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RAMON E IL VAMPIRO
( cyb)
Ebbi un incontro con un vampiro, qualche tempo passato, uno degli ultimi vampiri.
Lo controllai, adornato di una resta d’agli e armato di un grande crocifisso, seduto su una fredda panca di marmo posta davanti a lui semisdraiato all’alba nella sua bara.
Avevo scoperto la bara casualmente andando a rendere omaggio ad un vecchio parente in un cimitero di paese sperduto tra le colline: l’avevo vista semiaperta e vuota dentro una piccola cappella di famiglia sbrecciata e abbandonata e mi ero incuriosito. Dopo qualche appostamento avevo prima intuito e poi compreso in tutta la sua evidenza che era la bara di vampiro.
Appagai successivamente la mia curiosità immobilizzandolo nel suo sarcofago, come accennato, con il crocifisso e l’aglio, mentre sbatteva gli occhi cerchiati come un allocco: era pallidissimo, emaciato, scheletrico quasi nella sua magrezza, ed aveva uno sguardo triste più che minaccioso e una amara piega della bocca atteggiata ad un mesto sorriso con i due canini ingialliti dal tempo.
I miei concetti di controllo e di sicurezza, nella mia superficialità ed ignoranza, si sciolsero come la neve al sole quando un pallido raggio di luce del primo mattino filtrò nella cripta ed il vecchio vampiro parlò con voce rauca, ma ferma, senza alcuna reazione di orrore all’alba nascente.
Mi disse qualcosa di sé, compito e signorile, troppo debole per alzarsi dal suo macabro giaciglio.
“Come vede, amico mio, il giorno e la notte non fanno differenza per i vampiri: la vecchia letteratura si è sbizzarrita con tante stupidaggini. Non fugga, non le farò nulla di male, ma le devo rivelare che anche il crocifisso e l’aglio mi lasciano del tutto indifferente: se volessi, e anche se potessi, lei non avrebbe scampo qui davanti a me...
Le ho detto se potessi perché ormai non posso più muovermi per la debolezza e l’inedia e attendo serenamente una mano pietosa che ponga fine ai miei lunghi giorni.
Che senso ha vivere senza poter apprezzare quello che la natura ha predisposto per te e per la tua natura?
Mi cibo esclusivamente di sangue di vergine o di sangue di uomo... e sto morendo di fame, a poco a poco, per consunzione in mancanza dell’alimento. Non esistono quasi più vergini di questi tempi, solo bimbette prescolari o quasi che non hanno alcun sapore e che mi rifiuto di succhiare per quanto sono sciocche, immature e prive di quell’aura sensuale delle vergini di una volta, affascinanti e già donne, e soprattutto non esistono quasi più uomini intesi nel senso virile del termine latino, caratterialmente uomini che abbiano la dignità della sofferenza e che sappiano amare od odiare limpidamente come una volta e sappiano avere verso loro stessi la giusta indulgenza o la giusta riprovazione. Tutte mezze calzette, oggi, tutti ometti sparuti e fragili, di quella fragilità figlia dell’ignavia, anche quelli più prestanti, amico mio, e il mio alimento scarseggia sempre più e io sono stanco e debole e mi sto estinguendo poco a poco.”
Mi sentii impietosito per quell’essere diafano garbato e irrimediabilmente deluso e lo guardai in silenzio senza voler aggiungere concetti spiacevoli alla già sgradevole sua situazione.
Mi parve che intuisse qualcosa di quello che pensavo e allargò il volto rugoso e grigiastro in un sorriso speranzoso come un miserabile davanti a una chiesa soddisfatto da qualche spicciolo.
Quello che avvenne poi non ebbe bisogno di essere evidenziato da discorsi, quasi come un dialogo tra uomini di una volta, muto e rispettoso in uno scambio di sguardi fermi, decisi e carichi di sentimenti duri come roccia, ma anche teneri come un fiore appena reciso.
Mi offrì, serenamente complice, un piolo di frassino e un mazzuolo e si distese severo ad occhi chiusi nella bara in un lieve fruscio del mantello polveroso.
Colpii deciso per soffocare la pena verso quell’essere... colpii al cuore come mi richiese in silenzio il vampiro.
Io, Ramon, ho colpito ancora al cuore e ancora ne soffro.