Non c’era la luna quella sera. Questo lo ricordo perfettamente. Pioveva, forse, o almeno così era nel mio sogno. Pioveva di una pioggia scura, appiccicosa, sanguinolenta. Mi risvegliai al tambureggiare del cuore nel mio petto, sorprendendo la mia persona riflessa nello specchio, seduta a gambe incrociate al centro del letto; mentre gocce di sudore mi sfioravano la pelle, come le dita gelide della morte stessa.
Sapevo che sarebbe accaduto di nuovo, sapevo perfettamente che il sogno non era più sogno e che, di lì a poco, avrei avuto la piena consapevolezza di quanto orribile fosse il dono stramaledetto che ricevetti il giorno della mia nascita. Chi l’ha chiesto? Qual è il peccato che posso aver commesso per meritarmi questo? Perché diavolo non si spegne quella luce nera nel mio cervello? Lasciami vivere! Urlai alla stanza buia. Ma non credo che qualcuno avesse udito la mia voce. Sentii la pioggia, ticchettare furiosamente sul davanzale, fuori della finestra; immaginai unghie robuste ed ingiallite che tamburellavano sul pacchetto di sigarette che le avevano portate alla tomba, con tutto il corpo a presso. Rabbrividii a quel pensiero. Perché non potevo formulare pensieri normali. Perché tutto quello che mi accadeva, di notte e di giorno, doveva sempre trasformarsi in osceno terrore?
Era il mio destino punto e basta. Non avevo scampo. Nulla mi avrebbe salvato, nulla al di fuori di me. Avevo qualcosa da compiere. Qualcosa che a nessun altro, ahimè, era dato di risolvere. Ero io quella che si sarebbe alzata dal letto madido di sudore, in piena notte e che sarebbe uscita a recitare preghiere sulla tomba degli sventurati che avevano trovato la morte, ero io la sola che potesse vendicare quelle povere anime, che ancora brancolano nel buio alla ricerca di una risposta semplice ad un’altrettanta semplice domanda: “Perché?”
Ripeto, era una notte senza luna, non era chiara la strada da percorrere, e non solo in senso figurato. Il cimitero distava un paio di chilometri da casa mia, per questo non mi curai d’indossare le scarpe prima di uscire. Percorsi a piedi nudi tutti e due i chilometri, poggiando le piante sull’asfalto umido e dando vita ad orme di condensa, lungo tutto il percorso al bordo della strada. I rami contorti che si stagliavano neri, verso il cielo pluvio, mi diedero la forza di proseguire, come se i moncherini proprio sopra la mia testa, stessero lì senza alcun’altra ragione se non indicarmi la strada.
Eccola! L’avevo trovata. Là sotto, a due metri di profondità dai miei piedi, giaceva lei. Potei udire il suo pianto soffocato dalla terra umida e compatta, che le aveva riempito la bocca e le orbite vuote.
“Dimmi che posso fare e lo farò!” Le dissi, inginocchiandomi accanto alla sua tomba ancora spoglia. Non ebbi risposta, solo e sempre quel lamento. Solo e sempre il pianto. Ed allora capii quel che dovevo fare.
Non ricordo bene quel che accadde nelle due ore che precedettero il mio rientro a casa. Ricordo solo che le impronte che lasciai sull’asfalto avevano assunto un colore differente, non erano più una diversa sfumatura, sull’asfalto, erano macchie, macchie nere sotto la luce dei lampioni. Lasciai altre orme sul pavimento della mia stanza e nel bagno, prima di tornare al mio sudario.
Ripresi sonno solo al sorgere di un sole pallido, malaticcio, opprimente.
Ancora una notte senza luna, ancora i miei piedi scalzi sull’asfalto umido. Avevo sognato e mi ero levata al centro del letto, come spinta da una molla. La molla della non ragione.
Eccomi nuovamente sopra la terra umida, accanto ad un nuovo cumulo scuro. Riecco quel lamento soffocato. Ancora e ancora nelle mie orecchie, incessante, terribile. Quasi mi pareva di poter avvertire il lento strisciare delle pupe tra le pieghe livide del povero corpo senza vita.
“Che cosa vuoi che faccia per te?”
Domandai al corpo inerme che giaceva sotto i miei piedi.
“Rendimi la vita che mi hai tolto!” Urlò, prima che il terriccio smosso da quell’ultimo impeto le scivolasse giù per la gola rinsecchita.
“Rendimi la mia vita!” La voce roca riecheggiò nelle mie orecchie mentre le mani mi si appiccicavano al volto.
“Cos’ho fatto?” Gridai al cielo sopra il mio corpo nudo.
“Dio mio, che cos’ho fatto!” Gridai più forte, rivolgendo i palmi al cielo e lasciando che la pioggia lavasse via il sangue dalle mie mani. Il sangue di coloro che avevo ucciso e vendicato.