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Il ruggito della pecora
( Marcello Tucci )
Qualcuno avverte che il freddo potrebbe ritornare, come se già non lo facesse!
Si dicono certi che potrebbe tornare un freddo freddo, un gran freddo, anche se le giornate non lo danno ad intendere, proprio ora che si stanno allungando.
Qualche gemma affiora qua e là, mentre tra i rami timidi uccelli fanno capolino pronti a rincorrersi.
Per alcuni la minaccia che pare profilarsi gelerebbe gli abbozzi di fiore, compromettendo irrimediabilmente la stagione buona che pare voglia annunciarsi, ricacciando indietro speranzosi passeri.
Addirittura qualcuno ha tirato fuori della legnaia i ciocchi di legna avanzati dall’inverno. I più solerti hanno messo via pile su pile di giornali vecchi per tapparne con la carta gli usci di porte e finestre.
I segnali che dal cielo si vedono non ci rincuorano, ma anzi promettono un supplemento di rigida stagione che credevamo ormai di aver lasciato alle nostre spalle.
Se si presta maggiore attenzione si avverte insistente un tramestio crescente, quasi un trambusto di zampe correre di qua e di là, come se ci fosse nell’aria un avvertimento, una minaccia che prende corpo e si fa sostanza.
La sensazione è istintiva e come animali la fiutiamo senza vedere ancora niente di preciso.
Tutto attorno, disordinatamente, un brulicare di topi.
Qua un gruppetto, uno più folto di là e su nella piazza un pifferaio che da un balcone li arringa. Sale dalle strade una musica accattivante, ammaliante, dai toni si leva nell’aria a volte in maniera rassicurante.
I topi sentendola con il capo paiono seguirla e come rapiti in uno stato incosciente serrano le fila.
Sono in molti, hanno riempito già la piazza e già altri si affollano da strade secondarie, alcuni di loro già mostrano i denti con smorfie lascive.
La città, le città, la tua città, la mia città è già un pullulare di topi, un frenetico battere le zampe, un correre in ogni direzione, un accorrere, un rincorrere di roditori d’ogni tipo con serpi ad ingrossarne le fila.
Si aggiungono ora alla schiera altri timorosi animali, con la loro erbetta in bocca che masticano piano, strappata da un’aiuola, da un prato di periferia o da un vaso che sporge dai balconi più bassi.
Sono loro, sono le pecore, alcune sono tosate ed infreddolite con i lori occhi sporgenti, disorientate. Si voltano di scatto verso l’incalzare dei roditori che con metodo le stanno radunando per formare un unico gregge, aiutati dalla musica sempre più decisa e penetrante del pifferaio: il grande imbonitore.
Mimano goffamente un passo di marcia, molto simile ad un ritmico incedere militaresco. Dapprima è un incespicare, un intrupparsi, la loro testa confusa si volta repentina ora a destra ora a sinistra mostrando i denti piatti, avvezzi solo all’erba.
Il loro passo prima incerto ora si fa sicuro e pesante.
Pare proprio che un freddo intenso stia tornando, se i passeri impauriti dai rami ritraggono il capo e le gemme finiscono preda di tante bocche spalancate.
Sembra proprio non servire tapparsi in casa, serrare finestre e porte.
I pochi passanti restano increduli ad osservare la scena divenendo oggetti di scherno, quando non si degenera in violenza.
Nell’aria c’è un unico vociare: un linguaggio monocorde come la nenia simile che suona il pifferaio.
………………………………….………di colpo………………………………….nel cielo plumbeo……………….….si staglia un GRIDO…………………assomiglia ad un urlo……………. scopriamo infine che si tratta di un ruggito, il ruggito della pecora, delle pecore………Sono ormai quasi tutte irregimentate e stordite dalla musica e dagli ordini secchi dei topi capi-mandria. Sembrano non avere più speranza ora che da loro sembra che il peggio si possa tirare fuori.
Mentre tutto intorno è un continuo rosicchiare, mordicchiare, seghettare, ticchettare, di piccoli denti di topi che ci gela il cuore, ci gela le mani, ci gela le gambe e l’anima ci gela infine.