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ABA
( CYB )
La stazione ferroviaria di una grande città nel suo microcosmo rispecchia in gran parte, se non in assoluto, il più grande ambiente urbano in cui è innervata, con tutte le sue contraddizioni ed i suoi accostamenti di figure e situazioni positive e negative. E’ in una grande stazione che, se si ha un discreto spirito di osservazione, si può cogliere il primario senso della vita nella discriminazione semplicisticamente manichea tra il bene ed il male, il buono ed il cattivo, il bello ed il brutto. Si può decidere un punto di partenza attraverso l’esame delle strutture architettoniche che si innestano spesso in un caotico disordine cronologico e di gusto. Fregi ottocenteschi di umbertina memoria si mal sposano con ardite e funzionali strutture d’alluminio anodizzato e vetrate a specchio ed i gusti estetici di architetti di tempi andati cercano di coesistere con le nuove ideologie dell’architettura d’oggi, più sensibile alla funzionalità esasperata che alla ricerca della soluzione estetica in quanto tale. Si può continuare poi attraverso il rumore di fondo della folla, quel brusio continuo intervallato da risa, appelli, messaggi provenienti dagli altoparlanti della stazione, che introduce la componente della gente, dei frequentatori della stazione e cementa ed amalgama come una musica di fondo le diversità di ceti sociali e di storie umane. I frequentatori di una grande stazione, soprattutto loro, contribuiscono, come variopinte e microscopiche tessere, al mosaico delle contraddizioni della vita e della società con un loro intersecarsi anonimo, che talvolta si può contaminare, per brevi attimi o per sempre, in uno sguardo, due parole, un gesto, un discorso. Gli agenti di Polizia girano pigramente guardinghi tra la folla fra cui si mimetizza il borseggiatore; le tre suorine pie si affrettano al treno incrociando un ubriaco che bestemmia oscenità; il regolare lavoratore pendolare scende da un treno locale e mentre si avvia all’uscita della stazione guarda con vacuo desiderio le quattro puttane negre che stanno per partire con altro treno locale per battere la provincia; il macho peloso vestito di pelle, che sta cacciando qualche pollastrella, quasi butta a terra con una spallata involontaria la checca furtiva e leggiadra che vaga impazzita ed isterica tra i gabinetti della stazione e le banchine di arrivo dei treni; la famigliola chiassosa che va a trovare i parenti fa storcere il naso al severo professore di fisica che parte per un congresso e gli zingari lamentosi e sudici si mescolano con segretarie e studentelli, e i tossici cercano di passare inosservati tra fattorini e personale della stazione. Tutte le contraddizioni della vita, nelle storie semplici o complicate della gente, si possono intuire tranquillamente seduti su un seggiolino dietro l’ampia vetrata della sala di aspetto, solitamente antistante l’atrio della stazione, e si può trovare il modo di riflettere e porsi l’eterna domanda sul perché dell’esistenza; se si possiede anche una certa fantasia si può congetturare sulle finanze di quell’uomo vestito in modo trasandato - un pensionato con la sociale, un tizio politicamente impegnato, un poveraccio, uno snob? - o su ciò che passa per la mente di quella signora elegante che irradia occhiate equivoche tutto intorno. E’ evidente che questo processo di esame, superficiale e divertito, è assolutamente individuale e può essere soggetto a cambi di interpretazioni e a sorprendenti brusche virate a seconda dell’umore e del capriccio di chi osserva, per quel che ciò vale e rappresenta: un gioco, un ozioso e piacevole perdere tempo dialogando con sé stessi sui ‘massimi sistemi’, sull’aria fritta..
A volte, però, il gioco può prendere la mano…
Ero per l’appunto seduto nella sala d’aspetto della stazione della mia città in attesa del treno che mi avrebbe portato da un amico ed alternavo una distratta lettura del giornale a pigre e rilassate osservazioni su quel viaggiatore con valigetta in pelle o quella signorina che attendeva qualcuno.
Un titolo particolare mi distolse dallo sfaccendato osservare; uno di quei titoli che si attagliano in modo inquietante alla situazione momentanea che si vive, tipo: “Disastro aereo” per uno che sta per volare in America, o “Strage per la nebbia” per un altro che si accinge ad affrontare un viaggio in auto. Il titolo recitava: “Incidente ferroviario – Giovane trovato sulla massicciata orrendamente sfigurato – Disgrazia o suicidio?” Seguiva una scarna descrizione di cronaca dell’accaduto con la commerciale dovizia di particolari raccapriccianti, le varie ipotesi degli inquirenti ed una fotografia piccola e sbiadita della vittima, tale Oscar ….
“Che stupidaggini si leggono sui giornali, nevvero?”
Venni interrotto nella lettura da una voce baritonale, garbata e suadente, con un’impronta noncurante e sarcastica, proveniente dalle mie spalle, accompagnata da un sentore di cannella e tabacco stagionato. Mi girai di scatto, sorpreso, ed inquadrai un individuo alquanto singolare, quasi fuori posto in quella sala d’aspetto. Era molto alto e corpulento; una chioma leonina argentata incorniciava un volto massiccio con caratteri marcati su una pelle cotta come il cuoio segnata da una miriade di rughe ed evidenziata da uno smagliante sorriso felino. Lo sguardo beffardo e penetrante di pungenti occhi color cobalto mi squadrava con un non so che di placido, compassionevole e nello stesso tempo complice ed ammiccante per una qualche verità di cui eravamo depositari. Era vestito molto elegantemente con un completo antracite con gilet su camicia verdino-pallido con cravatta color vinaccia fermata da una spilla d’oro massiccio di squisita fattura sormontata da un brillante che mandava riflessi azzurrini; da un taschino del gilet fuoriusciva una catenella d’oro e d’oro erano i gemelli dei polsini della sua camicia, con incisi strani simboli che non distraevano, però, dall’osservare le mani nodose, massicce come il corpo, ma estremamente curate, ornate di anelli, forse pacchiani, in oro massiccio e pietre dure, ma affascinanti nella loro futilità vezzosa in contrasto con la mascolinità dura dell’individuo. Emanava un’aria di sicurezza e potenza e la sua acqua di colonia, od il suo odore, era come il suo aspetto, gradevole e ricercato.
“Credo proprio che lei stia leggendo una grossa stupidaggine, sa? Che ne sanno questi pennivendoli di quello che succede tutti i giorni? Si arrogano il diritto di interpretare, di dedurre, di concludere, di fare sillogismi e non sanno o non sono capaci di vedere oltre le apparenze e di dipanare una matassa appena un poco più ingarbugliata rispetto alle solite banalità della cronaca. Non è lei d’accordo con me?”
Mi porse la domanda con buone maniere, civettuolo e saccente, con quella voce divertita e profonda, ed io risposi con un sorrisetto ebete di circostanza domandandomi dentro me cosa volesse realmente quel monumento, un poco diffidente verso la persona appena conosciuta, ma bendisposto, tuttavia, in ossequio alla sua gentilezza e signorilità di uomo di mondo un po’ demodè.
Proseguì:
“Noto che lei non si pronuncia dichiaratamente sulle mie opinioni: è una persona molto gentile ed educata, o forse è un pusillanime che non vuole avere scontri o fastidi…” Le sue parole furono pronunciate con indifferenza, ma percepii una provocazione, quasi un’offesa, e mi risentii:
“Non vedo perché dovrei essere d’accordo con lei, dal momento che anche lei, come il giornalista, non era presente all’accaduto, e può quindi fantasticare come le pare, ma senza riscontri oggettivi.”
“Ah, i riscontri oggettivi… complimenti, lei parla in modo appropriato, mi piacciono le persone che parlano in maniera acconcia” mi rispose con fare canzonatorio e continuò piegandosi verso il mio seggiolino ed abbassando la voce:
“Veda lei se posso: io c’ero e so come sono andate le cose.” Mormorò con aria cospiratoria quest’ultimo concetto, inatteso e sorprendente, e allo stesso tempo girò velocemente dalla mia parte con insospettata elasticità atletica e si sedette al seggiolino contiguo al mio senza smettere di fissarmi in modo insistente, con un accenno di sogghigno nel constatare la mia sorpresa e la mia incredulità.
“Ma che sta dicendo? E’ successo tutto ieri sera, neanche dodici ore fa, a millecinquecento chilometri da qui, e lei mi dice che era presente? E perché non ha informato la Polizia?” “Perché lo viene a dire a me?”
Sembrò infastidito:
“Perché, perché, perché. Lei sa solo fare domande; è così bravo anche ad ascoltare e a spogliarsi della sua logica limitata?”
Cominciai a pensare che mi ero imbattuto in un ‘gabbietta’, un pazzerello docile e innocuo da non contraddire, e l’uomo continuò con fare esortativo ed imperioso:
“Creda in ciò che dico, vada oltre le apparenze, mi ascolti…” Mi rassegnai.
“Il giovane, Oscar, viaggiava nel mio scompartimento. Che nome, Oscar, un incrocio fra un premio cinematografico e un pesce, il pesce Oscar, l’Astronotus Ocellatus, lo conosce? E’ un pesce d’acqua dolce, del Rio delle Amazzoni e del Rio Negro, trionfo di ogni acquario di ciclidi rispettabile, prepotente e corpulento, con due labbroni da cernia ed una livrea bellissima scura e mutevole a seconda dell’umore ricamata di ghirigori rossi e di un ‘ocellus’, una macchia color oliva orlata di rosso sui fianchi verso la pinna caudale. Oscar, del pesce omonimo, aveva un poco la fisiognomica, con un fisico massiccio e baldanzoso, un colorito bruno con due o tre cicatrici sulle braccia, rosse, una grossa ciste su una guancia, rosso-brunastra, ed un atteggiamento torvo ed aggressivo: il tipico maschietto bruttarello con erezione perenne e le antenne ritte a captare selvaggina con mascara. Nello scompartimento eravamo noi due ed una mia amica, Aba, che si può definire sicuramente un eccezionale mammifero di razza superiore. Io sedevo vicino al finestrino e leggevo una rivista mentre Oscar ed Aba erano seduti l’uno di fronte all’altra verso il corridoio. La mia amica era bellissima e misteriosa: sembrava un ritratto di Nagel. Indossava un sobrio completo di giacca e gonna nero di seta su calze velate nere e di seta anch’esse. Un fazzoletto rosso sangue le copriva il collo, ricacciato nella scollatura della giacca e fermato con una spilla d’oro massiccio raffigurante un ariete. Aveva le gambe lunghe affusolate ed accavallate in maniera elegante e signorile e le sue scarpine, di vernice nera, avevano un lungo tacco a spillo rinforzato da una guaina di acciaio bianco lucente. Il viso, un ovale pallido e seducente, perfetto, era incorniciato da una matassa fluente di capelli corvini ed era semicoperto da un grosso paio di occhiali da sole scurissimi, che evidenziavano ancor di più l’incarnato diafano, ma sano, della donna e conferivano un’aria indecifrabile al suo sguardo. Un filo di rossetto della stessa tonalità del fazzoletto e lo smalto sulle unghie, anch’esso ugualmente rosso, completavano l’aspetto di Aba, signorile, distaccato dalle miserie terrene, irraggiungibile come il fascino di tempi addietro andati. La mia amica guardava un punto indefinito al di là del finestrino del corridoio, enigmatica nell’espressione del viso, ed Oscar la rimirava piuttosto sfacciatamente con un sorrisetto da uomo navigato tra quei labbroni da cernia ed un formicolio sotto la patta dei pantaloni. Ogni tanto alzavo lo sguardo dalla rivista e degnavo di attenzione i miei compagni di viaggio e dentro di me sogghignavo per la becera attenzione che il giovane professava per la mia amica assolutamente indifferente. Il treno andava ed andava ed il rollio delle ruote sulla massicciata dava un piacevole senso di abbandono. Non avevo voglia di parlare e nemmeno la mia amica; eravamo quindi immersi ciascuno nei propri pensieri, io con la mia rivista che sfogliavo distrattamente e lei con il volto serio e fisso oltre il vetro del finestrino sulla campagna che scorreva veloce. Apparivamo al giovane Oscar come due sconosciuti e , le dirò, la situazione che si era creata sembrava intrigante per gli eventuali sviluppi che avrebbe potuto far nascere. Quasi sentivo i pensieri di Aba circa le manifeste attenzioni del giovane: tra poco ci divertiremo, mi divertirò e avrò il mio piacere; continua a fare finta di nulla! Le lenti nere degli occhiali non facevano presagire né rifiuti né accondiscendenza: solo io sapevo il perché, ma ci arriveremo…le racconterò” e sbottò in una risatina divertita, chioccia, a contrasto con la profondità grave della sua voce narrante.
“Oscar attaccò bottone con me cercando di dominare la situazione con un giro largo ed accerchiante. Poveretto: cominciò con le solite banalità sul tempo e sulla noia dei viaggi in treno. Avrei preferito il silenzio, od una conversazione sulle tentazioni di S.Girolamo – sono alquanto ferrato sull’argomento, sa? – ma mi adeguai al basso livello dell’interlocutore buttando lì qualche dozzinale concetto risaputo. Aba rimase silenziosa, non partecipe; si volse solo impercettibilmente verso il ragazzo fissandolo attraverso gli occhiali neri senza un’espressione definita. Lui si sentì autorizzato ad interpretare questo atteggiamento come un successo ed incalzò stavolta direttamente la donna con un’altra colata lavica di apprezzamenti sul paesaggio e sulle città che avremmo toccato durante il nostro percorso. Mi parve di percepire, sì, ne sono sicuro, un certo cambiamento di stile nell’approccio della cernia, di Oscar: più caldo e colloquiale e coinvolgente, tale da mettere a proprio agio un’altra qualsiasi compagna di viaggio. Ma Aba non si scompose e continuò a fissarlo attraverso le lenti nere, senza estraneità, ma anche senza complicità. Mi immagino quel cervellino in ebollizione con altri luoghi comuni: la carne è debole; più la conquista è difficile, più la preda merita, e via dicendo. Patetico!
Aba rivolse il suo sguardo per una frazione di secondo verso di me ed io capii che stava per creare la situazione, l’evento del nostro piacere, e feci fatica a trattenere un sorriso lupesco che mi saliva dal petto: che affiatamento tra noi due, una complicità di secoli, di millenni, e non scherzo, sa?”
Io ascoltavo affascinato dalla loquela, dalla ricercatezza delle parole, dalla potenza evocativa del racconto dell’uomo, e vedevo distintamente la scena in quello scompartimento con il tramezzo a vetrata, i sedili imbottiti azzurrini, i copritesta un po’ sudici, giornali sparsi qua e là, e la campagna che correva nel rumore cadenzato delle ruote sui binari. Posai gli occhi sul distinto signore che mi faceva partecipe del suo incredibile illogico segreto ed ebbi per un attimo la coscienza che si stesse trasfigurando in un’espressione da predatore, avida e rapace. Ma rimasi impietrito ad ascoltare il seguito.
“Aba si alzò dal sedile col fare di chi si vuole sgranchire le gambe, si aggiustò con una certa movenza erotica la gonna e la giacca del vestito e dopo due o tre passi rimase immobile, in piedi, davanti al finestrino del corridoio. Era alta, statuaria, bellissima ed ora dava una vaga idea di accessibilità e disponibilità, increspando le labbra ad una parvenza di sorriso, anche se non rivolto ad alcuno in particolare. Cercò nella borsetta, un delizioso cofanetto di coccodrillo nero, le sigarette; cercò poi l’accendino, io dico che fece finta di cercare l’accendino, e frugò nella borsa. Eccezionale! Aveva buttato l’esca con una delicatezza ed una naturalezza che chiunque, fumatore e non, si sarebbe affrettato con un accendino o con tante scuse per non essere fumatore. Ma eravamo solo in due: io che me la stavo spassando un mondo, ed Oscar, il pesce Oscar, che abboccò all’amo in modo disarmante rimestando nella tasca dei pantaloni, ora più piccola di prima, per trovare l’oggetto catalizzatore per un futuro carico di promesse. Porse l’accendino acceso davanti alla sigaretta protesa di Aba e cercò di approfittare della situazione per contemplare fugacemente gli occhi della donna, ma invano. Allora fu diretto, quasi brutale: “E’ un peccato coprire due occhi sicuramente affascinanti come la sua persona!”
Aba mormorò un grazie di cortesia e poi sussurrò con voce roca: “Lei crede che io abbia dei begli occhi? E sia, glielo voglio lasciar credere, ma solo credere: una donna misteriosa in qualcosa di sé è molto più desiderabile, non crede?” Oscar impazzì e balbettò qualcosa di indistinto, poi parlò a voce bassissima. Non intesi ciò che disse e mi feci spiegare tutto l’evolversi del dialogo da Aba stessa, dopo…” e rise ancora, ma stavolta di un riso sinistro, da rabbrividire.
Io continuavo ad ascoltare e mi sentivo soggiogato da quegli occhi magnetici color cobalto e ipnotizzato da quelle parole pronunciate con voce neutra, ma ferma e grave che fuoriuscivano da quella bocca da felino che ora rideva come una iena. Quell’odore di cannella e tabacco stagionato che sprigionava la sua persona mi stava stordendo. Lui continuò a parlare, ma stavolta come fosse Aba, la donna misteriosa, sua amica e compagna di viaggio.
“Oscar cercò goffamente di controbattere qualcosa di brillante per abbagliarmi da gentiluomo, poi perse ogni inibizione e mi fece partecipe del suo rigonfio nei pantaloni in maniera decisa e volgare che stemperò in un invito, il più esplicito e meno offensivo possibile, a seguirlo verso la ritirata. Sorrisi malignamente: era troppo rozzo e meritava una lezione. Interpretò quel riso come un’adesione alle sue avanches e si fece più pressante, anche fisicamente, strofinandosi leggermente al mio fianco. Mi avviai verso la fine dello scompartimento a passi lenti e studiati, ancheggiando leggermente, civettando, e sentivo il suo sguardo dietro di me ed il suo respiro appena più irregolare di prima. Aprii la porta, entrai e lasciai la porta socchiusa. Entrò di furia dentro il bagnetto e richiuse subito febbrilmente la porta con il nottolino. Poi si girò verso di me e cominciò a biascicare cose senza senso sul suo pacco e sulle mie gambe ed il mio seno e cominciò a brancicarmi maldestramente, senza sensibilità, stropicciando la giacca e la gonna del vestito. Quella ciste sul viso era diventata purpurea per l’eccitazione e gli occhi erano febbricitanti e quei labbroni da pesce lesso tremavano e farfugliavano sul mio collo: che schifo! Il supporre di esser padrone della situazione lo calmò, ad ondate, e finalmente lui dominò la sua bestialità rintracciando quella parte di uomo civile che era in sé. Divenne più misurato, controllato e tentò anche un abbozzo di conversazione: “Sei molto bella, di una bellezza diversa dalle altre, altera, fredda, distaccata: dipende dagli occhiali, ne sono sicuro. Togliteli, fammi vedere come sono i tuoi occhi.” Gli risposi: “Sei proprio sicuro di voler vedere i miei occhi, o cos’altro?” “L’altro lo vedrò dopo e sono convinto che non mi deluderai.” “Allora, se è così che vuoi…”
Io ascoltavo ancora e rabbrividivo presentendo qualcosa di spaventoso e non mi ero neanche accorto che l’uomo davanti a me aveva parlato con la voce di Aba, roca, sensuale e profonda, proveniente direttamente dall’utero. L’uomo parve accorgersi del mutamento della mia espressione, ora atterrita, e, riprendendo il suo tono di voce baritonale mi chiese:
“Le sto mettendo paura? Ha paura di me?”
“Mi sembra tutto senza senso, le voci, la storia, la sua espressione beata di fronte ad una tragedia…” risposi frastornato, ma lui continuò con fare salottiero, cambiando discorso:
“Conosce Bulgakov, lo scrittore russo? Ha presente i racconti “Cuore di cane”, “Le uova fatali” ed i libri “La guardia bianca” e soprattutto “Il maestro e Margherita”?”
“Che significa questo adesso?” risposi ancora più confuso.
Assunse un’aria da pedagogo:
“Significa, significa: Michail Bulgakov è stato uno dei pochi eletti che si è avvicinato alla descrizione della vera natura di Aba ed ha immortalato questo personaggio nel suo capolavoro, “Il maestro e Margherita”, nel capitolo della festa del Diavolo, anche se ha tralasciato un aspetto fondamentale della sua essenza: la capacità di trasformarsi in uomo, donna o animale, come tutti i demoni. Aba, bella donna, è stato uno scherzo terreno dei demoni, di Abadonna che con il suo sguardo inceneriva eserciti, uno dei tanti di Legione: ecco il perché dei suoi occhiali da sole. Capisce ciò che le sto dicendo? Io la sto intrattenendo sulle nostre gesta di questo mondo in ossequio alla vanità. Ho presunto che lei sia sensibile ed intelligente: non mi deluda o potrei sentirmi frustrato e sarei preda dell’ira con gravi conseguenze per lei.”
Stava diventando tagliente, ma fu un attimo, e ritornò piacevolmente colloquiale:
“Stia tranquillo, ora sono solamente vanitoso e non è ancora arrivata la sua ora. Posso proseguire la parte più succosa del racconto?”
Balbettai qualcosa, non ricordo, sotto quello sguardo cobalto ridanciano, mentre i denti dell’individuo diventavano più abbaglianti e, forse una mia impressione, più lunghi, simili a zanne. Il brusio continuo della stazione era innaturalmente cessato ed anche la sala d’aspetto era scomparsa in un mare di vapori e nebbia attraverso cui potevo intravedere solamente il volto del mio interlocutore che ora sghignazzava avvolto in un tabarro nero consunto dal risvolto porpora. I gemelli ora sembravano vivi, due scarabei luccicanti nella penombra e la spilla della cravatta altro non appariva che un serpentello vigile con occhi di giada. Il viso del demone era ora di puro cuoio cotto dal sole, le rughe si presentavano molto più scavate ed i capelli emanavano bagliori azzurrini. L’aroma stordente di poco prima era stato cacciato da un odore umido di mobili polverosi e pergamene muffite. Ero sorpreso e terrorizzato.
Continuò con voce possente ed autoritaria:
“Posso proseguire, mortale? Beh, direi di sì. Dove eravamo? Sì, eravamo nel cessetto di un vagone del treno che portava me ed Abadonna verso una meta o un’anima. Aba, chiamerò e considererò il mio amico come era, si tolse lentamente gli occhiali davanti all’ eccitato Oscar, e Oscar vide ed ebbe poco tempo per rimpiangere la sua galante richiesta.
Abadonna non ha globi oculari, occhi, pupille: ha le orbite vuote, nere e profonde, che mandano sinistri bagliori verdastri che saturano l’ambiente di vibrazioni violente e crudeli, di sete di sangue, e liberano la bestia che è in lui in tutta la sua potente efficienza nello sterminare. L’angusto ambiente si permeò prestissimo di questa aura verdognola e le pareti si coprirono di alghe ed il finestrino si oscurò schermato da diafani licheni viscidi e regnò la penombra. Oscar rimase atterrito da quella rivelazione: un ritratto di Nagel senza occhi, con due vuote cavità scure che mandavano bagliori verdi e sbiancò senza neppure avere la presenza di spirito di reagire aprendo la porta e fuggendo. La sua mancanza di reazione lo costrinse a vedere l’ennesima trasformazione. Le labbra carnose e vermiglie di Aba si assottigliarono fino quasi a scomparire in due linee vizze violacee mentre i denti, prima bianchissimi e disposti in regolare chiostra, si trasformavano in zanne giallastre sporgenti dalla bocca ormai deforme. I capelli corvini caddero a ciocche, come per alopecia, evidenziando un cuoio capelluto che, come la pelle, diveniva squamato, a placche, e le mani, affusolate e diafane, assumevano sempre più l’aspetto di artigli dalle lunghe unghie ingiallite dal tempo. Il vestito si lacerò sotto la spinta interna di un corpo mostruoso di basilisco e le calze si stracciarono al contatto di rilievi puntuti verdastri duri e callosi. Aba la donna stava diventando Abadonna e l’aria verdastra di quel piccolo ambiente lo testimoniava secondo per secondo mentre il rumore delle ruote del treno s’affievoliva fino al silenzio tombale per lasciar posto al fruscio di serpenti che si arrampicavano su per le pareti e le gambe di Oscar. Il ragazzo provò ad urlare per chiedere aiuto e per il raccapriccio, ma Abadonna lo colpì senza apparente violenza col tacco inguainato d’acciaio di una delle sue scarpine. Il pomo d’adamo venne penetrato da quella punta micidiale con uno schiocco secco di pneumatico scoppiato ed Oscar rimase senza fiato mentre il sangue sprizzava sullo specchio e sul lavabo della toeletta istoriando le alghe vive, umide ed agitate. Un secondo colpo ed esplose come un sacchetto pieno d’acqua l’occhio sinistro in schizzi gelatinosi e sanguinolenti. Abadonna ringhiò: “Volevi vedermi senza occhiali, nella mia vera essenza? Eccomi, eccomi, ma devi pagare perché sono una puttana, una puttana un poco speciale!” Gorgogliò una risata catarrosa. Il demone sollevò di peso il giovane stordito dalla sofferenza e lo appese, o meglio, lo inchiodò per la pelle e la carne viva della schiena all’attaccapanni del bagnetto. Oscar non poteva più urlare e respirava a fatica: sentiva l’aria uscire dalla trachea forata dal tacchetto e dai polmoni trafitti dal gancio dietro di lui. Era spossato dal dolore fisico e cominciò a pisciarsi addosso. Abadonna rise ancora, sguaiatamente, poi si accostò al giovane appeso e lo sbranò all’improvviso sulla guancia con la ciste: l’ossatura del viso scricchiolò e la guancia scomparve tra le fauci del mostro mettendo a nudo i denti e la bocca rossi di sangue. Il demonio ora era incontrollato e squarciava cogli artigli e sbranava con le zanne mugolando di piacere a contrasto con i lamenti fievoli della sua vittima. Io ascoltavo dal mio sedile nello scompartimento ed invidiavo il mio amico. Le posso assicurare che Oscar ebbe una fine orrenda e dolorosissima, nonché abbastanza lunga, perché Abadonna non gli permise con clemenza di morire in fretta. Lo smangiò in parti non vitali staccando con voluttà brandelli di pelle e carne sanguinolenta e lo sventrò, prima delicatamente, se capisce l’umorismo della parola, poi sempre più violentemente con gli artigli mettendo a nudo le sue budella ed il pistolino ormai non più voglioso; glielo staccò con un’artigliata secca come una rasoiata e lo diede in pasto ai serpenti.
Poi tutto ebbe fine.
Abadonna ritornò Aba e ricomparve come un ritratto di Nagel nello scompartimento in mia presenza e Oscar finì sulla massicciata.”
Ero tramortito nell’ascoltare quell’orribile racconto ed avevo chiuso gli occhi per non affrontare lo sguardo di chi raccontava. Percepii la pausa pesante della conclusione ed aprii gli occhi, mentre la sala di aspetto aveva ripreso la sua luce ed il brusio della stazione si ripresentava sempre uguale. L’uomo era sempre seduto a fianco a me e mi sorrideva beffardo, elegantissimo nel completo antracite, con fermacravatta d’oro e brillante e gemelli d’oro ai polsini, circondato da quel familiare olezzo di quando si era presentato. Sembrava che nulla fosse successo e che ci si fosse scambiato un parere sull’ultima partita di calcio o sulle quotazioni di borsa.
“Adesso capisce perché dico che si leggono tante stupidaggini sui giornali, vero?”
La voce era tornata baritonale, profonda ed indifferente e stentavo a credere a quello che avevo ascoltato.
“Ora sto meglio: ho perseguito nel peccato della vanità ed ho suscitato in lei un sano terrore che mal si addice col fare del bene al prossimo.”
Minimizzò con fare magnanimo: “La mia piccola buona azione giornaliera da boy scout, un raccontino, un’esercitazione per mantenere in rilassatezza l’allenamento… Rimane il fatto che lei non mi crede o che penserà in futuro di essere stato vittima di un’allucinazione: conosco voi persone logiche e riflessive e non mi farebbe piacere in futuro scoprire che quanto è stato perpetrato da Abadonna sia sminuito come una fantasia da cattiva digestione. Lei deve, dovrà sempre credere: i demoni sono fra voi e Legione è ovunque.”
Mi porse allora da una tasca della sua giacca un cartoncino porpora. Si levò dritto e massiccio come un armadio e uscì dalla sala d’aspetto a grandi falcate coprendo con una sonora risata cavernosa un annuncio dell’altoparlante, tra le occhiate sbigottite dei presenti che poi fissarono me perplessi.
Imbarazzato ed ancora sorpreso, lo vidi scomparire e cercai di darmi una spiegazione razionale per ciò che avevo udito, rigirandomi tra le mani quel cartoncino. Non mi capacitavo di quanto mi era accaduto ed effettivamente ero propenso a giustificare il tutto come un malore od un’allucinazione.
Diedi allora una sbirciata al bigliettino da visita che avevo tra le mani: era un cartoncino molto rigido ed antico e dal fondo porpora; recava scritto ad antichi caratteri medievali d’oro a rilievo solo un nome: Asmodeo.
Un turbinio di parole, ricerche ed antiche lezioni scolastiche vorticò nella mia mente: Asmodeo, il demone, uno dei tanti di Legione, un compagno inseparabile di Abadonna nella ricerca di anime perdute, uno degli sfidanti di quell’armata delle tenebre per il dominio della vita e della morte. Si associarono alle parole le immagini, le sensazioni: i ‘rari ed obliati tomi di antica sapienza’, polverosi e pieni di mistero, citati da Poe ne “Il corvo”, il vecchio monastero custode di tremendi segreti dei frati di Eco nel libro “Il nome della rosa”, il vento ululante nelle steppe, fedele compagno di branchi di lupi famelici ed altre evocazioni classiche della letteratura e della cinematografia.
Asmodeo: quella risata diabolica, squassante e terribile, emerse prepotente dalla marea confusa delle memorie e mi trafisse a lungo la mente.