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U-BOOT
( Alfonso Dazzi )
Si chiamava City of Bath e andava alla deriva sul mare piatto come una tavola. Era una nave da crociera con lo scafo blu scuro. Sembrava un vecchio mostro incrostato di ghiaccio. Il sommergibile si teneva a distanza, fermo, come un cucciolo davanti a un cane grosso.
“Le scialuppe ci sono tutte.” Osservò il marinaio Lepka mentre gonfiava il canotto con la pompa a pedale. Gli venivano i brividi: una nave alla deriva con tutte le scialuppe ancora appese alle gru poteva significare soltanto una cosa.
Schwender non disse niente, solo gli vennero in mente tutte le storie di sua mamma sulle cose che cominciano male e finiscono peggio. Cacciò dentro le pagaie.
“Come facciamo se troviamo dei gioielli?” Chiese all’improvviso Mass, quella bestia, con in braccio le bombole della fiamma ossidrica.
“…voglio dire, come facciamo a spartire: mica troveremo un diamante per uno no?” Lepka gli disse che Hassel avrebbe venduto tutto quando sarebbero arrivati in Argentina, poi avrebbe diviso in parti uguali. E che la piantasse con le sue cazzate, analfabeta. Mass bofonchiò che però c’era voluto un analfabeta come lui, per ammazzare il capitano, mica il signorino Lepka che se la faceva addosso. Ma poi si diede pace e finì di fare il carico.
Il primo ufficiale Hassel era alto, bello e parlava bene. Proprio di quelli che fanno presa subito sui plebei: il comandante Rohmer aveva appena fatto in tempo a dargli del pirata e del traditore che Mass, da dietro, gli aveva spaccato la testa con un tubo di ferro. Amen, vaffanculo e così sia: dopo l’avevano buttato in mare.
Raggiunse i marinai e, siccome la disciplina era già andata a puttane, nessuno di essi lo salutò o gli diede del signore. Tanto meglio.
“Avete caricato i sacchi?” Per metterci il bottino.
“Ne abbiamo presi due.” Rispose Lepka.
“Fiamma ossidrica, mazzuolo e palanchino?” Parevano proprio una banda di scassinatori.
“Tutto a bordo.”Hassel fece un cenno Clausen, su in torretta. Quello gli rispose con la mano e poi sparì dentro. Intanto Schwender aveva messo in acqua il canotto.
Mass remava sull’acqua verde. La City of Bath era talmente grossa che sembrava proprio a due passi ma invece erano almeno cinquecento metri. Lo scafo era macchiato di ruggine. A Lepka la ruggine fece venire in mente una terribile malattia.
“E’ in mare dal 1939 ragazzi.” Disse Hassel “Ma risulta affondata nell’agosto del ’39. L’assicurazione ha pagato una cifra pazzesca. L’ho visto sul registro dei LLoyds. ”Per un momento ci fu solo il rumore delle pagaie mentre pensavano agli ultimi sei anni. Un quarto delle loro vite e nel mentre quella nave era sempre lì deserta che andava su e giù. “…deve aver beccato qualche strana corrente marina.”
“Secondo lei cos’è successo?” Mass indicava le scialuppe.
“Non lo so. Forse s’è sviluppato un incendio e hanno abbandonato la nave con le zattere poi sono morti in mare. Magari il fumo impediva di raggiungere le scialuppe.” Poteva anche darsi.
“E poi l’incendio si è spento e loro intanto erano morti: che fregatura!” Per lui era una specie di scherzo da osteria: Mass, si disse Schwender, era una di quelle creature felici che possono attraversare l’orrore senza scottarcisi perché tanto non lo capiscono.
Cominciava a nevicare. Dietro di loro il sommergibile si stava immergendo gorgogliando. In un momento furono completamente soli.
Arrivarono sotto allo scafo all’una e diciotto: le murate rugginose erano alte come il quarto piano.Un suono di campana veniva dall’altra parte.
“Ferro che batte su ferro.” Osservò Mass. “Magari c’è una catena che penzola.
“Facciamo il giro.” Ogni tanto il canotto raschiava contro allo scafo ma era di gomma robusta. Passando sotto alla poppa notarono che la nave era un po’ inclinata: doveva aver imbarcato acqua dai premistoppa, in tutto quel tempo. Lo scafo era chiodato: da alcuni chiodi la ruggine era colata giù come sangue.
La catena pendeva proprio dietro la seconda elica.
“E’ la catena di un’ancora!”
“E’ caduta giù ed è rimasta appesa.” Di sicuro il mare era troppo profondo perché potesse toccare.
“Attacchiamoci il canotto e andiamo su.” Lepka legò la cima ad uno degli anelli: Hassel andò per primo. Era facile, c’era solo da stare attenti a non farsi schiacciare le dita contro lo scafo. Scavalcò il parapetto all’una e ventisette.
Sul ponte non c’era niente del tutto, solamente un po’ di neve: il castello di poppa era ancora abbastanza bianco. Nessun segno di incendio. Di lì a un momento spuntarono gli altri.
“C’è un portello aperto.” Era una porta il legno, ormai corrosa, che si reggeva su un solo cardine: doveva essere l’entrata del salone di seconda classe.
Il salone era pieno di croste di ghiaccio: i tavoli e i divani sembravano quegli ornamenti di zucchero che si mettono sulle torte, tanto erano imbiancati. Per terra c’erano libri e riviste.
Hassel diede un’occhiata in giro per capire cosa potesse essere successo, ma non trovò niente. La sala era abbastanza in ordine per una nave alla deriva da sei anni. I tavoli caduti, e i libri, dovevano esser finiti sul pavimento per effetto qualche onda un po’ più alta delle altre.
“Qua non è bruciato niente.” Il bancone del bar era in ordine e le bottiglie erano ancora al loro posto nella rastrelliera nautica. C’era una bottiglia di champagne spaccata perché il vino era gelato. Lepka tornò con un quadro.
“Ecco la mappa, tenente.” Era una mappa da parete, di quelle che servono ai passeggeri per orientarsi nella nave. La cornice l’aveva protetta e Hassel spazzò via la brina che la copriva con il dorso della manica.
“Dobbiamo trovare gli uffici del commissario di bordo.” Non si leggeva molto bene, in quella mezza luce, per cui accesero le torce. Ecco: saltò fuori che il commissario di bordo aveva il suo ufficio al ponte quattro, sotto il livello del mare.
“Dobbiamo passare per il ponte di comando, poi scendere e attraversare i ponti due e tre. Dobbiamo passare la cabina del capitano.”
“Ci conviene uscire.” Osservò Schwender. “Entreremo da prua e poi scenderemo dentro.”
Sembrò una buona idea: camminarono svelti sul ponte delle lance.
“Le scialuppe non sono state neppure toccate.” Sembrava che non ci fosse stato nemmeno il minimo tentativo di filarle a mare. Erano tutte a posto, solo che il vento aveva strappato via molti dei teli di copertura. Il legno spuntava da sotto la vernice bianca.
“Queste sono le finestre della sala da pranzo.” Ma gli oblò erano tutti incrostati di ghiaccio dall’interno. Non si vedeva niente.
“Guardi tenente, là in fondo c’è un telo. Una specie di straccio.” Hassel dapprima pensò che Schwender fosse riuscito a trovare uno spiraglio nei finestrini, ma invece stava indicando il ponte poco verso prua. Sembrava un telo da scialuppa, però era giallo.
“Non è un telo.”
Era una donna. Morta. Giaceva a faccia in giù in mezzo al ghiaccio. Aveva un vestito giallo.
Schwender si fece il segno della croce. Era quello che si erano aspettati, in fondo.
“Giratela.” Ordinò Hassel. “Dobbiamo sapere che cosa le è successo.”
Fu difficile staccarla dal ponte e quando Mass fece forza ci fu un rumore di ghiaccio che si spezza.
La donna era morta perché qualche cosa l’aveva sbranata: aveva la gola squarciata e segni di morsi su tutto il corpo. Non restava molto del suo volto, si vedevano i denti attraverso una guancia che era stata mangiata via. Schwender notò che due di essi erano d’oro.
“Perdio…”
Il corpo era rigido come un pezzo di legno, e bianco. I capelli c’erano ancora tutti ed erano marrone scuro. Hassel sentiva battere forte il cuore.
Lepka additava un braccio ridotto a scheletro: era magrissimo e si vedevano le ossa del gomito.
“…non è stato il gelo. Il freddo non asciuga così. Sì ricorda la lancia del convoglio?”
Hassel se l’era ricordata subito, quella scialuppa che avevano incrociato due anni prima. Dentro c’erano sei marinai congelati come statue. Bianchi. Ma i loro corpi erano normali, sembrava che dormissero.
Ma ricordò anche quella volta che aveva sbagliato binario alla stazione di Danzica: i ferrovieri avevano scambiato la divisa da ufficiale di marina per l’uniforme delle ferrovie e l’avevano fatto passare. Allo scalo merci c’era quel treno che veniva da Buna-Monowitz non si sa per quale motivo. E nei carri merci c’era pieno di uomini come spettri con le facce di teschio. Avevano la divisa da carcerati e zoccoli di legno. Erano esattamente magri così.
“…è stata la fame.”
Schwender annuì: era quello che pensava anche lui. La guardarono bene: aveva segni di morsi sulle braccia e sulle gambe oltre che sul collo.
“Potrebbero essere stati dei cani.”
“Dei cani grossi.” Lepka cercò di misurare i morsi con le mani: erano larghi una spanna.
“No: i cani hanno dei denti diversi.” Additò i segni. Non avevano la forma della bocca di un cane. Nella carne bianca i morsi risaltavano come se ce li avessero dipinti sopra, neri.
“I cani hanno i canini.” Disse “ Questi qua sono segni di incisivi.” Era vero. Sembravano buchi di scalpello. L’essere che aveva sbranato quella ragazza aveva una bocca larga. A Hassel venne un brivido, ma pensò che ne aveva viste altre nella sua vita.
La porta della sala comando era chiusa ma si aprì girando la maniglia: c’erano il timone, in legno, e il telegrafo di macchina. Nessuna traccia di vita.
“Guardate la carta.” La mappa sul tavolo da carteggio era diventata dura come il ghiaccio e si sarebbe spezzata se avessero cercato di muoverla, ma si capiva ancora bene: c’era tracciata la consueta rotta dei mercantili tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti, la stessa che aveva percorso il Titanic trentatré anni prima. A fianco della rotta c’erano delle annotazioni a matita ma erano tutte diventate da tempo incomprensibili: poco più che macchie.
“Niente da fare. Cerchiamo il giornale di bordo.” Hassel si diede del cretino per non averci pensato subito: il giornale di bordo!
Infatti era proprio lì sotto al suo naso, un volume rilegato in pelle, ma le pagine erano tutte un blocco di ghiaccio.
“Sembra che la sala comando sia stata abbandonata in ordine.” Non c’era niente fuori posto, nemmeno una matita.
Si accorsero degli occhiali solo quando stavano per uscire. Erano per terra.
“Da miope” Fece Lepka accostandoseli agli occhi. “Non da lettura. Tenente, se lei fosse miope, andrebbe da qualche parte senza occhiali?” Erano spessi come fondi di bottiglia, fra l’altro.
Il corridoio C era quello che portava alle cucine, se a un certo punto avessero preso a destra: sfociarono nella sala da pranzo di terza. Quella dove talvolta arrivavano gli odori di verdure bollite. Sembrava abbastanza in ordine e le sedie erano ribaltate sui tavoli, ma in un angolo c’era uno scheletro mezzo fatto a pezzi: li fissava con le orbite vuote in mezzo a quanto restava di una divisa bianca.
“Non ha più le costole.” Non restava un filo di carne, perfino le ossa della testa erano state rosicchiate. C’erano sopra quei segni di denti. Un paio di costole erano finite sotto a un altro tavolo.
“Sono sei anni che è passata. Qualunque essere vivente che ci potesse essere stato è morto da un bel pezzo.” Ma lui non voleva nemmeno vederlo da morto, quell’essere vivente. Gli balenò all’improvviso l’idea che gli esseri potevano anche essere due o tre, o magari un branco intero. Leoni no. Leopardi no. Tigri? Ma figuriamoci.
“Ecco la scala.” Era uno scalone a spirale che scendeva nelle viscere della nave. La prima cosa che notarono, dopo pochi scalini, fu un mucchio di giornali e materassi sfondati. Ostruiva quasi il passaggio.
“Di qua passano i tubi del vapore.” Quello era un posto caldo. O almeno lo era stato finchè la macchine andavano. Lepka si avvide allora di essersi scordato di guardare cosa indicava il telegrafo di macchina.
Non ci pensava neanche a tornar su a vedere.
Si avvicinarono con circospezione, Schwender brandì il palanchino come se fosse stato una spada.
“Sembra una cuccia.” Una tana. Hassel tirò un calcio ai materassi. Niente. Ne fece cadere uno: c’erano sotto varie ossa, probabilmente delle costole umane. E poi un pezzo di spina dorsale tutto rosicchiato.
“Mio dio!” E anche il teschio di un piccolo cane. C’erano delle macchie nerastre sul materasso e Mass disse che doveva essere merda congelata.
Ma dell’occupante della cuccia non trovarono nessuna traccia.
“Doveva essere grosso come un uomo per aver bisogno di una cuccia così. E per avere quella bocca.”
Scimmie. Dei babbuini. Dei gorilla. Una volta Hassel aveva visto degli oranghi. Perdio, cosa gli veniva in mente.
La mappa indicava che dovevano scendere di due ponti: nel terzo c’era l’ufficio del commissario di bordo con dentro l’oro. Per distrarsi Lepka si chiese se le banconote potessero essersi conservate, in quel clima. Decise di sì.
“Quanta gente ci sarà stata su questa nave?”
“Con l’equipaggio almeno millecinquecento. Perlopiù donne e bambini. Tutta gente che le famiglie pensavano sarebbe stata meglio in America coi gioielli della famiglia prima che noi invadessimo l’Inghilterra: avevano scommesso su di noi e hanno pers…” Non aveva nemmeno fatto in tempo a finire la frase che si trovarono davanti un altro mucchio d’ossa. Un bambino di sei o sette anni.
“Si sono mangiati anche lui.” Anche allo scheletro del bambino mancavano le costole e il cranio era aperto come una scatola di sardine. La spina dorsale era tutta morsicata. Poco dietro c’era una cabina con la porta aperta e non riuscirono a fare a meno di andare a vedere.
Doveva davvero essere accaduto tutto durante la notte: i due scheletri sul letto, avvolti nelle coperte imputridite, non lasciavano adito a dubbi.
“Se li sono mangiati mentre dormivano.” Hassel cercò di indovinare cosa potessero aver provato al risveglio, poi una voce maligna dentro di lui gli rispose che non doveva essere stato molto diverso da quello che avevano provato sua moglie e sua figlia bruciando vive dentro al rifugio ad Amburgo. Siccome i corpi erano stati smembrati non si capiva cosa avessero cercato di fare durante l’attacco: poco, probabilmente. Forse avevano cercato di proteggersi la gola con le braccia.
“Erano tanti.” Lepka indicava delle tracce di sangue secco e fanghiglia rimaste sullo scendiletto e sulle coperte. Indicavano molti individui, erano proprio fitte. Non se ne capiva bene la forma: sembravano zampe ma non quelle di un cane. Schwender disse che poteva anche esser stato un essere solo che s’era agitato attorno, ma non sembrava plausibile nemmeno a lui.
La cabina aveva un bagnetto e anche quella porta era aperta.
“Qua c’è pieno di tracce.” Era vero, pareva che ci fosse stato un traffico intenso dal corridoio alla cabina.
“Andavano a bere nel cesso.” Era vero, le tracce portavano chiaramente fin lì. Sulle pareti del cesso c’erano macchie che indicavano che qualcosa ci si era appoggiata per tuffare la testa nella tazza. Adesso la tazza era piena di ghiaccio.
“Certa gente che viaggia in nave ha paura di restare chiusa nelle cabine e allora non chiude a chiave.” Schwender indicò la brandina del bambino. Le bestie avevano attaccato i genitori e non s’erano accorte del piccolo, lì per lì. Ma l’avevano poi raggiunto nel corridoio.
“Andiamocene.”
Sul ponte numero due molte cabine erano aperte. Alcune erano vuote, in altre due c’erano degli scheletri spolpati. In molti bagni le bestie erano venute a bere.
“Qui c’è una cabina chiusa!”
La porta era tutta ammaccata come se qualche cosa di duro e pesante ci si fosse scagliato contro. Doveva essere stata puntellata con qualche mobile.
“Vediamo cosa c’è.” Disse Mass. Menò un gran colpo e la mazza fece un buco nella porta. Mass attaccò a bestemmiare mentre cercava di tirarla fuori. Dal buco veniva fuori una lama di luce.
“L’oblò.”
Mass sapeva il fatto suo e in poche mazzate sfasciò i cardini e aprì: dietro la porta c’erano ammucchiati due mobiletti che appoggiavano contro alla parete.
La mummia li guardava accucciata in un angolo.
“Morta di fame.” Era un’altra donna. Aveva addosso un mucchio di coperte dalle quali sporgeva solo la testa. Doveva essere giovane perché i vestiti sparsi in giro erano quelli di una ragazza, ma quel volto scheletrito sembrava avere mille anni. Gli occhi erano aperti e sembravano di vetro sporco.
“Morta di fame e poi congelata.” Oh Cristo quella specie di ghigno coi denti fuori.
Sulla scrivania c’era un beauty-case buttato all’aria e tutti gli incarti del sapone erano aperti.
Mangiato.
Anche le scarpe appoggiate sul letto avevano profondi segni di morsi.
Sul tavolo c’era anche un orologio da polso di quelli costosi, un rolex con le fasi lunari.
“Ventidue, luna calante.” Lepka ci mise un attimo a capire: attaccato alla parete c’era anche un calendario del 1939. Un calendario della Cunard Line di quelli che poi i passeggeri si portano a casa come ricordo. L’unico mese in cui il 22 ci fosse la luna calante era dicembre.
Pigliarono la scala fino al ponte tre: era asciutto, per fortuna.
La cabina del capitano era chiusa. Nella porta c’erano sei buchi grossi come fagioli, slabbrati verso l’esterno.
“Hanno sparato da dentro.”
“Sfondo?” Chiese Mass.
“No.” Ad Hassel ispirava un orrore infinito. Distolse lo sguardo. L’ufficio del commissario di bordo era proprio dietro l’angolo e aveva una porta corazzata.
Sembrava quella di una cassaforte. Toccava usare la fiamma ossidrica, almeno se l’erano portata dietro per qualcosa. Schwender collegò il tubo alle bombole poi l’accese con l’accendino. La fiamma azzurra cominciò a sibilare e attaccò i cardini. Le scintille schizzavano dappertutto.
“Probabilmente dentro non c’è cassaforte.” Un cardine aveva già ceduto, altro stava per sciogliersi: non era una porta a prova di scassinatore, giusto a prova di curioso o di marinaio ubriaco.
Siccome si apriva verso l’esterno e non c’erano appigli Mass fece leva con uno degli scalpelli che si era portato dietro. Roba da ridere.
Il commissario di bordo non c’era da nessuna parte: la tragedia doveva averlo sorpreso in giro per la nave. L’ufficio era tutto a posto tranne qualche suppellettile fatta cadere dalle onde.
“Dov’è la cassaforte?”
La cassaforte c’era ma era solo un armadio rinforzato. In quel momento Hassel sentì un rumore che veniva dal corridoio.
“Toglietevi che apro!” Schwender teneva la fiamma ossidrica come un mitra. Hassel tornò sulla soglia e tirò fuori la pistola ma nessuno se ne accorse.
“Fai piano, c’è il rischio di incendiare i soldi!”
“Brucia i cardini!”
Hassel si sporse nel corridoio: niente. Solo il corridoio deserto. Si vedeva la porta sforacchiata della cabina del capitano e la torcia proiettava strane ombre. Una scintilla gli volò sulla testa e rimbalzò fuori.
“Aspetta aspetta così bruci i soldi!”
“Stai buono testa di cazzo!” Le voci dei marinai e l’odore acre di ferro bruciato gli davano coraggio. Uscì e fece cinque passi nella direzione da cui erano venuti. Gli batteva forte il cuore come quando, bambino, si avventurava di notte nel giardino di casa.
“Dài dài apri!”
“Aspettate coglioni, datemi tempo!” La fiamma ossidrica sibilava a tutto spiano e le pareti di metallo facevano eco. Un altro passo, dai, giusto per far vedere che non hai paura. Già, e a chi?
Ma lo fece: adesso ne mancava solo uno per girare l’angolo. Dai, gira l’angolo.
“Spegni spegni!!”
“Adesso lo faccio…”
“Bruci i soldi pezzo di merda!”
“No che non bruciano! Guarda che ho spento imbecille, piglia quel cazzo di palanchino!” Il sibilo della fiamma ossidrica si smorzò. Da dietro l’angolo veniva il suono di un respiro.
“..chi…chi c’è!” Hassel fece un passo indietro. Il respiro cessò.
“Sterline! Cazzo cazzo ce ne sono tantissime!” Mosse la torcia su e giù. Niente.
“Tenente! Dove cazzo è finito Hassel?” Tre passi. Quattro.
“Hassel!” Lepka lo pigliò per una spalla.
“Venga presto!” Nella cabina Mass buttava nel sacco i mazzetti di banconote: nell’armadio scardinato ce n’era una quantità pazzesca.
“Ce ne sono un casino!” Poi c’erano gioielli di vario tipo e perfino due sacchetti con dentro delle sterline d’oro.
“Cos’è questa roba?” Erano fogli grandi come carta da quaderno, filigranati in maniera rozza. Le scritte erano in inglese.
“Buoni del tesoro inglesi! Mille sterline l’uno, quanti sono?”
Hassel cercò di fare ordine nella sua mente ma non ci riuscì perché un pensiero gli esplodeva in fila all’altro.
“Siamo ricchi!” Tornò a guardare nel corridoio: un’ombra scura si era mossa nell’angolo più lontano. Sentiva il cuore battere come un martello pneumatico. Prese la mira e sparò un colpo:
“BANG!” Il boato assordante fece l’effetto di un pugno in faccia e la fiammata lo accecò. Sentì il proiettile che rimbalzava sulle paratie metalliche ronzando come un calabrone, nel buio.
E anche una specie di gemito, nascosto in mezzo agli altri rumori.
“Che succede?
“Che cazzo…” Mass lasciò cadere una scatoletta di legno. Lo guardavano con gli occhi come fanali.
“C’è qualche cosa…non so cosa. Dobbiamo uscire subito, dall’altra parte!” Fece cenno con la pistola.
“VENITE!!” Cercò di fare un piano. Fuori dalla sala macchine, attraverso la stiva. Per non ripassare di là. Nel corridoio non c’era più niente. Mass e Schwender si caricarono in spalla i sacchi e lo seguirono. Erano pallidi come statue.
“Ma cos’era?”
“Un’ombra.” Per un attimo tesero l’orecchio ma non si sentiva niente.
“Lepka dammi la mappa!” Stai calmo, si ripeteva. Stai calmo. Ancora poco. La mappa indicava che avrebbero potuto uscire da poppa dopo avere attraversato la stiva numero sei e la sala macchine: dalla sala macchine partiva un’altra scala.
“Muoviamoci!” Hassel camminava davanti con la pistola puntata, i marinai seguivano con il bottino. Hassel sperava che non succedesse niente per altri dieci minuti.
Il portello tagliafuoco numero undici era aperto. Si leggeva ancora un cartello con scritto che l’accesso era vietato ai passeggeri.
“Stiamo vicini! Lepka, chiudi il portello!” Le torce illuminavano cataste di casse e sacchi molti dei quali erano stati squarciati. Lepka disse che il portello non si poteva chiudere perché non c’era la chiave.
Anche molte casse erano state aperte a viva forza ma dentro c’erano solamente mobili e suppellettili varie: piatti, argenterie da poco prezzo.
“Cercavano da mangiare.” Sembrava proprio che qualcuno avesse infuriato nella stiva alla disperata ricerca di cibo. Un mobiletto grande come un comodino era stato tirato fuori dalla sua cassa e sfasciato battendolo contro alla paratia: la carta che rivestiva i cassetti era stata in parte strappata.
“Hanno tentato di mangiarsi la carta.”
Per terra c’erano delle pallottole gelate con lo stesso disegno a fiorami rossi. Erano state masticate e sputate. Proprio in quel momento udirono aprirsi la porta dietro di loro.
“La porta!” Udivano i cardini cigolare piano e, in sottofondo, Hassel si convinse di avere udito come il pianto di un bambino. Puntò la pistola.
“BANG! BANG! BANG!” Per un attimo le fiammate illuminarono un movimento lontano poi, mentre l’eco svaniva, sentirono uno scalpiccio.
“Via!” Si misero a correre. Hassel sparò un altro colpo alla cieca e poi gliene rimase soltanto uno. Un’altra porta immetteva nella sala macchine.
“Chiudi!” Cercarono qualche cosa per barricarla ma non trovarono solo uno sgabello. L’imbottitura di pelle che doveva esserci stata sopra era sparita. Erano rimaste le borchie di ottone. Nello spazio tra le caldaie c’erano ammucchiati materassi e stracci di ogni tipo come a fornire un ultimo rifugio dal freddo. La scala era proprio lì davanti a loro e ansimavano come se avessero corso per delle ore.
Ma in mezzo c’era il portello della stiva carbone.
“Oddio…” Il portello era aperto e da dentro sporgevano pezzi di materasso, ma non erano residui gelati e umidi.
“Questa è una tana occupata!” Di fianco alla tana c’erano due cose annerite dalla polvere. Due corpi di bambine, gelati. Sembrava che fossero morte da sempre. Per terra c’era ancora il segno della pista per cui erano state trascinate in mezzo alla sporcizia gelata. A una mancava una parte di spalla.
“Si è portato qua i corpi da mangiare…” Dovevano passarci davanti. Hassel sparò di sbieco, dentro al portello.
“BANG!” Il proiettile rimbalzò varie volte dentro al locale carbone, poi non si udì più nulla.
“Andiamo!” Per primo passò Lepka, poi Mass e Schwender. Hassel fu l’ultimo.
“Presto!” Salirono fino al ponte due dove c’erano i cadaveri spolpati di tre fuochisti che erano stati colti mentre scappavano. Di fianco a loro c’erano i resti delle pale per il carbone con le quali avevano forse cercato di difendersi. Per terra c’erano tanti oggetti caduti da tante tasche. Al terzo pianerottolo c’era un coniglio di peluche.
Da dietro non arrivava più alcun rumore. Hassel si fermò ad ascoltare. Si chiese se non ci potesse essere qualche cosa anche davanti a loro, oltre che dietro, ma scacciò il pensiero.
Ancora quel lamento, sembrava un bambino che piange.
“Tenente dove andiamo?” Due scale portavano verso l’alto. A sinistra c’erano tracce di corpi trascinati, a destra no. Sbucarono in un altro pianerottolo e c’era una porta che si apriva e in un attimo furono fuori sotto la neve.
Fuori! Lepka sentiva qualcuno respirare affannosamente ed era lui.
“CHIUDI!!!!”Mass girò la maniglia e la tenne bloccata.
“TIENILA CHIUSA!” Hassel si frugò nella tasche alla ricerca di qualche altra pallottola ma non la trovò. Intanto Lepka e Schwender correvano al canotto.
“PRESTO!” Con la coda dell’occhio li vide girare l’angolo.
“Non c’è nessuno.” Mass continuava a tirare ma niente spingeva dall’altra parte. Ce l’avrebbero fatta. Sei anni sono duemilacentonovanta giorni. Millecinquecento persone da mangiare fanno zero virgola sette persone al giorno più i viveri della nave e gli oggetti di pelle. Bastava resistere al freddo. Un minuto. Due.
“MUOVETEVI!” Urlò Hassel rivolto al mare. C’era un silenzio talmente fondo che si sentiva la neve cadere. Nessuno gli rispose.
“MUOVETEVI IMBECILLI!!!” Mass ebbe la sensazione che qualcosa tentasse la maniglia. Non era sicuro, forse era stato il tremito convulso delle sue mani. Tre minuti.
“TENENTE!” La voce di Lepka veniva dal basso: il canotto! Hassel buttò giù il primo dei sacchi.
Mass: “Non so se c’è qualcosa, forse….” In quel momento sentirono tutti e due: di là della paratia veniva una specie di pianto sommesso, come quello di un bambino triste.
“BUTTATE GIU’ L’ALTRO!” Mass e Hassel si guardarono e pensarono che i giochi fossero fatti: niente munizioni, nient’altro da fare che buttarsi giù subito, direttamente in acqua.
“…VIA!!!” Mass mollò la maniglia e saltò dal parapetto, Hassel buttò giù il sacco e fece per seguirlo ma il suo cinturone si impigliò in un gancio della ringhiera.
No. Bloccato. Vedeva Mass che nuotava fino al canotto e gli sembrava tanto lontano da non poterla nemmeno concepire, quella distanza. La porta era ancora chiusa. Sentiva solo il suo respiro.
Cominciò a slacciarsi la fibbia ma gli tremavano le mani. Il pianto riprese per un momento. Bastava che toccasse la maniglia. Chi? Cosa?
Slacciata. Adesso doveva sfilarsela. Quanto tempo era passato?
“TENENTE!” Tirò ma la cintura era presa nelle pieghe della giacca.
Un colpo sordo battè contro la porta. La maniglia!
“TENENTE CHE SUCCEDE?” La cintura venne via: libero!
Si buttò in mare: gli parve che il tuffo durasse un’eternità, poi ci fu l’impatto con l’acqua e il senso della pressione sulle orecchie. Doveva emergere. Calciò via gli stivali. Non riemergeva mai, non capiva nemmeno se andava in su o in giù. Si sentì soffocare, poi una mano enorme lo agganciò e lo tirò dentro al canotto. C’erano solo Lepka e Mass.
“Schwender diceva che c’era un bambino perduto…“ Disse Lepka, boccheggiando.” E’ entrato nel salone di seconda.” Aspettarono lì in silenzio, abbracciati ai sacchi di soldi, senza sapere cosa fare. Aspettarono che Lepka finisse la frase. Che Schwender saltasse fuori. Che il sommergibile li venisse a prendere.