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Buonanotte
( Stefano Roveron )

 

 

 

 

Marta ritornò a casa che era già notte inoltrata.

Durante il tragitto dovette accostare più volte la macchina al ciglio della strada, poiché l’alcool che aveva nel sangue non le facilitava per nulla il compito di guidare, per lei già abbastanza difficile anche da sobria.

Lasciata la sua Fiat Punto nel vialetto di casa, rimandò all’indomani la complessa manovra del posteggio in garage, quindi scese dall’automobile, e dopo un paio di tentativi andati a vuoto riuscì finalmente ad infilare le chiavi nella serratura chiudendo così la portiera.

Salendo i gradini della sua abitazione mise un piede in fallo, e per non ruzzolare all’indietro si aggrappò alla ringhiera con tutte e due le mani; per far questo dovette lasciar cadere la sua borsetta, il cui contenuto finì sparpagliato per tutto il pianerottolo.

Rimase in quella posizione per circa un paio di minuti, prima di arrischiarsi a compiere qualsiasi altro movimento brusco che potesse compromettere in qualche modo il già precario senso dell’equilibrio.

Riacquistata un poca di fiducia nelle sue traballanti gambe, lentamente si rimise diritta in piedi, quindi si chinò a raccogliere tutti i suoi oggetti, e mentre li riponeva uno ad uno nella borsetta le scappò una sonora risata: era, infatti, piuttosto ubriaca, ma non fino al punto da non rendersi conto di quanto doveva essere stata buffa quella scena.

Varcata la soglia di casa (anche qui furono necessari diversi tentativi, prima di beccare con le chiavi il buco della serratura), appese il cappotto all’attaccapanni in entrata, quindi, poiché non riusciva a trovare l’interruttore della luce, camminò al buio fino in salotto, dove si lasciò sprofondare nel divano.

Il mondo, tuttavia, anche da coricata continuava a vorticare pericolosamente: il lampadario del soffitto proprio non voleva saperne di rimanere fermo, e così la credenza, la televisione, la libreria e tutti gli oggetti che si trovavano in quella stanza.

Alla fine, trascorso circa un quarto d’ora in quello stato semi-catatonico, Marta fece appello a tutte le sue forze e si rimise in piedi. Giurò a se stessa che quella era l’ultima volta che avrebbe bevuto a quel modo, ma in fondo non ci credeva molto neppure lei: la birra e gli alcolici in genere le piacevano troppo.

Senza chinarsi si tolse le scarpe sfregandole l’una contro l’altra, quindi si diresse barcollando a piedi scalzi verso il bagno; il pavimento era tremendamente gelido, ma a lei questo non dispiaceva per niente, se non altro i brividi di freddo contribuivano a mantenerla un po’ più vigile.

In bagno si tolse i vestiti che aveva indossato alla festa e li gettò alla rinfusa sopra al bidè, quindi s'infilò il suo pigiamone di lana con i disegni di Winnie Pooh, e dopo essersi data una rinfrescata al viso si diresse, sempre a piedi scalzi, verso la stanza da letto, la quale, in assoluto, era sua la preferita: qui, infatti, oltre che ovviamente per dormire, amava trascorrervi il tempo anche semplicemente per rilassarsi, o leggere qualcuno dei suoi romanzi rosa, o giocare col gatto.

I poster allegri appesi ai muri, raffiguranti gli eroi Disney, la luce soffusa che emanava l’abat-jour nel comodino, la collezione di peluche in bella mostra sopra all’armadio e, naturalmente, la vivace colorazione delle coperte del suo letto e la morbidezza del materasso, le trasmettevano un’ineguagliabile sensazione di pace.

Ecco perché, quindi, non appena le sue ginocchia sbatterono delicatamente al buio contro lo spigolo del suo lettone, non ci pensò due volte e, sollevato velocemente il copriletto, vi si gettò dentro a capofitto.

Per un buon quarto d’ora, Marta rimase sdraiata con le braccia allungate lungo i fianchi a scrutare nel buio impenetrabile della sua stanza; le serrande erano, infatti, completamente abbassate, e non lasciavano filtrare neppure il più piccolo raggio di luce dei lampioni in strada.

Fu poco prima di assumere la sua posizione preferita, in altre parole rannicchiata sul fianco sinistro, e di lasciarsi andare al dolce richiamo di Morfeo, che a Marta sembrò di sentire un rumore simile ad un rantolo sommesso.

In un attimo il cuore iniziò a pomparle ad una velocità vertiginosa, tanto da sembrarle che sarebbe schizzato fuori del petto, e gli arti le diventarono rigidi come un blocco di granito.

Il rumore le era parso vicinissimo, ma non era riuscita a capire da quale parte della stanza era giunto; rimase in silenzio per qualche minuto, ma non udì più nulla.

<Devo essermi sbagliata>, pensò, cercando di convincersi, a dire il vero non troppo efficacemente, che, in effetti, non c’era niente di cui preoccuparsi, <probabilmente me lo sono solo immaginata>.

Rimase immobile in quella posizione ancora per un po’, cercando inutilmente di acuire i sensi, troppo impigriti dall’alcool, prima di arrivare alla conclusione che non c’era nessun pericolo.

<Che sciocca>, pensò accennando un lieve sorriso, <probabilmente è solo il mio gatto che sta dormendo da qualche parte nella stanza. Come ho fatto a non pensarci prima?>.

La soddisfazione di avere scacciato, grazie a quella spiegazione razionale, la paura che le se era insinuata nell’animo, le fece rapidamente ritornare tutta la baldanza che aveva conquistato a suon di bicchierini.

<Clof, sei tu?>, chiamò con un filo di voce, <Coraggio, vieni qua da mammina>, continuò, battendo delicatamente più volte il palmo della mano sul materasso per richiamare il suo gatto.

Il mugugno che ne ottenne come risposta non poteva, tuttavia, essere quello di un micio; cavernoso, semi-umano, questa volta a Marta fu anche possibile capire da che parte era provenuto, e fu allora che realizzò tutto l’orrore della situazione in cui si trovava: c’era qualcuno nel letto con lei!

Il primo istinto fu di gettare le coperte da una parte e scappare a gambe levate via da quella stanza, tuttavia, appena cercò di muoversi, si accorse che tutti i suoi arti erano paralizzati dalla paura.

Marta sentiva le vene delle tempie pulsarle al ritmo del cuore, riusciva persino a percepire il respiro affannoso che le turbinava nei polmoni e che l’esofago si rifiutava di lasciare fuoriuscire.

In un attimo lo stato di letargia causato dagli alcolici era scomparso: adesso le sembrava di distinguere distintamente qualsiasi rumore ci fosse in quella stanza, ma non c’era niente di strano o soprannaturale, a parte quel continuo rantolo sommesso, che adesso arrivava ai suoi timpani con una chiarezza disarmante.

Il fiato le era morto in gola.

Marta avrebbe voluto dire qualcosa, chiedere chi c’era lì con lei, ma non si era ancora ripresa dallo spavento, e le parole che cercava di pronunciare non riuscivano a diventare qualcosa di più di un bisbiglio sommesso.

<Dio mio Dio mio Dio mio>, iniziò ad implorare la ragazza, <fa che non mi succeda niente di brutto, dammi la forza per reagire a questa situazione>.

Ma la forza tardava ad arrivare.

Le braccia, le gambe, perfino i muscoli del collo, erano tutti bloccati, come se una gigantesca tenaglia la stesse stringendo impedendole di fare qualsiasi movimento.

Lacrime avevano iniziato a solcarle le guance e a colarle lungo le orecchie, per ricadere infine sul cuscino.

Marta cercò allora di concentrare tutte le sue energie verso un unico scopo: se muovere tutto il corpo era un’impresa titanica, e parlare le risultava ancora più difficile, decise che almeno doveva tentare di accendere la luce del comò, per riuscire a vedere chi c’era lì con lei.

Il letto, la stanza, l’estraneo al suo fianco, i poster, i pupazzi: doveva scordarsi completamente di loro. Ora dovevano restare solamente il suo braccio e la freddezza necessaria a fargli compiere quel percorso tortuoso fino all’interruttore dell’abat-jour.

Fu necessaria una dose spropositata di prodezza, infine il coraggio divenne energia cinetica, e finalmente la mano iniziò a muoversi sinuosamente sotto le coperte, come un serpente che striscia tra le foglie.

Adesso la mano era uscita allo scoperto; Marta ebbe un attimo d’esitazione al contatto dell’aria fredda che c’era nella sua stanza, tuttavia la mano continuò a muoversi quasi meccanicamente verso l’obiettivo che si era prefissata.

A pochi centimetri di distanza, l’essere sconosciuto continuava ad emettere quel rantolo soffocato, che alle orecchie di Marta suonava fastidioso come il rumore di lamiere che stridono sfregandosi tra loro.

La mano stringeva adesso il filo gommoso della lampada, era sufficiente farlo scorrere lungo i polpastrelli per arrivare fino all’interruttore in questione.

Il mignolo, l’anulare, il medio, l’indice e il pollice: il comando era stato dato.

Cinque dita frenetiche iniziarono a muoversi rapidamente come un ragno che si arrampica lungo il filo della sua ragnatela.

Centimetri e secondi che a Marta sembrarono chilometri ed ore interminabili.

Alla fine, finalmente, il pugno si strinse intorno al fatidico interruttore.

<Okay>, bisbigliò Marta, <un ultimo atto di coraggio e finalmente saprò chi o che cosa mi sta accanto>.

Accadde tutto in un attimo: lo sconosciuto, che fino a quel momento era stato perfettamente immobile, si rigirò nel sonno su se stesso, strattonando violentemente il copriletto che finì con lo scoprire per metà il corpo di Marta.

La mano di quest’ultima lasciò immediatamente la presa sull’interruttore per tornare a rifugiarsi sotto le coperte, giusto un millesimo di secondo prima che il pollice potesse premere il pulsante dell’abat-jour.

Nel ritrarsi colpì inavvertitamente la bottiglietta di sonnifero che c’era sopra al comodino, la quale si rovesciò, senza tuttavia cadere per terra, ma continuando a girare su se stessa per qualche secondo, e producendo un rumore che a Marta arrivò alle orecchie amplificato per mille volte.

Adesso il respiro affannoso di ciò che le stava accanto era ancora più distinto; probabilmente la creatura era girata proprio dalla sua parte e magari la stava pure osservando.

Marta si sentiva ancora più immobilizzata di prima, la paura l’aveva ormai completamente imprigionata nella sua morsa d’acciaio: si accorse che stava sudando freddo.

La porta della sua stanza da letto, l’unica via di fuga possibile, era così vicina ma al tempo stesso così lontana… adesso era anche scoperta per metà… Dio, sarebbe bastato fare un piccolo scatto e correre velocemente fino in strada a chiedere aiuto… se solo quelle dannate gambe avessero voluto darle ascolto!

Il buio era assoluto.

Il silenzio era rotto solo da quel maledetto rantolo.

Ragionare in quella condizione era impossibile, ma Marta cercò di pensare a chi poteva essere quello sconosciuto nel suo letto.

<Forse non ha cattive intenzioni>, cercò di rassicurarsi, <se avesse voluto abusare di me, o farmi del male, probabilmente lo avrebbe già fatto. Forse è tutto uno scherzo>, continuò; tuttavia quest’ultima ipotesi non era per niente convincente, chi mai potrebbe aver architettato uno scherzo così crudele? E a quale scopo?

La sua mente era a corto di spiegazioni.

L’unica persona che possedeva le chiavi dell’abitazione era Marco, il suo ragazzo, ma lui era partito proprio quel pomeriggio da Malpensa per recarsi a Roma a concludere un’importante trattativa d’affari (faceva l’agente immobiliare), quindi…

<Magari si tratta di un barbone, questo quartiere n’è pieno>, pensò, <forse è penetrato in casa spaccando un vetro perché voleva solamente trovare un po’ di riparo dal freddo>.

Intanto il rantolo continuava, e adesso le sembrava ancora più vicino.

<Chi sei?>, cerco di chiedere Marta, ma le parole le morirono in gola.

L’essere si stava muovendo, il materasso cigolava ad ogni suo più piccolo spostamento.

<CHI SEI?>, Marta trovò infine la forza per urlare, <Che cosa vuoi da me?>, le parole erano miste a singhiozzi.

Il rantolo dello sconosciuto si trasformò in una risata.

<Perché? Perché… >, domandava la poveretta piangendo.

La risata era divenuta insopportabile, l’essere si stava burlando di lei; ormai Marta era completamente sopraffatta da quel ghigno infernale.

Il terrore improvvisamente valicò la soglia.

A Marta balenò nel cervello l’idea risolutiva.

La mano corse ad afferrare le pillole di sonnifero che prima aveva rovesciato nel comodino.

Una, due, tre… tante! Alcune scivolarono a terra, altre restarono imprigionate in quella stretta disperata.

In un attimo la mano era alla bocca: Marta ingoiò le pillole tutte d’un fiato e le mandò giù con la saliva.

Il mostro continuava a ridere.

La notte continuava ad essere buia.

Marta continuò a piangere… ancora per poco… poi si addormentò.

Il ghigno si dissolse come un’eco…

Non si sarebbe più risvegliata!

<Buonanotte>, pensò, prima di morire.

 

 

 

Marco era ritornato a casa alle 19 di sera.

L’aereo con il quale doveva partire aveva subito un forte ritardo e così aveva preferito rimandare il viaggio all’indomani.

Certo di farle una sorpresa gradita, si era recato da Marta, ma poiché lei non c’era (in quel momento si trovava al festino di compleanno di una sua amica) le aveva lasciato un biglietto di spiegazioni sulla tavola e s’era infilato a letto per aspettarla.

Poi s’era addormentato (e quando Marco dorme non lo svegliano neppure le cannonate), aveva sognato che rincorreva Marta in un prato fiorito, e alla fine riusciva ad afferrarla e si rotolavano abbracciati nell’erba.

 

Aveva riso nel sonno, era un sogno bellissimo.