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NON CI CREDO
( Malide )
Era molto presa dai suoi pensieri.
Camminava senza quasi vedere dove andava, fermandosi ai semafori e attraversando in mezzo ad una gran quantità di gente che sembrava trasportarla suo malgrado.
Aveva sempre fatto così: quando aveva una preoccupazione usciva e camminava senza meta e, prima o poi, all'improvviso le appariva la soluzione, ma non questa volta.
D'altronde questa volta la soluzione non esisteva, aveva un grosso debito e non poteva pagarlo, quale modo per uscirne ci poteva essere se non una vincita o un'eredità.
Clara non giocava al lotto e non aveva parenti facoltosi, quindi...
Si fermò e si guardò intorno. Conosceva poco quella zona della città, ma lentamente si orientò, capì dove si trovava e si meravigliò per aver camminato così a lungo dopo essere scesa dalla metropolitana.
Si era fatto buio, anzi si stava facendo sera.
Era quell'ora che dà nostalgia a chi ha affetti lontani, voglia di tornare a casa a chi li ha vicini e un terribile, disperante senso di solitudine a chi, come lei, non li ha affatto.
Si erano accese poche, sparute insegne che sembravano voler contrastare un cielo cupo, nemico, senza nuvole o stelle o luna, un cielo che sembrava uno spesso involucro nero, senza spessore e senza trasparenza, come un confine minaccioso.
"Sei di pessimo umore - si disse - è meglio che torni a casa e ti rassegni all'inevitabile, sarà quello che deve essere."
Girò sui tacchi e, per caso la vide.
Era un'insegna più piccola delle altre, quasi un richiamo sottovoce e vi si leggeva "MADAME PHEBE - PASSATO, PRESENTE, FUTURO - LA SOLUZIONE AI TUOI PROBLEMI"
"Perché no - pensò - perché non andare a scaricare su questa madame Phebe tutti i miei guai e vedere come se la cava lei, ho sempre desiderato farmi fare le carte o leggere la mano, m'incuriosisce ascoltare promesse di un'eredità, viaggi per mare e incontri con bei giovani bruni, le renderò difficile indovinare il mio passato e il mio presente, mi farò quattro risate, ne ho bisogno."
Salì lentamente le scale e mentalmente si costruì una nuova identità, un amore finito tragicamente e, perché no, un figlio illegittimo abbandonato e che desiderava ritrovare.
Non poté fare a meno di pensare come anche una storia così sarebbe stata migliore della sua, squallida e grigia e comune da non potersi raccontare.
Clara aveva quarant'anni e non era stata mai amata.
Non dai genitori cui era arrivata come un ingombro quando erano ormai troppo vecchi per goderne e ai quali aveva fatto da infermiera fino alla loro morte, avvenuta quattro anni prima; non dai ragazzi, che non poteva frequentare perché tenuta egoisticamente in casa, né dagli uomini che avvertivano il suo desiderio represso ed il suo perbenismo esasperato ed evitavano accuratamente ogni secondo incontro.
Era una donna sola, che non aveva mai lavorato fuori casa, aveva una rendita esigua che non le permetteva la sopravvivenza ed era totalmente incapace di prendere iniziative.
I debiti si erano accumulati, si era rivolta ad una tale che, senza essere una strozzina, l'aveva comunque caricata di interessi al punto che ora non sapeva proprio più come fare e l'unica soluzione possibile le sembrava fare il gran salto nel buio e chiudere una partita che lei non aveva voluto cominciare e si era trovata costretta a giocare.
"Mi farò quattro risate, le ultime e poi... nella mia vita ho sempre preso fregature, ora ne darò una, la lascerò parlare e poi la sbugiarderò, si ricorderà di me."
Ed era, forse, l'unico modo di celebrare quella vita iniziata per caso e finita per stanchezza.
La porta era semichiusa, bussò, chiese permesso, entrò.
Il primo impatto fu deludente. Un normalissimo corridoio con quattro sedie, due per lato, vuote, un portaombrelli e un appendi abiti.
Niente tende di velluto, luci rossastre e volute d'incenso.
Sedette.
Dietro una porta chiusa si sentiva un mormorio sommesso, come di gente che pregasse; tese l'orecchio, ma non riuscì a distinguere i suoni, un minuto di silenzio, la porta si aprì e ne uscì un uomo che nel vederla sussultò, come colto in fallo e a testa bassa, senza salutare, scivolò via.
- Avanti - disse una voce di donna e Clara entrò.
Si trovò in un salottino piuttosto spoglio, con una grossa credenza, un mobile lungo con sopra uno specchio e un tavolino rotondo con intorno quattro sedie.
Su ogni mobile erano posati dei centrini sui cui troneggiavano immagini di santi e quelle orrende palle di vetro che, girandole, lasciano cadere una fitta nevicata.
Una grossa sfera era posata anche su un drappo rosso che copriva il tavolino e quella ed un faretto che la illuminava direttamente erano l'unico indizio che la signora davanti a lei era proprio "Madame Phebe".
Era una donna bassa e tracagnotta e la guardava con quella che a Clara sembrò un'espressione annoiata, come se volesse sbrigarsi in fretta per poter levare drappo e sfera, apparecchiare con una tovaglia a quadretti e piatti sbreccati a mangiare in santa pace la sua frittata, bevendo birra e facendo i conti della giornata.
- Mi chiamo...
- Non voglio saperlo, non mi serve e lei mi darebbe sicuramente un nome falso, lo fanno tutti, si sieda.
- Lei è la mia ultima speranza, vede, ho avuto una vita da tragedia e ora...
- E ora viene da me per sentirsi rassicurare sul futuro, sperando che le dia delle buone notizie eppure assolutamente incredula su quello che le dirò. So benissimo che lei è scettica e, se in generale fa bene ché il mondo è pieno di imbroglioni, nel mio caso fa male, perché io dico soltanto quello che vedo e comunque non mi interessa che lei mi creda o no, io le darò quello per cui è disposta a pagare.
Clara la osservò con maggiore attenzione e, nel viso largo e dagli zigomi rossi da contadina vide due lucenti occhi neri, penetranti eppure remoti, come se leggessero contemporaneamente dentro l'anima ed in un mondo ancora da formarsi.
- Lei ha dei grossi problemi economici che stanno per risolversi, riceverà una grossa eredità.
"E uno - pensò Clara quasi con sollievo visto che cominciava a cedere al fascino dello sguardo della donna fisso nel suo e ne avvertiva un acuto disagio - ora arriveranno il viaggio ed il giovane bruno ed io avrò sprecato il mio denaro senza neanche divertirmi ché questa mi pare stia quasi peggio di me.
- Io non ho zii in America.
- No, ma ne ha uno in Toscana che tutti voi credete povero in canna, ma che in realtà ha un tesoro sotto il materasso e lei è l'unica erede. Con parte di quel denaro lei farà un viaggio per mare, una crociera e lì incontrerà...
- Un giovane bruno.
- No, che lei non ha l'età dei giovanotti, bruni o biondi che siano, ma un maturo, brizzolato, affascinante uomo che s'innamorerò di lei e la sbarazzerà di quella sua scomoda verginità.
Clara ebbe un sussulto, come faceva la donna a sapere...
- Lo so, questa è la cosa importante, io lo so, come so che lei non ha creduto ad una sola parola di quello che ho detto, che era venuta per prendermi in giro, che è sola e disperata e, in fondo, tentata di pensare che io possa veramente saper leggere il futuro.
- Il futuro, bene, mi dica cosa accadrà dopo... dopo che...
- Dopo che lei avrà avuto il suo grande amore? vuole veramente saperlo, non è meglio fermarci a quella puntata e stare a vedere cosa succede? Sa, non dovrei essere io a dirlo, ma il nostro avvenire dipende anche da noi, da come reagiamo alle situazioni, ecco, io sono in grado di prevedere quelle, ma non le sue reazioni.
- Provi.
- Se vuole... dunque... io vedo... vedo... basta così, per quello che ha pagato le ho detto sin troppo, non voglio dirle altro.
- Perché, perché non vuole, io pagherò di più, ma lei deve dirmelo.
Clara aveva notato uno strano cambiamento sul viso della donna, si era come ingrigita, le pupille le si erano dilatate divenendo fisse come quelle di un serpente, uno strano tremore le scuoteva le mani e fissava la sfera che aveva assunto una colorazione sanguigna repellente e terrificante.
Quando parlò anche la voce era mutata, era una specie di ringhio che veniva dai visceri, un suono simile ad un ansimare basso e roco, quasi inintelligibile.
- Io vedo... vedo... sangue, tanto sangue, sangue che sprizza alto, come uno zampillo, che le ricade addosso... sul viso... sulle mani... sui vestiti, vada via, vada via, vada viaaa...
La donna si abbandonò di peso sulla sedia e Clara, in preda ad un terrore inimmaginabile, fuggì via scendendo di corsa le scale e correndo ancora fuori, nel buio della notte, urtando i rari passanti, con il cuore che le martellava in petto, il fiato corto, le mani sudate.
Si ritrovò davanti la stazione della metropolitana e, come una pazza, imboccò le scale, stava arrivando un treno, vi salì affannata e pregò che si chiudessero presto le porte lasciando fuori quell'orrore senza nome.
Si sedette tremante, a testa bassa, osservando le sue mani strette come in preghiera e, lentamente, molto lentamente, cominciò a calmarsi.
Il treno andava nella direzione giusta e lei si guardò attorno.
C'era una coppietta che amoreggiava, una mamma che cercava di tenere buono un bambino, una ragazza che leggeva, una donna anziana dalle gambe pesanti che teneva stretta al seno la borsetta e si guardava intorno timorosa di essere derubata, c'era, insomma, la solita, banale, quotidiana umanità e questo, più di qualunque ragionamento, la tranquillizzò.
"Quanto sei stupida - si disse - ci sei caduta come una sciocca, eri andata per farti due risate e sei quasi morta di paura. Che furba quella donna, altro che frittata e birra, quella pasteggia a caviale e champagne alla faccia dei gonzi come te."
L'idea della frittata, più che quella del caviale, le fece venire in mente che a casa non aveva nulla di pronto, che era tardi e non le andava di cucinare, quindi, quando si trovò nei paraggi di casa entrò in una pizzeria, si concesse un pasto decente e fu con animo sereno che si coricò quella notte.
I suoi problemi erano tutti lì, ma lei, stranamente, non ne fu ossessionata e, per la prima volta da mesi, dormì profondamente.
La mattina la svegliò lo squillo del telefono, era una vecchia amica della mamma da San Sepolcro, lo zio Arturo era morto il giorno precedente, i funerali sarebbero stati in giornata e il notaio voleva vederla, poteva venire subito?
Il cuore le mancò un battito, poi si disse e ripeté che le coincidenze accadono e comunque, se anche la profezia fosse stata vera, sarebbe stato sufficiente non fare il viaggio, non incontrare l'uomo maturo (questa cosa le dispiacque) e il destino avrebbe preso un corso diverso, l'aveva detto anche Madame Phebe, no? E poi chi le diceva che si trattava della la famosa eredità, lo zio poteva averle lasciato anche quella orrenda composizione di fiori sotto la campana di vetro, beh, comunque doveva andare, se non altro per rispetto.
E andò e quando, dopo il funerale il notaio le parlò di milioni di euro che lo zio non aveva conservato sotto il materasso, ma aveva saggiamente investito e che venivano a lei, soltanto a lei, unica erede, madame Phebe sparì dalla sua mente in un lampo, sostituita da una tale sensazione di sollievo e incredulo entusiasmo che la lasciò stordita e incapace di pensare.
- Bene, spero che lei sia oculata come suo zio - disse il notaio - avrà modo di vivere molto bene se si limiterà a gestire la rendita senza toccare il capitale, naturalmente si potrà concedere qualche lusso, qualcosa che desidera da tempo, cosa le piacerebbe fare?
- So quello che non farò, una crociera.
Ma lo disse ridendo e in quella risata si distesero le rughe precoci che la preoccupazione le aveva disegnato sul viso, splendettero denti e occhi e...
"Accidenti, guarda che bella donna, pensò il notaio, non me ne ero accorto" ché la felicità, da qualunque cosa dipenda, quando ti ruscella dentro si vede anche fuori e ti rende bella.
Naturalmente la vita di Clara cambiò e in meglio.
Andò a vivere in una bella palazzina, si fece un ricco guardaroba, trovò moltissimi amici, se ne trovano sempre quando puoi dare e non chiedere, e viaggiò.
Stava sempre, però, molto attenta che nel programma dei suoi viaggi non ci fosse da attraversare neanche il più piccolo corso d'acqua e, con questa precauzione, si sentiva al sicuro.
Intanto il tempo faceva allontanare il ricordo dell'indovina e delle sue profezie e, passati due anni, Clara decise di dimostrare a se stessa quanto fosse stata sciocca a farsi spaventare il quel modo e accettò di fare una splendida crociera per vedere i fiordi e il sole di mezzanotte.
"Eviterò gli sconosciuti affascinanti e brizzolati, che altro può accadermi?" si diceva con la presunzione di chi si sente capace di sfidare il destino, non sapendo o volutamente ignorando come siamo, invece, spinti qua e là indipendentemente dalla nostra volontà.
Quando salì a bordo era timorosa ma eccitata, pronta a vivere una splendida avventura e quando, guardandosi attorno non vide uomini che potessero interessarla, fu sollevata e, perché no, anche un po' delusa.
Ma la sera a cena...
La sera a cena il comandante le chiese se, per favore, poteva mettere al suo tavolo questo signore che, come lei, viaggiava solo.
L'uomo era alto, brizzolato, affascinante e lei non poté, proprio non poté, dire di no.
Enrico, così si chiamava, era anche un brillante conversatore e lei ne fu subito soggiogata.
Era rimasto vedovo da pochi mesi e, per riprendersi e superare lo choc, i figli avevano insistito perché facesse quella crociera, ma lui non voleva essere invadente, se lei preferiva restare da sola...lei non lo preferiva affatto e fu così che divennero praticamente inseparabili.
Le giornate insieme e la sera lunghe passeggiate sul ponte, con le stelle ruffiane in un cielo che non diventava mai nero e conservava sempre un lucore traslucido di sole fino a quando, complici la musica, la solitudine e, in fondo, quella sensazione d'ineluttabilità che le veniva dal ricordo di Madame Phebe, lei accettò e ricambiò i suoi baci e il suo amore e cominciò a vivere.
Una donna che si innamora, ricambiata, per la prima volta a quarantadue anni, fa presto ad allontanare dalla mente tutto quello che non riguarda il suo uomo, la sua fame di lui, il suo desiderio di appartenergli e fu così che Clara, ormai completamente felice, viveva immemore del destino che le era stato rivelato, fino a quando...
Una mattina, svegliandosi le tornò tutto alla mente con una lucidità paurosa, poteva quasi vedere la stanza, il drappo rosso, la faccia della donna e l'assalì una terribile paura del futuro.
"Non ci credo" si ripetè, ma ora aveva molto da perdere e fu presto in preda ad una smania, un terrore incontrollabili. Capì che, se voleva continuare a vivere, doveva sapere cosa l'indovina aveva visto di così orribile nel suo futuro.
Approfittò di una viaggio di Enrico e, da sola, con la metropolitana, ritornò dove tutto era cominciato.
Era una sera buia e senza stelle come allora e, come allora, c'era nell'aria un odore di disperazione.
All'inizio non si orizzontò, scrutava avida le insegne, ma non vedeva quella che le interessava, poi...
MADAME PHEBE - PASSATO, PRESENTE, FUTURO - LA SOLUZIONE AI TUOI PROBLEMI.
Come allora salì le scale a passo veloce, entrò senza bussare; tutto era rimasto uguale, soltanto questa volta nell'altra stanza, al di là della porta chiusa, regnava il silenzio.
Sedette, chissà come sapeva che non era necessario annunciarsi, che la donna l'aspettava e infatti...
- Avanti - disse la solita voce - venga, l'aspettavo.
- Mi aspettava? E perché?
- Perché non si sfugge al destino, si sieda.
Clara sedette e si guardò intorno, la stanza era identica ad allora, stessi santini, stessa sfera che però, questa sera, era già rosso sangue.
- Io devo sapere cosa ha visto, devo capisce?
- Lo saprà, lo saprà prima di quanto possa volere. Si è avverato tutto, vero? ne ero sicura. Sa, oggi, quando ho "sentito" che stava venendo qui volevo fuggire, andarmene, poi ho capito che sarebbe stato inutile. Conosce quella canzone che parla di Samarcanda? Bene, la morte non ci insegue, si fa trovare dove noi andiamo.
- Che sta dicendo? La morte, la morte di chi? Che c'entra Samarcanda? Lei mi deve dire che non è vero, che si è inventata tutto, che è soltanto una lurida mercenaria che gioca con la disperazione della gente. Ecco, me lo dica e io la coprirò di denaro, mi confessi che ha mentito, che non è vero, che... che...
La voce di Clara si spezzò davanti al silenzio della donna e al terrore muto dei suoi occhi.
Una furia incontenibile l'avvolse in un sudario, come in trance afferrò la grossa, pesante sfera che era sul tavolo e che mandava bagliori rossastri e, urlando:
- Dimmi che hai mentito, dimmi che non è vero, dimmelo... dimmelo!
Colpì madame Phebe sul cranio, senza fermarsi, senza smettere, senza quasi vedere il sangue, tanto sangue che sprizzava alto, come uno zampillo, che le ricadeva addosso, sul viso, sulle mani, sui vestiti...