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( Stefano Roveron )
Il signor Longhi alle 22 in punto terminò la pratica alla quale stava lavorando.
L’ufficio era ormai deserto e silenzioso, se si escludeva il frenetico ticchettio che proveniva dalla scrivania del ragioniere Pasquali, il quale, in via del tutto eccezionale, si era trattenuto a fare gli straordinari per chiudere il bilancio mensile.
Per Longhi, invece, rimanere a lavorare oltre l’orario di chiusura non era affatto una novità.
Scapolo, cinquantun anni mal portati, privo di qualsiasi interesse o passatempo, a casa non c’era nessuno che lo aspettava, ecco perché, quando n’aveva l’opportunità, Longhi (che di nome faceva Mario) preferiva ritardare il più possibile il suo ritorno entro le mura domestiche.
Salvato il frutto della sua giornata lavorativa su floppy, Longhi spense il computer, quindi indossò l’impermeabile ed il cappello e si diresse verso l’uscita.
<Arrivederci a domani, Pasquali>, strillò tronfiamente, mentre la mano già stringeva il pomello d’ottone scolorito e faceva scattare la serratura.
Longhi richiuse la porta dietro di sé, quindi, premuto l’interruttore della luce, iniziò placidamente a discendere le scale.
L’ufficio nel quale lavorava si trovava al secondo piano di una vecchia palazzina in Via Carlo Magno, una zona piuttosto periferica di ***.
Gli appartamenti, che una volta erano stati abitati, adesso ospitavano tutti una qualche attività: c’era il dentista del primo piano, l’oculista del secondo e la lavanderia al piano terra.
Data l’ora tarda, tuttavia, nella palazzina probabilmente erano ormai rimasti solamente Longhi ed il suo collega.
Improvvisamente, un rumore sordo proveniente dall’alto, simile ad un tonfo, richiamò la sua attenzione: Mario rimase in ascolto per un buon minuto, tuttavia non udì più nulla.
<Signor Pasquali, è lei?>, chiese infine timidamente. La sua voce salì verso l’alto.
Nessuna risposta.
Dopo un poco di tempo il timer fece spegnere automaticamente la luce delle scale, e Longhi rimase al buio ad ascoltare il silenzio.
Passarono altri secondi, quindi, non appena le sue pupille si ebbero un po’ abituate al buio, Mario discese cautamente fino al pianerottolo del dentista, dove accese nuovamente la luce, poi continuò a scendere ed uscì in strada.
Il cielo era assolutamente limpido, e giunto sul marciapiede, Longhi rimase a contemplare estasiato la luna, che sembrava così vicina da poterla quasi toccare.
Una sferzata d’aria gelida, tuttavia, lo colpì in pieno viso.
In lontananza, da quel poco che si riusciva a scorgere tra le cime dei palazzi circostanti, s’accorse allora di una fitta coltre di nuvole nere che avanzava minacciosamente.
<Temporale>, pensò, <mi conviene affrettare il passo>.
La sua abitazione distava circa un paio di chilometri dall’ufficio.
Solitamente, se non era troppo stanco, Mario preferiva tornare a casa a piedi per fare una passeggiata; tuttavia, dato che di lì a poco sembrava sarebbe piovuto, decise di prendere il tram.
<Dovrei fare in tempo a salire sul 32>, pensò, <ma mi devo sbrigare, mancano solo pochi minuti e quella è l’ultima corsa>.
La strada era praticamente deserta.
***, dopo l’ora di cena, diventava una città fantasma; nella zona dove abitava lui poi, che non era propriamente un quartiere residenziale, la gente preferiva rimanersene in casa a guardare la tv, molto più sicuro che starsene a bighellonare.
Le uniche persone che si potevano incontrare erano gli extracomunitari o le prostitute; quella sera, tuttavia, forse a causa del freddo gelido o del temporale incombente, in giro non c’era nessuno.
Da una finestra situata al pian terreno di un grigio fabbricato anonimo, alle orecchie di Longhi giunse la sigla del suo telequiz preferito; ne stava appunto canticchiando la melodia quando alle sue spalle risuonò chiaro e conciso il rumore di passi.
<Qualcuno mi sta seguendo!>, pensò.
Si girò di scatto.
Nessuno. Niente.
Dalla solita finestra, un concorrente aveva appena risposto giusto alla domanda da dieci milioni.
Longhi rimase perplesso, era certo di aver sentito qualcuno camminare dietro di lui.
Considerò tuttavia che le numerose sporgenze del muro avrebbero potuto costituire un facile riparo per chiunque; la persona che lo stava pedinando poteva benissimo essersi acquattata nello stipite di un qualche portone.
<Di certo non intendo tornare indietro per controllare>, rifletté Mario, pensando d’essere
vittima delle attenzioni di un malvivente.
Longhi riprese a camminare ancora più spedito; arrivato all’angolo con Via Amendola, prima di svoltare a destra per dirigersi alla fermata del tram, si girò per vedere se quel qualcuno aveva ripreso a seguirlo.
Un uomo piuttosto magro, con un lungo impermeabile scuro e un largo cappello in testa, stava immobile al centro del marciapiede nello stesso punto in cui, pochi minuti prima, lui s’era voltato nell’udire il rumore di passi.
Un brivido gli attraversò tutto il corpo.
<E quello chi cavolo è?>, mugugnò, <Sembra uscito da un film dell’orrore!>.
Una lattina vuota di Coca Cola che scivolava spinta dal vento, richiamò la sua attenzione.
La lattina rotolò per parecchi metri lungo il marciapiede, quindi finì in mezzo alla strada e andò ad incastrarsi sulle rotaie del tram.
<Il tram!>, esclamò.
Prima di riprendere a camminare lanciò un’ultima occhiata verso lo sconosciuto: era sparito.
Senza pensarci due volte affrettò ancora di più il passo; nel giro di pochi attimi era sotto la tettoia della fermata. Accanto a lui c’erano una giovane donna, che dall’aspetto sembrava una tossicodipendente, e un uomo sulla settantina, che si reggeva in equilibrio appoggiandosi al suo traballante bastone da passeggio.
Il tram arrivò puntuale; tutti e tre vi salirono.
Longhi prese posto nel primo sedile dietro al conducente, il vecchio e la ragazza si sedettero invece qualche fila più indietro.
Non appena il mezzo iniziò lentamente a muoversi, Mario si girò per dare uno sguardo agli altri passeggeri.
Escluso se stesso e i due tipi che erano saliti con lui, nel tram c’era solamente un ragazzo aggrappato ad un maniglione, che ascoltava musica con le cuffie e ritmava una qualche sconosciuta melodia schioccando le dita della mano destra.
In breve, nonostante adesso si sentisse notevolmente rasserenato, il pensiero ritornò a quel misterioso individuo vestito tutto di nero.
<Chissà chi era quel tipo strano>, si domandò Longhi, <e che cosa voleva da me>.
La città scorreva, attraverso i vetri appannati dei finestrini, come in un vecchio film dalla pellicola rovinata; le costruzioni, stagliate contro quel cielo minaccioso, e filtrate dall’umidità appiccicata ai vetri, assumevano un aspetto sinistro e quasi irreale.
In breve, alle varie fermate del tram, scesero prima il ragazzo discotecaro, poi la giovane drogata, e infine il vecchio traballante.
<La prossima è la mia>, pensò compiaciuto.
All’inizio di Via Conciliazione, Longhi premette il pulsante rosso della fermata.
Trecento metri ancora, infine il mezzo arrestò la sua corsa.
Mario si alzò e rivolse un breve ma cordiale saluto al conducente; mentre stava scendendo i gradini, tuttavia, per poco non fece un colpo nel vedere lo sconosciuto, in fondo al tram, che stava smontando dall’altra uscita.
<Ma da dove cavolo è saltato fuori?>, singhiozzò Longhi, <Non l’avevo neppure visto salire>.
Il tram ripartì, lasciando i due uomini in piedi con solo pochi metri di distanza a separarli.
Quello vestito tutto di nero se ne stava tranquillamente a fissare l’altro con un atteggiamento di sfida: a questo punto, a Mario era chiaro che quell’individuo lo stava seguendo.
<Il mio appartamento dista poche centinaia di metri>, pensò Longhi terrorizzato, <se mi sbrigo ce la posso fare prima che quel tipo mi raggiunga>.
Mario iniziò a camminare piuttosto velocemente, senza mai volgere lo sguardo all’indietro.
Alle sue spalle il rumore di passi, gli stessi che aveva sentito anche nel palazzo in cui lavorava.
Adesso Mario correva.
Dietro di lui ancora il rumore di passi.
Sempre più pesanti.
Sempre più vicini.
La città era deserta.
Una mano dalla stretta poderosa agguantò Longhi per un braccio e lo fece rotolare a terra violentemente.
L’uomo cadde a faccia in giù, e non appena fece per rialzarsi, lo sconosciuto gli piantò nel petto il suo stivale, costringendolo così a rimanere in quella posizione.
Mario lo guardò diritto in faccia, ma questa era totalmente avvolta in una sciarpa nera, che lasciava scoperti solo gli occhi.
Ed erano colmi d’odio.
<Chi sei?>, strillò Longhi, <Che cosa vuoi da me? Cosa ti ho fatto?>.
L’altro continuò a fissarlo intensamente, premendogli ancora di più lo stivale fra le costole.
<Sono venuto a prenderti>, sibilò infine fra i denti lo sconosciuto.
Mario era terribilmente spaventato.
<Ti sto seguendo da quando sei uscito dal tuo ufficio>, e così dicendo si srotolò la sciarpa mostrando il suo volto.
E Longhi capì che per lui era la fine.
In un ufficio di Via Carlo Magno.
<Ciao Antonio, hai saputo di Longhi?>.
<No, che cosa gli è successo?>.
<Ieri sera, probabilmente appena uscito dall’ufficio, è scivolato sulle scale e si è rotto l’osso del collo>.
<Dio mio, che morte stupida>.
<Lo ha trovato il signor Pasquali col collo spezzato, verso le dieci e mezza>.