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SAN VALENTINO
( Malide )





Non aveva mai dato molta importanza a queste feste che giudicava "consumistiche", ma gli sembrava un'ironia della sorte che avesse scoperto di essere malato, gravemente malato e con i giorni contati proprio poco prima di San Valentino.
Si era sempre vantato di non avere paura delle parole e di chiamare le cose con il proprio nome, ma quella parola, cancro, proprio non riusciva a dirla.
Era una parola oscena, senza dignità, ti faceva quasi sentire in colpa, evocava immagini laceranti, senza speranza; invece "male incurabile" portava in sé la visione di un dolore composto e affrontato con coraggio, di una bella morte, circondato dai familiari e in grado di dire quelle poche, memorabili parole che la figlia e la moglie si sarebbero tramandate nel tempo... la moglie, la figlia... il dolore lo afferrò con violenza.
Stava morendo, stava per abbandonarle per sempre e si metteva a pensare alle parole, all'eleganza delle parole e non al loro significato...
Pensò alla bambina, ancora troppo piccola per capire e per ricordare e alla moglie, così giovane e indifesa che lo guardava sempre con incrollabile fiducia, battendo le lunghe ciglia sui grandi occhi azzurri e mormorando: "Come farei senza di te?"
Ed era vero, era totalmente sprovveduta, non era capace neanche di fare un conto corrente e la banca era per lei solo un luogo in cui poteva prendere quei soldi che amava tanto, senza preoccuparsi di chi ce li metteva e a prezzo di quali sacrifici.
I SOLDI !!! Ne erano rimasti pochi sul loro conto e dovevano ancora pagare anni di mutuo e lui non aveva maturato una pensione sufficiente alla sopravvivenza.
Per un attimo pensò: "Che me ne importa, non è un mio problema", ma si vergognò quasi subito e si sentì ancora più depresso.
C'era un'assicurazione, ma il premio non era tale da garantire la tranquillità economica e sua moglie non era certo capace di fare oculati investimenti che le permettessero di raddoppiare... raddoppiare, c'era una clausola che raddoppiava il capitale e lo trasformava in un vitalizio, ma subentrava in caso di morte violenta, non per malattia.
Un'idea prese corpo e man mano che la sviluppava gli sembrava sempre più attuabile. Doveva cercare qualcuno che lo uccidesse, semplice no?
Semplice proprio no, lui non conosceva nessuno che potesse fare una cosa del genere e un killer professionista, ammesso che riuscisse a trovarlo, costava sicuramente troppo.
No, che andava a pensare, era proprio un'idea folle.
Ma la rimuginò a lungo durante quella terribile notte sentendosi di volta in volta molto nobile o molto stupido, immaginando la moglie e la figlia ridotte alla disperazione o, peggio ancora, in compagnia di un altro uomo mentre il ricordo di lui, del marito e papà, svaniva, dapprima veniva chiamato "il povero..." e poi perdeva ogni identità e diventava "il defunto".
Mentre si autocommiserava e piangeva sul suo terribile destino, folgorante gli venne un'idea. All'inizio della professione aveva difeso uno sbandato, un poveraccio che viveva di espedienti e furtarelli; minacciava le sue vittime con una pistola, che non aveva mai usato, le terrorizzava, si faceva consegnare denaro e gioielli e spariva. Una volta, però, una donna aveva reagito e l'aveva consegnato alla polizia. Lui era riuscito, con mille cavilli e pretestuose argomentazioni a fargli avere il minimo della pena e a farlo uscire quasi subito, trovandogli anche un lavoro. L'uomo era stato infinitamente riconoscente e aveva giurato di essere pronto a fare qualunque cosa per ripagarlo. Bene, era venuto il momento di chiedere il conto.
Al sollievo di aver trovato la soluzione fece seguito lo scoramento e la paura; ancora una volta si chiese "perché proprio io?" e ancora una volta si rispose "e perché no?".
Si alzò determinato ad agire in quella stessa giornata, si sentiva bene, proprio bene, non avvertiva più neanche quei doloretti che l'avevano portato dal medico e di lì dritto nell'incubo, si vestì e andò a cercare l'uomo.
Lo trovò facilmente. Fu molto meno facile convincerlo a fare quel "lavoretto".
L'uomo non ne voleva sapere, diceva che lui non era un assassino, che non avrebbe mai potuto ripagare il suo benefattore in questo modo, che era un'idea assurda, che... ma lui era un avvocato capace e convincente e riuscì a fargli capire come tutta l'azione fosse a fin di bene e assolutamente indispensabile. Pose un'unica condizione, che "la cosa" fosse fatta il giorno di San Valentino, l'uomo si stupì, ma lui non poteva, proprio non poteva spiegargli che era un dono per la sua dolcissima moglie, per la sua adorata bambina.
Presero accordi sull'ora (mentre la moglie faceva la spesa) e il luogo (la sua casa) e si lasciarono.
Appena arrivato in ufficio notò che la segreteria telefonica lampeggiava: il suo medico lo pregava di recarsi urgentemente nello studio per "importantissime comunicazioni".
Si chiese se per caso avessero trovato una cura per il suo male, si diede mentalmente dello stupido illuso e andò.
Ci mise molto a capire, il medico parlava senza guardarlo in faccia, balbettava scuse strane sul fatto che tutti possono sbagliare, che doveva essere felice di questo errore, che... capì, c'era stato uno scambio di esami e lui non stava affatto per morire, anzi, stava bene, benissimo e, salvo incidenti strani, aveva davanti a sé una lunga vita serena. Uscì dallo studio quasi in trance, poi finalmente realizzò: non era malato, non lo era mai stato, non avrebbe lasciato la moglie e la figlia. Al benessere subentrò la paura poi si affrettò verso la casa dell'uomo cui aveva chiesto di ucciderlo, non lo trovò, ma si rasserenò pensando che domani, quando fosse venuto per compiere l'omicidio gli avrebbe spiegato, avrebbero riso di sollievo e magari brindato.
Con questi pensieri rientrò, ma non riusciva ad essere felice come avrebbe dovuto, non dormì, arrivò finalmente la mattina, il giorno di San Valentino, il giorno in cui avrebbe dovuto morire e invece...
Pensò che in seguito avrebbe raccontato alla moglie tutta la storia e lei l'avrebbe guardato adorante realizzando in pieno quale immenso dono d'amore lui voleva farle, altro che cioccolatini.
Finalmente la moglie uscì e subito dopo (doveva essere appostato nei paraggi) sentì entrare l'uomo. Lo vide, con la pistola spianata e il volto rigato di lacrime. Lo sentì farfugliare che lui non poteva, proprio non poteva, che gli dispiaceva non poterlo aiutare in questo terribile momento, ma lui non era capace di uccidere nessuno. Il sollievo lo invase e realizzò quanta paura aveva avuto, ma proprio nel momento in cui stava per spiegargli tutto, udì uno sparo e l'uomo davanti a lui cadde, colpito al cuore da... dalla sua adorabile moglie che si chinò, raccolse da terra l'altra pistola e la guardò perplessa.
Lui cominciò mentalmente ad elaborare una spiegazione per la polizia e una difesa in tribunale.

- Posa quell'arma - le disse - puoi farti male, e non avere paura, ti difenderò io, dirò che è stata la paura che mi colpisse a farti sparare. -

- No - rispose lei - battendo le lunghe ciglia sugli occhioni azzurri - dirò che gli ho sparato perché ti aveva ucciso - e premette il grilletto.