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BAGLIORE DI NEVE E DI DENTI
( CYB )
Una piccola scintilla accese di intermittenze un’area del grande pannello della sala operativa.
Solerte Addetto imprecò a bassa voce e poi sbottò:
“Rottura della linea elettrica. Il 9421 starà fermo per un pezzo. E sta nevicando come in ottomila presepi…”
Ci fu qualche risatina maligna e Solerte Addetto inoltrò le appropriate segnalazioni per un ripristino della normalità il più possibilmente celere.
‘Celere’, si venne poi a sapere, è una parola che racchiude un concetto molto relativo.
* * *
Bianco.
Non assoluto, ma pieno di sovrapposizioni.
Una campagna coperta da uno strato uniforme di neve grassoccia senza contorni, abbacinante, punteggiata da rade macchioline scure di conigli selvatici sparuti, protetta da mani scheletriche di alberi adunchi come artigli a trattenere un cielo di altro bianco, pronto a cadere di peso, totale, a coprire la neve con il suo perlato freddo e insensibile.
Rami come setacci a sfarinare quella uniformità incombente lasciando filtrare fiocchi lenti e regolari a larghe falde che si spengevano come luminescenti lucciole contro un immenso materasso morbido.
Tra i due bianchi contrapposti, un altro bianco, lucido, vivo, dinamico in refoli pigri indistinguibili tra uno scendere dal cielo o il salire dalla terra: nebbia.
Silenzio assoluto a nutrire sgomento.
L’impianto di riscaldamento defunse come la madre linea elettrica in una breve agonia che portò l’interno ad una temperatura più simile a quella della campagna intorno e i vetri appannati diedero l’illusione dell’unione in accordo dei vari bianchi.
Dal suo sedile verso il finestrino, Pacato Professore, dalla barba caprina e dall’occhio ironico, chiocciò divertito con un ghigno verso Allieva Sognante, sua dirimpettaia:
“Il bianco, per la cultura dei giapponesi, rappresenta il colore della morte.
Nel vedere fuori mi viene da pensare, con questo freddo, che possano avere ragione anche per noi occidentali…”
Allieva Sognante scrutò il panorama dal vetro appena velato e rabbrividì stringendosi addosso la sciarpa multicolore decorata a originali disegni di motivi andini.
Non furono tra i primi, e neanche tra gli ultimi, a morire.
Pacato Professore, all’ultimo della sua vita normale, si compiacque di certe sue intuizioni, ma smarrì la sua ironia.
Allieva Sognante fece correre il pensiero fuggevolmente a proprietà iettatorie del suo autorevole compagno di viaggio.
* * *
Grigio.
Come il grigio di un cessetto di un treno.
Corpulento Orsacchiotto, grande e grosso giovanottone dallo sguardo buono e dai capelli a spazzola, rimase perplesso a guardare la nebbiolina densa salire dall’imbuto della tazza della ritirata mentre espletava una funzione resa impellente dall’aumentare del freddo.
Espirava con fatica sbuffi di aria condensata, mingendo, perplesso su quell’aura che si alzava.
Rimase curioso ad osservare.
La nebbia prese una sua consistenza e una sua forma. Si stagliò di fronte all’omone con ondeggiamenti che sembravano una danza ipnotica.
Antropomorfa.
Corpulento Orsacchiotto ebbe la sensazione di udire un sibilo che percepì come una voce:
“Non avrei mai pensato di essere così fortunata…”
I suoi occhi divennero quasi subito lucidi e vitrei, bambolotto appoggiato alla parete, mentre gli si creò una infiorescenza a schizzi sul collo, come su un petalo di orchidea, sulla pelle di cera giallognola che fu maculata di sangue.
L’aria spessa, la nebbia vivida, tagliente come denti di vampiro diafano, penetrò nello squarcio sul collo e nella bocca inerte socchiusa del ragazzone che sussultava piano come una gigantesca ranocchia gorgogliante sotto scariche galvaniche.
Si accese di colpo una luce nuova in quegli occhi morti.
Fu il primo: in quella luce pulsava una insana vanità.
* * *
Verde e blu.
L’uniforme di servizio.
Capotreno Professionale si aggirava nel corridoio invitando alla calma, con spirito infermieristico e con piglio consapevole di consumato personale di bordo, professionale appunto.
Il corridoio era deserto: i viaggiatori avevano chiuso le portiere di tutti gli scompartimenti per trattenere il loro tepore a difesa dal freddo mordente.
Vide venire verso di sé un omone, un armadio grande e grosso con i capelli a spazzola.
Strano, e strana andatura.
Camminava come un automa con un sorriso vuoto e lo sguardo perduto verso tutto e nulla.
Era sporco di sangue, schizzato sulla camicia chiara fin dal colletto, ma pareva non curarsene.
Veniva verso di lui con aria paciosa e il suo sorriso si allargava come in una prova ‘morphing’ di un esagerato esperimento di grafica computerizzata.
Un ghigno.
Denti bianchissimi, innaturali, candidi come la neve al di fuori, con i canini pronunciati a forma di ghiaccioli appesi ad un bordo, e la bocca era sporca di sangue rappreso color terracotta, come un tetto o una grondaia rugginosa.
La sorpresa tradì Capotreno Professionale e lo immobilizzò in assenza di reazione.
Corpulento Orsacchiotto sembrava che volesse chiedere permesso per passare oltre lo stretto corridoio.
Lo abbracciò sorridendo, con un sorriso bianco, liquido e tagliente.
Lo avvolse in una spira.
Il controllore ebbe un ultimo fuggevole pensiero sull’assenza, rispetto a poco tempo prima, di conigli selvatici nella neve.
* * *
Giallo.
Colore di una pelle ambrata, della sua cantante preferita, Mè Shell Ndegeocello, per come la rimirava attraverso gli occhi chiusi ricordando la copertina del cd “Peace beyond passion”.
Aveva gli auricolari alle orecchie e si stava sparando a volume da trance “God Shiva” tamburellando sommessamente sul bracciolo del sedile in un rapimento mistico che solo un musicofilo può comprendere.
Avvertì un muoversi d’aria senza udire l’aprirsi dello sportello del suo compartimento.
Sentì un leggero contatto, quasi un palpare, e nel socchiudere gli occhi vide un petalo d’orchidea maculato di porpora e un controllore ferroviario che non chiedeva il biglietto.
Poi, scorgendo altre figure dietro, si chiese chi mai potesse avere il coraggio di girare con una barbetta da capra così ridicola.
Si sentì sollevare senza peso in un luccichio di ghiaccioli, o forse denti troppo aguzzi.
* * *
Azzurro.
Azzurro carta da zucchero: il colore della tappezzeria dei sedili.
Azzurrini i vetri interni a fare da pareti e divisori.
Azzurro lo sguardo splendido, dolce e senza fondo, della sua compagna di viaggio sconcertata di fronte a lui con una chioma lucente di grano come una Piccola Gretel.
Timidezza inibitrice di lei per domande e socievolezza.
Solo un chiedere di sguardi a tranquillizzare inquietudini.
E lui, Ultimo Eroe, sorridente verso Piccola Gretel, a infondere sicurezza protettiva tra nuvolette di condensa che correvano a morire sul vetro per cercare di ricongiungersi con il bianco dell’esterno.
Furono travolti da personaggi curiosi e familiari insieme, dinamici in maniera bizzarra, a scatti e rallentamenti, e i loro sguardi persero ancora una volta le loro sintonie: lei spaurita con le orbite spalancate nel dolore di morsi liquidi alla giugulare da parte di un enorme Orsacchiotto Corpulento e di un musicofilo rapito dal ritmo, e lui incredulo di un precipitare da Ultimo Eroe a vittima, come un leprotto o un fagiano investito da un’ auto guidata da un Pacato Professore con a fianco una diabolicamente eterea Allieva Sognante.
Piccola Gretel udì all’ultimo una musica soffusa che poteva assomigliare ad un genere ‘funky’ e si chiese sorpresa, in un balenare d’attimi, che cosa ci facesse un auricolare penzolante sul suo collo.
Ultimo Eroe ebbe una caleidoscopica visione di colori, tra il grano dei capelli della sua compagna di viaggio e uno strano motivo di disegni variopinti peruviani di una sciarpa e strani petali di fiori tropicali rosso sangue.
* * *
Rosso.
Di passione, di rabbia.
Lurida Bagascia glielo aveva finalmente detto, esasperata o seducente, forse per un nuovo gioco o forse per davvero, e rideva oscenamente: sì, c’era un altro uomo.
Cornuto Mazziato era dibattuto tra lo stringerle le mani al collo per strangolarla, possederla un’ultima ennesima volta, umiliarla o umiliarsi in devozione di due gambe sinuose e affusolate che non finivano più, ben oltre il bordo delle autoreggenti che sfumavano in contorni scuri.
Forse lo scuro non era uno slip, un perizoma, una coulotte: palpitava in sincrono con una risata di gola che staffilava orgogli con piacere e sofferenza.
Scorse, Cornuto Mazziato, un movimento inspiegabile attraverso i finestrini del corridoio, un dibattersi due o tre scompartimenti più in là, tra un capotreno e un omone grande e grosso che immobilizzavano un ragazzo, ma non diede molta importanza alla cosa: era accecato da altri pensieri.
Quel riso grasso sembrava provenire dalle gambe e invitava e provocava nella umiliazione.
Due occhi neri, due enormi capocchie di spillo lucide, lo deridevano e chiedevano di osare.
Forse era quello che la donna voleva: che lui osasse, estremo.
Si levò di scatto dal sedile, in adrenalina, senza rendersi conto dello sportello che si apriva.
Si afflosciò rapidamente in un insieme di percezioni che lo confusero.
Lurida Bagascia mutò il suo riso in un urlo strozzato ansante mentre lui ebbe la sensazione di essere trafitto da ghiaccioli, a metà tra dolore e piacere, scoordinato tra fantasie, immagini, sensazioni reali.
Sorrise svuotato e incredulo.
Ebbe la consapevolezza di avere un sorriso diverso poco dopo, mentre affondò i suoi canini tra le cosce della mora terrorizzata che veniva anche baciata a sangue inopinatamente da un estraneo Ultimo Eroe.
* * *
Nero.
Come l’inchiostro della sua penna biro.
Scrisse freneticamente qualcosa su un tovagliolino di carta e attese immobile come una preda nell’ultimo scompartimento.
Aveva presentito e aveva spiato.
Aveva capito anche che non avrebbe potuto fare nulla.
Pensò senza logica, forse in associazione di idee inconscia, a Hemingway o a Capote: in qualche loro scritto, ricordò, c’era un personaggio che veniva chiamato Ragazzo Sveglio.
Si autonominò amaramente Ragazzo Sveglio, sterilmente fiero di sé, e attese l’ineluttabile sperando di non soffrire molto, strizzando gli occhi tra tutto quel bianco che riverberava.
* * *
Verso la metà del pomeriggio arrivarono i soccorritori stupiti dall’ assenza di segnali.
Nessuna telefonata di cellulare, nessun messaggio dalla cabina di guida del treno immobilizzato nella campagna sommersa dalla neve.
Vennero trovati solamente cadaveri dissanguati e successivamente un tovagliolino di carta.
* * *
“Si ritirerà non appena avrà consumato il suo pasto.
Ha fame.
Odia e prevarica.
Scomparirà nella sua vera essenza per poi riapparire in qualche altro luogo e soddisfarsi di sangue che sempre è stato per lei tributo preteso.
Abbiate cura di voi e delle vostre anime.
Abbiate prudenza e sappiate difendervi dalla nebbia.
Non lascia scampo ai deboli.
Dopo questo banchetto si dirigerà sull’ autostrada e attenderà…”
* * *
Il bianco esterno della campagna e del paesaggio sfumò nel porpora grigiastro di un tramonto silenzioso.