NEL SOLE
Uscì dal portone sorridendo.
La notizia che aveva appena ricevuto l'aveva dapprima sbigottita e poi resa felice, ora sapeva quello che doveva fare.
Aveva sempre amato il sole, anche quando, bambina, nelle afose estati romane surriscaldava il seminterrato dove abitavano in tanti.
Della sua infanzia ricordava soprattutto questo ininterrotto vociare di bambini, questo controllare continuo che ognuno avesse la parte di cibo che gli spettava e non di più, che nessuno occupasse il posto, lo spazio vitale di un altro.
D'inverno era più facile, ci si scaldava anche con il respiro, gli odori erano attutiti dai panni che si mettevano addosso a strati; indumenti che venivano dal centro Caritas della parrocchia, di taglie e colori a dir poco incongrui, soprattutto nell'età in cui cominciava a notare come le altre bambine avessero vestitini graziosi o jeans disinvolti.
Lei, però, amava il sole.
Amava le lunghe giornate estive, quella nebbia di calore che velava i prati di quell'estrema periferia e ammorbidiva i contorni dei cumuli di rifiuti e, soprattutto, amava quello sfumarsi del cielo, la sera, fino a cadere in un rosa appena illuminato dalla prima stella che preludeva al buio vellutato della notte.
Nel suo mondo così approssimativo ed aleatorio, il sole era una certezza; qualunque cosa potesse accadere, ci sarebbe stato un nuovo giorno.
Era cresciuta in questa promiscuità rumorosa che, se in parte la disturbava, le dava anche la possibilità di fare parte di un tutto, di non dover affrontare isolata una vita, che, lo prevedeva, non sarebbe stata facile.
E non fu facile.
Non lo fu a scuola, dove veniva trascurata dalle compagne per un innato disgusto della povertà; non lo fu, più grande, nel negozio di parrucchiere dove lavorava come apprendista e dove le "signore" la controllavano con attenzione e le davano la mancia con ostentazione; non lo fu con i vari ragazzi che pensavano di essere autorizzati ad espliciti tastamenti e si stupivano quando resisteva, come se il denaro rendesse buoni e onesti e la miseria, automaticamente disonesti.
Poi s'innamorò.
Fu allora che nella sua vita entrò il sole.
Un sole perenne che la scaldava, la illuminava, la rendeva bella e felice e allegra e audace e piena di speranze.
Fare l'amore con lui la riempiva di gioia, tutto quello che lui diceva le sembrava giusto, tutto quello che faceva le sembrava corretto, fu per questo motivo che, rimasta incinta, non si oppose, se non debolmente, all'aborto che lui le organizzò e, anche se per tutta la vita avrebbe portato nel cuore quel bambino mai nato, accettò docilmente di ucciderlo.
Poi, molto bruscamente e, per quello che ne sapeva lei, del tutto ingiustificatamente l'incanto si spezzò.
Lui frequentava altre donne e lei l'amava, lui la picchiava e lei l'amava, lui la insultava e trascurava e lei l'amava.
Poi arrivarono le prime allusioni: "se mi amassi mi aiuteresti a uscire da una situazione difficile... c'è uno a cui piaci molto, un vero signore sai... sarebbe per una volta sola... che ti costa a me salveresti la vita..." e come si fa a deludere l'uomo che ami? Anzi, quella prima volta lei si era sentita quasi bene, a parte il disgusto fisico, era come essere un'eroina, adesso lui avrebbe capito quanto lo amava e avrebbe...avrebbe continuato a presentarle uomini, senza neanche quasi più portare giustificazioni, finché il suo sole si era spento e lei aveva capito.
Ma non aveva poi molta importanza, anche a vivere al buio ci si abitua e nessuno poteva levarle i sogni ed i ricordi.
Quando, due o tre volte il giorno, faceva lo sporco lavoro che permetteva al suo uomo di vivere senza troppa fatica, dormire fino a tardi e passare la giornata al bar con gli amici, lei riusciva ad estraniarsi completamente dalla realtà e mentre gli uomini si servivano del suo corpo giovane e sudavano e ansimavano e gemevano su di lei, dentro di lei, fingeva di essere da qualche altra parte, magari al mare, con il suo bambino, grassoccio e felice e la forza della fantasia era tale che le sembrava di vederlo con le manine sporche di sabbia e il sederino nudo battere i piccoli piedi nelle onde mentre un meraviglioso sole, caldo, quasi abbacinante li riempiva di uno sfolgorio di gioia.
Gli anni erano passati, ma nelle sue fantasie il bambino era sempre piccolo, lei sempre giovane ed il suo uomo sempre innamorato.
Quando l'alternativa è la pazzia, anche i sogni danno conforto.
Sapeva che avrebbe potuto lasciarlo, trovarsi un lavoro, sparire e vivere più serenamente, ma, se lo confessava quasi sbalordita, lei lo amava ancora e qualunque vita, anche quella che conduceva, era meglio di una vita senza di lui.
Lo amava talmente che, quando ebbe la notizia, fu tentata di correre da lui e raccontargli tutto, ma poi la rabbia, l'umiliazione e la paura presero il sopravvento e si disse che si sarebbe vendicata, che quella era l'occasione per riscattare tutto, anche la morte del suo bambino e che, finalmente lei era diventata la più forte ed aveva l'opportunità di averlo con se per sempre.
Continuò così la solita vita e più uomini venivano, più era soddisfatta.
La notte si dava a lui con trasporto totale e si ripeteva, ora sarai mio, mio per sempre.
Si osservava di nascosto nello specchio e notava i piccoli cambiamenti che per ora soltanto lei, che sapeva, poteva vedere, ma che presto sarebbero stati evidenti e l'avrebbero liberata per sempre dalla sua schiavitù, fino a quando...
Stava arieggiando la stanza in attesa del prossimo cliente, si era fatta la doccia (teneva molto alla pulizia) e canterellava tra sé quando lui entrò trascinandosi dietro un ragazzetto, confuso e imbarazzato, proprio un adolescente ovviamente alla prima esperienza.
- E’ il figlio di un amico carissimo, quindi questo me lo fai gratis e... mi raccomando un trattamento che se lo ricordi a vita.
Uscì lasciandoli soli.
Il ragazzo non sapeva dove guardare e lei in quel momento misurò fino in fondo la propria vergogna, l'assurdità dei suoi piani.
Con quel bambino proprio non poteva, non ce la faceva, non era possibile.
Prese il coraggio a due mani e - ho l'AIDS - gli disse - vai via, vai via e non tornare più.
Il ragazzo la guardò terrorizzato, girò sui tacchi e scappò.
Lei lo sentì scendere di corsa le scale, parlare concitatamente, udì la voce del suo uomo levarsi di tono, infuriarsi, lo sentì salire le scale e d'istinto salì sul davanzale.
Quando lui entrò come una furia lei era dritta in piedi sulla finestra - fermati - gli disse - fermati o mi butto.
- Che vuoi fare, maledetta stupida, che cosa pensi di fare? Era una bugia, vero? hai mentito da quella sgualdrina che sei? Dillo, dì che hai mentito.
- È assolutamente vero, lo so da qualche mese, ho l'AIDS e non una preoccupante sieropositività, ma un'assoluta, totale, conclamata malattia.
- Perché non l'hai detto, avremmo potuto...
- Buttarmi sulla strada, questo avresti fatto, invece io mi sono finalmente vendicata di te e di tutti quelli che mi hanno usata, come se fossi stata soltanto un pezzo di carne. Non so quanti sono riuscita a contagiarne, forse lo scoprirai tu... nel poco tempo che ti è rimasto...
- Io ti uccido...
- No, non lo farai.
Si girò verso l'esterno.
Era quasi il tramonto, quell'aria che si colora di ricordi, che ti dà nostalgia e anticipazione, il sole era semi nascosto dietro una nuvola, ma proprio in quel momento ne uscì in un ultimo sfolgorio d'oro e di porpora e verso quei raggi di luce lei si tuffò sorridendo.