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UN BARBIERE TRANQUILLO
( Mirella Floris )
Beppe tirò su la saracinesca. Lo salutarono i negozianti vicini. Si sorprese come sempre a pensare che avevano un tono, tra l'ironico e il bonario, un po' ad alta voce, come se egli fosse sordo.
Beppe appariva un poco strano agli altri, se ne rendeva conto, ma non poteva farci niente: la sua testa funzionava in modo diverso.
Il fatto era che si svagava continuamente, sempre perso in fantasie strane, che lo rendevano leggermente assente. Ad esempio, si provava a pensare che magari la terra fosse un gigante a forma di palla e che gli uomini fossero come batteri o cellule del suo grande corpo: tutti funzionali, ma nessuno in sé essenziale. "E se si ammala un uomo, si domandava, la Terra sente dolore?" Dio forse non era altro che la mente di quel gigante.
Stranezze...
Beppe era barbiere da sempre, per destino: suo padre era tsato barbiere e così suo nonno. Non gli piaceva un granché. Innanzi tutto, non ci vedeva tanto bene e aveva sempre paura di far del male a qualcuno nel tagliare i capelli.
Inoltre, lo annoiavano i discorsi quotidiani dei rari clienti: parlavano sempre di soldi o di donne. Non ne trattavano in profondità o con argomentazioni curiose od originali. No, ne parlavano con luoghi comuni, sempre gli stessi. Così Beppe pensava che ascoltarli era inutile: non c'era nessun sugo, niente di nuovo. Capitava così che qualcuno gli rivolgesse una domanda ed egli rispondeva fuori tono; sembrando un po' stupido, o come uno che mena il can per l'aia per non dire davvero il proprio pensiero. Succedeva che uno più facinoroso, soprattutto se parlava di partiti, si arrabbiasse pure!
Beppe a volte non ne poteva più e sognava di andarsene lontano, in quei paesi dell'Estremo Oriente, dove vivere costa pochissimo. Se avesse venduto il negozio, col ricavato sarebbe potuto campare un sacco di tempo. Magari, in un'isola in mezzo al mare ... era sicuro che sarebbe diventato un altro, che si sarebbe scrollato di dosso la sua dabbenaggine.
Non poteva partire davvero, però. Non poteva lasciare Maria. che non sarebbe venuta via con lui: aveva qui la madre, le sorelle, tutto il suo mondo. Sua moglie era una bella donna, anche se un po' forte di fianchi. Aveva soprattutto gli occhi neri come il carbone, e vivaci, con fiammelle guizzanti che ricordavano l'amore.
Beppe era sicuro dell'amore di sua moglie; egli, dal suo canto, l'adorava. Non poteva lasciarla! Beppe si sorprendeva sempre al pensiero che una donna così gli volesse bene. A volte lei prendeva la sua testa riccioluta e bionda tra le mani e lo guardava diretto negli occhi celesti, poi gli sussurrava: "sei il mio bell'angioletto!" e lo baciava. Allora lui si guardava allo specchio cercando di vedersi con gli occhi di Maria, ma non vedeva altro che quella sua aria un po' spaesata, un naso sottile e leggermente storto e gli occhi, celesti sì, ma slavati, insignificanti. Vai a capire le donne! Intanto, parecchi gliela invidiavano quella bella ragazza che s'era trovato vicina, calda e sognante, e anche brava in casa.
Il suo guadagno era magro, ma lei andava a servizio. La casa ce l'avevano gratis, che era quella di suo padre, sopra al negozio; così campavano sereni. Peccato, però, non avevano avuto figli!
Beppe diede una ripulita al piano di vetro e agli specchi, roba un po' malandata dagli anni. "Dovrei rinnovare", pensava tutte le mattine. Poi non ne faceva niente. Ci volevano troppi soldi.
Accese la radio e andò ad appoggiarsi allo stipite della porta, guardando fuori in attesa di qualche cliente. Passavano tutti frettolosi e lo salutavano con quel tono:
- Ehilà Beppe! - gridando un poco.
- Buon giorno a voi! - rispondeva gentile.
Ma nessuno entrava.
Infine venne la solita massaia a far tagliare i capelli al bambino: una cosa che Beppe odiava. I bambini non stavamo mai fermi, c'era davvero rischio di far loro del male. Così s'era messo a raccontare delle storie fantastiche. Quasi sempre i bambini si bloccavano incantati a seguire i suoi mostri marini o le sue fate angeliche. Le madri allora gli dicevano:
- Ohi Beppe, te lo lascio un minuto e vado a comprare il pane? -
E poi tornavano quando volevano.
Tagliati i capelli al bambino, si rimise sulla soglia. Verso le dieci un omaccione che non conosceva venne su dal vicolo. "Chi sarà mai?" si chiese. Un forestiero. Era vestito con marchiata modernità, come i ragazzi con le moto. Solo che sui suoi muscoli forzuti quegli abiti sembravano stonati, troppo giovanili. Anche i capelli li teneva un po' lunghi, ma erano radi e sfilacciati. Beppe glieli avrebbe tagliati per bene, adattandoli al viso rubizzo. Man mano che si avvicinava, notò che aveva un'aria ... "burbera"? No, non proprio burbera, ma certo autoritaria, supponente, come a dire: "voi non sapete chi sono io! Attenti a voi!"
L'uomo si dirigeva proprio a lui, non c'era dubbio. Curiosità e timore resero attento Beppe.
- Buon giorno - disse l'uomo - avrei bisogno di voi.
Parlava con voce grossa e accento del sud, un po' da guappo, come si vedeva nei film.
- Sono qui. Barba o capelli? -
- No, veramente ... il cliente non sono io. Dovreste chiudere un attimo e seguirmi in albergo. Il mio "Capo" ha bisogno di voi - e sottolineò la parola "Capo" con aria di rispetto e d'importanza.
- Non può venire lui qui? Se chiudo il negozio ... -
L'uomo guardò con disprezzo l'interno in penombra: pavimento scrostato, poltroncine lise, specchi macchiati dal tempo.
- Dovete esser matto! Il mio Capo non metterebbe mai piede in questa stamberga. - e aggiunse: - Non per offendere.. -
Beppe s'irritò. Stava per dirgli "Allora, che il tuo Capo se li tagli da solo, i capelli!", quando quello con un sorriso sghembo gli sussurrò:
- Guarda che sarai ben pagato! - e soppesò intorno come a suggerire che lì, beh, di quattrini se ne dovevano vedere pochi.
Allora il barbiere ripose la lancia del suo furore e accondiscese:
- Va be', chiamo mia moglie. Mari', scendi giù! - gridò verso l'interno.
- Sceendoo ... - si sentì da lontano.
Maria comparve presto: gli occhi neri, vivaci e luminosi, il sorriso smagliante, la pienezza della gioventù... rischiarava l'ambiente frustro. L'uomo la fissò sorpreso: "Che gnocca!" pensò tra sé. "Chi l'avrebbe detto che questo verme ... "
- Mari', devo andare un momento dal suo Capo ... Resta qua tu. -
- Va be', Beppe, ci sto io, ma torna presto. -
Il portiere si alzò deferente quando il Capo scese e gli chiese di occupare il salottino per farsi tagliare i capelli.
Beppe vide che il Capo doveva essere davvero importante: era un uomo slanciato, con baffi sottili e occhi scuri. La fronte alta gli dava quasi un che d'intellettuale. Era molto ben vestito, emanava un profumo di classe.
Il barbiere rimase un poco in soggezione e si guardò imbarazzato i jeens malandati e le scarpe vecchie. "A saperlo, mi cambiavo."
Il Capo lo mise a suo agio con una leggera pacca d'incoraggiamento sulla spalla.
- Entra, entra. Ci sediamo qui. Tagliami i capelli, ma non troppo corti. Non rovinarmi, eh! -
- Capo, io andrei - disse l'altro - ... magari faccio compagnia alla Signora del barbiere. -
- Che Signora? - chiese distratto il Capo.
- Sua moglie: è una gran bella donna. -
- Ah, sì?! E come hai fai fatto a conquistare una bella donna? - rise un po' sgangherato. Beppe pensò: "Questo qui è tutta apparenza. E' un cafone anche lui."
- Vai, ma non combinare guai. - rispose all'uomo.
Beppe non disse nulla, ma si abbuiò tutto Il Capo se n'accorse:
- Va là, scherzavo. Non prendertela mica, eh! - aveva un accento piemontese.
A Beppe non piaceva per niente che il bullo andasse a "far compagnia" a Maria. "Va bene, si disse, Maria si sa difendere". Si rasserenò. "Adesso pensiamo ai capelli di questo qui.
Quando Beppe tornò verso il negozio si sentiva contento: aveva in tasca un gruzzoletto inaspettato e i capelli non erano venuti male. Il Capo era stato contento e aveva detto: - Domattina vieni a farmi la barba. T'aspetto alle nove. -
- Va bene, buongiorno! - e se n'era andato.
Arrivò alla bottega e subito comprese che qualcosa non andava:Maria non era sulla porta, come s'aspettava. Entrò col cuore agitato. La vide subito: abbandonata sulla poltrona della barba, piangeva desolata.
- Che è successo? -
- Quell'uomo ... quel farabutto .. - singhiozzò.
- Che t'ha fatto? - gridò Beppe. Ma vide subito la veste strappata, i capelli spettinati e il viso sconvolto. Capì.
Un'ira antica, salendo dal centro del suo stesso esistere, lo scosse dal profondo; spazzò via i sogni, la mitezza consueta; trasformò i suoi occhi celesti da laghi tranquilli in mare tempestoso. Afferrò velocemente il rasoio del nonno: era affilatissimo, perché Beppe lo molava tutte le mattine, come in un rito beneaugurate. Se lo mise in tasca e, senza dire una parola, corse fuori.
Maria gridò:
- Dove vai? Non fare sciocchezze! -
Ma Beppe non la sentiva più.
La donna andò su di corsa a cambiarsi; si rassettò alla meglio e corse verso l'albergo col cuore palpitante e in mente un cattivo presentimento. Erano passati alcuni minuti; sperava di non aver perso troppo tempo.
Fuori dell'albergo s'era formato un gruppetto di persone. Maria si fece largo e vide atterrita quello che in parte s'aspettava. Una visione orrida, inimmaginabile, teatrale: l'omone, volgare e bullo, giaceva per terra, un rivolo di sangue continuava a uscire da uno squarcio netto e profondo della gola.
Beppe, basito, col rasoio insanguinato in mano, lo osservava esterrefatto, scarmigliato e inoffensivo, in una sospensione di tempo surreale.
La gente intorno taceva impietrita.