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ALL, OLD
( Sandro Battisti )

 

 

 

 

Ubriaco. Fino all’osso. Oltre. Stupefatto da come porzioni di sintetitazzazioni vegetali possano rapire e nascondere il dominio software di un cervello umano. O postumano.

            Sintetizzazioni. Per intere generazioni, praticamente per tutta l’esistenza della stirpe umana versione 1.0, si sono mantenute standard, discostandosi d’inezie dallo stadio iniziale.

            La testa sembra esplodermi. La sento occupata in immissioni forzate d’ondate sanguigne. Fa quasi male, insostenibilmente. Eppure provo piacere sovrumano nel riuscire a fuggire dagli schemi della mia noia mortale, usuale, quotidiana; morirei per un piacere ancora più estremo. Se solo sapessi cosa vuol dire morire proverei un senso più definito dei miei limiti. Ho trecentoventisette anni, calcolati in modo standard. Strisce di consapevo­lezza non naturale eppure cristallina scendono dall’alto della stanza, decorano i miei punti di vista con apprezza­bili ricami stile vittoriano - merletti. La mia età mi pungola ancora, la curiosità che è in me - a volte indotta - mi scuote: non sono ancora troppo vecchio.

            Non sono solo ubriaco, ricordo ora. Una lunga sequela d’additivi chimici tempesta il mio organismo dando, di volta in volta, percezioni alterate, acuite, ritardate, dissociate…

            La dissociazione. Un tormento pieno di lucido delirio che trasporta in un posto appena adiacente. Un luogo dove si vorrebbero raccontare altre emozioni prima ancora di rendersi conto che si sta già espletando un nugolo d’immagini fatte parole. E il sogno può andare all’infinito, e ancora, ancora; il sogno è un eufemismo per sostenere che, in realtà, si parla di vita perfettamente vista, vissuta e condivisibile da migliaia di persone con­temporaneamente.

            Scopro sapidamente che tutti gli anni che ho vissuto possono essere esemplificativi di almeno tre gene­razioni umane, non postumane. È una linea genetica che va dal nonno al nipote, che dura fino al momento che l’ultimo muore in una sequenza d’eventi costituenti, letteralmente, l’esperienza di una vita. Esattamente come aveva sperimentato il nonno. E dopo di lui il padre. A continuare senza fine, senza soluzione di continuità.

            Io, invece, sono un postumano.

            Lo urlo.

            Lo penso mentre attivo loop mentali sostentati da routine standard. Il rigore grafico che viene ostentato nell’angolo in basso della mia psiche, rattrappito ma perfettamente vitale, sembra un trionfo di lui colorate dal dettaglio altissimo, definito. Ogni iridescenza è composta da particolari consumati, perfetti, inalterabili da qual­siasi acido a contatto psichico. Muoio d’estasi quando guardo certe perfezioni biologiche formarsi nuovamente in me. Posso vivere ancora altri cinquecento anni e più per queste emozioni.

            La stilizzazione grafica del mio organismo compare con bioluminescenza, attenuata soltanto in alcuni angoli periferici della mia percezione; essa mi dà il tempo di percepire quanto danneggiato possa essere il mio organismo nativo, dotato di poche patch da ristrutturazione non strutturale.

 

            Mi accorgo di non pensare mai alla mia anima. O a quel che una volta si credeva fosse l’anima. A tutte quelle strutture incomprensibili che governavano la vita psichica di un individuo, definite “carattere”. Non sin­daco più su nessun metodo di correzione del porsi verso il mondo adducendo, alla fine, spallucce e un “è carattere, è fatto così”; ora sono costituito, finalmente, da complicati ma esplorabili algoritmi cerebrali, schemi comportamentali che fanno di me un soggetto leggibile. Il mare sintetico della mia immaginazione, del mio oceano, sembra spandersi nei punti più remoti - tuttavia già conosciuti - del mio essere, tutti previsti e interpreta­bili come scienze esatte.

           

            Guardo l’estensione che posso raggiungere. L’aria si è fatta più calda. L’orizzonte si è aperto verso zone notevolmente più verdi. Il trasporto verso la porta aperta sul passato, frutto di discipline consideranti gli universi paralleli, sembra qualcosa d’accertato, libero da dubbi dogmatici e quindi perfettamente godibile. Mi fregio di un silenzio sconfinato mentre, dentro di me, miliardi di voci riempiono l’etere di disturbi - fastidiosissime vibrazioni dallo spettro esteso ma finito, prevedibile anch’esso.

            Trecentoventisette.

            Sono vecchio, quanto nessun organismo poteva ardire sperare.

            Il dolore di ricordare quando avevo dieci, quindici anni diventa quasi insostenibile se penso a quella persona come a me stesso. Mi salva il non crederci, l’illudersi che io stia cogitando d’altre persone.

 

            Cerco la sintetizzazione della mia storia con lei.

            Ho vissuto quelle emozioni a novantasei anni. Ora è come se fossi morto e rinato a nuova vita. Come se lei non fosse mai esistita. Eppure io ho ancora quegli ormoni nelle vene, o ciò che esse sono ora. Sento tuttora quelle onde sonore che uscivano dalle sue labbra, che mi parlavano d’eternità.

            Infiniti inverni sono passati da allora, da quando lei si lasciò andare in un fiume profondo e gelido, nell’estasi data dall’incontrare le anime morte nell’antichità lì, nello stesso punto dove ci trovavamo noi, mil­lenni più tardi. Io quasi le morii appresso. Sicuramente vegetai per i successivi, infiniti mesi densi di gelo dentro e fuori le mie non più genuine carni. Le mie protesi cerebrali continuarono a lavorare duro per sostentarmi.

            Ti penso ancora, dopo più di duecento anni passati in una pena infinita eppure lucida, consapevole che la mia vita non poteva finire lì, dove l’avevi lasciata tu: avevo ancora da sperimentare troppe periferiche in grado di darmi estasi, controllate fino ad un punto oltre me.

            In una di queste periferiche ho dato a te il privilegio di vivere ogni volta che io vorrò.

            Tu stai bevendo con me un ultimo sorso di quest’eccellente whiskey d’annata, macerato centocinquanta anni fa, quando tu eri poco meno di un cadavere disfatto…