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Maria ovvero Libido
( Lisa Massei )
La conosco da una vita Maria. Da una vita vorrei farmela. Lei lo sa. Ci troviamo spesso a casa mia. Vivo da solo in un piccolo appartamento in condominio, qui a Milano. Se l’avessi scopata subito, della serie “Ciao, sono Maria” “Piacere, Francesco” e giù a darsi da fare, beh, sarebbe stato tutto molto più semplice: niente umiliazioni e false illusioni. Dopo un innocuo accoppiamento, saremmo potuti tornare ad essere amici, fingere che nulla fosse accaduto. Adesso non è più così, non si può tornare indietro, non si può cancellare o dimenticare, ma solo e soltanto andare avanti per la piega: la lunga grinza che le cose hanno assunto. Adesso è diverso. E’ diventato un gioco di malizie, un labirinto senza uscita, ma con una sola soluzione, che ansima, che si lamenta flebilmente, gemendo modulata sotto i miei passi. Lei lo sa, ma non sembra averne paura. Sono anni che le mie fantasie fermentano, da acerbi desideri ormai sono diventati maturi frutti da cogliere, frutti il cui odore penetra con dolce insistenza su per le narici, annidandosi fra le fessure del cervello. Il nostro incontro sarà come una morbida albicocca dall’interno soffice e molle, il cui nettare verrà sprigionato nella liberazione. Per tutto questo tempo Maria non ha fatto che passare da un uomo all’altro, sempre continuamente a caccia, con la sua bellezza sfacciata, sfrontata, impudente nei passi e nei movimenti, lasciando scie d’odori, profumi misti al salmastro della sua femminilità accentuata, portata al limite massimo, estremo e carnale. Adesso basta. Sono stufo, sono stanco di frenarmi, è giunto il mio momento, ho deciso che stasera faremo i conti, tireremo le somme e già so che sarà divinamente fantastico, libidinoso fin nell’anima. L’ ho invitata qui da me dicendole che c’erano alcuni dei miei amici che avevo conosciuto durante la mia ultima vacanza a Madrid, ho realizzato tutto alla perfezione, apparecchiando raffinatamente la tavola dell’aberrazione. E ci sono candele che bruciano lente e pazienti nell’ambizione del risultato, e ci sono bicchieri di cristallo che attendono di ubriacarsi del miglior vino proveniente dalla Valle della Vendetta, e piatti di fine porcellana decorata con elegante paziente analisi. Pensare che in tutti questi anni nell’attenderla per un appuntamento non riuscivo a stare nella pelle, mi sarei squarciato la gola e strappata la carne di dosso pur di vederla e perdermi a navigare come un veliero nel mare di castagne dei suoi oceanici capelli che ondeggiavano morbidi e corposi, fino a sfiorarle la fine della schiena, appena al di sopra dei suoi glutei formosi. M’innervosivo al solo pensiero di dover attendere un solo millesimo di minuto di ritardo, boccheggiavo come un cane in corsa, passeggiando in su e giù, in lungo e in largo nel soggiorno, non riuscivo a fare niente, sempre fottutamente impaziente. Provavo ad accendere la TV facendo zapping fra un film, un programma e un TG. Non vedevo le immagini né sentivo le parole: niente, unicamente assorbito dall’attesa di quella cagna, nelle mezz’ore di ritardi più lunghe della mia vita, che mi facevano sentire vile e insignificante, infimo plebeo, nonché l’inutile pedina da impiegare come ripiego negli spazi vuoti. Mi fumavo una cicca dietro l’altra, spengendole nervosamente prima di averle finite, lasciando traboccare il posacenere, riempiendo di fumo, fino a saturazione, fino al disgusto, la stanza. Quindi spalancavo ogni finestra, perché lei, porco d’un cane, mica fumava e poteva darle fastidio! Andava a finire che mi sbattevo sul balcone nella speranza di vederla arrivare alla guida della sua Golf grigio metallizzato. Quando arrivava? Beh, allora si che ero in fibrillazione, nel vederla parcheggiare e uscire dalla macchina con quelle gambe mozzafiato sempre in bella mostra, s’alternavano una dietro l’altra facendo arrapare anche l’asfalto. Ogni volta che schiacciava il campanello sentivo un formicolio salirmi su dalle gambe, provocandomi una fortissima erezione, che sempre dovevo cercare di nascondere, di celare vergognosamente. Adesso è tutto cambiato, la sola attrazione fisica mi lega a lei. La sto attendendo ancora una volta, per l’ultima volta. Maria, penso, il nome stesso mi fa eccitare, ha quel che di Sacro da Sconsacrare, la sua bellezza perfetta da deturpare in un ghigno di sottomessa sofferenza. Anche stasera sarà provocante come al solito, con una delle sue mini sottovuoto, quelle gambe infinitamente perfette, quella faccina dai tratti precisi, né sobri né eccessivamente decisi, ma assolutamente stuzzicanti. Il suo make-up sembrerà nato sulla sua pelle, innamorato esso stesso di lei e delle sue mani che abilmente l’ hanno steso sul volto. Ho anche smesso di fumare, da quando ho preso questa decisione, e se ancora fumassi sicuramente mi godrei la mia cicca in amplesso sulle mie labbra, con tutta la tranquillità di un Re nel suo reame. Assorbito da questi pensieri, dai ricordi e dalle consapevolezze senza ombre di scrupoli, nemmeno mi sono accorto che Maria è già sotto casa, è solo il campanello a dirmelo, per l’ultima volta, la mia erezione si fa sentire con tutta la sua maestosità. Le apro la porta e la lascio entrare con i suoi rumorosi tacchi alti. Non ci sarà nessuna cena, e nessuna chiacchiera e nessuno sguardo o sorriso malizioso, nessun avvenimento o nuova conquista da raccontare, avrai solo da memorizzare me, nello spazio infinito dell’universo. Niente più pedine da spostare nel gioco della tua vita, è finita ogni partita! No, Maria, non ci sarà più niente di tutto questo, né niente d’ogni altra cosa al mondo. La sua bellezza mi dà solo un attimo di esitazione, solo una frazione di secondo, un briciolo di ragione, che viene però subito divorato dall’istinto, avvolto dall’appetito sessuale di pura carne, ciccia, odore di femmina nelle mani d’un maschio risorto, incarnato nella bestia nell’animale primordiale che è. Non è nemmeno più vendetta, ma semplice desiderio, nudo e crudo. Ha solo il tempo di sfilarsi il cappotto e mostrarmi, voltandosi, il suo sedere. Questa sera indossa una mini di raso aderente ed un body in pizzo trasparente che scende con un filo fra le sue natiche. Le strappo la gonna di dosso, senza neanche troppa fatica e con un solo gesto gliela avvolgo alla bocca imbavagliandola, stringendola così forte che sento la sua carne che si apre, che si strappa lacerandosi, sgorgando sangue in due rivoli che densamente le scendono scarlatti lungo la gola. L’odore m’invade e, inferocendomi ancora di più, glielo lecco mentre le tengo ferme le braccia dietro la schiena, per poi morderle il collo fino a farlo stillare sangue. Mi fanno ridere i suoi sciocchi tentativi di divincolarsi dalla mia morsa. Possibile che ancora non abbia capito che è finita? Che adesso è mia e posso farne quel che voglio? Le ammanetto le mani, proprio con quelle belle manette che mi aveva regalato lei nel suo gioco di doppi sensi. Lo ricordo sempre cosa mi disse nel porgermele “Prendile tu, tanto io con Marco ho chiuso, era troppo perverso”. Questo suo raccontarmi sempre ogni particolare indecente, questo suo fidarsi sempre a occhi chiusi, non era amicizia, ma un ritenermi un bamboccio, un modellino da modellare a suo piacimento, un incapace, un povero bonaccione imbecille. Manco s’immaginava lontanamente quel che aveva generato: un mostro aveva generato, un mostro ingrato. La malmenai fino a farla diventare livida e gonfia, fin tanto che non svenne ai miei piedi rantolante fra calci, cazzotti e schiaffi. Non rimase un solo spiraglio della sua bella pelle candida, adesso era solo un abominevole cianotico corpo nudo, un mostro come me, adesso era al mio pari, brutta e sofferente, lacerata fin nell’anima. Solo allora il mio membro tornò a farsi duro, era giunta l’ora di farmela, e ne sarebbe nato un figlio degenere, se non avessi deciso di tirarle il collo, come a una gallina. Ecco così imporsi la fine della specie femminile, la fine dell’esistenza quindi, perché come Maria non c’era altra donna, era lei donna per definizione, e nel vederla immersa nella pozza del suo stesso sangue non provai rimorso poiché l’avevo resa irriconoscibile, non c’era né il riflesso né l’ombra di quel che un tempo fu. Era come se la sua bellezza fosse stata solo una fragile e sottile pellicola, bastava sfregarla appena per scoprirne la deformità, per distruggere i castelli di sabbia che, nel mio essere bambino, avevo creato, creato per distruggere…