resto qui, con loro. Non voglio cacciarli più dalla mia vita e in fin dei conti non desidero che se ne vadano. Stringo la donna al mio petto e le bacio il cranio sfondato.
«Perdonami» le dico e spengo la lampada.