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BUSSANO ALLA PORTA
( Leonardo Zarrelli )

 

 

 

            Da qui si vede la Vallata, il Villaggio, i Passi. Da qui si è sul tetto del mondo, quello che noi conosciamo. Un mondo circondato da monti, un mondo che sta in una mano. Ecco laggiù le case. Sono come in bilico sul bordo di un pianoro, viste da qui. In effetti, chi viene da Rocca o da Belpasso vede solo quelle più esterne, quelle panoramiche fatte dopo la guerra. La Valle è fatta a scalini, ma da quassù, si vede tutto.Qui finisce il mondo, qui si svela tutto.

 

            Chi era fortunato trovava, all'epoca, lavoro alla GOM, o alla Fagetti Meccanica, giù in Città. Significava lasciare il Villaggio, le persone note, gli usi codificati, per entrare nell'ignoto, ma nella sicurezza di un reddito che già allora poteva significare salire di un gradino nella scala sociale.

 

            Roba per pochi. In Città ce ne erano già troppi, di diseredati cui dare lavoro. E noi, tutto sommato, non si stava poi male. Certo non si nuotava nell'oro, no. Niente grammofoni, niente radio (c'era solo al caffè, quella che oggi si fa chiamare Cafè dell'Hostaria Vegia). Lasciamo perdere auto e affini, per carità. Muli ed asini, in abbondanza.

 

            Noi si viveva qui, per la maggiore, e mica ci appariva strano. Sui poggi erbosi a 700 metri sul mare camminavamo dietro alle greggi, rasentavamo le ville padronali costruite all'epoca dell'Unità d'Italia ed ancor prima, ai tempi del Granduca. Seguivamo le bestie lungo le carrarecce segnate da due solchi nell'erba, sui due lati i cespugli crescevano alti. Graticci e pali segnavano i vigneti lungo la via, muri di cinta in sassi e malta giallastra delimitavano misteriose proprietà che per noi sarebbero state per sempre tabù. Da esse venivano a tratti echi di grammofono, fantasmi di voci. Un modo ignoto. Lo avremmo smitizzato tanti  anni dopo, quando tutti saremmo divenuti di colpo un pò più grandi. Ma questa è un'altra storia, una storia diversa. Ancora oggi quelle case lassù al Poggio della Rupe sono recesso di misteri nascosti ai più. E' un destino.

 

            Voi che vivete in un'epoca diversa, non potete capirci. Non vi invidio, nonostante l'età. Ho sprecato fiato e forze a difendere ciò che avevamo guadagnato anche per voi, allora, sacrificando la nostra gioventù. Idioti, voi ve lo giocate. Fate pure. Ma poi non piangete.

 

            Siamo sempre stati una piccola comunità di pastori ed agricoltori. Altro non si poteva essere quassù. Viticoltori certo, ma non come giù a Rocca, quassù l'inverno morde e castiga i vigneti. Ma abbiamo i nostri prodotti: se volete assaggiare un buon prosciutto, o della carne vaccina di qualità, è il Villaggio il vostro punto di riferimento. E il latte, quello, lo vendiamo anche fuori regione. Adesso avete scoperto che la montagna fa bene, ossigena. Venite qui, affittate baite e alpeggi, comprate edifici fatiscenti e ne fate dei nidi di pace al di fuori del bordellone della Città.

 

            Bravi.

 

            Avete fatto anche un bel museo, nella cantina del Bartoli. Il museo della civiltà contadina.

 

            Ipocriti. Voi uccidete un mondo ma lo celebrate. Che schifo.

 

            Ma noi, siamo forse meglio?

 

            Ci raduniamo all'Hosteria Vegia (che mai ci siamo sognati di chiamare così, ve lo siete inventati voi, ipocriti), noi fossili viventi di un'altra era, e ci guardate con aria perplessa: proprio voi, che cercate memorie, e pochi di voi si curano di saccheggiare le nostre vecchie menti. Idioti. Vi guardo, e vi sento indifferenti. Ma non tutti. Ci sono persone con le quali vorrei parlare, e che vorrei sapere lontane da ciò  che, se lo narrassi, farebbe senz'altro di me uno dei soliti vecchi babbei superstiziosi dell'altipiano... sebbene vecchio e babbeo io non sembri affatto (e non lo sono, babbeo almeno....).

 

            Superstizioso? Forse, e ne ho ben donde. Ma chi non lo è, in fondo in fondo? Anche voi, con le vostre auto super tecnlogiche, il vostro telefonino (che tanto qui prende poco, ah ha!), i vostri bei diplomini (merito nostro, di ciò che siamo stati e che tanto urta la vostra puritana sensibilità), vi toccate quando vedete un gatto nero o udite una sirena. Non negatelo.

 

            Voi oggi litigate per dei milioni o, più precisamente, delle migliaia di euro. Euro di oggi, lire di ieri. Noi litigavamo per pascoli, bestie, porzioni di fabbricato, stalle e simili. Fate vobis, sono pari ai milioni di lire di oggi, o a più ancora. Con un gregge ci vivevi, e bene pure. Carne, latte, lana.

 

            Spesso usavano i vecchi lasciare i loro beni terreni ai posteri, senza mettere nero su bianco. E sì che glie lo dicevano, i notai. Vecchi caproni ignoranti. So che c'erano cause che seguitavano dal Settecento circa confini e tratti di bosco. Da bravo ragazzo deprecavo la sciocca determinazione dei vegliardi di lasciare tutto sulla parola. Io so scrivere, cosa che oggi parrà poco (si, ma se si va avanti così mi sa che...), ma all'epoca valeva, eccome. E sono da sempre stato ambizioso, ed attaccato alle cose. La vecchia Zita, mezza strega, mezza levatrice, che mi mise al mondo disse che sono del segno del Toro: attaccato alle cose terrene, disse.

 

            Sarà. Ma è pur vero che in quel 1939 io fremevo per il fatto che mio padre avesse nominato mio fratello minore Ugo erede universale. Ah, voi oggi avete la legittima, noi no. Se eri estromesso dall'eredità erano stracazzi tuoi. Che facevi? Alla G.O.M. tutto completo, c'era solo il bastimento, o il treno per fredde pianure nebbiose.

 

            Vaffanculo. A Milano mai, a Valparaiso nemmeno. Quella terra era mia. Mi ero spaccato il culo anche io, dietro alle bestie, per condurvele al pascolo. E mi ero rotto la schiena nel campetto dietro la casa, sì, proprio quel campetto di granturco che voi incontrate alla curva di quella biscia di strada che all'epoca era sì è no un tratturo.

            Ero il maggiore. Avrei dovuto ereditare tutto io. Ma babbo, Dio l'incenerisca nella sua fossa... ma non bestemmiamo i morti, per carità... lui preferiva mio fratello. Già, lui era mattiniero, io sempre sonnolento, debole. Lui attento, solerte, io sempre scazzato, con la testa nelle nuvole, a rincorrere i miei sogni di grandezza.

 

            Altro che check-control periodici e balle varie. Il dottore era visto come l'avvocato e il notaio: tutti imbroglioni. Mio padre poteva durare un secolo come era uso fra i vecchi patriarchi della Vallata, o schiattare da lì ad un mese, ucciso dalla incuria e dal troppo bere, senza saperlo fino all'ultimo momento. Ed il momento venne. Busta uno o due? La due... un mese dopo aver testato. Colpo secco.

 

            Ugo erede.Sulla parola, davanti a testimoni. Diocane. Detto tutto insieme, Diocane. Eccomi spiazzato di colpo, un Vannucci ridotto povero in canna. Che fare, fare la bella faccia e "scegliere" il Seminario "così"... fra le risate sottecchi, i mormorii di tutto un paese, i commenti a mezza bocca? E le ragazze...? No. Mai. E circa l'emigrazione, sapete cosa penso... . Ero condannato: servo in casa di mio fratello. Come dice la Bibbia? "lo sciocco sarà come schiavo in casa di suo fratello". Già. Proprio così.

 

            Diocane.

 

            E' un attimo. Il Villaggio giace laggiù, lontano, inerte. Un presepio. Mi è sempre piaciuto. Ci sto bene, sono timido, chiuso. In Città, posto che trovassi lavoro, vivrei male. E' lontano, il Villaggio, eppure conosciuto. Sarà una cerimonia sacrificale domestica. Una cosuccia "inter nos". Ho già appreso il linguaggio dei preti, ma non credo giustificherebbero il mio operato. Fa niente, sono già dannato.

 

            La Rupe è scoscesa, ma che dico, scende a picco sui pascoli della Bicocca. Da lì le case sono minuscole, noi siamo invisibili. Dietro i muri di cinta, nei giardini ombrosi, i gerarchi se la spassano. Ci sarò poi anch'io a far cessare quegli spassi: quando hai iniziato, poi non finisci, con "certe" attività. Altri di loro fuggiranno, per finire a guardare un lago sconosciuto prima dell'estremo momento. Cazzi loro. Ognuno ha i suoi affari da curare...

 

            L'alterco è rapido, sale veloce. Non ho il sangue freddo, io. Sembro un tipo tranquillo, chiedete in Villaggio, ma anche giù a Rocca. Oddio, a suo tempo ho fatto faville, era giusto ed ero giovane. Tranquillo, finché non mi salta la mosca al naso... . E smettetela con quella faccenda dell'Albergo. Ipocriti, voi che avallate attacchi a paesi lontani che neppure avete visto. Io i Gerarchi li ho visti e conosciuti: pezzi di merda. E la merda si spazza via.

 

            Il bastone rotea, prima ancora che la mente abbia elaborato il gesto: era già deciso da tempo. L'impatto è secco, violento, mi sveglia da una trance di pochi ma decisivi secondi. Oddio che faccio... rapida decisione, devo finire. O finisco in carcere a vita. E percuoto di nuovo. Potrebbe contrastarmi, ma mi sa che non se lo aspettava. Del resto, il segaiolo di famiglia ero io, no?

 

            Crack. Sembra che non ci siano lesioni, ma lui barcolla. Ha gli occhi stralunati. Mi pare di vedere del rosso, esce dalle orecchie, dal naso... ma non ho il tempo. Gira su se stesso... sembra quelle bamboline del carillon della zia Egle.

 

            E finalmente precipita. Non d'un colpo. Prima cade al suolo, s'affloscia. Stunf, fa. E' lì, sul ciglio. Potrei salvarlo, se servisse a qualcosa col trauma cranico che gli ho procurato. Ma rotola. Rotola, e cade giù. Rimbalza, con un rumore sordo, che ancor adesso mi scuote dal sonno. E scompare, giù, nei ghiaioni prima del bosco sopra la Bicocca.

 

            E' finita. Mi accascio, dalla parte giusta è ovvio. Potrete solo immaginare la mia confusione. Il mio terrore: qualcuno mi ha visto, mio Dio, che fine farò.

 

            Il terrore passa tranquillamente per sconvolgimento, in paese. E' caduto, una disgrazia. Carabinieri, notaio. Omnia transit, tutto passa, dice don Egisto. Anche lui passerà, nel 1949.

 

            E arriva la guerra. Mio fratello è presto dimenticato. Nuovi morti, nuovo sangue. Sono tornato sui monti, e non per pascere agnelli. No.

 

            Sacrifico vitelli grassi, troppo grassi per meritare di vivere. Al loro cospetto, mi consolo: un misero dilettante...

 

            Per un po’, nessun grammofono ha più suonato in quelle ville. Abbiamo suonato noi un'altra musica, per i torturati alla Caserma Muti, per i fucilati dai nazifascisti.

 

            Una volta che inizi, ci prendi gusto, sai?

 

            Nero su bianco. Io sono previdente. Gli anni passano, e col benessere passano ancora di più. Io sono l'erede. Il pascolo alto, la terra del poggio, la vigna, il terreno dietro alla chiesa (dove adesso c'è il parcheggio, ma me l'hanno pagato, e bene, Diocane). La casa è tutta mia. Le bestie pure. Sto bene, assumo lavoranti a giornata, mi portano lassù gli animali, mi aiutano nella vigna. A Belpasso fondano la Cantina Sociale: ci sono anch'io. Fazzoletto rosso al collo, Diocane. E' una grande iniziativa sociale, un passo avanti. Creiamo consorzi, non siamo più tanti piccoli proprietari allo sbaraglio: se giù in Città vogliono bere bene, paghino bene, o meglio, paghino il giusto.

 

            Il mondo cammina, io mi faccio uomo. Mi aggiro come un re nella mia casa: la vedete subito, dopo i tornanti. E' quella di sasso, col muro di cinta alto e squadrato che vi toglie per un attimo la visuale della Rupe. A.V. 1734, c'è inciso sulla chiave di volta del portone. Siamo qui da secoli, noi. E ci adattiamo: "che tutto cambi perchè nulla cambi". Criticando la politica della Dc, locale e nazionale, quante volte ho citato Tomasi di Lampedusa ed il suo "gattopardismo". Ma a me sta bene. Sono fatto della rupe e del bosco, io, come tutto qui. Nulla deve stravolgersi, ma migliorare sì. I meravigliosi anni dopo il 1955, il boom. Giovane, bello e scapolo, e discusso eroe partigiano. 

Comunista e proprietario, torvo ma buono. Le ragazze mi ruotano attorno come api ad un fiore... ed io colgo i frutti migliori. E' il mio diritto: sono un ambizioso, "il Toro gode nel godere", diceva la Zita. Fanculo le convenzioni sociali: e del resto mica son l'unico. I vecchi, quelli coetanei di mio padre, inorridiscono dinanzi alla nostra... "spregiudicatezza". Oggi si sparerebbero in bocca, allora!  Mi guardano timorosi e sprezzanti, io me la rido. Ho visto la morte in faccia, ho sentito fischiare le pallottole. Ho bevuto birra coi "liberatori" (avrei preferito bere vodka con "altri" liberatori, ma vabbè....), ho sparato su volti imploranti pietà. Gli sguardi torti di sti vecchi cojoni, ancora poveri braccianti, ancora fervidi credenti, mi fanno ridere. Bello, abbiente, libero e... osè, un "bel fustaccio comunista che mangia i bambini". Come me la godo.

            Ah... mio fratello l'han mica più trovato, sapete? Ma i ghiaioni sono infidi, un'antica frana (dice il geologo, che ci spiega agraria nella Casa del Popolo giù in città). Grossi e piccoli massi, con fenditure, crepacci, minuscole grotte. Un terreno da incubo, un paesaggio lunare, che si raggiunge solo dopo aver attraversato il fitto bosco che cresce al suo limitare, con una pendenza di almeno 30 gradi. Chissà dove si è infilato il povero corpo... maciullato dall'impatto, le ossa che bucano la pelle, gli occhi fuori dal cranio scoppiato nell'urto o scuoiato dallo strusciare contro la roccia scabra a cento all'ora... E' arrivato giù, a bomba, si sarà incastrato, con uno scrocchio raccapricciante di ossaglie, in qualche crepaccio, fra due massi enormi... schiacciato come un topo dalla ruota di un carro.

 

            Ma quando a sera, e il giorno dopo, e due, tre, cinque, non s'è più rivisto, io sono diventato l'erede. All'epoca non c'erano gli elicotteri (un prototipo, l'autogiro, so che aveva volato diciassette anni prima a Torino, ma come al solito il Fascio snobbava le novità...), e dopo un accesso penoso ai ghiaioni i Reali Carabinieri smisero le ricerche e diedero per morto mio fratello. Pratica veloce, altro che morte presunta. Certo, mi guardavano strano, ma ero sconvolto, il mio povero fratello, e mio padre morto da poco, e mia madre che non avevo quasi conosciuto (l'ha ammazzata lui, Ugo, quel bastardo!). Insomma, povero ragazzo sventurato!!

 

            Al cimitero, bello, piccolo, antico, ombroso e ricco di alberi, c'è una lapide. E' sul muro: ce l'ho fatta mettere io. Un inno all'ipocrisia, linfa vitale del mondo occidentale. Un epitaffio lacrimoso. Vabbè, è un po’ scolorita, il marmo è diventato opaco e poroso. La foto è diventata un'ombra indefinita: meglio così. Mi dava fastidio vedere quegli occhi accusatori. Ci mettevo dei fiori, ipocrita che non sono altro, poi... ho smesso, almeno dal 1960. Sono cambiate tante cose. E' arrivata la strada, una vera strada, ottenuta aggiustando quel vermiciattolo biancastro che si inerpicava a strette volute quassù. In certi punti la Provincia ha strafatto, tagliando via intere parti del percorso e dandoci dentro con perforatrici, ruspe e dinamite. Ha violato la montagna, i vecchi inorridivano (ma non tutti), noi gioivamo. Ed è arrivata la corriera, sono arrivati i veicoli a motore (come ansimavano prima, sul difficile percorso, le Balilla dei gerarchi... e come questo fu di ostacolo ai semicingolati tedeschi, e faceva bene il Baldino a dire che era meglio non facessero la strada, che se c'era da stare ancora in montagna gli M47 mica ci salgono quassù...).

 

            Ma quale guerriglia, quale Rivoluzione... povero Baldino. Mica avevi capito, tu...

 

            Sorgono le case come funghi. Quelle case anni sessanta, con i pilastri della veranda ricoperti in pietra, il rivestimento sotto il tetto in listelli di abete a mò di chalet, ampie, comode. Di colpo, nessuno vuol più  fare il contadino, e sui terreni ci fanno abitazioni più moderne, anche e soprattutto per i forestieri che iniziano ad arrivare. Fatico a trovare personale a giornata: ma non ho lottato anche io per redimerli, del resto? Io stesso che mi batto per far sorgere (ma non qui, a Rocca) la Comunità Montana: posti di lavoro, da impiegato, da cantoniere, da tutto fuorchè da bracciante, ormai divenuto parolaccia. Riaprono l'Albergo, giù a Rocca, e qualcuno compra, o ricompra le ville su in Rupe, fra i vigneti. Dapprima espropriate, poi rivendute dallo Stato ai politici ed affaristi più "attenti" a simili occasioni. Ci sarei anche io, che credete? ... ma son troppi danari... e casa in collina ce l'ho, e che casa! ... ormai navigo nelle modernità, danaro permettendo, e dal 1967 ciò anche la Tivù. Via le bestie (puzzano), in stalla entra come un Cesare trionfante la Fiat Seicento, color panna. Avrà diversi successori: ancor oggi otto decenni non mi impediscono di guidare la mia Uno color canna di fucile.

 

            Automobili, juke-box al bar (la vecchia taverna del Mucci...), le vecchie cascine rimodernate alla meglio, vere strade, luce elettrica, asfalto, case moderne con le tapparelle e dei bei balconi o delle verande e il garage, nuovi edifici che purtroppo turbano la quiete e la solitudine di quei dossi erbosi che prima erano il limite dell'infinito quando il sole tramontava... e con questo, flirts con le ragazze che salgono di Città, feste al suono dei giradischi a 45 giri... auto, scooters Piaggio ed Innocenti, giovani vestiti in maniera "bislacca". Giù a Rocca un tale ha aperto addirittura un'officina di autoriparazioni nell'inviolabile palazzo dei Duchi, il fabbro Luigi si dà da fare coi rimaneggiamenti delle vecchie dimore rurali e le nuove abitazioni che spuntano qui e là.

 

            Poveri morti, chi ha più tempo e voglia di pensarvi? Voi siete come il passato, che sembra ritrarsi e farsi piccolo dinanzi al presente pacchiano e invadente.

 

            Ma i ghiaioni sono ancora lassù, inviolati. E silenziosi.

 

            E chissà com'è, che qualcuno comincia a diffondere strane voci. La gente, anche i forestieri, questi all'inizio non so se per amore della novità, per posa o per credo autentico, ha paura del bosco che, alle spalle del villaggio a poche centinaia di metri da esso, segna il confine fra i Pratoni ed i ghiaioni.

 

            Sarà quel fesso del Baldino. All'alba del 1980 è rincoglionito e mica poco, e dire che non è vecchio. Sta su alla Bicocca: è casa sua, del resto. Lui non ha mollato bastonate: ma raffiche di mitra ne ha distribuite generosamente. Però a casa sua è stato padrone solo dopo il Settanta, schiattato il vecchio, e sposata dal 1947 la sorella minore. Vive solo nella grande cascina che domina il Villaggio, e non s'immischia col progresso. Ancora in quegli anni lavora i suoi terreni, ha il suo bel trattore, se ne fotte di tutto e di tutti. Sogna ancora una Rivoluzione d'Ottobre versione nostrana: e so che ha un suo piccolo arsenale, poca roba, nascosto ben bene, oltre ai suoi fucili da caccia. Il Baldino è puro, intemerato. Lui crede, a tutto.

 

            E lo ha visto.

 

            Il Baldino, che a sessant'anni sarà stato sì rincojonito, ma alzava gli accessori del trattore come fossero di cartone, del quale ho sempre aspettato il giorno in cui avrebbe fatto la cazzata di prendere a fucilate qualcuno o farlo fuori a colpi di roncola, mi ha bloccato alla "Hosteria Vegia", con gli occhi spiritati. Ha paura. Io so riconoscere lo sguardo di chi ha paura: ma che il Baldino abbia paura di qualcosa, mi suona nuovo. Al momento cerco di sviare la cosa, che mi puzza di troppo buon vino.

Ho da fare al Collettivo giù in Città: quarantamila stronzi prezzolati del padrone manifestano contro la politica della triplice sindacale, un papa idiota sta sobillando un importante Paese del Patto di Varsavia col rischio di scatenare un conflitto mondiale, gli americani fanno la solita politica sporca armando l'Iraq contro gli iraniani che con mia gioia si sono liberati di Rheza Pahlevi.

 

            Ma quando parla, sono costretto a trascinarlo quasi in un angolo, per fortuna nel 1980 il locale è ancora "nostro", di noi paesani. E' sconvolto, e quello che dice fa impallidire la guerra Iran-Irak o le stronzate del  meccanico polacco improvvisatosi sindacalista al soldo del Vaticano.

 

            Quello che dice mi riporta indietro di quarant'anni.

 

            <<...Vanni, dammi retta... non sono briaco, credimi, davvero. Credimi...>> Lo devo zittire, lui abbassa la voce ma va avanti. <<...Ha bussato. Era notte. E io ho preso su il calibro dodici a pallettoni… perché... lo sapevo che l'hanno visto quei bischeri di fuori, quei cojoni... E lui... e lui...>>

 

            Si interrompe, e mi guarda con occhi vuoti. Gli costeranno un bell'infarto, quegli occhi vuoti. E per ridurre così il Baldino ce ne vuole.

 

            <<...e lui mi ha additato... Vanni, con quelle braccia... tutte scuoiate... Dio, Vanni!!!... e me lo ha detto, me lo ha detto che busserà anche alla tua, di porta... ma io che c'entro, Vanni ..... SEI TU CHE LO HAI....>>

 

            Alza troppo la voce e gli tappo la bocca. Il gestore, comunque all'epoca uno dei nostri, si gira dalla nostra parte. Mi conosce, e conosce Baldino.

 

            <<Adesso basta, Baldo. Tu hai bevuto troppo, basta, maiala cane, hai capito?>> Lo fisso con  due occhi terribili. Baldino mi ha visto in azione, e sa che per tenere nascosto il mio segreto potrei anche...

 

            Tace. E tacerà per sempre, vivendo come un guerrigliero i suoi ultimi mesi in Bicocca, col fucile sempre accanto.

 

            La Bicocca è disabitata, da allora. Soffoca sotto i rampicanti, i tetti sempre più arcuati verso il basso, finchè crolleranno. Nessuno la ristruttura, nè vuole comprarla. Paura? O sarà anche che il nostro Villaggio non attira più come un tempo: adesso se non vanno a farsi fottere dall'altra parte del globo mica sono contenti. Si credono tutti dei piccoli Berlusca, 'sti cojoni. Vacanze ai tropici: la classe operaia va in paradiso. Scemi che non sono altro. Li comprano con poco, a saperlo mica mi fioccavo addosso le pallottole dei fascisti.

 

            Sono vecchio, e vecchie le mie idee, che idee ancor più vecchie vogliono far passare per obsolete. Che mi frega, ormai. Tutti vogliono sapere la verità... da tutti meno che da chi l'ha vissuta. Che mi frega, ho altro cui pensare.

 

            Me ne sto nella mia bella casa, che da buon scapolone misantropo non ho voluto dividere con qualche "figlia di Maria" che mi avrebbe tediato coi suoi tentativi di conversione. E poi, di colpo, mi sono pure ritrovato vecchio, quindi problema risolto e via. Qualche vedova da portare a letto, qualche moglie delusa dal coniuge, e nulla di più. Beh, mica male direi.

 

            Ma adesso sono qui, da solo. E' sera. Nessuno che possa testimoniare, nessuno che possa chiamare un improbabile aiuto, quando busseranno alla porta. Forse, ci fosse qualcuno con me, nulla accadrebbe. Forse chi è solo prima o poi viene sopraffatto dalle sue stesse ombre... chissà.

 

            Fa freddo, fuori, e sono vecchio. Non decrepito, ma vecchio. Vecchio come i miei ricordi e le mie paure. Nessuno ha bussato alla mia porta, in questi ventidue anni, che non fosse il postino o qualche spaccamaroni comunque gestibile. Forse Baldino era solo un visionario, e blaterando spaventò qualche forestiero. Che scocciatura, anche la ricerca del corpo misero in campo... dopo 41 anni. Ad ogni modo... ho evitato il cimitero se non nei giorni di sole e nelle ore centrali. Ci sono troppi alberi, troppe zone d'ombra, e la tomba di papà e mamma è troppo appartata. La lapide commemorativa di Ugo evito di guardarla. La foto scolorita mi sembra minacciosa.

 

            E' passata mezzanotte. Il villaggio sarà senz'altro un bijou di quiete e silenzio, a quest'ora. Mi alzo. Spengo la luce e mi avvio verso la camera. Attraverso il corridoio, lasciando dietro di me l'accogliente salotto che dà sulla Vallata. Le finestre sono alte, ma le tengo chiuse con gli antoni, la sera. Non si sa mai.

 

            Entro in camera, e faccio per chiudere la porta, a chiave. E' una porta solida, ancora originale della casa, con una grossa serratura che chiuderò a chiave. Non si sa mai... .

 

            Dal basso vengono tre colpi, forti, vigorosi. Rimbombano nelle stanze disabitate, su per le scale.

 

            Altri tre colpi, ancora più forti, più perentori.

 

            Aprirò a Colui che bussa?