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GENIO A DOMICILIO
( Francesco
Crisanti )
Io adoravo scrivere.
Si ricomincia e qui sono ancora, mi rilasso nel perenne fruscio disturbante come un angelo dai capelli d’oro.
Dondolo il viso con quel leggero sorriso compiaciuto da altezzoso e niente è più come prima; oscillo tra brividi malati e gorgoglii di uno stomaco vuoto; ondeggio come una barchetta sconquassata nel mare tempestoso; vacillo tremando e tutto si increspa continuamente.
La testa non ha più la capacità del passato e, chino nel desiderio di vedere un barlume in fondo alle signore con la rivoltella, mi siedo e tremo.
Seduto, perennemente seduto con la passione dello scrivere a movimentare le mie giornate; ho fame ora, ho bisogno di qualcosa da mangiare, ma il contratto non lo prevede.
Non posso fare a meno di sentire la maledetta catena che mi lega alla sedia dalla quale mi alzo con la possibilità di fare solo pochi passi e, anche se con alcuni inutili comfort, la mia è pur sempre una prigione e perciò ho deciso di scrivere sui miei secondini.
Uno di loro si chiama Francesco Crisanti, non temo di riportare il nome tanto so che verrà cancellato quando loro mi porteranno via i fogli, come ogni sera, per analizzarli e valutare se si può pubblicare qualcosa.
Francesco Crisanti è il più despota dei tre che vegliano su di me, è un uomo basso e grasso con degli occhi sporgenti e un’ odiosa bocca leporina che sbava leggermente nel momento in cui raccoglie i fogli; al polso ha un sottile orologio da donna e i suoi capelli, oramai radi, sembrano dialogare con la leggera patina di sudore che non lo abbandona mai.
L’ altro angelo custode della mia scrittura è Serena Molinelli, una vecchia fruttivendola che spera di far soldi con i ricavati delle mie parole vuote, ma non sa che le possibilità sono soltanto due: la prima è che il tentativo riesca, in questo caso non sarebbe lei ad appropriarsi dei soldi, ma Francesco; la seconda è che l’ esperimento non vada a buon fine e allora verrebbe uccisa.
Mi dispiacerebbe sinceramente vederla tramortire a terra come un sacco di patate di quelle che vende in piazza, perché mi fa star relativamente bene quando si siede qui con me e, guardandomi scrivere, mi allunga di soppiatto qualche pomodorino.
Infine il terzo personaggio che mi tiene in scacco in questa casa è Lorenzo Fulgentini.
Un uomo alto e slanciato sulla quarantina con un certo fascino dovuto alla perspicacia razionale dei suoi occhi, anche a me involontariamente dona sicurezza solo nel fissare gli abissi neri delle sue pupille, peccato che sia il suo schiavo.
Sembra la mente razionale del gruppo e scandisce i ritmi con attenzione, si occupa di dividere i turni di guardia e quelli di riposo; quando è solo con me si mette a leggere il giornale e pretende che io commenti alcune inutili notizie a voce alta, ma temo che lo faccia solo per scuotermi dal torpore schiavizzato nel quale sono.
La catena sembra ora un naturale prolungamento della mia caviglia, mentre in precedenza la sentivo ingombrante sia per il corpo che per la testa, ma il mio fatale amore per la scrittura mi aiuta a curarmene sempre meno.
Il programma è stato studiato nei minimi particolari: ho il permesso di lavarmi i denti ben tre volte al giorno, la faccia due e le parti intime una; posso mangiare due volte al dì, pasti comunque poco abbondanti e ripetitivi per temprare lo spirito; ho la possibilità di ascoltare musica, ma solo jazz che facilita la creazione; posso fare sesso tre volte al mese con tre persone diverse per evitare di innamorarmi e infine, ciò che mi angustia maggiormente, posso alzarmi dalla scrivania, ma solo per sgranchirmi e fare esattamente appena tre passi e mezzo a causa della catena alla caviglia che mi lega alla seggiola.
Una volta a settimana arriva una strana donna grassa dagli occhi neri come la notte a farmi un massaggio per cercare di aiutare la circolazione e i muscoli che, perennemente seduti, rischiano di atrofizzarsi; con queste opere di aiuto si mettono a posto la coscienza e inneggiano alla crociata che stanno intraprendendo in nome del nuovo mecenatismo artistico.
Scrivono lettere ai miei familiari sul mio presunto soggiorno in Africa; curano le scadenze dei miei documenti e delle mie bollette prelevando i soldi dal mio conto e contattano persino i miei amici informandoli della mia tristezza nel non poterli vedere a causa della lontananza; come scappare da tutto questo?
Guardo per giorni interi al di fuori della finestra posta davanti a me, ma la visione è offesa dal muro del palazzo disabitato di fronte; la tromba ammaliante e sensuale del jazz sembra saltellare intorno come a mostrarmi la via di fuga, ma la catena mi tiene ancora bloccato in questa stupida tortura della creatività.
Il loro intento è ottenere dei soldi, come una sovversiva casa editrice, obbligando un talento a scrivere perennemente ed eliminando i momenti di libera creazione a getto; come vorrei un telefono per comunicare con la polizia, come vorrei assaporare la gioia di comporre solo quando voglio, come vorrei non amare così tanto la scrittura.
I primi tempi che ero rinchiuso in questa asfittica stanza azzurrina, mi dimenavo e urlavo giorno e notte fino a perdere la voce, ma solo più tardi mi accorsi che era del tutto insonorizzata; decisi così di fare ciò che volevano per liberarmi dalle loro e dalle mie ossessioni: iniziai a scrivere.
I primi tempi, quando al tramonto passavano a prendere i miei scritti senza darmi neanche la possibilità di rileggerli, mi davano una pacca sulle spalle e, soprattutto Francesco, mi guardava con aria complice come un padre che ha appena picchiato a morte il figlio per il suo bene.
Serena invece, con le mani perennemente sporche di verdura e terra, mi dava un piccolo bacio sulla guancia e sembrava scusarsi con gli occhi per partecipare a questo mecenatismo terroristico; mi allungava da sotto il maglione qualche ortaggio e se ne andava a posto con la coscienza.
Lorenzo posava il giornale e mi guardava invidioso della mia capacità di scrivere, ma fiero del suo talento organizzativo che lo faceva sentire il dominatore di una platea di menti confuse, la chiarezza della sua razionalità lo inebriava e, in questi primi tempi, non poteva fare a meno di lodarsi in ogni discorso.
Poi le cose cambiarono; il mio amore per la scrittura si sentiva troppo reiteratamente soggiogato, soffrivo sempre di più l’ inabilità di movimento e l’ impossibilità di vedere i miei cari e così incrociai le braccia.
Lorenzo ordinò a Francesco di massacrarmi dai pugni e così fece, aggiungendo una certa razione di cattiveria personale che rendeva le mie giornate devastanti; Serena sbucava sovente dalla porta e mi allungava qualche cerotto e del cibo.
Mi hanno massacrato per una settimana intera cercando di non colpire le mani e la testa come Lorenzo aveva ordinato e fui sostanzialmente costretto a scrivere; adesso se non sentono il battito delle dita sui tasti del computer per oltre cinque minuti, vengono a controllarmi con una frusta.
Una volta sentii suonare alla porta e scoprii che avevano invitato tre o quattro bambini, che io ovviamente non potei vedere, per chiedergli su quale argomento avrebbero letto volentieri un libro; erano passati alla narrativa per infanzia, evidentemente più redditizia e più facile da commerciare.
I miei iniziali racconti li avevano annoiati nonostante le prime pubblicazioni e decisero di incrementare il business andando alla radice del pubblico, non so da chi fosse venuta l’ idea, ma non è difficile immaginarlo visto la mente razionale di Lorenzo.
I bambini, probabilmente figli degli abitanti dei palazzi vicini, risposero che volevano leggere di mostri; calciatori e caramelle e, dopo un lungo interrogatorio guidato da Lorenzo e Serena, ebbero il permesso di varcare quella soglia che bramo di oltrepassare da quasi un anno.
I tre secondini-mecenati, inebriati di aver appreso la pozione della ricchezza da un campione miserrimo di sondaggio (non potevano d’ altra parte dare troppo nell’ occhio), si presentarono da me con l’ autorità di impormi un racconto per bambini su mostri calciatori che adorassero caramelle.
Risi per una nottata intera; al mattino venni picchiato da Francesco che continuava ad urlare di scuotermi e di iniziare il best seller che li avrebbe fatti diventare ricchi se davvero amavo così tanto scrivere.
I concetti della libertà creativa e casualità dell’ ispirazione non sono minimamente ammessi in questa stanza, devo creare in ogni attimo, scrivere senza timori tutto il giorno e, paradosso estremo, sembrare naturale nelle mie espressioni.
Adesso Francesco è seduto sulla poltrona di fronte a me e sta mangiando con avidità delle noci, spacca i gusci con le mani possenti che mi hanno malmenato così tante volte…me ne lancia una come si fa con le scimmie e sghignazza sbavando; non la raccolgo.
Si pettina i pochi capelli con un riflesso incondizionato e si getta di nuovo nell’ abisso della frantumazione, i suoi occhi si alzano dal pasto solo quando sente il mio esitare sui tasti, mentre io tentenno solo nell’ attesa di vedere cosa fa; aspettare chi aspetta.
La mente non riesce a pensare ad altro che alla catena e, talvolta sono così stupido, da sentirmi in colpa per non riuscire a comporre, ma subitaneamente mi riprendo dagli abissi paradossali ed inizio a fantasticare sulla bellezza di poter scrivere liberamente ogni volta che voglio.
Riescono a farmi odiare persino il jazz, odio Porgy and Bess e tutta la meraviglia che questo capolavoro contiene, ma non posso nascondere che mi ha aiutato nei frequenti momenti di sconforto facendomi volare negli anni ’50, con un elegantissimo smoking e sigaro, per le luci notturne di New York mano nella mano con la mia fidanzata immaginaria.
Ecco che c’è il cambio della guardia e Serena entra nella stanza dandomi un bacino come al solito, Lorenzo si raccomanda dall’ altra camera di non parlarmi e di lasciare comporre il genio di loro proprietà.
Le unghie nere attraggono l’ attenzione degli occhi della donna che istintivamente le nasconde sotto le gambe e si mette a guardare fuori dalla finestra, la apre e si affaccia curiosando su una vista che io non ho mai avuto il piacere di osservare; quante volte le persone non capiscono come sono fortunate a poter fare le cose più elementari, non bisognerebbe mai smettere di meravigliarsi ed è per questo che adoro i bambini.
Mi faranno odiare anche loro se continuano ad impormi di scriverci un racconto, ma poi come possono pretendere una storia con mostri, calciatori e caramelle?
Il sondaggio ridicolo inscenato da Lorenzo non è altro che l’ emblema della povertà di idee che giace in questa casa maledetta, ogni bambino dirà sempre il suo sogno meravigliosamente sconclusionato e non si può razionalizzare la purezza dell’ infanzia.
Serena mi posa ora sul tavolo una carota, ma rifiuto anche questa prelibatezza non sentendomi, almeno per ora, un asino.
Mi duole la schiena mortalmente e non so più che posizione scovare per evitare questo dolore perenne che mi attanaglia, probabilmente sarebbe sufficiente alzarsi e scappare via; lo sguardo cade sulla catena che ha subito miriadi di tentativi di scasso pur rimanendo inattaccabile.
Un giorno uguale a tanti altri ho cercato di spezzare la sedia per capire a che altezza fossero piantati i chiodi che la immobilizzano al terreno, ma non ce l’ ho fatta e la dolce risposta di Francesco è stata una scarica di violenti pugni alla bocca dello stomaco; ieri invece ho gettato in terra il computer rifiutandomi di battere le dita sui tasti (se non erro è la quinta volta che lo faccio) e mi hanno ancora prelevato i soldi dal conto in banca per ricomprare, nel breve lasso di tempo di 10 minuti, un computer più professionale e costoso.
In quei 10 minuti sono riuscito a mala pena a sdraiarmi sul tavolo sgombro e mi sono addormentato quasi immediatamente; ho riso davvero di gusto e mi sono sentito persino semilibero seppur povero, ma a che mi servono i soldi adesso? Ad andare in Africa?
Un’ altra volta mi sono messo a scrivere in terra con la penna che mi era stata data in dotazione fino a quel momento, tracciavo i confini che potevo raggiungere con il mio piede e vedo ancora i segni sul parquet; Francesco mi ha calpestato la mano appena mi ha visto e Lorenzo si è infuriato con lui perché aveva leso il mezzo di espressione, mentre non comprendeva quali fossero le vere violenze.
Il tentativo più estremo che ho fatto è stato lo sciopero della fame; il mio ragionamento era inattaccabile: non potevano impedire che lo facessi e la mia debilitazione li avrebbe costretti a liberarmi.
Il fatto è che non ce la facevo a non mangiare; l’ angoscia e la bruttezza della reclusione non ce la facevano a farmi smettere di mangiare, resistetti così pochissimi giorni durante i quali comunque mangiavo di nascosto e quindi non deperii più di tanto ai loro occhi.
Alcune sere passate stavo in silenzio per delle ore intere visto che mi era parso di sentire degli strani rumori da un angolo della stanza, dopo ripetuti tentativi di capire da quale fonte provenissero, scoprii che il responsabile era un topolino che si era intrufolato in camera mia chissà da dove e chissà ambendo a cosa.
Divenne il mio unico amico con il quale condividere la solitudine delle mie giornate, il pensiero di addomesticarlo mi inebriava la mente e mi immaginavo già i titoli dei giornali alla mia uscita: “Scrittore segregato ammaestra un topolino e diventa il re del nuovo circo!” oppure “Il recluso e il topolino: storia di un’ intesa”.
La prima volta fece capolino dall’ angolo della stanza e, dopo essersi guardato intorno, attraversò a gran velocità l’ intera camera come se inseguito da un esercito di gatti digiuni da mesi; ogni briciola di formaggio che mi toglievo di bocca la lanciavo dalla sua parte e cercavo pian piano di avvicinarlo alla mia postazione perennemente immobile.
Erano i primi tempi quando i secondini mi lasciavano solo a comporre e potevo quindi dedicarmi al mio nuovo amico con tutta la dedizione di un padre di fronte al suo primogenito; dopo la confidenza tra noi è cresciuta, si avvicinava da solo e persino mi veniva a rubare qualcosina dal mio povero piatto.
Rimanevo giornate intere a fissarlo con la grande tromba del jazz che gli creava la colonna sonora, ridevo nel mio intimo immaginandoci insieme a New York e proprio per tutto questo lo chiamai Miles.
Dopo i primi 10 giorni di convivenza era arrivato a giocherellare sulla scrivania anche quando non stavo mangiando e si nascondeva sotto i mobili ogni volta che passava la ricognizione della santa Trinità; lo guardavo pensando a cosa potevo insegnarli, ma non dava l’ impressione di voler imparare niente.
Due esseri soli che giacevano sulla scrivania e la presenza dell’ altro ci rassicurava a vicenda; talvolta Miles si intrufolava nei miei vestiti con familiarità e ciò mi rendeva estremamente felice, mi dimostrava pacatamente il suo affetto già dopo due settimane e stava sempre con me fino ad una sera, dopo la quale, inspiegabilmente non l’ ho più visto.
Non so dove diavolo si sia andato a cacciare e probabilmente la presenza assidua dei secondini è stata vissuta come un mio tradimento nei suoi confronti, spero di poterglielo spiegare un giorno che non è mai stato così.
Lorenzo mi porta adesso la cena.
Una piccola fetta di carne con una patata lessa, tutto estremamente carente di sale e simile ad un pasto da degenza ospedaliera, magari fossi ricoverato e non prigioniero!
Ho appena terminato l’ abbuffata eppure il mio stomaco mugugna ancora, richiedo timidamente un altro bicchiere d’ acqua e mi accorgo che sono le prime parole che pronuncio durante tutto il giorno; ogni giornata è uguale alla precedente e rischio, se non trovo il modo di scappare o di rifugiarmi nella mia mente, di morire davvero qui.
Tutti i miei tentativi di ribellione non sono andati a buon fine, posso escogitarne degli altri che probabilmente fallirebbero anch’ essi; non posso sperare nella compassione perché i soldi (reali o in embrione) sono i regnanti supremi della società attuale e allora non mi resta che scrivere per passare il tempo e sperare in un miracolo.
Scrivere aspettando fiduciosamente che il mio mondo cambi; scrivere nel tentativo di alienarmi da un pazzo mecenatismo artistico che farebbe perdere la ragione a chiunque se non amasse come me la scrittura; scrivere è ciò che devo fare, ma così facendo rischio ancora di cadere nella loro trappola, devo correre questo rischio?
Devo esprimere comunque il mio amore per lo scrivere anche in questa situazione dove ogni tramonto è visto come un’ angoscia e allo stesso tempo una liberazione?
Cala la sera, aspettate fatemi almeno rilegger…