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La mamma adottiva
( Gianmarco Dosselli )
Negli istituti ci sono ottantamila (e forse molto più) bambini abbandonati. La gente che vuole un figlio, invece di fare la sua bella richiesta al Tribunale per i minorenni e di sottoporsi ai dovuti controlli, ha bisogno di andare a cacciarsi in situazioni molto complicate; se lo compra, fa falsa dichiarazione di paternità, lo commissiona ad una madre in affitto. In questo piccolo mondo italiano sembra che la sete di maternità e paternità giustifichi tutto.
Di Lucio, bambino comperato, del quale si narra in questa storia, pensiamo: “È in quella famiglia da tre anni: perché allontanarlo? Soffrirebbe. Tanto vale che ci resti.”
Ora come ora, la sorte di Lucio è legata ad una sentenza. La Corte d’appello bresciana deciderà la sorte del bimbo sottratto a una coppia che, per tre anni e passa, se l’era cresciuto “per delega” dei genitori naturali d’origine napoletana e che, ora, è rinchiuso all’Istituto Sacro Cuore per ordine del Tribunale per i minorenni. Il provvedimento è stato effettuato in seguito ad un’estenuante vicenda giudiziaria che ha preso avvio su una segnalazione anonima che accusa la coppia, Marina e Claudio Fontana, di aver comprato il bimbo.
La circostanza è notevolmente negata dagli interessati. A un giudice, Marina ha detto di conoscere i veri genitori del bimbo, che li ha aiutati su segnalazione di alcuni amici napoletani, quando anche loro erano stati coinvolti nel contrabbando di sigarette ed elettrodomestici.
Una volta nato Lucio, la mamma stava attraversando un brutto periodo; stava male, ed era sgomenta dal peso di crescere un altro figlio, poiché ne ha già due.
Risulta, in effetti, che la madre naturale di Lucio, a quell’epoca, abbia avuto problemi fisici notevoli, per di più anche il padre non era disposto aiutare la crescita del bimbo. I genitori putativi si sono immediatamente rivolti a un avvocato napoletano per regolarizzare la loro posizione; così avevano ottenuto dal giudice tutelare campano un regolare decreto d’affidamento. Sembra che la vicenda dovesse evolversi in piena serenità, ma è arrivata la lettera anonima di denuncia di compravendita del piccolo Lucio, e qui sono cominciati i grattacapi.
Qualche mamma “spia”, invidiosa o non per nulla d’accordo di quella situazione?
“Il figlio va alla vera mamma!” Qualche donna avrà così obiettato. Marina ha udito spesso la simile e fastidiosa ammissione, specialmente dalle quattro ex amiche… contrariate e stizzite sul caso del bimbo.
“Così ci hanno chiesto di allevarlo, e io e Claudio ce ne siamo occupati con grande amore.”
“Non ha mai pensato avere un figlio proprio, signora Marina Fontana?”
“Impossibile, signor giudice… Sono sterile. La vera causa è un disturbo delle ghiandole endocrine. Mi hanno detto, i medici, che vivrò nell’impossibilità di procreare.”
Dopo tergiversamenti sconcertanti, per ordine di un giudice, Marina si è vista costretta consegnare, alle suore, il bimbo tenero e bello come un angioletto e… perduto. Solamente due volte la settimana permettono ai coniugi Fontana di rivederlo; quindi, dopo la visita, la coppia è messa alla porta. A Marina, le lacrime traumatiche che nemmeno il marito è in grado consolarla. Fra amici e conoscenti della sfortunata coppia, il fatto ha sollevato scalpore.
Lettere d’appello, documenti di protesta, scritti di solidarietà sono stati sottoscritti da migliaia di persone recanti in calce firme corredate d’altri dati anagrafici. Ma… numerose sono anche lettere giunte dalla Campania, Puglia e Basilicata, e quasi tutte chiedono che Lucio torni alla mamma, e per “mamma” s’intende colei che lo ha partorito.
Di quest’idea sono le poche vicine di casa della coppia Fontana; il caso di Lucio, “abitante involontario”, le hanno sconvolte e indignate per la presumibile compravendita dell’allora neonato.
Tra i pro e i contro da non voler neppure intravedere nell’opinione pubblica, non sarà facile per il giudice della Corte d’appello decidere; prevarrà ancora una volta il rispetto della questione di principio o avrà peso enorme la “ragione del cuore”?
È giunto il giorno della verità. Della definitiva sentenza.
La sezione per i minorenni, presso la Corte di appello che giudica con l’intervento di due esperti, i quali si aggiungono ai tre magistrati della medesima sezione, ha emesso il seguente giudizio: “Lucio può ritornare dai genitori naturali in quanto, diversamente da allora, risultano economicamente in grado di mantenerlo e idonei a educarlo e istruirlo.”
Una dolorosa separazione per una giusta e umana risoluzione.
Emessa la sentenza, Marina s’affanna ripetendo che “Lucio non c’è più”; gli occhi si diffondono acciocchiti dal dolore e il viso si fa congestionato.
Esultano le quattro donne, ex amiche e mamme d’altrettanti pargoletti che dovevano divenire compagni di giochi di Lucio, all’asilo materno.
Verso sera, Marina rifiuta concedersi un po’ di calma né assoggettarsi nella serenità dello spirito. Due vere amiche di lei non trovano situazioni adattabili a farle evitare altre crisi di disperazione. A tarda notte, Marina si risveglia tremante; si è messa a sedere su una seggiola nell’attesa dell’aurora. È solita emettere un suono che sarebbe potuto essere interpretato come una manifestazione di violenza.
Per fortuna, Claudio elude sempre il suo sfogo amaro davanti gli occhi sempre vigili della convivente. Da giorni, Marina abbandona i ricchi pasti; delle volte succede che Claudio le rimprovera perché mangiasse almeno il pane.
In lei, la disperazione è di una intensità che supera i limiti normali; vive nella nevrosi precipitata da choc estremo che la accompagna a esibire una inenarrabile emozione. Il medico di famiglia, che ha visitato la donna, ha accertato che la situazione del genere incide sulla psiche già sensibile.
L’unico antidoto è solamente lui: Lucio. Marina rivuole il bambino adottivo. “È mio! È mio!” Ma lui non c’è più… e mai ci sarà!
Giorni a venire, in lei nessun segno di miglioramento, anzi, in lei si nota uno stato d’affaticamento mentale anche (e per di più) per colpa di quelle quattro donne, ex amiche d’infanzia (dall’asilo alle scuole superiori). Nella mente di Marina, sempre più labile e sconvolta, prende corpo un disegno criminale: quelle ex amiche sono mamme e… ammazzando i loro figli è convinta che verrà risolto, in loro, il significato morale di come ci si starebbe non più avere accanto un bel pargoletto!
Pazzesco! Inaudito!
Uccidere quattro teneri angioletti, così incolpevoli e ignari!
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Sceglie il giorno della banale e assurda vendetta: la vigilia della festa della mamma. Non un giorno a caso, ma il motivo per “regalare” a quelle mamme coetanee una macabra sorpresa di morte!
Prima tappa: l’abitazione di Tiziana. Il marito di questa è lontano per ragioni di lavoro. Le viene ad aprire Tiziana in persona; costei indossa un’ampia veste da camera e fuma una sigaretta. Un grosso cane le sta alle calcagna.
“Tu!”, esclama. “A che il piacere della tua visita?”
“Parlare con te, e ringraziare per i tuoi atteggiamenti che ha permesso Lucio di poter raggiungere la madre naturale.”, sussurra, con un nodo alla gola, Marina. “In principio ho avuto un po’ d’astio nei tuoi confronti… poi ho capito che hai proposto giustificazioni, anche grazie a quella segnalazione anonima!”.
Un pretesto atto a rassicurare Tiziana! Una trappola?
“Mi fa piacere udire ciò! Entra. Ci prendiamo un buon caffè.”, dice, convinta della veridicità dell’altra.
“L’unico dispiacere è che mai potrò ringraziare l’anonimo che scrisse la lettera d’umana riflessione.”
“Data la situazione… posso svelarti che siamo state noi, ossia io, Nives, Silvia e Mara. È stato un gesto prezioso, ricco di benessere per Lucio e per il suo futuro accanto alla vera mamma e fratelli. Ti pare?”
“Certo… Hai ragione, Tiziana!”
La prima cosa, in Marina, consiste nello sbarazzarsi del pastore scozzese. Estrae da sotto la veste, il terribile fenditoio e, con esso, colpisce il cranio della bestia, con tutta la sua possente forza. In meno di un amen, il cane è in una pozza di sangue. Nessun guaito né movimento delle zampe.
“Pazza squinternata!”, è l’esclamazione d’orrore di Tiziana, sbilanciandosi in avanti, e le mani come artigli di falco mentre le unghie mirano agli occhi della sadica.
Marina sferra un pugno in sua direzione, ma incontra il vuoto; contrattacca subito rispondendo con un manrovescio e un cazzotto tale che l’altra crolla del tutto al pavimento. Trova delle corde, in uno sgabuzzino e lega, come un salame, la nemica di turno.
“Dovevi pensare ai cazzi tuoi, puttana! Dovevi dedicare e pensare solo la tua famiglia! Non dovevi impicciare dei fatti miei, troia, sgualdrina! Te n’accorgerai che cosa vuol dire non avere più il bambino con cui coccolare!”
Sono trascorsi quaranta minuti primi perché Tiziana ritorni in sé. Le braccia che le fanno male da impazzire, con la circolazione che stenta a spingere il sangue fino alle mani e i muscoli che sembrano strappati uno ad uno. È imbavagliata, tanto da impedire di emanare un grido d’aiuto; invece sono dei lamenti, mentre i suoi occhi sono in grado di notare il figlioletto di quasi tre anni che… giace sul suo lettino, interamente nudo e divaricato, con braccia e gambe legate ai bordi, con corde ruvide! È stato violentato più volte e, alla fine, sventrato. Le viscere pendono fuori dell’orribile squarcio.
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Una volta lavatasi mani e viso nella toilette esclusiva di Tiziana, il macabro viaggio della seconda “tappa” è l’abitazione di Nives. La casa è graziosa, tutta dipinta esterno di verde. Regnava il silenzio e qualcuno, chi fosse passato, avrebbe immaginato che è disabitata.
Marina sa perfettamente che il marito dell’ex amica è fuori per lavoro; unico difetto sta che in quella casa v’è la suocera, e proprio costei risponde alla porta. Invita l’arrivata, gentilmente, dentro la hall. L’anziana signora, conoscendo il caso di Marina, offre tutta sua (inutile) solidarietà. Per Marina è poca cosa: non le interessa quella sincerità dal profondo dell’anima.
Le sferra una gomitata al basso ventre. Dall’anziana, solo una specie di mugolio e qualche contorcimento. Marina non risparmia la forza e così l’anziana, più indolenzita che intontita, non può opporre resistenza; tuttavia la colpita lotta validamente finché le rimane un briciolo di fiato.
Marina arrotolata la tendina, strappata da una finestra, intorno alle gambe della vecchia; tiene ben stretta la stoffa. Le inserisce in bocca un fazzoletto, tira fuori il cerotto e le cordicelle preparati. Saldamente legata, priva d’aria, la vecchia non si muove più!
Nives, ignara dell’accaduto, è intenta alla pulizia del bagno, al piano superiore. Poi, impallidisce di colpo e si sente afferrare dal panico. Sulla soglia incontra lei… Marina. Lo sguardo deciso la terrorizza con la sua diabolica abilità di gran sadica. Mai in vita sua, Nives ha incassato dei colpi simili… Cerca di riprendersi, ma un ennesimo pugno sotto i seni le mozza il fiato, e un tremendo colpo di taglio al collo la paralizzava completamente.
Come non bastasse, sente un dolore atroce al basso ventre quando Marina le ha colpito la zona vaginale, con una ginocchiata. Una specie d’esplosione le incendia il cranio, ed è buio del tutto.
Mentre è alla ricerca del piccolo Ermes, il figlio di Nives, gli occhi le si riempiono di lacrime; lacrime di odio a indirizzo di chi le ha voluto male e, stesso tempo, lacrime di “piacere” per la sofferenza delle ex amiche punite.
Ermes, bei riccioloni d’oro, solo un paio d’anni d’età, dorme attorcigliato come un gatto. A lei piace osservare i bambini dormire in quella maniera, ma la situazione in corso non lo permette.
Disturba dal sonno il piccolo, raccogliendolo tra le braccia. Ermes apre gli occhi, poi li socchiude…
Marina sente il calore della testina appoggiata al seno e in quell’attimo avverte come un’ondata gigantesca di dispiacere che si riversa addosso. Arriva nella stanza da bagno, riempie l’acqua sino a metà vasca e riporta la sua attenzione sul bimbo che dorme.
L’acqua lo sommerge completamente. Il corpicino si agita come una marionetta. Senza esitare, lei gli preme bocca, naso e occhi con una sola mano, mentre l’altra tiene salda le sue esili gambe. Le braccia del piccolo sono movimenti d’afferrare qualcosa.
Un minuto. Un minuto e mezzo. Due minuti. Le bolle d’aria continuano a salire in superficie. Tre minuti. Il piccolo s’incaglia! Le bolle d’aria diminuiscono. Tre minuti e mezzo. Quattro. Cinque. Sei.
Marina lo estrae dalla vasca e lo adagia sul pavimento. Il corpicino sussulta di un colpo… e lo lascia lì, com’è; sarà il destino decidere se farlo sopravvivere. Troppo e infinitamente difficile: sei minuti sotto acqua! La mancanza d’ossigeno prolungata nella media di quattro minuti produce già danni cerebrali irreversibili, e, un’interruzione dell’ossigenazione del cervello ancor più prolungata porta a morte. Figuriamoci cosa potrebbe accadere ad un bambino di due anni!
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Terzo turno: la bambina della più odiata tra le ex amiche. L’odiata si chiama Mara, una ricca e spudorata imprenditrice; un’attraente bruna da capogiro che ama “imbottire”, per il proprio corpo, “litri” di profumi con l’intento di attirare clienti e, magari… farsi “scopare”!
“La puttana.”, così la definisce Marina.
Una corsa rapida e quasi claudicante fra alcuni arbusti e l’erba. La villetta di Mara è l’ultima della via ed è frapposta in un fitto verde vegetale.
Una domestica filippina apre la porta secondaria, anche perché conosce, alla lontana, l’arrivata.
“La signora Mara e marito sono a Milano per questioni di lavoro, ma lei…”
Esita a disagio la domestica. Troppo difficile spiegare perché Marina, tetra in viso, si trovi nei dintorni la villetta. Altrettanto con la filippina, stessa situazione e violenza come accaduto con l’anziana suocera di Nives.
Poi, il turno della bambina… La piccola e bella Loretta è nel box, immersa tra bambole e pupazzi; appare sorridente e serena dirimpetto lo sguardo macabro della sua “assassina.” Per la sfortunata piccina, è riservata una morte crudele… come crudele è l’odio verso la sua mamma.
Al retro casa, un macchinario per aria compressa è già uno “sporco suggerimento”. Traina faticosamente il macchinario dietro di sé fino nel salotto ove vi è il box. Fa capovolgere la piccola in posa prona, le infila tra le natiche la pistola ad aria compressa, molto stretta perché passasse attraverso l’intestino. Il grido disperato di Loretta non rappresenta neppure “simbolo” di pietà per la sadica donna. Pistola e piccola parte del tubo scompaiono su per il condotto anale. Il sangue fa la sua terrificante mostra coprendo tutta la pelle bianca del sederino.
La donna preme un bottone. La ventola del macchinario scatta quasi silenziosamente e, dieci secondi dopo, automaticamente, il macchinario ha un altro scatto il quale sblocca la valvola che tiene rinserrata l’aria. Spinta dalla pressione, l’aria stessa si disperde con una tale violenza da lacerare i delicati organi interni della bambina. Il piccolo corpo traballa; la pancia si spacca e si “frantuma”. Il sangue spruzza come un lampo temporalesco: sul pavimento, sui muri, sui vetri della finestra! Un rene della piccola ha raggiunto, appiccicandovi, il soffitto!
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Una decina di minuti dopo, Marina “tocca” la casa di Silvia, la quart’ultima donna disprezzata. La casa è vecchia, antica addirittura: muri scrostati che lasciano vedere i mattoni, inferriate alle finestre, tetto che fa acqua da tutte le parti. Silvia è in casa col marito, malato, che ha sopportato, di recente, interventi allo stomaco per un’ulcera ribelle. Il fegato è in malora, e il metabolismo gli funziona come vuole.
Silvia rifiuta l’ingresso alla macabra visitatrice; stringe con forza il suo braccio per convincerla ad andarsene. In realtà, Marina lascia cadere il braccio sotto il peso di Silvia e affonda un pugno nello stomaco. Un grugnito orripilante esce dalle labbra della colpita che si piega in due. Marina la colpisce, infine, al collo, col gomito del braccio, poi la solleva e la lascia ricadere sulla poltrona; la “picchiata” è molto più che intontita!
Il marito di Silvia neppure ha udito, dal suo letto di malattia, rumori strani, mentre al piccolo Matteo, quattro anni vivaci, che saltella sul medesimo mobile, sì. All’atteggiamento strano del figlio che osserva ossessionatamente la porta interna della camera, l’uomo si avvia ad oltrepassare quella. Vede lei… quella donna sconosciuta. Intuisce che non si tratta di una malintenzionata, ma sa che i delinquenti hanno una faccia che ispira fiducia.
“Vuole aprire la confezione, per favore?”, gli sussurra Marina, con un largo sorriso. “È per sua moglie, ma non la vedo!”
“Volentieri.”, afferma lui, con finta indifferenza.
Si trova davanti una scatoletta metallica color verde. Trattiene il respiro mentre la apre. C’è del cotone sul fondo, e al centro un occhio umano. La sclerotica bianca è striata di sangue rappreso e dai frammenti di tessuto muscolare appare chiaro che quell’occhio è stato strappato!
“Apparteneva alla piccola Lorena! L’occhio, in cambio del tuo bambino!”
Oramai da vera esperta, colpisce l’uomo che è letteralmente staccato da terra e finisce ad un paio di metri, all’indietro, crollando come un peso morto.
Marina, in un solo abbraccio, stringe a sé lo scosso Matteo e, insieme, abbandonano la casa. Il bambino, impaurito e confuso, si raggomitola addosso in un singulto di feroci tremiti di pianto e di batticuore.
L’uomo, ripresosi subito dopo la caduta, cerca il modo possibile per ridestare corpo e spirito di Silvia; costei, sbalordita dalla precipitazione degli avvenimenti, sente la pelle d’oca e una ripresa personale dovuta dalle parole e dal viso del marito sconvolto dalla paura.
La coppia, all’inseguimento, nota la “rapitrice” avviarsi in un luogo proibito di un’impresa che alleva coccodrilli in piena regola. Coccodrilli che saranno trasferiti nelle zone di safari dei più importanti parchi zoo d’Italia ed Europa.
Marina oltrepassa l’apertura di una rete metallica, trascinando con sgarbo il corpo di Matteo sull’erba. Entrambi si addentrano nella zona più fitta di alberi e di verde, passando per un tratto che collega a quella che la chiamano “isola”, ma in realtà è collegata alla terraferma da una specie di sentiero all’asciutto.
Arrivata al limite del pontile, Marina getta in acqua il bambino. Un doppio splash: del bimbo e del coccodrillo lungo quasi tre metri che già presenta la bocca spalancata come una gigantesca trappola. Matteo alza il braccio sinistro in un gesto automatico di difesa. Due file di denti affilati come daghe, della bestiaccia, si chiudono di scatto su una gamba, e il dolore divampa come fuoco lungo l’arto del bambino.
Silvia ha udito il tonfo e si è tuffata all’inseguimento dell’animale. L’istinto materno la porta alla sfida con la morte. Con l’acqua fino al seno riesce ad afferrare quella gamba che esce dalla bocca del rettile.
Perdendo sangue a fiotti dalla gamba dilaniata, Matteo urla alternativamente: la testa fuori e dentro l’acqua a quando è possibile gridare per essere liberato da quelle fauci.
Silvia tenta in tutti i modi di “trattenere” anche l’animale, puntando anche i piedi nel fango melmoso, perché in caso contrario l’animale si sarebbe spinto in acque profonde. Lei sa che in questo caso i coccodrilli rotolano a lungo su loro stessi, e che spesso annegano la preda prima di sbranarla. Al solo constatare che i piedi le scivolano via dalla vicina riva sotto la trazione incredibilmente poderosa del rettile, allunga il braccio destro e urla al marito:
“Massimo, afferrami!”
Questi ha perso la paura; incoraggia la moglie con un “resisti”, e avanza sul fango scivoloso fino ad avere l’acqua al ginocchio. È armato di un bastone quasi appuntito e, “fortunatamente”, individuato tra alcune frasche. Silvia si rende conto che a poco a poco il rettile sta trascinando via dalla riva anche lei. Aggrappata al coccodrillo, i due esseri umani e l’animale finiscono sott’acqua e il rettile crea loro un giro su se stessi.
La donna sa che, se non avesse reagito, il rettile avrebbe potuto annegarli entrambi con facilità, e allora si raddrizza e, trovando sul fondo un punto d’appoggio per i piedi, fa leva e tira di nuovo con tutte le forze. Soltanto fosse riuscita a tener duro, potrebbe che l’animale disserrasse le mascelle per il tempo sufficiente a permetterle di trarre in salvo, con uno strattone, Matteo, oramai quasi morto!
L’acqua le arriva alla vita, ora, ma lei non molla nemmeno quando il rettile, con uno scatto cattivo della testa, sommerge le spalle, il collo e il viso del bimbo. Silvia ha notato l’espressione disperata del figlio, e crede di averlo perso, ma inspira a fondo e continua a tirare ugualmente.
Il rettile termina di girare su se stesso. Matteo torna in superficie sputando acqua e boccheggiando per la forzata mancanza d’aria.
La sadica Marina gode divertita, tra mille risate, lo spettacolo agghiacciante!
L’intervento dell’uomo nel tratto d’acqua color rosso sangue, è segno di una fase conclusiva. L’uomo infilza quel bastone negli occhi dell’animale, costringendolo ad aprire la bocca. Matteo è finalmente libero da quelle fauci!
In quel mentre si odono altri due splash: sono dei rettili più lunghi del primo. Avvisata del nuovo imminente pericolo, la coppia e il bimbo stretto ad essa, riescono a raggiungere la riva fino a un albero lontano una trentina di metri dall’acqua: una distanza sufficiente a evitare un nuovo assalto del coccodrillo.
Dal capanno di controllo è accorso il guardiano che si prodiga all’opera; non benda le ferite del bimbo ma, dopo aver cosparso senza risparmio di disinfettante in polvere, avvolge il bimbo in un lenzuolo pulito e invita tutti a salire sul furgone. Il guardiano parte in quarta verso il più vicino ospedale.
A Matteo sono stati messi quarantadue punti alle gambe e alle natiche ed è necessario il suo ricovero. Silvia, in condizioni di grande spossatezza è ricoverata per analisi del caso.
La polizia ha prelevato Marina, là… ancora sul pontile; immobile e nella posa identica come la famosa sirenetta di Andersen!
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Da giorni l’assassina è sotto sorveglianza presso un istituto psichiatrico giudiziario, durante l’attesa della commissione di medici che dovrà accertare le condizioni della sua salute, mentale soprattutto.
Il giudice ne ha disposto il piantonamento e la costante tenuta sotto osservazione. Chi ha visto la donna ha riferito che si trova in uno stato di profonda prostrazione e che non fa altro che piangere.
In quella cella è guardata a vista; rifiuta i pasti tradizionali, solamente qualche tazza di tè con biscotti e della frutta che il più delle volte rimane nel piatto.
Giorno dopo giorno, non più nel pieno delle sue responsabilità, dà scarsi segni di reattività. Spesso resta seduta sopra una panca, per svariate ore, pronunciando, tra sussurri, il nome di Lucio.
Una vita distrutta per un bambino adottivo che le è stato strappato, forse, violentemente, prepotentemente, vigliaccamente, assurdamente!
Ride notte e giorno, come una iena che vuol sbranare qualcosa di più della preda preferita.