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Il traffico scorreva lento; una lunga carovana di cavalli di metallo, scintillanti, solitari, pigri e sbuffanti fumo azzurrognolo.
La calura dell’estate ormai alle porte gli faceva desiderare di trovarsi ovunque, ma non lì, non imbottigliato nell’ennesimo ingorgo, ansimante e nervoso, mentre l’odioso ticchettio del suo orologio da polso gli annunciava minaccioso che erano le undici e mezzo di una mattinata caotica, e che era drammaticamente in ritardo per la riunione degli editorialisti del giornale.
“Bill stavolta mi licenzia” sussurrò ringhiando all’abitacolo.
Pescò dal fondo del taschino della giacca di jeans il pacchetto di Marlboro morbide spiegazzato e si accese la prima sigaretta della giornata. Il fumo acre e amarognolo gli riempì la gola ed i polmoni con un unico effluvio, il leggero senso di tensione addominale ed il blando prurito alle corde vocali lo costrinse a schiarirsi la voce rumorosamente.
Dalla macchina affianco sentì provenire delle risa gioiose di bambini, si voltò e si soffermò ad osservare due paffuti pargoletti in pantaloni corti che si tiravano a vicenda i nasini rossi, sul sedile posteriore di una vecchia station wagon bianca, guidata da una giovane donna abbronzata e divertita.
Prese il cellulare dal cruscotto e compose il numero di Jenny.
“Pronto” dal frastuono che faceva da sottofondo alla voce di lei, doveva essere intenta a falciare l’erba del loro prato.
“Ciao tesoro, che fai?”.
“Toso l’erba che invade il nostro giardino, dato che un famoso giornalista di mia conoscenza ha promesso innumerevoli volte di farlo, disattendendo puntualmente a parte dei suoi obblighi coniugali”.
“Vero” replicò ridendo “ma gli altri obblighi coniugali li assolvo piuttosto bene, non credi?”.
Jenny rise amabilmente.
“Ammetto di non avere altri motivi per lamentarmi. Dove sei grand’uomo?”.
“Imbottigliato nel più claustrofobico ingorgo che questa città rammenti, Bill mi farà lo scalpo”
“Anche dopo l’ennesimo ritardo non ti toglierà di certo il lavoro, sei il miglior cronista di nera che abbiano mai avuto, e lo sanno, ti sopporteranno in silenzio...o quasi”.
“Speriamo” inalò a fondo ed espirò una nuvola densa di fumo bianco che si infranse contro il vetro anteriore appannandolo leggermente.
“Stai fumando!” Quasi gridò lei.
(Porc...) imprecò Mark serrando i denti.
“Mi avevi promesso che avresti smesso...” Jenny si esibì nel suo famoso ed irritante tono da bambina ferita.
“E’ la prima, l’ho accesa inavvertitamente...credimi”.
“Mark, non voglio essere petulante, né assillarti, ma la tua asma peggiora, e sai cos’ha detto il dottor Seymour...”.
“Che se non smetto di fumare gli attacchi potrebbero peggiorare, lo so” concluse la frase con una nota di vibrante nervosismo che gli incrinava la voce calda e suadente.
“Io lo dico per te”replicò lei afflitta.
“Lo so, lo so e ti prometto che farò del mio meglio, ok?”.
“Ok, torno al mio lavoro di giardiniera alle prime armi; ti sento più tardi?”.
“Certo, a dopo”.
Riagganciò.
Giunse in ufficio quasi venti minuti dopo, la riunione degli editorialisti si era conclusa da un’ora e Bill era a dir poco furente.
Mark entrò nell’ufficio del direttore con una comica espressione contrita dipinta sul volto simpatico.
“Non voglio sentire le tue cazzate”esordì l’omaccione seduto dietro la scrivania.
“Neanche quelle che ho appena inventato per l’occasione?”.
“Fai poco lo spiritoso, la riunione di oggi è stata totalmente vanificata dalla tua dalla tua assenza, il caso Reginald al quale stai lavorando è il pezzo di punta del giornale per tutta la settimana ventura, e di cosa avremo dovuto discutere senza avere in mano le deposizioni dei testimoni e l’intervista della vedova che tu hai ottenuto ieri, se le carte in questione sono esclusivamente in mano tua e tu non ti degni neppure di venire in orario al lavoro!” Ruggì quest’ultima affermazione accompagnando il tutto con un sonoro pugno sulla scrivania.
“Calmo grande capo” disse Mark sedendosi di fronte a Bill “il caso Reginald è un banale regolamento di conti fra banchieri dell’alta società e malavita di bassa lega” posò dinnanzi al direttore accaldato e paonazzo in volto, una pila di fogli dattiloscritti ben ordinati.
“Cosa sono?” chiese Bill sospettoso.
“L’intervista alla vedova, le deposizioni dei testimoni ed una piccola perla”.
“Vale a dire?” la voce dell’uomo si era fatta tagliente, fiutava uno scoop a cento metri di distanza, e quello che aveva davanti era a soli quaranta centimetri.
“Questa è un’intervista che ho ottenuto ieri notte con il partner in affari di Reginald, ci sono diverse rivelazioni importanti che riguardano i rapporti leciti e non del famoso uomo d’affari con alcuni piccoli boss della mafia italo-americana, sono proprio lì, nero su bianco”.
“Come hai fatto?” gli occhi di Bill rilucevano come brace.
“Ho qualche conoscenza nella polizia locale, diverse persone mi devono dei favori, ho saputo che Grant era entrato nel progetto protezione testimoni, da fonti che non posso rivelare, e sono arrivato notte tempo al suo albergo; qualche pressione, un po’ di soldi, del tuo giornale, ovviamente, ed eccoti il pane quotidiano appena sfornato”.
“Dovrei per caso inginocchiarmi e ringraziarti?”.
“No, dammi solo le ferie arretrate, con tutto quello che ti ho portato il giornale può andare avanti almeno un mese senza di me”.
“Stai scherzando”.
“Non credo proprio vecchio mio, mi sono appena sposato, sono sei anni che non stacco la spina, un periodo di vacanza mi spetta”.
Si alzò e si diresse verso la porta.
“Minkosky, se non fai ritorno per le quattro di oggi pomeriggio nel tuo lurido ufficetto da scribacchino puoi ritenerti licenziato”disse Bill malcelando una fragorosa risata.
“Vuol dire che, se quando tornerò fra un mese esatto, la mia sedia sarà occupata da un altro scribacchino ti denuncerò per ingiusta causa di licenziamento”.
Il risveglio dopo una notte d’amore con la sua neo mogliettina era sempre una piacevole sorpresa.
Cercarla con la mano lungo le pieghe ancora calde delle lenzuola aggrovigliate, aprire lentamente gli occhi e vederla seduta sul margine del letto con una tazza fumante di caffè nero in mano ed un sorriso dolce dipinto sul viso struccato e fresco; era come scoprire un tesoro diverso ed uguale ogni mattina, gli faceva assaporare in pieno la meraviglia dell’essere vivo.
“Vieni qua” le disse tentando di ghermire l’orlo della camicia bianca sbottonata che lasciava intravedere i seni turgidi e nudi.
“Smettila dai..” ridacchiò lei baciandolo.
“Caffè” gli disse porgendogli la tazza rossa.
Lo bevve quasi d’un sorso, prima di scostare frettolosamente la tazzina e soffiare sulla superficie lucida e scura:
“Scotta”.
Jenny sorrise.
“Ci sono alcuni scatoloni da svuotare ancora imballati nel garage” aggiunse fissandolo attentamente con i suoi grandi occhioni blu.
“Recepito il messaggio bambola, mi faccio una doccia e mi dedico a svolgere le mie mansioni da uomo di fatica”.
L’acqua gelida lo svegliò di colpo, non aveva ancora riparato l’accensione dello scaldabagno.
Eh sì come marito aveva ancora molto da imparare.
Dopo quasi un’ora di lavoro era madido di sudore, stanco e con molta nostalgia della suo fidato note book, della sua vecchia poltroncina di pelle scorticata e dell’odore acre che pervadeva la redazione del “Denver News”; si guardò attorno con fare circospetto e quando si fu sincerato d’essere solo e non osservato, estrasse il pacchetto di sigarette dalla tasca posteriore dei jeans e si accese la sua prima e, forse unica, magica e rilassante Marlboro.
Non fece attempo ad inalare appieno la seconda boccata che il volto contrariato di Jenny lo fissò imbronciato dalla finestra della veranda.
Precipitosamente spense il mozzicone sotto la suola della scarpa da ginnastica, si rituffò nella calura del garage, con lo stomaco serrato dalla stessa spiacevole sensazione che accompagna i ricordi delle bravate d’infanzia sorprese sul più bello dallo sguardo severo di un genitore.
Rincasò solo due ore più tardi, il garage era perfettamente sgombro e gran parte delle cianfrusaglie che occupavano le scatole, suoi reperti della trascorsa vita da scapolo, erano finite nella pattumiera di fronte alla loro elegante villetta monofamiliare.
Jenny era seduta sul dondolo, fissava assorta un punto lontano all’orizzonte; Mark fiutò immediatamente aria di burrasca.
“Che c’è che non va?” le chiese con tono benevolo.
“Lo sai” replicò lei atona.
“O.k., ma era solo una...” si giustificò.
“Mark, non sono mai stata una salutista, e lo sai bene, e non voglio nemmeno diventare una moglie noiosa che rovina le gioie della vita al suo consorte..”.
“Tesoro, ma io non ha mai pensato questo di te”.
“Lo spero, ma sono davvero preoccupata; la crisi che hai avuto in viaggio di nozze mi ha fatto quasi temere che ti avrei perso”.
“Non esagerare, era solo una piccola crisi respiratoria, nulla di mortale”.
“E la corsa al pronto soccorso l’hai già dimenticata?”.
“No, ma da bambino era una consuetudine: ogni qual volta mi esponevo al polline oppure contraevo una banale influenza la mia asma si faceva viva e volavo in ospedale su una sfrecciante ambulanza. Era perfino divertente, correre all’impazzata fra le macchine in coda a bordo di quel camper lampeggiante, a volte immaginavo di essere un soldato americano ferito in battaglia e..”.
“Non sei più un bambino ora, e io sono terrorizzata all’idea di vederti di nuovo diventare cianotico. E per cosa, poi? Per una stupida abitudine che potresti perdere con un po’ di buona volontà”.
“Ho capito, smetterò, te lo prometto”.
“E accetteresti un aiuto?”.
“Di che genere?”.
“Senti, la mia amica Martha ha smesso di fumare quasi un anno fa, e sai cosa l’ha aiutata enormemente?”.
“No, ma credo che stai per rivelarmi questo meraviglioso segreto” aggiunse lui sogghignando.
“Uno psichiatra”.
“Buon Dio” disse alzando gli occhi al cielo in senso di resa.
“Ascoltami, è una cosa seria!” precisò lei stizzita “si è rivolta ad uno strizzacervelli che pratica l’ipnosi, ed in meno di quattro settimane ha totalmente archiviato il capitolo fumo” pronunciò le ultime parole accompagnandole con un eloquente gesto della mano.
“Mhh, interessante. E scommetto che hai il nome e l’indirizzo di questo luminare e che io dovrei fissare un appuntamento con il dottore in questione...”.
“L’ho già fatto io per te, hai appuntamento domani pomeriggio alle quattro in punto”.
“Naturalmente l’idea che io non fossi d’accordo non ti ha neppure sfiorata”.
“Ti prego amore, cosa ti costa provare?”.
Mark la guardò attentamente e riconobbe un velo di seria, frustrante preoccupazione incrinare il colore limpido dei suoi occhi; restò in silenzio per alcuni secondi ed infine aggiunse:
“Ma se mi comincia a sproloquiare di tecniche di rilassamento e filosofia zen, non ci metto più piede, intesi?”.
“Intesi” disse lei stringendogli energicamente la mano.
“Cosa c’è per pranzo?” chiese lui baciandola.
“Pizza” disse Jenny facendo ritorno in casa.
“Pizza, grandioso” sbuffò lui alla metà del dondolo rimasta vuota.
Il dottor Stewart era un atletico signore sulla cinquantina, brizzolato, snello, ben abbronzato, con un paio di enormi occhiali da vista privi di montatura ed un sorriso da soap opera impresso sul viso accondiscendente.
Mark arrivò al suo primo appuntamento in leggero ritardo ed il medico non esitò a fargli notare la cosa, pregandolo di far in modo che non si ripetesse in futuro. Mark lo detestò immediatamente.
“Dunque” anche la voce del dottor Stewart era calibrata come il suo sorriso “lei si è rivolto a me per smettere di fumare, giusto?”.
“Non esattamente, mia moglie mi ha indirizzato qui per farmi cessare questa pratica che le è particolarmente in odio”.
“Bene, lei non intende quindi liberarsi da questo vizio”.
“Di mia spontanea volontà, no, ma soffro di una grave forma di asma reaginica e mia moglie è particolarmente preoccupata dall’ipotesi, per altro non remota, che l’abuso di nicotina possa peggiorare le mie crisi”.
“Quindi per accontentare la sua gentile metà, e non per preservare il suo stato di salute, si alla fine rivolto a me”.
“Esatto”.
“La posso senz’altro aiutare, ma ho assoluta necessità della sua totale collaborazione”.
“Sono qui per questo”.
“Io pratico l’ipnosi come “cura” per questo tipo di richiesta terapeutica, e con lei ho intenzione di cominciare immediatamente”.
“Niente domande di rito, tipo: mi parli della sua infanzia, o roba del genere?”.
“No signor Minkosky, non è necessario, non devo psicanalizzarla, devo solo condizionarla, è differente”.
“Prospettate in questo modo, le sue intenzioni non sembrano così piacevoli, sa?”.
“Signor Minkosky, lei desidera smettere di fumare?”.
“Sì” sospirò Mark.
“E’ consapevole che questa sua abitudine nuoce gravemente al suo stato di salute?”.
Mark annuì con un gesto spazientito del capo.
“Bene, allora è meglio iniziare la terapia senza ulteriori indugi”.
Fece cenno a Mark di alzarsi, facendolo accomodare su di una sorta di lettino di pelle.
Stewart abbassò le tendine poste alla sommità delle due grandi finestre di fronte alla scrivania, dietro alla quale era prima seduto, quindi, una volta che l’intera stanza fu avvolta dalle tenebre, avviò un piccolo metronomo posto su di una mensola a media altezza, accese una torcia il cui raggio puntava direttamente su di un cerchio lucido fissato alla fine della barra di ferro, intrecciò le braccia contro il petto muscoloso e si sedette di fianco al suo paziente.
“Ora le chiederò di rilassarsi il più possibile, di fissare intensamente il fascio di luce e di contare lentamente da cento fino a uno”.
Mark fissava il puntino di luce che diveniva abbagliante ogni volta che la barra del metronomo lo incrociava, iniziò a contare lentamente a voce alta, una piacevole sensazione s’impadronì dei suoi muscoli, gli sembrava d’essere molto vicino ad uno stato di sonno profondo, pur sentendosi ancora lucido e perfettamente padrone di sé. Giunto al numero cinquanta, lo psichiatra lo interruppe porgendogli un bicchiere.
“Cos’è questa roba?” chiese allarmato.
“Nulla che possa nuocerle, un banale miorilassante a base d’erbe, l’aiuterà a lasciarsi andare”.
Mark lo bevve, notando che era del tutto insapore.
Ricominciò a contare da dove aveva interrotto e prima di giungere al numero dieci perse i contatti con il pianeta Terra.
Un’ora dopo era sveglio e pimpante, seduto di fronte al medico e del tutto ignaro di cosa fosse accaduto durante il periodo di trance.
“Mi dica tutto” chiese con enfasi.
“Non discuto mai delle sedute d’ipnosi prima che i miei pazienti abbiano avuto modo di ascoltare la registrazione di ciò che hanno detto”.
“Ha registrato quello che ho detto mentre ero via?” replicò Mark ironico.
“Esattamente” rispose Stewart serio.
“C’è qualcosa che non va dottore?”.
“Nulla di preoccupante, ecco la sua cassetta, l’ascolti; il prossimo appuntamento è la per la settimana ventura, stesso giorno, stessa ora”.
“E per il mio vizio?”.
“E’ ancora presto, ma se tutto è andato bene, dovrebbe già avvertire una minore necessità di fumare. Alla prossima settimana signor Minkosky”.
Mark lasciò lo studio dello psichiatra alquanto perplesso.
Tornato a casa trovò un biglietto di Jenny affisso sulla porta d’ingresso, vergato nella sua calligrafia ordinata da brava studentessa, c’era un messaggio che gli comunicava che si era dovuta recare dalla mamma che aveva accusato un lieve malore, che lo avrebbe chiamato in serata e che avrebbe fatto ritorno non più tardi di giovedì.
(Perfetto) pensò Mark (mi si prospettano due interi giorni da scapolo).
Immediatamente il pensiero volò al pacchetto di sigarette gelosamente custodito nella tasca interna della sua giacca da camera.
Entrò e cominciò a percorrere la rampa di scale, si fermò a metà, fissò per qualche istante lo stereo che troneggiava al centro del soggiorno, tastò il rigonfiamento duro del taschino della camicia e fece marcia indietro.
Sfilò la cassetta dalla sua custodia e la inserì nell’apposito vano.
Il nastro girò.
La voce che proveniva dagli altoparlanti era indubbiamente la sua, ma era distante, impastata, assonnata.
Stewart: “Signor Minkosky, mi sente?”.
Mark: “Sì, ma è buio qui, mi sento solo”.
Stewart: “Non si preoccupi, sono accanto a lei, non mi vede, ma sono proprio qui, affianco a lei”.
Mark: “Va bene, ma non se ne vada, non mi è mai piaciuto il buio”.
Stewart: “Mi dica a che età ha cominciato a fumare signor Minkosky”.
Mark: “Oh, ero molto giovane, avrò avuto sì e no dodici anni”
(Che sciocchezza) pensò Mark (mi ricordo benissimo di aver cominciato a fumare all’università, che ciarlatano) sorrise.
Stewart: “Ed i suoi genitori glielo hanno permesso?”.
Mark: “Non ho mai conosciuto i miei genitori, sono sempre vissuto in strada”.
“Ma che bastardo, ladro, figlio di...” imprecò Mark a voce alta “i miei genitori vivono a meno di cento metri da questa casa, ma io lo denuncio a questo pseudo medico!”.
Stewart: “E come è riuscito a sopravvivere signor Minkosky, senza casa e senza una famiglia?”.
Mark: “Come tutti, babbeo” la voce era mutata, non assomigliava neppur vagamente alla sua, era roca e sgraziata e pervasa da un accento che non aveva mai sentito.
Stewart: “Mi perdoni non so come fanno tutti, mi spieghi come ha fatto lei signor Minkosky”.
Mark: “Rubando, taccheggiando, sfruttando qualche battona, facendo fuori tipi come me, ma meno furbi, ehehehe...”.
Stewart: “Lei dunque è un fuorilegge”.
Mark: “Puoi dirlo forte babbeo, ho assassinato almeno cinquanta persone prima che mi beccassero”.
Stewart: “E’ in carcere signor Minkosky, o ci è stato?”.
Mark: “In carcere, no, non più. Ci sono stato per quasi ventisette anni prima che un fottuto giudice dell’Alabama si decidesse a friggermi sulla sedia elettrica”.
Stewart: “Quando è stato giustiziato signor Minkosky?”.
Mark: “Mi faccia pensare, qui il tempo scorre in modo diverso, più lento, meno consapevole, dovrebbe essere stato nel 1967 o giù di lì”.
Stewart: “E per cosa è stato condannato?”.
Mark: “Omicidio plurimo. Mi piaceva ucciderle”.
Stewart: “Chi le piaceva uccidere, signor Minkosky?”.
Mark: “Le signorine. Heheheh.” Quella risata stridula lo fece rabbrividire “Le aspettavo agli angoli dei palazzi, le osservavo per ore chiacchierare con le loro amiche, baciare i loro spasimanti, aggiustarsi le calze credendo di non essere viste, e poi le seguivo, le spiavo, e quando erano sole, zac, gli recidevo la gola dopo averci giocato un po’”.
Stewart: “E cosa la spingeva a farlo?”.
Mark: “Il disprezzo”.
Stewart: “Le disprezzava?”.
Mark: “No! Erano loro che disprezzavano me, mi fissavano sempre dall’alto in basso quelle cagne rognose, credevano che non fossi all’altezza della loro biancheria profumata, ma gliel’ho fatta pagare”.
Stewart: “Saprebbe descrivermi dove si trova, signor Minkosky?”.
Mark: “Sono sospeso, non so dove mi trovo, e perché continua a chiamarmi signor Minkosky?”.
Stewart: “Non è il suo nome?”.
Mark: “No, mi chiamo Ellroy Jordan”.
Stewart: “E dov’è il signor Minkosky?”.
Mark: “In un angolo dell’anima che condividiamo, lo chiami, le risponderà”.
Stewart: “Signor Minkosky, Mark, voglio parlare con lei”.
Mark: “Sono qui dottore, mi ha lasciato solo, aveva promesso che non lo avrebbe fatto, non mi piace il buio, gliel’ho già detto”.
Stewart: “Lo so, quando tornerà a casa sentirà un forte impulso ad accendersi una sigaretta, ma tenterà di resistere, me lo promette?”.
Mark: “Sì, dottore, glielo prometto”.
Stewart: “Adesso schioccherò le mie dita e lei si sveglierà”.
Un fruscio assordante annunciò che la registrazione era terminata.
Mark era esterrefatto.
Impossibile.
Tutto ciò che aveva appena ascoltato era semplicemente inaccettabile.
Chi era questo Ellroy Jordan?
Di chi diavolo era quella voce roca e sibilante che aveva ascoltato dissertare di omicidi con il dottor Stewart? Non di certo la sua.
Ma cosa diamine stava succedendo?
In preda ad una smania febbrile salì le scale a quattro a quattro, pescò le sigarette dal fondo della tasca della giacca da camera, e ne accese una con mano mal ferma.
Jenny, non avrebbe mai dovuto ascoltare quella cassetta, ne sarebbe rimasta semplicemente sconcertata.
Ridiscese in salotto, aprì il mangianastri ed un’immagine vivida e spettrale gli esplose nella mente: una donna urlava e scalciava, aveva le mani legate sopra la testa, strette attorno al fusto metallico di un lampione, piangeva e chiedeva pietà, aveva i vestiti lacerati in più punti, il volto macchiato da diverse ecchimosi e sangue che le scorreva copioso dal naso e dalla bocca.
Vide una mano che brandiva un lungo coltello da caccia, la vide giocare con la punta della lama nella scollatura della giovane, che terrorizzata singhiozzava e rantolava, poi il fendente.
Rapido e preciso.
Un fiotto di sangue vermiglio zampillava dalla gola recisa spezzando un grido strozzato.
Stramazzò al suolo coprendosi il volto con le mani.
“Mio Dio, mio Dio” cantilenò senza sosta per alcuni secondi.
Spalancò gli occhi temendo ciò che avrebbe potuto palesarglisi dinnanzi.
Nulla.
Il salotto della sua nuova casa lo fissava nel candore mesto di un pomeriggio primaverile.
Si alzò barcollante, attraversò l’ampia sala e si diresse verso il patio.
Si accomodò sul dondolo, dove solo poche ore prima stava intrattenendo una piacevole conversazione con la sua adorata mogliettina, e si sedette incrociando le mani dietro la nuca e socchiudendo gli occhi scuri.
Faticava a riprendere il filo delle idee, e soprattutto non riusciva a trovare una spiegazione logica e soddisfacente a ciò che aveva udito e visto.
Visto.
Un ricordo, forse.
Una visione.
Ma quell’orrida e macabra scena, racchiudeva qualcosa di familiare; odori, luci, sensazioni che non sembravano del tutto estranee.
Ed il volto impiastrato di sangue di quella giovane donna, gli sembrava di conoscerlo; sicuramente non l’aveva mai vista...eppure.
Un sogno.
Un incubo ricorrente che lo aggrediva sovente quando era poco più che un adolescente.
Sognava rincorrere una ragazza agile e snella, che si voltava ogni tanto a fissarlo con gli occhi sgranati e la bocca contorta in un grido. La raggiungeva. L’afferrava, e puntualmente si destava madido di sudore, con il respiro mozzo ed una tremenda emicrania che lo accompagnava per l’intera giornata seguente.
Il ricordo di quel lontano mondo onirico gli procurò un lungo e sinistro brivido lungo la schiena.
E se non fosse stata una semplice allucinazione?
Doveva scoprirlo.
Il dottor Stewart, doveva tornare da lui, subito.
Guidò a velocità esagerata, per poco non investì un paio di ciclisti che gli imprecarono contro coloriti insulti.
Irruppe nello studio del medico, fra le grida di disappunto della sua segretaria, e lo stupore della paziente distesa sul lettino.
Stewart non si scompose, accomiatò la signora Edgar rimandando il loro appuntamento al giorno dopo e pregando Margy, la sua segretaria, di rimborsare alla signora l’intero importo della visita.
“Credo che abbia ascoltato la cassetta” esordì Stewart calmo.
“Certo che l’ho ascoltata, per Dio se l’ho fatto!” disse Mark quasi ansimando.
“E ...dunque?”.
“Vorrei una spiegazione”.
“Non so fornirgliela”.
“Cosa?” chiese Mark fra l’irritato e lo stupefatto.
“Reminiscenze similari, ma meno colorite delle sue, si riscontrano spesso durante le sedute d’ipnosi, signor Minkosky”.
“E a cosa sarebbero dovute queste reminiscenze?”.
“In genere sono fatti appresi dal soggetto e relegati in una cella sepolta della memoria, che riemergono in ipnosi, interiorizzati e personalizzati; altre volte sono invenzioni del soggetto, storie che esistono solo nella sua mente a cui il sonno ipnotico da spazio e corpo; alcuni studiosi più, come dire, avveniristici ed aperti a nuove conoscenze, credono siano le voci di vite precedenti che tornano a palesare la loro presenza”.
“Reincarnazione?”.
“Esattamente”.
“Sono confuso. Dopo aver ascoltato il nastro ho avuto una sorta d’allucinazione”.
“Me ne parli”.
“Ho visto massacrare una donna”.
“Potrebbe essere una reazione del suo inconscio a ciò che aveva appena ascoltato, una sorta di psicodramma non diretto da uno psicanalista ma dalla sua psiche, atterrita e disorientata per ciò che aveva appena appreso”.
“Non capisco. Potrebbe essere colpa di quella roba che mi ha fatto bere, forse il farmaco ha avuto degli effetti peculiari sul mio inconscio, provocando quell’assurdo racconto”.
“Lei ha bevuto della semplice acqua”.
“Acqua?”.
“Sì, in psichiatria viene definito effetto placebo. Uso questo piccolo trucco con tutti i pazienti che si presentano nel mio studio con un atteggiamento scettico; vede, per far sì che il soggetto possa essere ipnotizzato è necessario che lo voglia fortemente, se la sua mente non è aperta, ma diffidente, far credere al paziente che stia assumendo un farmaco che lo aiuterà a rilassarsi, fa in modo che collabori più docilmente”.
“Dunque non ero drogato?”.
“Certo che no!” esclamò il dotto Stewart.
“Allora le cose si complicano”.
“Mi dia retta” aggiunse il medico in tono bonario “non sprechi il suo tempo ad analizzare questa faccenda, il suo inconscio ha solo inventato un personaggio”.
Prese sonno con estrema difficoltà quella notte.
Al termine di una battaglia persa contro il cuscino, cadde sfinito in un sonno pesante e poco ristoratore.
E sognò.
Era solo al centro di una piccola stanza azzurra, incatenato e dolente.
Due uomini in divisa lo scortavano lungo un corridoio verde, camminava a fatica, le gambe impedite nei movimenti da due pesanti catene di ferro.
D’improvviso si ritrovò seduto su di una scomoda sedia di legno.
I polsi serrati da due legacci di cuoio.
Le gambe strette in maniera altrettanto forte.
La testa coperta da una sorta d’elmetto, freddo e pesante.
Un prete gli chiedeva di pentirsi.
Di fronte a lui un vetro, dietro al quale sedevano due file di persone.
Nella sedia di destra, assorta e truce sedeva sua madre, giovane, seria, avvolta in pesante cappotto marrone, le mani posate sul ventre.
Una scossa violenta lo fece sussultare facendogli mordere a sangue la lingua, un calore furente incendiò il suo corpo.
Si svegliò urlando, le mani che ghermivano spasmodicamente il lenzuolo, la bocca impastata da uno strano sapore ferroso.
L’indomani si alzò presto, buttò l’audiocassetta nel bidone della spazzatura e tornò al giornale.
Senza salutare nessuno si sedette alla sua scrivania.
Accese il personal computer ed avviò la connessione ad internet.
“Motore di ricerca: Ellroy Jordan.
File found:
nato a Detroit il quindici maggio 1927.
Orfano.
Arrestato nel 1941 per aggressione a pubblico ufficiale.
Arrestato nel 1944 per ricettazione.
Arrestato nel 1953 per rapina a mano armata alla National Bank di Boston.
Giustiziato il diciotto marzo del 1967 a New Orleans per gli omicidi di diciotto giovani donne”.
“Sei esistito, bastardo” ringhiò.
“Hey, Mark, già al lavoro?”.
Era Lorna, la più giovane ed avvenente fotografa del giornale, lo fissava ammiccante nei suoi pantaloncini neri.
Mark la osservò rapito, i suoi occhi scorsero lungo il sottile collo della donna, soffermandosi all’altezza della carotide.
Immaginò come dovesse essere caldo e bollente il suo sangue e quanto avrebbe urlato prima di esalare l’ultimo respiro.
Si scosse dai quei pensieri frenetici e malati che non gli appartenevano, e corse via dal suo ufficio.
Lorna lo osservò sconcertata, girò su se stessa e tornò ad occuparsi delle sue foto.
Chiuso in casa non poteva fare a meno di tornare con la mente alla visione del pomeriggio precedente, all’incubo della notte appena trascorsa ed ai pensieri inconfessabili che lo avevano colto qualche ora prima.
Il suo cervello era sul punto di esplodere.
Ellroy Jordan era veramente esistito e forse ancora esisteva in un angolo oscuro della sua anima.
Sua madre.
Che ci faceva seduta su quella sedia?
Era folle, ma se Jordan era veramente un assassino, se quello che aveva raccontato sotto ipnosi corrispondeva alla realtà, allora anche il sogno poteva avere una base concreta.
Doveva scoprirlo.
Compose il numero della casa paterna ed attese impazientemente che qualcuno gli rispondesse.
“Pronto?”.
La voce di Miranda Minkosky squillò dolce e argentina dall’altro capo del filo.
“Mamma sono Mark”.
“Tesoro, come stai? E Jenny come sta?”.
“Bene, stiamo benissimo, ho bisogno che tu mi dica una cosa”.
“Certo” replicò titubante Miranda.
“Il nome Ellroy Jordan, ti dice qualcosa?”.
Un silenzio pesante e pressante scese fra i due.
“Come conosci quel nome?”.
“Non importa, voglio solo sapere se lo conosci tu”.
“Sì, lo conosco”.
“Raccontami tutto mamma, è importante”.
“Uccise mia sorella Demetra, quasi quarant’anni fa”.
“C-cosa?”.
“Non te l’ho mai raccontato perché non eri ancora nato; prima di trasferirci qui io e tuo padre abitavamo a New Orleans, dove risiedeva anche la mia famiglia. Demetra fu barbaramente uccisa nel 1939, io ero poco più che una bambina allora.
Quel pomeriggio l’ aspettavo affianco al portone di casa, mi doveva portare alle giostre, e la vidi, Dio mio com’è difficile”.
“Continua mamma, ti prego”.
“Va bene, la vidi fermarsi a parlare con quell’uomo, la vidi entrare in un vicolo vicino e la sentii gridare. Corsi a casa a chiamare papà, lui si precipitò in strada e trovò quel bruto che infieriva con il coltello sul suo povero corpo straziato; papà lo colpì con una pietra fin quasi ad ucciderlo, poi accorse della gente a fermarlo e Jordan fu arrestato. Lo giustiziarono ventisette anni dopo. Mio padre e mia madre erano morti, ma io volli presenziare all’esecuzione, lo dovevo fare per Demetra”.
Mark non riusciva neppure a deglutire, la gola secca come carta vetrata, la lingua insensibile, intorpidita.
“Eri in cinta quando assistesti all’esecuzione?”.
“Sì, aspettavo te, ero al terzo mese, ma perché mi chiedi tutto questo?”.
“Grazie mamma, ti voglio bene”.
“Mark, ma cosa succede? Mark, Mark?”.
Riagganciò.
Entrò nel bagno trascinando le gambe, si sentiva come galleggiare fuori del suo corpo, vivo, ma non vivo, spersonalizzato, vuoto, impotente, confuso.
Accese la luce e si specchiò.
L’immagine riflessa nel piccolo specchio sopra il lavabo non era la sua: un uomo magro, rasato a zero, sbarbato e con una lunga cicatrice che gli zigzagava dal sopracciglio destro fin quasi sotto il mento, lo additava con fare perentorio.
“Sei mio” gridò l’uomo da dentro lo specchio.
Mark svenne.
“Tesoro, sono tornata”.
Jenny era rincasata in anticipo, carica di buste della spesa, e desiderosa di sapere com’era andato l’appuntamento con il dottor Stewart.
“Mark, sono a casa, dove sei?”.
“Sono qui”.
“Che voce roca hai amore, non avrai mica fumato, vero?”.
“No, ti stavo aspettando”.
“Ma che ci fai al buio, seduto nel silenzio al centro del nostro salotto? Va tutto bene amore?”.
Mark accese la luce.
“Tutto a meraviglia dolcezza”.
“Mark, che ci fai con quel coltello in mano?” urlò Jenny lasciando cadere in terra le buste della spesa. La bottiglia del latte s’infranse in mille pezzi e le uova si accartocciarono sul tappeto appena comprato.
“Ti aspettavo per giocare un po’, bella bambina”.
“Ma che stai dicendo, smettila mi fai paura”:
“E fai bene ad averne, principessa, corri, che il lupo cattivo ti vuole mangiare”.
Jenny gridò e si lanciò a perdifiato su per le scale.
Mark la raggiunse con due grandi balzi, la ghermì per la vita e la trascinò sotto di sé, schiacciandola con il peso del suo corpo. Lei tentò di divincolarsi, scalciando, graffiando, gridando con tutto il fiato che aveva in corpo.
“Così bambola, continua, lotta, è più eccitante”.
Mark allentò la presa, Jenny si alzò a sedere, s’issò in piedi e corse verso la stanza da letto.
Tentò invano di chiudere la porta, ma Mark glielo impedì, spalancò l’uscio con uno scatto secco e colpì Jenny dritta in faccia, facendola stramazzare al suolo.
Il volto di lei era coperto di sangue che le scorreva copioso dalla fronte ferita e dal labbro inferiore tumefatto.
“Mark, ti prego, lasciami andare, io ti amo” supplicava fra le lacrime.
“Anch’io ti amo” e si avventò su di lei con la furia di una fiera.
La colpì all’addome, al cuore, alle gambe, alla gola, e continuò a colpirla e colpirla finché il suo corpo restò immobile fra la stretta mortale delle sue braccia.
Si alzò in piedi ed osservò la scena sorridendo.
“Trentasei anni di morte non mi hanno fatto perdere smalto” disse soddisfatto alla salma contorta e sanguinante che giaceva riversa sul pavimento.
Entrò in bagno, si lavò accuratamente le mani, si cambiò gli abiti insozzati e grondanti, scese le scale, uscì e montò in macchina.
Fischiettando un vecchio motivetto estrasse il pacchetto di sigarette dalla tasca e lo fissò divertito.
Margy, brava ed efficiente come suo solito, aveva ascoltato e trascritto tutti i messaggi che aveva rinvenuto sulla segreteria telefonica dello studio medico, lasciati dai pazienti durante la breve chiusura pomeridiana per il pranzo.
Stewart entrò nel suo sfarzoso e costoso ufficio, si accomodò sulla poltrona di pelle punzonata e, accavallando le lunghe gambe atletiche sulla scrivania, iniziò a sfogliare la piccola pila di foglietti ben ordinati.
La signora Gunter aveva disdetto l’appuntamento per non ben precisati impegni di lavoro.
Il signor Miller aveva anticipato di mezz’ora la seduta di giovedì.
La signorina Moore, la sua amante, lo ringraziava per il simpatico presente di cui gli aveva fatto omaggio.
(Simpatico presente) pensò (un solitario da quattro carati, lo considera solo un simpatico presente...se non fosse così brava a letto la lobotomizzerei con le mie stesse mani, anche perché non si noterebbe la differenza con il suo stato attuale).
L’ultimo biglietto era di un certo Ellroy Jordan; diceva testualmente:
“La ringrazio dottore per avermi liberato.
Aveva ragione.
Il fumo nuoce gravemente alla salute, altrui”.
Stewart ripensò all’improvvisa visita del signor Minkosky, aggrottò le sopracciglia e compose il numero del distretto di polizia.