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AFFOGARE COME BESTIE
( Alfonso Dazzi )

 

 

 

Il pilota è morto. Nessun dubbio al riguardo, ha la testa scoperchiata e il cervello s’è sparso sul quadro comandi. L’aereo s’è schiantato su questo scoglio e noi siamo qui.

“Ci sono gli squali.” Fa il ciccione belga seduto sulla roccia più alta, e sembra una specie di Buddha con la camicia a fiori.

Brigitte ripete che la marea sta salendo e tra poco avremo l’acqua alla gola e poi sopra la testa e ciao. Lo capisce, il ciccione, e butta un’occhiata alle ostriche attaccate alla roccia proprio sotto il suo culo. Vive. Hanno un odore di mare che si mischia a quello della benzina.

“Ci verranno a cercare. Ormai saranno partiti i soccorsi.” La ragazza americana ha le gambe rotte e la tibia le spunta fuori dai jeans. Non può andare da nessuna parte. Intanto un’onda arriva a bagnarle i piedi. Non verrà nessuno. La ragazza americana capisce che morirà qui e così si mette a piangere ma nessuno se la fila.

“La costa è a trecento metri. Non è molto.” Dice Brigitte, e addita la scogliera che si leva dall’acqua come un’onda enorme. Gitte sembra una donna guerriera di qualche film fantasy di serie C, così alta e fiera. Ha i capelli corti col ciuffo, color platino.

Cazzo, non sarà molto forse per lei che è stata nella squadra danese alle olimpiadi. A me quei trecento metri d’acqua grigia fanno una paura senza nome.

Ma capisco anche che se resto qui per me è finita. Le conchiglie son lì che aspettano che tocchi a loro respirare.

“Hai ragione.” Dico. “Dobbiamo andare.”

Si alza anche il gruppo degli inglesi. Ci sono tre coppiette sui venticinque. Una delle ragazze tiene la mano del fidanzato come se fosse un bambino: lui è grande e grosso ma lei, intuisco, è quella che sa nuotare bene.

“Morirai se resti qua, Stephanie!” Gli inglesi erano in dodici e occupavano mezzo aereo, quattro sono morti e tra loro forse c’erano anche i ragazzi di Betty e Stephanie. Non so. Prima che si incendiasse il motore sinistro ci avevo scambiato giusto due parole. Betty e più piccola di Brigitte ma altrettanto bella: di quelle biondine dall’aria dolce che invece sono odiose come il veleno.

“...no, io non vengo.” Stephanie ha perso un orecchio e parte del cuoio capelluto, ma non è ferita sul serio. E’ solo sotto shock.

“Affogherai capisci? Affogherai come un maiale.” Stephanie riprende a piangere. Betty le dice di annegare da sola se ci tiene, poi punta verso di me e mi si stringe al braccio. Guarda i suoi compagni come a dire ecco, siamo quattro coppie. A loro non gliene frega un tubo. Magari hanno sempre pensato che era una stronza.

“Tu e io nuoteremo vicini.” Fa Gitte. Cerca di darmi sicurezza. Ma a me viene in mente il cane annegato che ho visto una volta a Marina di Massa. Che schifo. Avevo dodici anni e andavo in windsurf: vidi galleggiare quel bastardino gonfio a pochi metri dalla mia tavola.

“IO e lui nuoteremo vicini.” Le risponde Betty. Ha sbagliato i calcoli: ha visto i miei muscoli da thai boxer e ha pensato che sia un ottimo nuotatore. Crede che io potrò tenerla a galla, nel caso in cui si metta male.

” ..voi non siete fidanzati: me l’ha detto lui sull’aereo. Siete solo compagni di scalata.” Come dire so tutto di te.

Gitte le dà uno spintone che la fa cadere a terra.

“Stagli lontana o ti affogo!” Forse tra poco ci ammazzeremo per un salvagente, tocca tenersi vicini gli amici. Betty si rialza e raccoglie da terra un sasso grosso come un uovo.

Brigitte piglia un montante della cabina, un tubo di alluminio lungo un metro, e fa per colpirla con un fendente sulle ginocchia. Lo tiene come uno spadone medioevale. Betty arretra ma ha più paura di restare sola che di venir fatta a pezzi.

“BASTA!!!” Fa Ronald, l’inglese tatuato: urla come a imporre la calma ma è lui quello sull’orlo della crisi isterica. “PIANTATELA CAZZO!”

Brigitte si rilassa leggermente, Betty ha il viso bianco come il marmo. Sta per tirarle lo stesso il sasso in testa, tanto chi le direbbe qualcosa se la uccide. Non direbbero niente nemmeno a Gitte se uccidesse lei, anzi. Ma Ronald la ferma. Gitte posa il montante, lentamente.

“Bada a quello che fai.”

“Anche tu.” Poi Maxine si mette in mezzo.

“Adesso dobbiamo salvarci okay? Staremo TUTTI vicini. Va bene?” Non spiega come né chi terrà a galla chi, dovesse essere il caso. Ma intanto le ragazze si calmano.

“…dobbiamo muoverci subito, prima che venga buio.”

Gli altri tre belgi, uno dei quali culturista, frugano ancora nell’aereo alla ricerca di qualche cosa che galleggi. Se ci fosse stato qualcosa in grado di galleggiare l’avremmo già trovato: non c’erano nemmeno i giubbotti, l’abbiamo setacciato venti volte questo cesso di aereo. Forse c’era un canotto nella coda, m’era parso così quando son salito a bordo, ma la coda non c’è più. Si è staccata e adesso è in fondo al mare.

In ogni caso li tengo d’occhio: il montante della cabina è giusto vicino ai miei piedi.

Il culturista butta fuori alcuni corpi, tra i quali quello della tipa di Venezia e del suo ragazzo. Butta fuori anche il bambino piccolo e poi la sua macchina fotografica giocattolo. Visitate le isole Ballestas, provincia di Ica. Ma sotto non ci trova nemmeno un pezzo di legno e quando esce si accorge che i corpi galleggiano in dieci centimetri d’acqua.

“Non c’è più tempo!” Io guardo Gitte in cerca di suggerimenti. Lei si toglie il maglione e le scarpe da ginnastica, poi i jeans e così resta in tanga e reggiseno azzurro di quarta misura, di quelli sportivi. E’ sensuale e muscolosa. Mi si drizza, così per tante cose che si sommano. Betty la squadra e capisce che è veramente capace di ammazzarla di botte, lei e il suo fisico da modella.

“Io mi spoglio tutta nuda.” Dice, in tono provocatorio come se volesse sedurmi. O me o chiunque altro in grado di nuotare bene. Per prima cosa si toglie la camicetta rossa, poi i bermuda. Ha un reggiseno nero e mutandine coordinate. Per prima cosa mi guarda negli occhi, poi getta un’occhiata a tutti i maschi che ci sono intorno. Si toglie il reggiseno con delicatezza e lo fa cadere. Ha dei bei seni, delicati ma pieni. Una terza misura, credo. Si toglie le mutandine ed è depilata. Resta lì con le mani sui fianchi come a chiedere chi mi accompagna a casa, però i belgi sono froci e non la guardano nemmeno. Gli altri uomini sono tutti occupati o mangime per gabbiani.

“Smettila troia.Tanto affogherai come un topo in un barile e ti mangeranno i pesci.” Le fa Gitte. Betty ha un sussulto, ma anche io.

“Tu no Martin: ci sarò io a starti vicina. LEI morirà, ecco.” Betty sta quasi per piangere ma non molla.

Ecco, mi dico, Gitte ce la farà. E io?

Mi spoglio finchè resto in calzoni corti. Gli scogli mi feriscono i piedi e l’acqua è fredda come il ghiaccio. Mi tuffo e comincio a nuotare.

“Forza Stan!” Dice la voce di una ragazza inglese. Non sento la risposta. Tra una bracciata e l’altra cerco di vedere Gitte ma non riesco, le onde me lo impediscono. Alla faccia di chi stava vicino a chi. Punto la terraferma e mi comincia a venire una terribile angoscia.

“Stan!!!” Conto fino a sessanta, poi guardo ancora. Nessuno in vista, solamente le onde. La scogliera mi pare lontana esattamente come prima. E se abbiamo sbagliato a valutare le distanze? In mare non si può mai dire, magari la terra era a tre chilometri o cinque o chissaquanto.

Comincio a pensare agli squali. Lo squalo bianco si chiama Charcarodon Charcarias e mangia foche e leoni marini. Vive in particolare al largo del Perù e delle volte mangia anche i pellicani che si tuffano. Attacca preferibilmente al crepuscolo. Siccome mira alle foche può pigliare per sbaglio un essere umano. Qua c’è pieno di foche.

Da quanto tempo sto nuotando? Dove sono gli altri?

“Ehi italiano…” E’ la voce di Maxine. Non la vedo.

“Dove sei…”

“Qui.” La voce viene da vicino. Una cresta mi solleva e la vedo pochi metri alla mia sinistra.

“Stiamo insieme.” Comincio ad essere stanco, ho le braccia pesanti.

“Quanto manca?”

“Non lo so.” E poi non abbiamo più niente da dirci. A un certo punto qualche cosa mi tocca un piede. Quella troietta, che stia attenta a dove va.

“Hai sentito qualche cosa?”

“No.” Mento.

“Ho sentito come un flusso d’acqua.” Stavolta la guardo, sarà a dieci metri da me e la vedo appena tra un’onda e l’altra. Non è stata lei.

Comincio a nuotare come un indemoniato facendo un casino infernale, ma non mi importa più e voglio solo scappare via. Sento un urlo, poi qualche cosa mi sfiora. Vado ancora più veloce finchè mi accorgo che tocco. L’acqua mi arriva alle ginocchia.

Mi alzo. Qualcuno ansima e sono io. Mi trovo su un brandello di spiaggia proprio sotto alla scogliera. La linea delle conchiglie sarà sette metri sopra la nostra testa. La parete è liscia. L’acqua è piena di alghe schifose.

“Alfred!” Urla un uomo in boxers che viene fuori dal buio: il belga culturista. Poi vede che sono io e ripiglia a chiamare.

Gitte mi corre incontro. Nuotando ha perso il reggiseno e il tanga è diventato trasparente. Ci abbracciamo forte e lì per lì ci piglia una strana libidine. Ne sento il corpo morbido e caldo.

“Fin qua ce l’abbiamo fatta!” La amo per il suo piglio deciso, mi dà la sicurezza che non ho. E che cazzo, troveremo il modo di salire sulla scogliera e sarà tutto a posto.

Arriva Betty. Si guarda indietro cercando di vedere lo scoglio: stringe gli occhi ma niente. Non si vede. Si volta verso di noi e lì per lì penso che stia per dire qualcosa, invece no.

Gitte riprende“…stasera saremo in un albergo caldo e asciutto. Voglio vergognarmi di me stessa sai? Domattina tu mi guarderai e io diventerò rossa dalla vergogna!” E ridiamo insieme di un riso nervoso. Cerco di far sì che la mia immaginazione salti i minuti che ci attendono per arrivare direttamente alla scopata, con Gitte che va fuori di cervello per quanto le do giù e mi dice sono la tua porca. Un po’ come all’università, quando cercavo di rimuovere il pensiero dell’esame per arrivare direttamente a me che mi riposavo sul letto e pensavo okay è andata bene.

Arrivano Alfred e l’altro belga, quello con gli occhiali, poi un inglese e due delle ragazze. Ultimo è Ronald.

“Avete visto Maxine?”

“No.” E lui non fa altre domande né quella scena che magari ci eravamo aspettati. Aspettiamo due minuti ma lei non arriva. Se l’è mangiata lo squalo, credo, ma non dico niente. 

A destra la parete di roccia diventa ancora più alta né si vede qualche modo per scalarla. A sinistra si abbassa appena ma per noi non cambia niente.

“Stan non ha voluto saperne di venire.” Dice la ragazza inglese coi capelli rossi: ci eravamo dimenticati di Stan e ormai non ce ne importa più niente. Lei però non è male: si chiama Mathilda, anche lei è nuda. Janine e Peter sono l’unica coppia sopravvissuta e adesso si abbracciano.

“…Maxine è morta ma ci sono io.” Betty va subito da Ronald: come nuotatore non vale un tubo però intanto è un uomo forte e  comunque non c’è di meglio. Ronald le dice che lei l’ha mollato per Denny solo perché aveva un posto all’ufficio delle tasse e lui è solo un muratore.

“Puoi anche crepare per me, Betty: non me ne frega niente.”

“Se mi aiuti sarò la tua schiava. Non voglio morire.”

“Vattene.”

 Mathilda coglie l’occasione e va a sedersi vicino a lui. Ronald la abbraccia.

“Dividiamoci.” Fa il culturista. ”Facciamo due gruppi. Uno a destra e l’altro a sinistra. Il primo che trova qualcosa chiama i soccorsi.”

“Noi andremo a destra.” Fa Gitte. I belgi prendono a sinistra. Betty viene con noi.

A poco a poco è buio e le onde si mangiano altri due metri di spiaggia: ne resta uno e poi tanto vale che ci facciamo crescere le branchie.

“Guardate!” Dall’ombra sta uscendo una forma. Una barca arenata.

“Una barca!” Gitte si mette a correre e noi le veniamo dietro. Ma la barca è vecchia e sfondata. Un peschereccio in legno mezzo marcio pieno di conchiglie. Morto.

“E’ affondata nonsoquanti anni fa.” Osserva Ronald.  Per quanto il tempo non ci basti scavalco il bordo e salgo.

“Magari c’è qualche galleggiante.” La cabina è piccola e dentro non c’è proprio niente, solo marciume. Dobbiamo andare.” Ronald e Peter cercano di staccare qualche tavola di legno ma non ce la fanno neanche in due.

“Muovetevi! Non serve a niente!” E loro si muovono ma Betty no: Rimane a trafficare nel relitto. Prende qualcosa poi si mette a correre per raggiungerci. Credo che sia quel tipo di eccitazione che serve a rimuovere il senso di morte imminente, fatto sta che non posso staccare gli occhi dalle sue tette che vanno su e giù: il pensiero di un corpo morbido nel quale ficcarlo con forza per darsi sfogo.

“…oh no.” Brigitte si ferma. La spiaggia finisce e rimane solo la muraglia di roccia.

“Dobbiamo tornare indietro, e subito.” Ma dietro di noi non c’è quasi più sabbia, solo le onde che diventano sempre più grosse. “Oddio Martin…” Le si strozza la voce in gola e mi stringe forte il braccio. All’improvviso è una ragazzina spaventata e io sono il suo amico timido e ancora più spaventato di lei.

“..calma Gitte…”Le accarezzo la testa, meccanicamente. ”…torneremo indietro e proveremo dall’altra parte.” Ma sparo a caso. Gitte comincia a piangere e singhiozzare.

Lei, proprio.

“..non voglio morire…” Qualcosa scatta dentro di me: ecco l’eroe del cazzo, che tanto al massimo crepiamo tutti lo stesso.

“CALMA! Adesso torniamo indietro fin dove è asciutto. Dovremo tenerci stretti fra noi altrimenti le onde ci porteranno via.” Il mio subconscio la butta sul ridere, ecco al risposta padana a Bruce Willis. Subito Mathilda prende la mano di Ronald e Janine quella di Peter. Gitte non si muove e resta lì, seminuda, in ginocchio sulla spiaggia.

“Avanti!” La tiro su con le brutte, per un braccio. “ANDIAMO!” Ma lei si perde ancora di coraggio e ricade sulla sabbia. Ansima come se si dovesse immergere.

“GITTE MUOVITI PERDIO!”

Betty prende la mia mano:

“Lasciala morire quella cretina. Stai con me…” Ma non ha nemmeno il tempo di finire la frase che Gitte ha uno scatto e si alza, poi le salta addosso: la butta a terra e le schiaccia la testa nell’acqua con due mani. I suoi muscoli sembrano corde d’acciaio e ha il viso contratto dalla rabbia.

Betty si agita in preda al panico, a gambe e braccia aperte. Ronald e Mathilda stanno a vedere.

“Fermati!” Brigitte non mi ascolta nemmeno e le molla una ginocchiata sulla schiena, poi lascia la presa e la afferra alla vita.

“Adesso ti faccio vedere io!”

Le infila due dita nel culo, con forza. Betty strilla e apre le gambe d’istinto, più che può, come in una spaccata.

“Strilla ancora brutta porca!” E spinge più giù le dita rigirandogliele nell’ano.”Strilla!” La lascia la testa così che la sentiamo urlare come una scrofa al macello.

“…hai capito?” E la lascia andare. Betty ansima e piange insieme.

“Alla prossima volta ti ammazzo davvero!” Betty cerca di tirarsi in piedi.”…hai capito che se ci riprovi ti ci affogo, con due dita nel culo? Davanti a tutti, non ti difende nessuno!” Ha la schiuma alla bocca per la furia e la paura.

“Capito? Ripeti!” E le molla uno schiaffone sulla testa.

“..se ci riprovo mi affoghi con due dita nel culo...” Betty riprende a piangere e nessuno la consola o l’aiuta ad alzarsi. Mathilda stringe bene Ronald, che non si faccia prendere dalla compassione.

“Di corsa!” Ripartiamo e sto vicino a Gitte: adesso sono io quello che comanda, come un ufficiale nominato sul campo perché tutti gli altri sono morti. Uno che magari sarebbe rimasto sergente, a poterlo fare.

Oltrepassiamo ancora il relitto: adesso è quasi tutto sommerso.

“Aspettate!” Peter non ce la fa più, ha il fiato grosso. Anche Mathilda è rimasta indietro. L’acqua ci arriva alle ascelle. Non voglio annegare. Nuotiamo ma due onde vicine ci fanno cadere e bevo. Sbatto violentemente contro alla roccia. Tengo stretta Gitte e per poco il riflusso la porta via. Ecco, è passata. Rieccoci a correre. Peter è scomparso.

“Corri!”Arriviamo a un punto asciutto e lì ci sono i belgi.

“C’è una parete di roccia…” Fa il culturista, con la faccia di pietra. Gli altri due ansimano come bestie. Restiamo lì a guardarci. Mi sforzo di pensare per sfuggire al senso di catastrofe.

“Questo è il punto più alto della spiaggia.”

“E’ lontana la parete?” Lui, stordito, mi fa segno di guardare: è vicinissima, sembra una torre che viene fuori dal mare: c’è solo il mare di qui a là.

“Dobbiamo andare” Fa Ronald.

“No.” Risponde Mathilda.” Io non vengo.”

“E allora stai qui e crepa.” Dice Gitte, dura: adesso si tiene insieme in questo modo, facendosi paura da sola.

C’è freddo. Il belga con gli occhiali dice che lui viene con noi. Gli altri guardano per terra.

Betty c’è ancora e abbraccia Ronald. Stavolta lui la stringe e ci precedono nell’acqua fino alle ginocchia. Con l’ultimo sguardo all’indietro vedo i due belgi e Mathilda la cui storia finisce qua e amici lavoro e tutto quanto oddio poveretti sono morti in un incidente aereo in Perù ah lo dicevo che non bisogna andarci in quei posti.

La roccia è scabrosa. Deve appartenere ad una formazione geologica differente: forse ce la facciamo a scalarla. Mi si riaffaccia la speranza. In quel momento un’onda ci sbatte tutti contro alla parete e mi toglie il fiato.

“Merda!” Cominciamo a nuotare, sono pochi metri ma le onde ci cacciano giù con la testa sott’acqua.

Come arriva il prossimo frangente mi immergo e tengo il fiato. Salto fuori che è appena passato e son quasi sotto alla torre.

“Un camino!” Cazzo, roba da non credere: alla saldatura tra la torre e la scogliera c’è una strettoia che anche un bambino potrebbe scalare.

“Abbiam scalato pareti molto peggiori.” Fa Brigitte” Aspetta che passi l’onda.” Il belga con gli occhiali galleggia vicino a noi, poi c’è Janine.

Andiamo giù mentre il cavallone passa su di noi. Quando usciamo il belga non c’è più.

“Dai!” Mi tiro su e caccio il piede in una fessura. Che male.Un sasso sporgente mi resta in mano. Cazzo! Metto la mano nel buco che ha lasciato poi sono nel camino e mi appoggio alle pareti strette. L’onda successiva mi colpisce ma non riesce a portarmi via. Salgo per altri due metri finchè trovo una rientranza.

“Venite!” Gitte sale e nel frattempo arrivano Ronald e Betty: lei lo sorregge e lo spinge verso l’angolo. Nuota meglio di lui.

“Attenti all’onda!” Si immergono mentre passa un frangente, poi saltan fuori e davanti a loro c’è Janine che cerca di salire ma non ha più forza.

“Togliti!” Le fa Betty, ma lei non si muove. Dice qualche cosa a Ronald e, prima che arrivi la prossima onda, lui molla un pugno in faccia a Janine. Si sente un rumore di carne battuta e Janine scompare in mezzo alla schiuma. Ronald si tira su. Betty non ce la fa ma Ronald la issa a viva forza. Ci raggiungono sulla mensola: siamo rimasti in quattro.

“Siamo ancora sotto la linea di marea.” La linea delle conchiglie è a tre metri abbondanti sopra la nostra testa.

“Abbiamo una mezz’ora, forse.”

Ma il camino finisce. Più su di così non si va.

“Dobbiamo andare a vedere cosa c’è dall’altra parte della torre.” Magari la spiaggia è più alta o c’è un modo per arrivare più su.

“Non perdiamo tempo.” Mi tengo sul cornicione, fin qui è facile. Siamo due metri sopra le onde, qualche spruzzo arriva già fin qui. 

Sulla parte esposta al mare l’avanzata è più difficile ma ce la facciamo attaccandoci con le mani.

Di là della parete c’è una spiaggia uguale a quella che ci siamo lasciati dietro, ormai quasi completamente invasa dall’acqua. La scogliera è ancora più alta. Siamo finiti: chissà cosa si prova a stare per morire, probabilmente un senso di irrealtà. Quello che provo io adesso.

Per cui, quando vedo il battellino, resto lì come un coglione.

“Il canotto!” Il canotto è lì, sbattuto dalle onde sulla spiaggetta. Se ci spicciamo riusciamo a prenderlo prima che se lo riportino via, penso. Ma come se fosse un problema che riguarda qualcun altro.

“Corriamo!” Gitte scende per gli scogli e  io dietro. Siamo nell’acqua fino al ginocchio, ma la spiaggia sale.

“Dai!” Ronald arriva per primo e lo tira in secco. E’ un canotto autogonfiabile standard modello 54/43A, c’è scritto sopra. C’è anche scritto CAPACITA’ PERSONE 2.

“E’ piccolo.”

“Forse due possono stare dentro e altri due si attaccano fuori.” Dice Betty, ma il canotto non ha niente a cui attaccarsi. In quattro lo mandiamo a fondo, garantito. Ronald fruga: trova una pagaia e un contenitore di viveri e segnalazioni, vuoto.

Salvare prima donne e bambini. Salvare il culo ognuno il suo.

Ronald alza gli occhi ma abbiamo già capito. Gitte fa per prendere la pagaia ma Betty la prende prima e la butta via. Io, di riflesso, mi tiro indietro per schivare il diretto di Ronald. Penso che ha già ammazzato Janine, con quel pugno.

Visione a tunnel: Ronald è un boxeur. Solo adesso mi accorgo del tatuaggio che ha sulla spalla. Leeds boxing club. Io faccio due passi indietro finchè si convince che ho paura e si allunga per colpire ancora. Allora lo centro alle costole con la tibia in un calcio circolare thai: sento le costole che si rompono, ma lui non cade e si tira indietro.

Ronald ritorna all’attacco e mi tira un sinistro, io lo blocco con la mano e lo colpisco con una ginocchiata al plesso solare. Lui manda un suono strozzato e cade. Io piglio un sasso grosso come una zucca e glielo scaglio in testa. Crack..

“Gitte!” Gitte sta morendo e giace raggomitolata con le mani sul collo. Betty aveva ancora il chiodo e le ha squarciato la gola.

“Adesso ti faccio divertire, puttana!” Le prende il tanga e tira finchè si strappa. Lo butta via. Gitte, di riflesso, fa come per coprirsi ma non ha più forza e non ce la fa. Il sangue zampilla. Betty le prende una gamba ed un braccio e le alza in verticale, mettendosi in posizione come un cacciatore col suo trofeo: ecco lì Gitte nuda e sconfitta e con le gambe aperte. Anche lei è depilata. Il collo è pieno di sangue, e anche le tette. Ha una specie di fremito e muore. Le tette cadono da una parte. Gli occhi sono sbarrati e non vedono più niente. “...la guerriera! Guardala!” Betty gira il cadavere e lo mette in ginocchio. Non le riesce facile perché cade da tutte le parti. Infila nell’acqua la testa di Gitte e le apre le gambe, poi mi ordina di darle la pagaia.

“No.”

Lei se la va a prendere da sola e poi le infila il manico nell’ano. E’ largo quattro centimetri ma lei spinge giù con tutta la forza e la impala per quasi mezzo braccio.

“Ti piace eh?” Le solleva la testa per i capelli: ha la bocca aperta come un maiale allo spiedo, umiliata fino all’ultimo. Anche lei è morta in un incidente aereo eccetera eccetera.

”…così impari!” E attacca a calciare il cadavere con tutta la forza che ha. Gitte cade sulla pancia con la pagaia piantata nel culo.

“…morta col culo sfondato, ecco come sei finita!” Poi, di colpo, si calma: è sicurissima che io non la ucciderò, come se fosse stata solo una questione personale tra loro due.

“Adesso abbiamo il canotto e siamo solo in due.” Abbiamo già i piedi nell’acqua.

“Sali.” Ma d’un tratto Betty non mi ascolta nemmeno: guarda la scala a chiocciola.

La scala. Siamo su una pedana di cemento e c’è una scala di ferro che risale tutta la parete. Ministero dell’ambiente peruviano, c’è scritto sopra. Posto di controllo della riproduzione delle foche. E’ sempre stata qua. Al buio non l’avevamo vista.

La tocco. C’è davvero, non è un’allucinazione. Lascio andare il canotto e le onde se lo portano via. Portano via anche i corpi di Gitte e Ronald.

“Andiamo.” Corriamo su per i gradini e ci sembra di non arrivare mai.

Arriviamo in cima. Ci guardiamo attorno come se fossimo appena sbarcati su un altro pianeta: c’è una distesa di terreno nudo, né più né meno, ed una strada asfaltata. La strada finisce giusto qui, di fronte ad un capanno del ministero dell’ambiente. Non ci metto un attimo a sfondare la porta a spallate e dentro ci sono degli attrezzi, una brandina e un telefono.

Betty chiude la porta e ci mette davanti un tavolino. Solo adesso mi rendo conto che il vento ha smesso di fischiare.

Salvi. Tutti gli altri sono morti e noi no.

“Scopami.” Mi tocca il petto e comincia a slacciarmi i pantaloni. Ho un’erezione quasi dolorosa e scopiamo come bestie sulla brandina. Spaccami in due, fammi male, dice lei. Voglio che mi fai sentire come la danese mentre la impalavo. Le dico che è una porca e la scopo con tutta la forza che ho. Immagini selvagge, di violenze e saccheggi, corrono nella mia mente. Ma mi controllo anche: cerco di far sì che sia la scopata della mia vita, un po’ come mi controllavo nella nuotata dall’isola alla costa. Forse sono due cose molto simili, alla fine. Magari servono alla stessa cosa. Le faccio male, e lei strilla di dolore e godimento. Andiamo avanti finchè non ne possiamo più e quando ci addormentiamo provo quasi un senso di pace.

Ma nel sogno penso a tutto un esercito di morti putrefatti che salgono dal mare, e sono senza occhi perché glieli hanno mangiati i gabbiani. Vieni vieni, mi dicono, e io trovo delle scuse. Dico che è tardi e devo andare via.