www.domist.net racconti opere other

COSA PUO’ ACCADERE IN STAZIONE MENTRE ASPETTI LA MOGLIE
( Cyb )

 

 

Te la devo proprio raccontare…
Ero alla banchina uno della stazione: aspettavo l’arrivo di mia moglie, defilato rispetto alla calca del centro stazione perché odio troppa folla vicina a me, ed ero abbastanza vicino ai gabinetti pubblici per ammazzare il tempo nella attesa e divagarmi con mie osservazioni sul traffico del posto olezzante certi aspetti di varia umanità.
La mia attenzione viene sollecitata in stereofonia: ascolto urla lamentose indistinte provenienti dalle latrine e, nel contempo, vedo sopraggiungere, con un leggero ronzio perduto nel brusio del va e vieni, dall’altro capo della stazione, l’ ecologico carrozzino elettrico Lamborghini (c’è poco da ridere, è proprio un Lamborghini) della Polizia Ferroviaria con due agenti.
Il carrozzino blu con strisce bianche e la dicitura POLIZIA suscita reazioni sorprendenti: il gabinetto si svuota di tarantolati frettolosi che schizzano verso altri lidi velocemente assumendo fisionomie, per come è possibile, di passanti attoniti da Candid Camera. Tossici, spacciatori, checchine tremule e maschioni fornitori di bassa macelleria sembrano palline di flipper che scompaiano in qualche buchetta per un ‘bonus’ di centomila punti.
Rimango lì, anzi, mi avvicino, forte del mio tesserino di ex ferroviere: gioco in casa, sono curioso, conosco uno dei due agenti, ho tempo…
Scende dalla similvolante-ecologico-paraplegica un personaggio conosciuto e temuto nella stazione, un maresciallo corpulento come Danny Aiello in “C’era una volta in America”, con in più due baffoni da tricheco e una pancia sicuramente molto più accennata che è strozzata impietosamente dalla cinghia con la fondina e le manette. La stessa aria tronfia di Aiello, o forse dello sceriffo sputatabacco di uno zerozerosette, stesso caracollare da bullaccio di sala biliardi…
Una strizzata d’occhio a me, che contraccambio con un sorriso, ed una occhiata a punto interrogativo verso il custode della latrina, Alvaro, secco e grigio come una mappina, lo straccio, detto alla napoletana, per pulire i cessi, impersonificazione fisiognomica da lunga esperienza professionale, corrispondente quasi ad un “nomen omen”: per essere perfetto si dovrebbe chiamare Medardo, per qualche giochetto di parole. Medardo, no scusa, Alvaro squittisce di fronte al maresciallo ipertrofico con l’aria di un giovanissimo Peter Lorre scavato e querulo; biascica un qualche resoconto e Tricheco annuisce e sospira al cielo mentre il suo collega, il Pannunzio della situazione (Pannunzioooo, chemminchiamicombini?), ridacchia come può ridacchiare un sottoposto senza capacità decisionale.
I lamenti, dentro, continuano come litanie, pianto singhiozzante tipo andatura di cammello ubriaco tra le dune, imprecazioni in misti idiomi con odori a vampate di tabacco, curry e naturale retrogusto escrementizio: vedrai, siamo in un cesso di stazione che è stato ripulito circa sei ore fa…
Seguo come un’ombra, complice e discreto, Trick che si appoggia alla porta chiusa di una latrina, atta per buchi di pere, esperienze ludico-amatorie trasgressive e bisogni grossi.
“C’è qualche problema lì dentro?”
Breve silenzio e nuova puntata della beautiful-geremiade, più forte e appassionata che pria.
Urlo belluino dell’autorità: sembra l’allenatore Carletto Mazzone con il Brescia sotto di tre goal a zero o, tanto forse non conosci neanche lui, Romolo al banco di frutta e verdura a Piazza Vittorio:
“Ahò, stai muto: spiega che ascolto. Ah, già che ci sei, apri che ascolto e ti vedo. Magari ti chiedo l’autografo o ti do un bacino…Che succede?”
Tra i singhiozzi una voce con un timbro particolare, familiare e sconosciuto insieme, si fa strada faticosamente, flebile e genuinamente straziante.
“Ho paura. Sono in piena crisi di panico. Non ce la faccio più” e ricomincia a tracimare in ululati che si confondono con la scarica automatica degli sciacquoni.
Trick mi guarda e sospira. Io ammicco e predispongo lo sguardo a tifoso appassionato e solidale.
Il maresciallo ha intuito che dietro la porta c’è qualcuno strano, che parla bene l’italiano, ma non perfettamente: o straniero, o appena dislessico.
“Dai apri, c’è la Polizia che ti protegge: “La polizia al servizio del cittadino”, “Stiamo lavorando per te”, “La polizia sta per incazzarsi”…
Paura di che? Di dove sei? Sei straniero vero?”
La vocina, sembra il nano Pigolo, - esiste? - di Biancaneve, si compone appena un poco.
“Sono italiano con tutti i diritti…”
Lo dice con un accento vagamente piccato e se ne accorge anche Sherlock Sheriff.
“Ma vaaaaa, prova a dire un poco “li mortaccci tua”…
Vocina pigolante da dietro la porta, nella valle dell’eco del cesso vuoto: “Li mortaci tua…”
Lesson number one di fonetica italiotaromanesca:
“Lo vedi? Non sei italiano: ci vanno tre ‘c’ nelli mortaccci tua e tu ce ne hai messa solo una e non hai strascicato la ‘t’ de li mortaccci tua…”
“Senti fratello, ho paura. Credo che mi impiccherò tra poco qui dentro. Lasciami stare.”
Trick sa che il suicidio è pur sempre un reato (vietato ammazzarsi) e ha una metamorfosi a metà tra Bogart che deve convincere qualcuno fumando interminabili sigarette con le pupille e Clooney col camice verde di Ermetici: si allarma un poco e accarezza l’idea di prendere a spallate la porta di compensato graffita di numeri di cellulari e cetrioli stilizzati di ogni grandezza e stile di corrente pittorica.
“Calmo eh? Dai, sfogati…”
Pigolo esonda inarrestabile: parole come fango e liquami cloacali a Sarno, (scusami, ma siamo sempre in tema). Quasi urla il suo sfogo tra i singhiozzi.
“Non vivo più. Per strada ho l’impressione di essere guardato come un prosciutto, come una mortadella appetitosa. Sguardi che ti pesano il portafoglio, che verificano l’efficacia delle tue chiavi di casa, che ti sondano la profondità del fondo dei pantaloni per intuire quanto puoi essere ospitale. Sguardi come coltelli. Ho paura di troppe persone, di troppe facce.
Cammino rasente il muro e ascolto “slob, slib, slab”: slavi dappertutto, non puoi sbagliarti neanche se stanno zitti. Sono inconfondibili con quegli occhi di ghiaccio e quei denti guasti. E ‘slib, slob, slab’, e ti guardano e parlano tra loro e ridono e qualcuno si tocca il pantalone piattoloso e non so se mi vuole aprire come una mela con l’uccello o con un coltello.
E poi ancora, più in là: ‘akkramel, shal acchrr’, e altra angoscia con facce cariche di odio e diffidenza, barbe lunghe e sudice, odori di sabbia e di spezie strane.
Cammino qui intorno e vedo soltanto insegne arabe e sento parlare solo arabo e ho paura di questi marocchini che tra loro si trovano e si baciano tre o quattro volte e quando passi tu neanche si spostano e sembra che aspettino soltanto di essere urtati per sgozzarti. Hanno un linguaggio ruvido, aspro, quasi minaccioso, e urlano sempre e non sai mai se possano avercela anche con te. E penso alle torri…
E poi i japu, quei musetti gialli gentili, i giapponesi, chissà poi perché giapponesi e non giapponardi… Gentili e compiti, educati e rispettosi…ridono sempre come mongoloidi, ma io non ci casco e ho paura anche di loro. Sono troppi: se si incazzano ti si mangiano crudo come un sushi. Troppa dimestichezza con le lame, le lamette, i rasoi, troppo fanatismo…banzai, kamikaze, oriente rosso,Toshiro Mifune, kooto…
Vaffanculo ai japu: odio i japu e i marocchini e gli albanesi…
Non ce la faccio più. Che aiuto puoi darmi, poliziotto?”
Trick Aiello sta facendo la colletta mentale di tutto quello che può ricordarsi di avere appreso al corso sottufficiali circa la psicologia nei rapporti pubblici nei cessi pubblici e sta aggrottando la fronte in un’espressione che sarebbe fonte di disperazione per Darwin.
Io guardo la situazione con disincanto e con tempo libero davanti a me, senza prendere posizioni, come fossi quello de “Il cittadino ringrazia la Polizia”, ma Enrico Maria Salerno, o Merli, non ricordo bene, è molto più grasso ed io non ho pagato il biglietto dell’Universal.
“Senti: ascoltami bene. Ora esci da lì e andiamo a fare un giretto insieme fino al bar. Ti offro un bel fernet, un caffè, quello che vuoi. Tu ti sfoghi ancora un bel po’ mentre aspettiamo l’arrivo degli infermieri dell’ambulatorio della stazione. Ti danno qualcosa da prendere e vedrai che passa tutto. D’accordo?”
Ghigno tra me: caspita! Wanna Marchi con l’ipertricosi…un corso di psicologia pressoché fallimentare. Eppure…
I singhiozzi cessano nel cesso, scusa il gioco di parole, e un silenzio di riflessione aleggia pesante tra le mattonelle bianche e istoriate come il solito quasi solido persistente odore di concimaia senza viole.
Poi un fruscio dall’altra parte della porta, come se qualcuno si stia ricomponendo, immagino, ed un cigolio della porta che sfinisce per quanto è lento e timido.
Tieniti forte, il bello arriva adesso…
Ci sei?
Non ci crederai, mi piacerebbe vedere la tua faccia adesso…
Esce un moretto, un cioccolatino, un uomo di colore, un negro insomma, hai capito? Ben vestito, educato, gentile, pulito,…e negro, come la pece…
Trick rimane di sasso e pure io cambio il peso specifico in struttura pietrosa. Il collega di Trick è praticamente subumano.
La favola finisce bene, forse, o male, non lo so.
Ha una morale? Non ce l’ha?
Ti ho solo raccontato quello che mi è successo mentre aspettavo mia moglie in stazione: non sono mica un opinionista sui costumi della società…