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Prigioniero
( Stefano Roveron )

   

 

   

 

     Fu come se mi fossi svegliato da un sonno senza sogni, da un innaturale torpore che mi aveva avviluppato il corpo e la mente. Non riesco a ricordare il luogo in cui mi sono assopito, e neppure il momento, ma quasi certamente non è avvenuto in circostanze naturali; un forte dolore alla mia testa, forse la conseguenza di un colpo infertomi, me lo conferma.

     Sono adagiato su qualcosa di duro, ma è l’unica cosa di cui riesco a rendermi conto. Un persistente formicolio, che mi pervade tutto il corpo, m'impedisce di capire in quale posizione mi trovo. Forse sono coricato.

     Non ho ancora assunto il controllo dei miei arti, è come se avessi le mani e i piedi legati: forse lo sono. Forse qualcuno mi ha catturato e rinchiuso da qualche parte. Provo ad urlare ma non ci riesco, devo essere anche imbavagliato.

     Rimango in ascolto per parecchi minuti, forse mezz’ora, sperando di udire una voce, un rumore, che mi permettano di capire cosa sta succedendo.

     Niente. Intorno a me c’è soltanto

buio e silenzio,

buio e silenzio,

buio e silenzio.

     Improvvisamente un lieve scossone mi desta dai miei pensieri. Mi sento inclinare prima sul fianco destro e poi sul sinistro, e poi ancora sul destro. Ho la sensazione di trovarmi nel baule di un’auto, la quale stia procedendo a velocità piuttosto bassa.

     Provo a dibattermi, e con gran sorpresa scopro che ora posso muovere quasi liberamente le braccia e le gambe. Il formicolio è passato. Mi accorgo che il luogo in cui sono prigioniero non è il baule di una macchina, come avevo pensato, bensì una specie di cassa. In ogni caso deve essere piuttosto grande, poiché non sono rannicchiato ma completamente disteso.

     La cassa continua ad inclinarsi ancora per qualche minuto, quindi avverto un altro scossone e questa si blocca.

     Ora sento delle voci. Provo ad urlare con tutto il fiato che ho in corpo, ma dalla mia bocca esce solamente un debole lamento. Provo allora a dibattermi, sferrando pugni e calci alle pareti della cassa, ma ne scaturisce soltanto un suono ovattato.

     Sono sudato, e quel che è peggio, inizia a mancarmi l’aria.

     Trascorrono ancora alcuni minuti, durante i quali il mio respiro si fa affannoso, poi, ad un tratto, la sensazione di calore aumenta rapidamente. All’interno della cassa la temperatura si fa insopportabile; mi sembra che i vestiti si attacchino alla pelle e che i capelli mi si stiano arricciando sulla testa.

     Improvvisamente il buio è rotto da una fiamma che incide il lato destro della cassa, illuminandone l’interno, e finalmente mi accorgo di essere rinchiuso in una bara.

     Terrore.

     <Sono ancora vivo! Mi state cremando ma IO SONO ANCORA VIVO!>,

vorrei urlare, ma ormai non ho più bocca, e tra poco non avrò più nemmeno vita.