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Riflessi malefici
( Demetrio Amatore )

 

 

 

 

1

 

Bruce Charlett era seduto sulla sua comoda sedia girevole foderata in pelle, col busto appoggiato pesantemente all'ampia spalliera munita di poggiatesta. Quest'ultimo era squarciato orizzontalmente e, come i vestiti di Charlett e l'altra gran parte della sedia, inzaccherato da un sinistro liquido rosso cremisi che, date le circostanze, era senza dubbio sangue. Era zampillato ad ampi fiotti anche sulla scrivania di noce, fuoriuscito dal collo privato orribilmente dell'importante estremità. Ormai era quasi tutto rappreso. La testa si trovava ai piedi del corpo, tagliata di netto all'altezza della carotide, in una pozza di sangue semi coagulato. Lo squarcio nel poggiatesta della sedia faceva pensare ad una lama molto grande: una scure, forse.

            <<Gran brutta morte>>, disse lo sceriffo Harris di Castle Rock, nel Maine.

            <<Gran brutto caso>>, replicò Jim Dexter, un investigatore della procura generale del Maine, accovacciato vicino alla testa di Charlett.

            Bob Harris s'avvicinò al cadavere seduto, osservando il moncherino del collo. <<Proprio un lavoretto con i fiocchi>>, commentò. <<Un bel colpo preciso. La lama ha reciso e poi si è conficcata nella sedia.>>

            <<All'apparenza era seduto quando lo hanno decapitato. Un omicidio così è nello stile di Jeff Kurt>>, disse Dexter passando gli occhi dal cadavere a Bob Harris.

            <<Il Boia non ha mai ucciso a domicilio, Jimmy. Però ci ritroviamo due cadaveri senza testa. Uno qui e l'altro nella casa affianco... com'è che si chiama?>>

            <<Derdey, Hermann Derdey>>, rispose Dexter.

            Harris annuendo si recò alla finestra e guardò fuori con uno sguardo di concentrazione. Dove sei bastardo? Dove ti nascondi? pensò. Ti troverò, pazzo assassino!

            Jeff Kurt! Quello sì che era un ragazzo cattivo. Un pazzo furioso che tagliava braccia, gambe, teste... Uccise tredici persone tra l'autunno '84 e la primavera '87, e seppellì i cadaveri -o meglio i pezzi- nel suo beneamato  giardino. Fu incastrato da Jimmy Dexter, a quei tempi ancora un semplice agente e non ancora conoscente di Bob Harris, che in una lotta furiosa ci lasciò il mignolo della mano destra. Adesso Jeff Kurt era a piede libero, dopo essere fuggito dal manicomio criminale della contea da tre settimane. L'incubo a Castle Rock era ricominciato con la scomparsa di tre ragazze. I sospetti caddero immediatamente su Jeffrery Kurt.

            <<Un omicidio, dunque?>> Harris finse ironicamente di sorprendersi.

            Dexter stette al gioco rispondendogli a tono. <<Non credo che si sia tagliato radendosi.>>

            Dopo un attimo di pausa lo sceriffo disse: <<Ricordi il penultimo assassinio, Jim? Ricordi cosa fece a quella ragazza?>>

            <<Si. Hank Smith vomita lo stomaco ogni volta che ci ripensa.>>

            <<Già, era il mio vice all'epoca. Me lo portai dietro quando fu rinvenuto il cadavere.>>

            La ragazza aveva diciannove anni ed era della vicina Rumford. Kurt l'adescò e se la portò in una rimessa di auto abbandonata; quel bastardo aveva il pregio di essere un bel fusto. Dopo averla violentata, la squartò dai genitali allo sterno con un bisturi. Ma il peggio era vedere che le aveva allargato così tanto l'orifizio vaginale, con quell'arnese da chirurgo, da poterci entrare una cadillac. Infine, per mantener fede al suo modus operandi, le tagliò la testa.

            Dexter tirò fuori dal taschino interno della giacca un taccuino ed una penna e annunciò con voce sconsolata: <<Vado a sentire la domestica.>>

            <<Già. E' lei che l'ha trovato>>, commentò tra sè Harris, mentre Jim Dexter usciva dalla stanza. <<Bello spettacolo si è trovata davanti.>>

            La giornata procedette tranquilla. Niente furti, niente gatti di anziane signore intrappolati sugli alberi. L'unica novità a Castle Rock era il ritorno di un pazzo maniaco che si aggirava indisturbato per la città. Il Boia era in agguato.

 

L'indomani i giornali riportavano la notizia dell'assassinio, già data molte ore prima dai notiziari locali. Brutta morte aveva fatto quel pover'uomo... e l'appellativo "povero" era solo un eufemismo. Già, perché Bruce Charlett era stato un cittadino più che benestante. Non certo ricco da accendersi un sigaro con un bigliettone da cento dollari, ma aveva quanto occorreva per condurre una vita agiata. Era un uomo affascinante, di carnagione scura e di media altezza. Non portava baffi nè tanto meno barba, il suo viso era sempre impeccabilmente rasato. Amava però farsi crescere i capelli, almeno quel tanto che bastava a raccoglierli tutti in un piccolo codino dietro la nuca. Per mezzo di investimenti fortunati in borsa e del mestiere di antiquario, aveva messo le spalle al coperto. Aveva così la possibilità, quando le azioni andavano bene, di frequentare prestigiose aste di oggetti d'epoca. Non fu, però, in una di quelle aste da ricconi che comprò una grande specchiera con la cornice in legno scolpito -molto affascinante- bensì in un piccolo negozio nella vicina Motton. L'acquistò per poche centinaia di dollari. Il tizio del negozio, un arabo naturalizzato un po' eccentrico, gli  disse che era stata ritrovata nei sotterranei di Memphis, molto tempo fa. Non stava nella vetrina, con gli altri articoli. Sembrava che quel tizio non la mostrasse apertamente a tutti i clienti che gli facevano visita. Bruce non capì perchè accompagnò proprio lui nel retrobottega per fargliela vedere.

            Il giorno dopo Bruce Charlett fu decapitato e la specchiera venne rubata. Era una di quelle rettangolari a muro (avente per base uno dei due lati più lunghi), molto grande e con decorazioni tutt'intorno sulla cornice. Strane decorazioni, a dire il vero. Si trattava di teschi e serpenti scolpiti in bassorilievo. C'era una bizzarra continuità nel disegno, perchè i serpenti entravano ed uscivano dalle cavità oculari dei teschi, ognuno mordendo la coda di quello davanti. La catena era interrotta sui due lati più corti dove, su ognuno, era rappresentato uno scheletro danzante che brandiva una spada.

 

 

 

2

 

Si svegliò bruscamente nel buio, col respiro affannoso e una sottile pellicola di sudore sul volto. Per un attimo fu assalito dalle vertigini, ed anche se era disteso supino nel letto, ebbe l'impressione di cadere.

            Dio, che incubo! Ma cosa cavolo ho nell'inconscio? pensò Charlett.

            Si mise a sedere al bordo del letto matrimoniale, tastando il pavimento con le dita dei piedi in cerca delle pantofole. Quando le trovò si recò in bagno. Durante il tragitto ebbe un lieve capogiro e gli sembrò di dover vomitare. Probabilmente era colpa dell'alcool che aveva bevuto guardando la televisione, dopo essere rincasato da Motton. Quando arrivò nella stanza da bagno orinò, si sciacquò il viso, ma non vomitò. Poi scese al piano di sotto e andò in cucina, con l'intento di prepararsi una camomilla. Passando per l'anticamera, da dove aveva origine la rampa di scale, gettò un'occhiata all'orologio a pendolo. Erano le 04:36.

            Stava seduto ad aspettare che l'acqua per la camomilla bollisse, e cercò di ricostruire il sogno.

            Incubo, per meglio dire. Era stato una meraviglia di incubo. Roba da non volersi più addormentare per timore che ritorni a rendere lancinante il tuo sonno. Non si dovette spremere le meningi per ricordarlo. Scoprì che era rimasto archiviato nella sua mente come un qualsiasi ricordo reale di vita quotidiana. Non aveva le caratteristiche di una visione onirica scaturita dall'inconscio, e non si esagerava ad attribuirgli il merito di una coerenza quasi filmica.

            Nel sogno si trovava nel deserto, non sapeva quale. Il cielo era grigio, quasi plumbeo, e minacciava pioggia; una circostanza strana, anche se ovviamente, a volte piove anche sul deserto. Bruce vagava  scalzo e con i vestiti stracciati. Si allontanava da un'automobile che stava bruciando, ma lui sembrava non curarsene. D'un tratto ci fu una voce alle sue spalle che lo chiamò. Lui si voltò, ma non vide nient'altro oltre alle fiamme che avvolgevano la macchina. Tornò a rivolgere lo sguardo avanti a sè, nella direzione in cui stava camminando, e si trovò la faccia di quell'essere ad un tiro di sputo dalla sua. Trasalì alla follia ed il cuore gli partì in su, andandogli a battere nella gola con la frequenza del pistone di un treno a vapore. Per lo spavento balzò indietro e cadde a terra. La sua mente per istinto si impegnò, con l'aiuto dei polmoni e della laringe, a fargli emettere un bell' urlo di terrore. Ciò che risultò nell'esecuzione fu una sorta di vagito neonatale. Gli occhi, invece, fecero di meglio: quasi schizzarono fuori dalle orbite.

            L'essere non era un mostro, ma una donna. Ciò che la rendeva mostruosamente atipica era il fatto di apparire completamente carbonizzata. Le si alzavano tutt'intorno dei serpentelli di fumo dalla carne arrostita e spaccata per le orrende ustioni.

            <<Bruce? Sono io, la tua Sharon>>, affermò la donna con aria interrogativa.<<Cosa c'è? Non mi trovi più bella?>>

            Era sua moglie, proprio sua moglie Sharon, morta in un incidente d'auto nel 1988 assieme a William.

            <<Dov'è nostro figlio William?>> gli chiese titubante suo marito.

            Sharon tirò su gli angoli della bocca in un ghigno inespressivo ed idiota, mostrando i denti bianchi di salute in netto contrasto col nero cenere del viso carbonizzato. <<Ma è qui,>> affermò, prendendosi il ventre gonfio tra le mani. <<Non vedi? E' ancora dentro di me, Tesoro.>>

            Suo marito cominciò a piangere. Non solo nel sogno.

            <<Vuoi vederlo, Bruce?>> gli chiese Sharon, e senza attendere risposta aggiunse con voce trasognante e parodica: <<Oh si, Amore. Adesso te lo mostro. Ti faccio conoscere il nostro William!>> Sul ventre le si formò un'assurda crepa, come potrebbe accadere al vaso di creta di una pianta. Urlò, tirando la testa indietro come farebbe una fan alla partita di baseball, dopo che il suo battitore preferito ha effettuato un fuoricampo. La crepa che andava orizzontalmente da un fianco all'altro si spalancò, assomigliando vagamente a mostruose fauci. Qualcosa venne fuori dal corpo di Sharon. Aveva una piccola testa, totalmente glabra e senza volto. Fece scattare in avanti due braccia magre, che si allungarono crescendo a vista d'occhio. E due mani grandi ed avvolgenti piombarono su Bruce, a costringergli la testa e premergli sulle tempie, mentre lui urlava, non sapendo se più per il dolore o per il terrore.

            ...Moun-Urpè... C'era una voce che Bruce udiva chiaramante anche se lontana. Cantilenava

            (...Moun-Urpè...Moun-Urpè...)

 parole incomprensibili. Riusciva a percepirla nonostante le sue urla. Perciò credette che giungesse dal didentro.

            Non sapeva se aveva per davvero gridato, quando si era svegliato in preda al panico. Però guardandosi allo specchio del bagno s'era accorto di aver pianto nel sonno. Si chiese se il mal di testa fosse dovuto alla mezza bottiglia di whisky che si era scolato, o alla cosa che nel finale dell'incubo gli comprimeva le tempie. Bevve la camomilla e rinunciò alla seconda alternativa del quesito. Ubriacarti non ti farà star meglio, si disse. Vedi cosa ti succede nel cervello? Riusciva a non bere per qualche giorno, ma poi si riattaccava alla bottiglia, anche peggio di prima.

            Tornò a coricarsi stringendosi sul petto la foto di Sharon che teneva sul comodino accanto al letto. Rimpianse di non essere stato in macchina con lei quel giorno, di non essere morto assieme a lei ed a loro figlio.

            Pianse per qualche minuto, poi si addormentò chiedendosi perché il suo sogno si svolgeva nel

            (Moun-Urpè)

deserto.

 

 

3

 

La specchiera stava su una parete dello studio di Charlett, dove egli stesso l'aveva appena fissata con l'aiuto del suo vicino di casa ed amico, Hermann Derdey.

            <<Proprio una strana specchiera>>, disse Hermann, ripetendo un'opinione che aveva già espresso. Stava scrutando da vicino quelle sinistre e poco opportune decorazioni.

            <<Da dove viene, Bruce? E' qualche bizzarrìa Mediorientale o che altro?>>

            <<Quello che me l'ha venduta ha detto che è stata ritrovata dalla polizia in un sotterraneo a Memphis nel 1923. Era un covo dove dei terroristi islamici nascondevano armi e bombe per fare attentati. La polizia trovò anche un cadavere senza testa... una giovane donna morta da poco.>>

            Hermann andò verso la cassetta degli attrezzi e vi ripose dentro il martello. <<Erano terroristi psicopatici>>, ironizzò.

            <<Non ti piace?>>

            <<Diciamo che artisticamente è uno schianto, ma come specchiera fa schifo. Attento a non romperla. Penso proprio che con tutte quelle raffigurazioni molto rassicuranti rischieresti ben più di sette anni di disgrazie.>>

            Bruce sorrise, anche se ne aveva sentite migliori di battute da Hermann, e meno ovvie.

            <<Dunque te la tieni. Non la metti in vendita nel negozio?>>

            <<Te l'ho detto. Un pezzo così preferisco tenerlo.>>

            <<Come ti pare.>> Secondo Hermann il suo amico avrebbe guadagnato un bel po' di bigliettoni con quello specchio di cattivo gusto. Molto più di quanto aveva pagato a quell'arabo americanizzato di cui gli aveva detto.

            <<Una birra, Hermy?>>

            <<Una birra, Bruce.>>

            Si sedettero fuori, sul portico della casa. Erano le undici e un quarto del mattino ed il sole di giugno picchiava in un cielo rado di nuvole. La birra fredda che stavano sorseggiando era davvero un toccasana. I due si conoscevano da sedici anni ed erano vicini di casa da tre. Hermann era scapolo. Aveva comprato la casa dal figlio del vecchio colonnello in pensione a cui era appartenuta, il quale adesso stava tirando le cuoia all'ospedale alla veneranda età di novantotto anni. Bruce stava lì ormai da dodici anni. Ne aveva trentasei, due più del suo amico.

            <<Figlio di cagna!>> Hermann teneva aperto tra le mani un quotidiano locale. Rivolgendosi a Bruce proseguì: <<Quel matto di Jeff Kurt: alcuni testimoni lo hanno visto in questo quartiere. E ieri è scomparsa una ragazza che abitava a Hillway.>> La sua bottiglia di birra da un quarto l'aveva poggiata ai piedi della sedia pieghevole. La prese e tirò una bella ciucciata.

            <<Hillway è quattro isolati da qui>>, disse Bruce.

            <<Beh, speriamo di non incontrarlo>>, aggiunse Hermann.

            Tacquero entrambi per qualche secondo. Poi Bruce esordì dicendo: <<Ho fatto uno strano sogno.>>

            <<Erotico?>> Hermann gli scoccò un'occhiata ammiccante.

            <<Ho sognato Sharon>>, rispose Bruce, per niente scalfito dalla scherzosa supposizione.

            <<Ah?>> si limitò ad emettere il suo amico, quasi pentendosi di quella battuta.

            <<C'era anche William>>, continuò Bruce. E iniziò a raccontargli il sogno.

 

 

4

 

Il telegiornale di mezza sera diede degli aggiornamenti sul caso Kurt alias Il Boia, ma a Bruce Charlett non interessava. Fece un veloce zapping col telecomando, poi spense la tivù. Si alzò dal fastoso divano a fiori e disse: <<E' ora.>> Attraversò la camera da pranzo e si recò nello studio. C'era una debole penombra dovuta alla luna ed ai lampioni della strada posteriore alla casa. Quello era il lato ovest. Bruce stette in silenzio ed immobile davanti alla specchiera, come in attesa.

            Nel frattempo il notiziario di Canale 4 era terminato ed Hermann Derdey stava attendendo il film in seconda serata. Quella sera davano American Gigolò su quel canale. Stava sgranocchiando pop-corn, quando ad un tratto sentì un rumore in cucina. Si sollevò stancamente dalla poltrona mentre passava in rassegna i canali sul suo Zenit, cercando di sfuggire alla pubblicità. Abbassò il volume della televisione e si avviò, telecomando alla mano, verso la  cucina.

            Sarà caduto l'apribottiglia, come al solito, ipotizzò la sua mente. Quello cadeva sempre dalla parete ricoperta dalle mattonelle, perché quel cavolo di gancio a ventosa non si attaccava bene. Ma non sarebbe andato a vedere se non avesse avuto l'intenzione di prendersi una lattina di birra. Spinse la porta a molla a doppio battente ed accese la luce. Da destra arrivò, con un sibilo, un'accetta da boscaiolo a tranciargli il polso. La mano destra che stringeva il telecomando cadde in silenzio, proteggendo l'aggeggio nell'urto col pavimento. Il sangue zampillò dal moncherino del polso, mentre i legamenti e i nervi mandavano ancora i loro messaggi di moto alla mano che non c'era più.

            Per circa nove secondi Derdey non si rese conto di non avere più l'estremità. Aveva avvertito solo l'urto di qualcosa contro l'osso ed immediatamente dopo, un formicolio che saliva per l'avambraccio. I suoi occhi non ancora allarmati andarono nella direzione da cui era arrivata la botta.

            Cosa mi è caduto sulla mano?  si chiese. Poi vide gli occhi azzurri di Jeff Kurt, alias Il Boia, luccicanti di morbosa follia. Gridò, raggiungendo tre diverse tonalità crescenti. La prima fu di sorpresa: Cosa ci fa questo stronzo in casa mia?

            La seconda fu di paura: E' Jeff Kurt!

            E poi la paura divenne orrore e si mescolò al dolore. Facendo un balzo indietro, i suoi occhi compirono una ripresa panoramica. Andarono sull'ascia che Il Boia stringeva nella destra. Andarono in basso, sulla mano troncata. Poi sul braccio trasformatosi in una pompa che schizzava sangue. Allora, quasi per associazione di idee, il formicolio divenne dolore. Una fitta tremenda che salì fino al gomito, in una raffica di punture roventi. Infine il suo sguardo ritornò sulla faccia di quel giovanottone di ventinove anni, alto un metro e novantasette e calzante numero quarantasei. Quegli occhi erano tranquilli e perplessi, come per dire: Quante storie, non ti ho mica tranciato tutto il braccio. Il suo volto era serio ed impassibile e senza segno di scrupoli. Era davvero un boia che stava compiendo il suo lavoro. Senza rimorso.

            Derdey fece per voltarsi, con un movimento rigido del busto e delle gambe. I suoi nervi erano tirati come corde di violino. La paura è la peggiore nemica.

            Un coltello!

            Il set di coltelli Guzzini sulla cucina, infilati nel sostegno di legno. Doveva raggiungerli!

            Il coltello, cazzo! Il coltello!!!

            Kurt sferrò un colpo orizzontale con l'accetta che aveva rubato in un capanno per attrezzi. Ad Hermann Derdey partì la testa, che andò a finire nel lavandino, dentro il quale c'era l'apribottiglia, agganciato alla ventosa staccatasi dalla parete.

            Il Boia aveva ucciso a domicilio.

 

 

5

 

Il grido di terrore con tre tonalità che Hermann aveva emesso era arrivato alle orecchie di Bruce e del vicinato. Quella non era una zona molto silenziosa, e considerando che le giornate si stavano allungando e faceva caldo, per via della bella stagione, potevano essere benissimo dei ragazzi che facevano casino. Anche perché l'urlo si era associato al rombo di una Saab con a bordo dei ragazzi... che stavano facendo casino.

            Arnold Choynski che era al volante pensò di fermare l'auto. Gli altri tre pensarono che non erano affari loro e tentarono di persuaderlo a proseguire oltre. Anche i vicini erano di quelli che si facevano i fatti loro.

            <<Solo un'occhiata, ragazzi.>> Uscì dall'auto, si guardò intorno e s'avviò verso la casa di Derdey.

            <<Arnold torna qui, faremo tardi alla festa>>, disse Peter affacciandosi al finestrino posteriore destro.

            <<Lascialo fare>>, replicò John affianco a lui, <<quando si mette una cosa in testa è peggio di un bambino.>>

            <<Già, è proprio uno stronzo>>, confermò Simon sul sedile anteriore del passeggero.

            Arnold giunse alla porta, ma prima di bussare sbirciò attraverso una delle finestre al piano terra. Non era possibile vedere l'interno, perchè la luce era spenta e le tende chiuse. Attaccato alla porta c'era un anello d'ottone, un modello rimpicciolito di quelli che potevano trovarsi ai portoni dei castelli. Il ragazzo lo lasciò perdere e pigiò il campanello elettrico, classico segno di modernità.

            Jeff Kurt non sentiva. Era nel bagno di sopra, a lavarsi le mani. Dopo la terza volta Arnold rinunciò. Stava per andare, quando iniziò a ragionare usando la logica. Se qualcuno avesse urlato perchè in difficoltà, probabilmente sarebbe stato impossibilitato ad andare ad aprire la porta. Decise così che doveva provare dall'entrata di servizio. I suoi amici lo videro aggirarsi tra i cespugli del prato e si chiesero cosa stesse combinando. I raggi della luna piena cadevano netti e vivaci ad illuminare le cose, e persino le foglie sembravano spruzzate d'argento. Poi una grossa nuvola che avanzava velocemente su un immaginario percorso nel cielo cominciò ad aggredire il disco lattiginoso, mettendoglisi davanti. Arnold arrivò sul retro.

            Jeff Kurt aveva deciso di andarsene da dove era entrato. Facendo attenzione a non calpestare Hermann Derdey, puntò alla porta. C'erano doppi infissi con le zanzariere e Kurt sentì il cigolio dei cardini: qualcuno stava cercando di entrare. Posò il suo strumento di lavoro sul pavimento. Esitò un attimo per riflettere alla velocità del suono.

            Il serraporta!  pensò, e come prima mossa gli sembrò buona.

            Era una manopola, tipo quella che regola il volume su un amplificatore stereo. Sperò che non avrebbe fatto troppo rumore. La ruotò delicatamente ed il chiavistello scattò emettendo un piccolo track, che lui giudicò accettabile.

            Arnold Choinsky bussò percuotendo la porta col pugno destro e chiedendo se c'era qualcuno e se lo sentiva. Logicamente non ebbe risposta.

            Kurt stava con le spalle al muro su un lato della porta, ad attendere al buio i risvolti di quella situazione. Teneva tra le mani l'ascia, fresca di un lavaggio con acqua e sapone. Lo divertiva l'idea che probabilmente si sarebbe dovuta inzaccherare nuovamente di sangue. Da come quello lì fuori aveva annunciato la propria presenza, concluse che non doveva essere uno sbirro nè un conoscente della sua vittima. Una vittima che Kurt non conosceva neanche di vista.

            Olivia. Ecco perchè era andato in quella casa, per far visita ad Olivia. Ma al suo posto aveva trovato Hermann Derdey, pazienza. Si ricordava benissimo che Olivia abitava lì, e che chiacchieravano tornando da scuola. La sua ultima festa di compleanno, sì, quella dei diciotto anni; avevano la stessa età. Quello che non ricordava era che l'aveva uccisa. Un normale giorno d'estate uscirono con l'auto dai confini della città e si fermarono sul ciglio di una stradina secondaria vicino al bosco. Cominciarono a pomiciare e Jeff era ormai sicuro di averla: per entrambi era la prima volta. La ragazza però si tirò indietro, e Jeff se la prese a male. Così tanto da strangolarla.

            Oltre il bordo della strada c'era un breve tratto in discesa che costeggiava i binari ferroviari. Jeff udì il fischio del treno, prese di peso Olivia e la gettò di sotto. Capitò distesa sul fianco destro accanto alla strada ferrata con la testa  poggiata su una rotaia, pronta ad essere tranciata. Il macchinista la vide solo all'uscita della curva.

            Arnold ruotò il pomo della maniglia della porta. Inutile.

            <<Cosa diavolo stai facendo?>>, chiese una voce alle sue spalle, facendolo trasalire.

Era quella di Peter. Con lui c'era anche John. Simon era rimasto a far la guardia alla macchina.

             <<Allora rompiscatole, andiamo?>> domandò John.

            <<Okay ragazzi, okay. Andiamocene.>>, acconsentì Arnold. E mentre tornavano all'auto i suoi due amici gli dissero che quell'urlo se lo erano sognato. Una bella allucinazione uditiva di gruppo, causata dai spinelli che avevano fumato.

 

 

6

 

E Bruce Charlett?

            Bruce non sentì niente, anche se l'urlo era arrivato pure alle sue orecchie. Stava ancora immobile, anzi imbambolato, in piedi davanti alla specchiera. Adesso aveva gli occhi chiusi e stava alzando le braccia, aperte. Le fermò un po' più su delle spalle, con i palmi delle mani rivolti verso l'alto. Inalò dal naso, riempiendosi di aria. Poi, aprendo la bocca, cacciò un'alitata. Il fiato gli puzzava di marcio.

            E parlò... <<Zort, oh grande Spirito Guerriero!>> ...con una voce... <<E' un tuo servo che t'invoca>> ...che non era la sua.

            Aveva parlato come farebbe un ventriloquo, ma con la bocca aperta. Era una voce dal timbro basso e con tonalità chiuse, ed era pervasa di sommessi ruggiti malefici. Sembrava quella di Linda Blair ne L'esorcista.

            <<Dopo tante ricerche  ho ritrovato la porta per il tuo regno. Illuminami! Ordinami! La strada è libera. La Luna è in tuo favore.>>

            Era una bella serata di fine giugno con una grande e pallida luna piena.

            Favorevole.

            Il plenilunio era favorevole per Bruce Charlett (o chi per lui), come lo sarebbe stato per un licantropo. Intanto continuava a parlare (a bocca aperta) con quella voce estranea. Usava un linguaggio strano e incomprensibile, una lingua antica o forse sconosciuta. Dalla cadenza poteva trattarsi di un'invocazione. Invocazioni. Come quelle che si fanno alle sedute spiritiche o nelle sette sataniche.

            Azzittì.

            Le cavità oculari dei due scheletri danzanti, raffigurati sulla cornice dello specchio, si accesero di lucette rosse. Dalla bocca dell'uomo spuntarono due antenne bianche come quelle delle lumache, ma ben più grandi, e una testolina grande quanto il pugno di un ragazzino sui quattro anni, con la pelle che sembrava fatta di lattice bianco. Aveva una piccola bocca che era un semplice taglio sotto due occhietti neri e inespressivi. Niente naso o fori che facessero pensare a narici. Sgusciò dalla bocca di Bruce per un altro palmo, e mostrò altre piccole spaccature sui lati del collo: erano branchie per la respirazione.

            Una spessa linea luminosa di colore rosso comparve a dividere perpendicolarmente lo specchio in parti uguali. Le braccia di Bruce andarono giù lentamente. La cosa che s'affacciava dalla sua bocca come un'orrenda protuberanza emise un verso breve, assomigliante al gracchiare della cornacchia, dilatando il piccolo taglio e mostrando la dentatura composta da due file di aculei metallici.

            La linea luminosa s'allargò progressivamente e ugualmente verso destra e verso sinistra, cambiando ritmicamente colore ad intervalli di un secondo ed illuminando stroboscopicamente la stanza. Quando la superficie speculare fu interamente una sorgente di luce, questa si spense di botto.

            <<Eccomi, sono Zort: padrone della Città Perduta delle Sette Colonne.>> Una voce tuonante provenne dalla parte dello specchio. Era una figura tutt'immersa nell'ombra, ma di cui si distingueva la sagoma, grazie alla fioca luce esterna che entrava dai vetri della finestra. Tenendo conto della posizione degli occhi, i soli che si vedevano bene nel buio visto che assomigliavano a tizzoni ardenti, doveva essere alta più di due metri. Zort era una delle divinità malefiche più antiche del pianeta Akab, nel sistema di Proxima. Il suo pantheon era la Città Perduta delle Sette Colonne nell'impraticabile deserto Moun-Urpè, ovvero "Sabbia Marcia".

            Il contrasto tra luce ed ombra era dettato dalla grande finestra, nella cui portata si trovava Charlett.

            <<Cosa vuoi da Zort, piccola creatura del pianeta Akab?>> chiese il gigante.

            La creatura rientrò nella bocca di Bruce Charlett, giù per la gola dalla quale fuoriuscì una fiatata di espirazione. Per parlare avrebbe dovuto usare la telepatia, irradiando pensieri per mezzo delle sue antenne da lumaca, ma visto che si trovava preferiva comunicare usando l'apparato vocale di Bruce.

            <<Come voi sapete,>> cominciò l'uomo, muovendo le labbra questa volta,<<la razza degli Akabniani giunse su questo pianeta migliaia di anji or sono per colonizzarlo. Dopo la caduta del grande meteorite che segnò la scomparsa dei dinosauri, anche molti dei nostri antenati non sopravvissero. Ma altri riuscirono ad  adattarsi al nuovo ecosistema ed a perpetrare la razza. Poi siamo vissuti nell'ombra come parassiti, occupando i corpi degli umani.>> La creatura sentì di non riuscire a mantenere più l'equilibrio del corpo che stava occupando.     Un akabniano può occupare  il corpo di un umano o animale massimo per un mese. Poi si verifica una situazione di rigetto da parte dell'organismo ospitante, che porta o ad un arresto cardiaco o ad un ictus cerebrale. Il mese in quel caso era passato da tre giorni. Fortuna che Bruce aveva la pelle dura. L'alieno adesso lo stava tenendo in una specie di trans. In questa situazione era lui che comandava. L'ordine del momento, ai centri nervosi del cervello dell'uomo, fu di sedersi. Bruce Charlett si diresse, aprendo gli occhi per vedere la strada, alla sedia della scrivania e si accomodò.

 

 

7

 

Questi alieni non erano dotati di un corpo che avrebbe potuto svolgere delle mansioni, come quello dell'Uomo. In compenso sapevano adoperare la loro mente al cento per cento e quindi sfruttare i poteri ad essa annessi. Uno di questi era la telecinesi, e ne usufruivano come se rappresentasse le loro gambe e le loro braccia. Così avevano potuto costruire le loro macchine tecnologiche e le astronavi: sofisticati aggeggi che portarono alcuni di loro sino alla Terra.

            Gli akabniani avevano in progetto la conquista del Pianeta perché, quando vi giunsero, questo era abitato solo da esseri con intelligenza inferiore, e quindi pensarono di averlo in pugno. Adesso era giunta l'ora di prendersi la rivincita sull'uomo che aveva ottenuto il predominio assoluto.

            Come i terrestri, anche gli akabniani hanno i loro Dei. Durante il Medioevo (proprio loro dettero origine alla stregoneria) dettero vita alla setta de I conquistatori. Naturalmente gli adepti erano umani i cui corpi erano abitati dalla razza extraterrestre. Il mezzo per mettersi in contatto con Zort, il loro Maestro, era uno specchio costruito da tre alchimisti, bozzoli di altrettanti akabniani. Le raffigurazioni in stile esoterico sulla cornice avevano  valenza  simbolica. I teschi rappresentavano le teste umane dovute in sacrificio a Zort per aver chiesto la sua  presenza. I serpenti erano gli alieni; questi formavano una catena in segno di fratellanza e soggiogavano l'Uomo (infatti i teschi erano legati alla catena). Infine gli scheletri danzanti rappresentavano gli Uomini che un giorno avrebbero acclamato la venuta di Zort. L'umanità sarebbe stata convertita alla sua adorazione.

            La specchiera venne  perduta e poi  ritrovata a distanza di secoli. L'ultima volta fu usata da quei terroristi islamici, umani-akabniani, custodi delle formule magiche e delle pratiche settarie de I conquistatori. Arrestati poi nel 1923, come il padrone del bazar aveva raccontato a Bruce, e Bruce ad Hermann. Le forze  akabniane nel frattempo erano maturate sempre più. Con il progressivo indebolirsi della fede religiosa nell'Uomo, questo sarebbe  stato vulnerabile e le forze malefiche aliene avrebbero vinto.

            La specchiera, venduta in varie aste, passò attraverso gli anni per molte case lussuose i cui proprietari finirono tutti in disgrazia. In seguito finì ad impolverarsi in quel negozio a Motton, dove casualmente

            (???)

 l'antiquario Bruce Charlett la trovò.

            <<Arriva al punto piccolo essere. Cosa vuoi da me?>> proruppe Zort, sempre celato nell'ombra.

            L'antiquario dal colorito paonazzo stava appoggiato al largo schienale, con le braccia inerte sui braccioli. Con la voce da posseduto disse che aveva invocato Zort per proporgli la conquista del pianeta Terra. Gli akabniani sotto la guida del grande dio guerriero avrebbero soggiogato l'umanità intera. La proposta per Zort era allettante, anche in vista delle molte anime di vittime sacrificali umane che avrebbe ottenuto. A partire da quella che gli sarebbe stata concessa tra breve, per ricambiarlo del suo disturbo.

            Zort si mosse, uscendo dall'ombra e apparendo nel fascio di luce della finestra. Questo essendo obliquo, ed essendo la figura di lui alta e ad una certa distanza dalla finestra, riusciva solamente a tangere il volto ed illuminare il lato sinistro del busto. Si poteva sbirciare il mento allungato e le fauci ghignanti da cui luccicavano alcuni rappresentanti della irrassicurante dentatura inferiore. Il resto del volto, ad eccezione degli occhi infuocati, poteva essere solo supposto.

            Andando in basso con lo sguardo era visibile il braccio sinistro, nudo e muscoloso, e la mano grande ed artigliata. La gamba era anch'essa muscolosa, come quella di un corridore. La pelle aveva una naturale abbronzatura marrone. Dietro la spalla una grande ala da pipistrello contratta come un ombrello chiuso. Fece un altro passo e si poté scorgere anche quella destra. Indossava un'armatura che escludeva gambe e braccia, ad eccezione di quello destro, il quale era rivestito di una corazza con una fila di aculei sull'avambraccio. Nella mano stringeva una scure che mandava bagliori di riflesso alle pareti.

            Zort, espirando dalle fauci un ruggito sommesso, si mosse ancora verso Bruce.

 

 

8

 

Il Boia aveva deciso di far visita anche a Mr. Charlett.

            Entrò dalla porta di servizio che Bruce, come Hermann, non aveva ancora chiuso a chiave. Questa volta non ci fu nessun rumore in cucina, nè altrove. La casa era completamente buia. Allora Jeff Kurt, torcia e accetta alla mano, con passo felpato incominciò a salire la scalinata. Al piano superiore avrebbe forse trovato le camere da letto con i componenti di una bella famigliola addormentata. Allora, stando attento a non disturbarli, avrebbe preso le loro teste, come aveva fatto poco prima con quell'altro tizio.

            Era stato ad aspettare tra i cespugli se fosse arrivata la polizia. Niente da temere viso pallido, lo sceriffo non avrà la tua pelle tanto facilmente, non ancora. Prosegui la tua nefasta caccia. La notte è lunga.

            Fuori ad attenderlo c'era il suo

            (cavallo)

furgone Ford, che rubò subito dopo l'evasione.

            D'un tratto in una delle stanze al piano terra ci furono alcuni flash di luce, poi più nulla. Jeff vide i bagliori perché la porta era socchiusa: si trattava dello studio di Charlett. Discese i pochi gradini che aveva scalato e si diresse da quella parte. Si fermò sulla soglia e scrutò la stanza con la torcia. Era una di quelle da minatore e faceva una gran luce. L'aveva presa assieme all'accetta in quel capanno per attrezzi.

            Fece luce verso la scrivania e vide Bruce Charlett seduto e senza testa, come lo avrebbe trovato la domestica la mattina dopo, di ritorno da un funerale fuori città. La concorrenza lo aveva preceduto. Ed ora se n'era andata da dove era venuta.

            C'era qualcosa sul tavolo. A primo acchito Jeff pensò che fosse la testa dell'uomo. Non dovette cercare l'interruttore ed accendere le otto lampadine del lampadario settecentesco per vedere meglio cosa fosse. Dopotutto la sua torcia illuminava fin troppo bene quella cosa che adesso stava muovendosi sul tavolo. Una specie di lumacone senza corazza dorsale e con dei tentacoli che flettevano da tutte le parti.

            Jeff fece due o tre incerti passi verso quella cosa. L'akabniano l'aveva ipnotizzato soggiogandolo col suo potere di controllo mentale telepatico. Usò alcuni dei suoi tentacoli per sollevarsi dal tavolo, e con un balzo lo assalì.

 

 

9

 

Undici giorni dopo l'assassinio di Bruce Charlett ed Hermann Derdey, l'investigatore della procura generale Jim Dexter telefonò allo scheriffo Harris. Erano le tre e mezza di notte.

            <<Chi parla?>>

            <<Bob, notizie grosse!>>

            <<Sei tu, Jimmy? Ma sei proprio idiota!>>

            <<Okay, sceriffo. Sarò anche idiota, ma adesso smetti di dormire ed apri bene le orecchie.>>

            <<Cosa c'è?>>

            <<Hanno acciuffato Kurt>>, annunciò Dexter. <<Circa un'ora fa.>>

            <<Ho capito bene? Jeff Kurt?>>

            <<Si, amico mio. Ti sto chiamando dall'auto, col cellulare. Preparati che passo a prenderti.>>

            Quando arrivarono all'ospedale dove avevano portato il cadavere di Kurt, ad accoglierli ci fu l'agente Salazar, assieme ad altri colleghi. Era stato lui a trovarlo. Mentre stava compiendo il suo giro di pattugliamento vide un furgone Ford accostato al marciapiede, col motore acceso ed i fari spenti. Lo incuriosì, perchè quello stesso modello era stato rubato ad un tizio di sua conoscenza. Così fermò l'auto di pattuglia ed aspettò, spegnendo anche lui tutte le luci per mimetizzarsi meglio nell'oscurità. Non sapeva con certezza se il Ford era davvero quello rubato, era impossibile controllare la targa da quella distanza e con quel buio. Stando seduto nell'abitacolo scese con la mano destra sul revolver d'ordinanza, e sbottonò il clip della cinghia che teneva l'arma fermamente incapsulata nel fodero del cinturone. Si protese verso destra, aprì il portellino del cruscotto e dal vano portaoggetti prese una torcia da perlustrazione notturna. Cominciarono a sudargli i palmi delle mani. Infilò il manico della torcia in un anello di cuoio sulla sinistra del cinturone. Trasse un bel respiro profondo per cercare di rilassarsi ma non ci riuscì, e non ne fu sorpreso.

            Aprì lo sportello e smontò dalla macchina, poi lo chiuse senza fare eccessivo rumore. Il tutto senza staccare gli occhi dal furgone. Avvicinandosi al veicolo sospettato sfoderò la pistola e tolse la sicura. Si preparò ad ogni evenienza, tenendo l'arma con la canna rivolta verso l'alto. Arrivato al furgone controllò i finestrini: era vuoto. Poi si abbassò davanti alla parte anteriore, prese la torcia, la accese e lesse la targa. L'agente Salazar la memorizzò, spense la torcia, e senza riporla corse alla macchina e chiamò la centrale alla ricetrasmittente.

            <<Sono Salazar>>, disse all'apparecchio, col suo accento portoricano. <<Per favore Michael, controllami una targa.>>

            <<Okay,>> rispose la voce maschile all'altro capo, <<dimmi pure.>>

   Anthony Salazar gli dettò la targa.

            Dopo qualche secondo Michael comunicò: <<Il computer dice che appartiene ad una LTD immatricolata nel 1971.>>

            Gran figlio di buona donna, pensò l'agente della persona che aveva incasinato la targa. <<Bene Michael, se tra cinque minuti non ti richiamo fammi il favore di avvertire qualche volante. Forse ho trovato dei ragazzi cattivi.>>

            <<Dove sei, campione?>> chiese la voce di Michael, che usciva dal ricevitore della ricetrasmittente sovrapposta a qualche scarica.

            Salazar gli comunicò l'indirizzo. Poi, sempre con torcia e pistola alla mano, andò nuovamente verso il Ford. Questa volta passando dette un'occhiata alla targa posteriore: era uguale all'altra. Il mezzo si trovava difronte ad una delle case sul lato est della strada, con la fiancata destra in linea con un breve vialetto costeggiato da cespugli. Al di là c'era il giardino recintato e la porta d'ingresso della casa. Anthony Salazar notò delle impronte di fango lasciate da scarpe con la suola di caucciù. Si potevano vedere i "battistrada" della scarpa stampati sull'asfalto. Le orme partivano dal furgone e puntavano sino alla casa.

            E va bene, adesso tocca a te, si disse Salazar. Facendo luce entrò nel vialetto e provò il cancello che c'era alla fine: era aperto. Arrivato alla porta d'ingresso si guardò intorno facendo vagare la torcia; più che uomini aveva timore di trovarci qualche cane a fare la guardia. Dando una rapida occhiata all'orologio, vide che erano passati due minuti dal contatto con la centrale. Probabilmente bussando alla porta l'avrebbe aperto un onesto cittadino americano, contribuente e lavoratore, incazzato nero per averlo svegliato mentre stava sognando di fare sesso con Miss Giugno di Playboy. Ma c'era qualcosa che non andava e doveva vederci chiaro. Nascose la mano che impugnava l'arma dietro la coscia destra e col pollice sinistrò spinse il pulsante del campanello.

            Attese, ma non ci fu risposta.

            Esitò a suonare per la seconda volta, era un tantino imbarazzato. Poi affondò nuovamente il pollice ed il campanello trillò ancora. Quasi immediatamente si sentirono degli scatti di serrature dalla parte interna della porta, e la porta si aprì. Secondo Salazar, visto l'ora tarda, chi gli stava aprendo avrebbe dovuto cautelarsi chiedendo: <<Chi è?>> Ma Jeff Kurt aveva visto dallo spioncino che era un uomo in divisa da poliziotto. E a lui piaceva molto giocare con i poliziotti.

            <<Sono l'agente Anthony Salazar>>, disse mentre vedeva la porta aprirsi lentamente.

D'un tratto Kurt la spalancò. Con una mano teneva, per i capelli, una testa mozzata di donna. Nell'altra aveva una carabina.

            Successe tutto in un lasso di tempo brevissimo. Kurt lanciò la

            (palla)

testa all'agente. Salazar la respinse per istinto col braccio sinistro, mandandola a finire sul prato. Puntò la pistola sulla faccia di Kurt, ma quello lo anticipò e gli sparò una fucilata, prendendolo dritto al petto. L'agente cadde sul prato con un grosso buco sulla camicia d'ordinanza.

            <<Quella testa appartiene all'ex-padrona. Adesso la casa è mia>>, affermò Kurt con un sorrisetto satanico. <<Ho vinto io, poliziotto! Vado a prendere la paletta e la scopa>>, aggiunse immergendosi nel buio della casa.

            Anthony Salazar non era morto. Ciò non era da attribuirsi ad un miracolo, ma solo al giubbetto antiproiettile che indossava sotto la divisa. Certamente c'era del sangue. Da quella distanza una ferita superficiale era inevitabile, ma niente di grave. Arrancò inalando aria a fatica, con la bocca aperta. La cartuccia della carabina gli aveva dato una gran botta al plesso solare, mozzandogli il respiro. Aveva l'impressione che i polmoni stessero per inplodere.

            Dopo che la respirazione gli si ristabilì, si tirò su e raccolse la pistola. Fece  una smorfia per il petto ancora indolenzito e farfugliò: <<Che gran bastardo>>, riferendosi a Jeff Kurt. Non lo aveva mai veduto di persona, ma l'aveva riconosciuto immediatamente per via delle foto segnaletiche. Guardò con le sopracciglia aggrottate il buio oltre la soglia d'ingresso, stese le braccia in avanti impugnando il revolver con entrambe le mani ed entrò in casa. Non valeva la pena scomodarsi per cercare l'interruttore della corrente elettrica. Se avesse acceso la luce, Kurt avrebbe capito di essere ancora minacciato. Procedeva a passi lenti, con ai piedi le scarpe nuove che gli sembravano tenaglie. Sarebbe stata una rogna se all'improvviso avesse dovuto correre. Brancolava nel buio chiedendosi dove cavolo s'era cacciato quel pazzo assassino. All'improvviso ripensò a ciò che "Mr. Psyco" aveva detto dopo averlo sparato. Ho vinto io, poliziotto. Vado...

            Vado? Vado, dove? Non ricordava... dove, cavolo dove? Forse era colpa dello shock momentaneo che aveva avuto. Infatti non gli sembrava di non ricordare, ma di non aver udito assolutamente il seguito della frase.

            E' al piano di sopra, ipotizzò mentalmente Salazar. Puntò la pistola in su e le braccia formarono un angolo ottuso con il corpo. Tenendo quella posizione e spostandosi verso sinistra, come farebbe un granchio, vide una porta spalancata. L'attraversò con cautela, stavolta facendo luce con la torcia, e si ritrovò nel garage. C'era una debole penombra perchè lo sportellone era aperto. Gli sembrò di vedere un'ombra muoversi e puntò di scatto da quella parte. Aveva i nervi tirati ed era ipersensibile. Il fiato gli usciva dalla gola in un lieve sibilo, e sudava freddo. Ispezionò velocemente il garage ed in un angolo trovò una grossa cosa piatta e rettangolare coperta da un telo.

            Jeff Kurt era sopra la sua testa. C'erano due tubi dell'impianto idrico che viaggiavano lungo il soffitto, a una certa distanza da questo. Tra loro la distanza era più o meno di un metro e ottanta. Kurt stava teso a faccia in giù tra i due tubi: ad uno era aggrappato con le mani, all'altro era agganciato con i dorsi dei piedi.

            Salazar si mise la torcia sotto l'ascella destra per liberarsi la mano sinistra, che allungò per tirar via il telo. Jeff Kurt venne giù con mostruosa agilità ed atterrò alle spalle del poliziotto, ammortizzandosi nell'atterraggio piegando le ginocchia . Uno stile che emulava quello dell'Uomo Ragno. Atterrò silenziosamente, come farebbe un grillo su una foglia. Come diavolo aveva fatto poi, a salir fin lassù?

            L'agente Salazar s'accorse della sua presenza pochi secondi dopo. Si girò di scatto emettento un grugnito sommesso, pronto a sparare. Kurt si ritrovò la canna della .45 d'ordinanza sul naso. Con un gesto della mano destra, rapido come un gancio di Mike Tayson, afferrò il polso del poliziotto e scansò la 'sputafuoco' dalla sua faccia, verso sinistra. Partì un colpo, che andò a finire nella parete. Salazar mandò un piccolo grido di disperazione, mentre il suo avversario ne emise uno di vittoria.

            <<Sei finito, poliziotto>>, annunciò Kurt, e lo spinse sul muro. Quello andò a sbattere violentemente col tallone destro contro l'oggetto coperto dal telo. Si udì un rumore di vetri infranti. Sotto il telo c'era la specchiera dell'antiquario Bruce Charlett.

            <<Noooo!!>>, urlò Jeff Kurt a gran voce, mettendosi le mani nei capelli.

            L'agente Anthony Salazar sparò, spedendogli tre proiettili al torace. Lo vide cadere e stramazzare al suolo. Tenne gli occhi fissi su di lui aspettandosi di vederlo incredibilmente rimettersi in piedi, come nel finale di un film horror, ma Kurt rimase inanimato sul pavimento d'asfalto del garage.

            <<T'ho fregato, bastardo>>, farfugliò il poliziotto stando in piedi accanto al cadavere. Il Boia era morto.

            Sentì le sirene avvicinarsi. I cinque minuti fissati da lui per contattare la centrale erano passati da un pezzo. Michael, il centralinista, aveva mandato i rinforzi. Troppo tardi ragazzi, la festa è finita. Per loro c'erano solo i cadaveri da raccogliere; quello di Kurt e quello della donna che aveva decapitato prima dell'arrivo di Salazar. Il suo corpo martoriato era giù in cantina, la sua testa sul prato. Per merito del Charles Bronson della settimana quella sarebbe stata l'ultima vittima, di tante innocenti trucidate da quel bastardo. Anthony Salazar aveva cancellato, da solo, una piaga della società grande quanto la faglia di Sant'Andrea.

            Fu ancora incuriosito dall'oggetto sotto il telo. Andò a scoprirlo. Una specchiera rotta.

 

 

10

 

Bob Harris, Jim Dexter e l'agente Salazar entrarono nell'obitorio. Il cadavere era steso supino sul tavolo al centro della stanza, coperto da un lenzuolo bianco macchiato di sangue. C'erano altri due ripiani più in là: erano sgombri. Jeff Kurt era in compagnia di due dottori, uno più giovane dell'altro. Quello stagionato poteva avere poco più di cinquant'anni, era di colore e si chiamava Niceman. L'altro era sui ventinove e di cognome faceva Taylor. Lo sceriffo e l'investigatore si presentarono ai due, Salazar li aveva conosciuti precedentemente.

            <<E così questo è il nostro uomo>>, disse Harris alludendo al morto.

            <<Signori, noi abbiamo ricevuto l'ordine di eseguire l'espianto del cervello di quest'uomo>>, esordì il dottor Niceman, quello con più anni di esperienza.

            I tre uomini della legge gli mandarono un'occhiata interrogativa.

            <<Cervello? Cosa ve ne fate del cervello di questo bastardo?>> chiese Dexter.

            <<Questo non ve lo possiamo dire>>, intervenne Taylor, il giovane dottore. <<Non fraintendete, non si tratta di segreto professionale. E' qualcosa più in alto di voi, signori.>>

            <<Servizi Segreti?>> ipotizzò Harris.

            <<Può essere>>, rispose Niceman. Poi continuò: <<Se volete dare un'occhiata al corpo...>>, fece cenno di accomodarsi. <<Dopo devo pregarvi di abbandonare questa stanza.>>

            <<Certo che la diamo un'occhiata.>> Lo sceriffo aveva assunto un tono d'impazienza. S'avvicinò al tavolo, seguito dall'investigatore Dexter. L'agente Salazar rimase più in là: l'aveva visto già abbastanza. Niceman restò dietro ai due tutori dell'ordine, mentre Taylor dall'altro lato del tavolo tirò via il lenzuolo, scoprendo il corpo dalla testa sino all'addome.

            <<Hai fatto proprio un bel lavoro, Anthony>>, disse lo sceriffo senza voltarsi verso l'interessato, ma guardando il cadavere.

            <<Grazie, signore.>>

            <<Bene Bob, adesso possiamo anche andare,>> disse Dexter, <<cosa ne dici?>>

            <<Okay Jim, okay.>>

            Dexter si rivolse ai due dottori: <<Lieti di aver fatto la loro conoscenza, signori.>>

            I due ricambiarono il saluto.

            Stavano uscendo, quando Harris si voltò e disse: <<Dite a chi vi comanda di non fare giochetti strani col cervello di quell'uomo.>> Stava parlando seriamente e con tono grave. <<Non vorrei ritrovarmi tra i piedi lo zombie di Jeff Kurt.>>

            <<Lei vede troppi films dell'orrore, signor Harris>>, gli rispose Niceman.

            <<Andiamo Bob>>, esortò Dexter, ed i tre tutori della legge andarono via. Gli agenti arrivati all'ospedale con Salazar e rimasti ad aspettare fuori dall'obitorio, andarono anch'essi via.

            Qualche minuto dopo il dottor Niceman stava abbassando una sega chirurgica sulla fronte di Jeff Kurt, mentre una videocamera manovrata dal dottor Taylor documentava l'operazione. La lama rotante girava velocemente, emettendo un fastidioso ronzio. Probabilmente tanto fastidioso che persino i morti resuscitavano per protestare. Questo era uno dei motivi per spiegare l'improvviso ritorno di Jeff Kurt alias il Boia. Egli fermò la sega del dottore a pochi centimetri dalla sua fronte, afferrandogli il braccio con la mano sinistra. Spinse in su, mettendosi contemporaneamente a sedere, e costrinse Niceman a sfregiarsi la parte destra della faccia. Il sangue schizzò fuori come acqua da un'insenatura nella roccia. Il Boia lanciò un'occhiata a Taylor, impietrito e inconsapevole di reggere ancora l'inquadratura con la videocamera in funzione. L'arnese penetrò a fondo, stridendo contro l'ossatura del teschio di Niceman. Tra i denti del disco capitò l'occhio destro, che partì fuori dall'orbita come un proiettile, compì una parabola nell'aria e cadde a più di due metri di distanza. Si fermò dopo aver rotolato per un po' sul pavimento, lasciando una scia di sangue e piccoli grumi di materia cerebrale. Ci fu un'orrida confusione uditiva creata dal rumore della sega e dalle grida del dottor Niceman.

            Taylor gridò aiuto. Indietreggiò ed inciampando cadde a terra. Nei pressi dell'obitorio, a quindici metri dall'ospedale, non c'era nessuno a portata di udito.

            Jeff Kurt tirò a se il braccio destro di Niceman che teneva ancora saldamente con la mano sinistra, e fece pressione con l'altra mano sulla spalla dell'uomo. Il disco della sega venne fuori dal volto sfigurato, strappando via delle fibre. Strattonò più forte ed il braccio si staccò dalla spalla come un grissino. Il dottore cadde a terra come un burattino.

            Kurt smontò dal tavolo operatorio, dalla parte di Taylor che adesso piagnucolava seduto sul pavimento. Brandiva l'arto tra le mani come fosse un'arma con all'estremità una inquietante lama ruotante che emetteva un monotono rumore di morte. L'arnese chirurgico era ancora stretto nella mano, ormai priva di vita, del dottor Niceman.

            Taylor scuoteva lentamente e stupidamente la testa, piangendo con un lamento sommesso: stava visibilmente impazzendo dalla paura.

            <<Io sono Zort>>, annunciò Jeff Kurt standogli davanti. <<Tu ci sarai utile, umano.>> Spalancò la bocca e tra le bave di saliva sgusciò fuori il suo fedele servitore.