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L’ultima fermata

( Giovanni De Matteo )

 

 

Alle 6:37 della mattina del 10 gennaio, l’Intercity 578 Taranto - Roma Termini scomparve dagli schermi del Controllo Traffico Regionale delle Ferrovie dello Stato. A Potenza scoppiò il finimondo: riaprendo gli occhi sonnecchianti, i due addetti al turno di notte si scambiarono sguardi increduli mentre sui rispettivi monitor una luce rossa lampeggiava sempre più lentamente, e sempre più tenue. Altri venti minuti, pensarono all’unisono, e sarebbe stato affare dei colleghi

   Al Controllo Centrale di Roma le telefonate e i fax innescarono un putiferio apocalittico: mentre i macchinari vomitavano quintali di richieste di ragguagli e oscure e macchinose spiegazioni – tentativi facilmente inquadrabili in una sovversiva congiura volta a destabilizzare l’ordine antelucano degli uffici – i dipendenti presero a fare la spola tra i diversi settori.

   L’ing. Alessandro Nigro aveva trascorso l’intera nottata immerso in un diagramma di flusso non ancora del tutto stabile, nel tentativo di sbrogliare con il non trascurabile ausilio automatico fornito dal progresso una delle tante annose piaghe del sistema ferroviario: la distribuzione del traffico sulla rete nazionale. L’ottimizzazione dei percorsi era un requisito indispensabile al raggiungimento dell’efficienza nei collegamenti. Questo lo sapeva bene, l’ing. Nigro, ed era proprio nel tentativo si sbrogliare l’intricata matassa entro i termini utili per la consegna del lavoro, fissati al 20 del mese, che aveva passato la notte in ufficio, sommerso dal rumore bianco dei simulatori, dalla stanchezza e dal ronzio frusciante delle ventole di raffreddamento che accudivano il complicato armamentario elettronico che lo circondava. Ed era in ufficio che si trovava, allorquando un tramestio irruente e autoritario si impadronì della sua attenzione, dissipando la quiete surreale dei corridoi deserti con tutta la rude urgenza della realtà.

   Non ci mise molto ad apprendere dalle figure che si aggiravano spettrali nel Palazzo dell’avvenuto deragliamento.

   La sirena dell’Allarme Rosso cominciò a riecheggiare lungo i corridoi ciclopici e le atlantidee trombe di scale quando lui aveva ormai quasi raggiunto la Sala del COCN, il Centro Operativo del Controllo Nazionale. Che la situazione fosse critica, lo si poteva facilmente intuire dal numero di volti allarmati che andava incrociando attraverso il Palazzo. Aveva la vaga sensazione che presto, appena concluso il traumatico risveglio a tempo di record, grazie al canonico clistere di panna e caffè, ai volti noti si sarebbero aggiunte le faccione sconosciute debordanti di lardo e preoccupazione burocratica dei brillanti quadri dirigenziali, le cui facoltà intellettive si sarebbero protese nello sforzo disperato di escogitare un rimedio accettabile per la quadratura dei bilanci. Ed esperti in Pubbliche Relazioni, ovviamente. Ce ne era un gran bisogno, in questi casi, per confezionare la lieta nuova appositamente per l’Opinione Pubblica.

 

   La riunione del Consiglio degli esperti fu convocata per le 8 in punto. L’ing. Nigro era tenuto a prendervi parte in qualità di Coordinatore del Progetto di Revisione della Sicurezza, titolo che non era mai riuscito a metabolizzare. Revisione, in particolare, non gli sembrava davvero il termine più adatto a descrivere il lavoro della squadra ai suoi comandi. Ottimizzazione serviva a rendere meglio l’idea del loro lavoro, possibile mai che nessuno se ne rendesse conto?

   In attesa dell’arrivo dei pezzi grossi, immancabilmente dotati della capacità di ritardare alle riunioni persino quando la loro presenza era concessa in videoconferenza, i vari coordinatori, capi-sezione e direttori di ufficio si scambiarono i rispettivi pareri seguendo la prassi tipica di quelle situazioni: vale a dire strillandola il più forte possibile per oscurare le opinioni meno altisonanti. Alla fine, quando dopo tre quarti d’ora di starnazzi e prese di posizione si risolsero a dare ascolto alla ragione, l’ing. Nigro espose l’idea che s’era fatto nelle due ore precedenti, con tanto di tabulati e diagrammi estrapolativi a corredo. Ad onor del vero, la sua non era proprio un’idea ben definita nel senso pratico del termine. Si trattava più che altro di constatazioni, e in questo senso godevano di una caratteristica palese anche dinanzi ai cervelli sclerotizzati: l’incontrovertibilità dei dati di fatto. Il corredo di deduzioni e congetture che poi ne scaturivano, in sostanza, oscillava tra il nitore dell’evidenza e le speculazioni più spinte e farneticanti.

   Per quanto irreali e fantasiose potessero sembrare ad un primo esame, le sue idee finirono comunque per attecchire tra gli astanti. Dieci minuti più tardi, i più dovettero riconoscere la validità delle sue concezioni, fondate sull’analisi dei precedenti. Non era quello avvenuto poche ore prima il primo incidente che si verificava nella zona. Negli ultimi tempi, una straordinaria impennata dei casi analoghi aveva colpito la sua attenzione.

   Qualcuno, trasportato dall’ilarità, ipotizzò l’esistenza di un treno fantasma, capace di colpire senza essere rilevato dalla fitta trama di sensori distribuiti sul tracciato. La correzione dell’ing. Nigro giunse puntuale, con la consueta pacatezza. – Non si tratta di un treno fantasma – precisò. – Ma di un treno pirata, che sfrutta i tratti in disuso del tracciato, occasionalmente si appoggia alla rete di servizio e, dopo aver colpito, si dilegua sfruttando le lacune del nostro sistema di sicurezza.

 

   I soccorsi giunti sul luogo del disastro si trovarono realmente davanti una scena apocalittica: fiamme alte decine di metri avevano cominciato a divorare la foresta di castagni, pini e abeti, mentre tra le lamiere contorte gli ultimi passeggeri ancora in vita cercavano di aprirsi una via d’uscita verso l’aria e la libertà. Le operazioni di recupero durarono tutto il giorno e la notte successiva, complicate anche dall’asperità dei luoghi e dalla lontananza delle strutture ospedaliere. Alla fine il bilancio assunse proporzioni catastrofiche per l’immagine dell’azienda e della regione. Si trattava del più grave disastro ferroviario accaduto in Italia, di proporzioni paragonabili a una strage terroristica. 57 morti e 36 feriti rappresentavano una ragione sufficiente per decretare le dimissioni dei quadri delle FS e del Ministero. Ma né gli uni, né l’altro, avevano la minima idea di sloggiare e lasciare vacanti le loro remunerative poltrone. Così si decise di aprire un’inchiesta e, per via dell’abilità e della solerzia che aveva dimostrato nel gettare luce sul caso – ma non era da escludere un complotto interno architettato ai suoi danni con l’obiettivo di sabotare il progetto di rimodernamento della rete – l’ing. Nigro venne mandato in loco con una delega speciale di soprintendente degli accertamenti.

 

   La Basilicata era anche la sua terra di origine. Nato a Melfi, vi era cresciuto, vi aveva studiato e alla fine, alla prima occasione che gli si era presentata, aveva preso il treno di sola andata per la vita. Non che i luoghi fossero tanto repellenti e la gente ostile. Anzi. La gente di quelle parti, semplice e cordiale, apparteneva a quella categoria di persone che ti offrono un pezzo di pane anche se sulla loro tavola non vi è che quello. E la natura, poi, ha plasmato questi luoghi dando sfoggio a tutto il suo estro creativo: placidi laghetti montani e crateri abissali, foreste rigogliose, gole scavate nella roccia e vallate, calanchi lunari, steppe in procinto di compiere l’ultimo salto nel processo di desertificazione, pascoli alpestri e macchia mediterranea, guglie dolomitiche e altipiani riarsi dal sole, ripide coste scogliose e dolci spiagge importuose – digradando dall’Appennino verso le coste si attraversa una varietà straordinaria di ambienti ed ecosistemi, spesso con vertiginose virate di scenari. E, nonostante le tracce delle civiltà del passato che hanno lasciato il segno sul territorio, lo scarso popolamento della regione ha senz’altro contribuito a plasmarne il fascino selvaggio.

   Eppure, era stata proprio la conformazione dei luoghi ad aver tenuto per secoli queste popolazioni lontano dalla vita civile e dal progresso, relegate in una millenaria condizione di isolamento per evitare gli insalubri influssi delle paludi costiere. Gli strascichi di questa antica scelta risultavano evidenti ancora allora: malgrado la scoperta dei giacimenti petroliferi, fattori quali scarsezza di servizi, disoccupazione, difficoltà dei collegamenti continuavano a tenere le province lucane lontane dai flussi dell’economia e del turismo, impelagata ai margini del mercato globale.

   Per un uomo con delle prospettive, insomma, la Basilicata non era mai stata una terra promessa.

   L’aria che si respirava in certe città poi, come ad esempio la capitale – con il suo misto di provincialismo e timido slancio verso le innovazioni e il futuro, la commistione di edifici storici, architettura contemporanea e scarti abitativi del boom edilizio, le spettrali fabbriche dimesse, chiuse e abbandonate, le ciminiere silenziose e fredde protese impotenti verso il cielo impassibile, gli impianti biostatici di recente installazione, gli ultimi comignoli in funzione che vomitano nell’aria cruda della montagna i loro ributtanti miasmi chimici – accresceva il disagio che tipicamente inducono nell’animo del viaggiatore le città dalla valenza eminentemente burocratica.

   Al contrario dei piccoli borghi di antiche tradizioni disseminati nella campagna circostante, che con la loro atmosfera raccolta e serena, il distacco quasi idilliaco dalle cure dei grossi centri economici e dalla loro frenesia isterica, riuscivano a trasmettere un conciliante senso di pace nel cuore di chi li contemplava, anche da lontano, dal nastro d’asfalto dell’autostrada che scavalca i pendii impervi e i baratri di pietra, Potenza incute una sorta di angoscioso timore con i suoi palazzoni a vetro eretti sulla montagna, e il cancro di cemento armato e acciaio che ha fagocitato nel suo sviluppo ipertrofico l’alta collina che si affaccia sulle sponde del Basento.

   Di notte, con le luci sgargianti delle insegne che si fondono alla soffusa luminescenza alogena dei lampioni, il suo aspetto è quello di un presepe allestito da una mente folle: una schizofrenia aracnoide di strade in preda a convulsioni epilettiche, delirio architettonico proteso verso il cielo della notte. Se piove, poi, la melancolia dell’anima che sembra trasudare dalle mura stesse degli edifici, dai semafori che si sforzano di districare il traffico dal pantano cacofonico che sembra preludere all’apocalisse, diventa assoluta. E il panorama struggente, oppresso da legioni di nubi in assetto da guerra, dallo scroscio della pioggia e dalle ebefreniche strilla dei clacson, sembra quasi invocare, a sollievo delle proprie pene, la cullante melodia di un blues del vecchio sud rurale d’America. Perché, nella semplicità d’animo della gente di queste parti, è questo il miraggio che più si avvicina ad un sogno di riscatto sociale, di rivalsa politica e di benessere.

 

   Per tre giorni l’ing. Nigro perlustrò le linee maggiormente esposte, affidandosi ai risultati dei suoi algoritmi e all’intuito. In realtà cercava di tenersi lontano il più possibile dal clima soffocante che si respirava nel sobborgo industriale in cui l’avevano piazzato. Il quarto giorno, mentre percorreva la linea Potenza-Laurenzana a bordo di un convoglio subitaneamente messo a disposizione dalle Ferrovie, nei pressi del capolinea si verificò un incontro tanto sospirato quanto inatteso.

   La ferrovia era un unico binario che si perdeva nella foresta di larici, querce e castagni, procedendo contorto come un serpente di acciaio in preda a spasmi muscolari. La notte era calata dolcemente sulle cime degli alberi, fondendo le tenebre del cielo con le latebre dei monti. Solo una lieve nebbiosità, molto moderata, avvolgeva il sottobosco lambendo i tronchi e nascondendo le colonie di funghi ed asparagi. Il treno era un vecchio pezzo d’antiquariato – due vagoni silenziosi e maleodoranti calati nella penombra – che arrancava tra i sospiri e i gemiti di un motore a gasolio sempre meno sollecito e sempre più in difficoltà. Il sentore di legno bagnato pervadeva la cabina del pilota.

   - Questa linea è quasi abbandonata – dichiarò il macchinista, l’unica altra persona che con lui s’era avventurata nella perlustrazione. – Due treni al giorno in direzione Potenza, e due in direzione opposta. Serve una decina di comuni e non c’è mai una grande affluenza di passeggeri. La linea è marginale e non è mai stata raddoppiata, non ce n’è un reale bisogno. E’ uno degli ultimi tratti della rete nazionale non ancora connesso…

   Ovviamente, l’ing. Nigro lo sapeva bene. Era per questo motivo che aveva deciso di percorrere la linea, in quanto l’assenza di sensori e l’estrema rarefazione del traffico implicavano la possibilità che episodi analoghi a quelli in esame potessero avere avuto luogo senza mettere anima viva sull’avviso. E, naturalmente, nei panni di un pirata, avrebbe senz’altro condotto lui stesso il treno su quei tratti del tracciato a bassa frequentazione e pressoché estranei al controllo.

   Mentre si accingevano a superare un dislivello piuttosto considerevole, il macchinista prese un sorso di caffè dalla tazza di plastica che s’era portato con sé dalla stazione di Potenza Inferiore. Ma quella goccia ormai fredda che mandò giù, non giunse mai a destinazione, perché subito dopo una larga curva, proprio davanti a loro, emersero due occhi di serpente rossi in rapido allontanamento, che in meno di dieci secondi coprirono l’intero rettilineo e sparirono dietro il tornante successivo.

   - Che diavolo era quello?! – esclamò il vecchio macchinista.

   - Cristosanto! – fu la risposta dell’ing. Nigro.

   Il ferroviere si scosse subito dall’intontimento della sorpresa, spinse i motori al massimo e disse: - Se quel bastardo s’è venuto a cacciare quassù, non deve avere tutte le rotelle al loro posto!

   Il motore emise un gemito fragoroso, il treno sussultò e poi, ruggendo furiosamente, si scagliò all’inseguimento. – Cosa vuoi dire? – si informò l’ing. Nigro.

   - Questo è un binario morto – gli spiegò il macchinista, pazientemente, gli occhi assatanati fissi sulla strada, le mani avvinghiate alle leve di comando. – La corsa finisce a Laurenzana. Niente deviazioni, niente rami collaterali. Quello stronzo fottuto, qualunque cosa fosse, s’è cacciato in un vicolo cieco!

   L’ing. Nigro si riscattò dalla fatalistica rassegnazione che si era impadronita di lui al momento della scomparsa delle luci rosse dietro la curva. Forse, il mistero era vicino alla soluzione, ormai. Mentre una scarica di adrenalina inondava il suo organismo con la determinazione implacabile dell’alta marea, gli indicatori analogici disseminati sul cruscotto davanti a lui raggiunsero il fondo scala. Rombando come il tuono, l’urlo selvaggio del motore faceva tremare il bosco assonnato, scuoteva la terra e pareva quasi distorcere la percezione stessa dei suoi intrepidi passeggeri.

   Superarono in silenzio i restanti due chilometri che mancavano alla stazione semi-abbandonata di fine corsa. Quando il treno vi approdò, ronfando e sussultando per riaversi dallo sforzo, l’ing. Nigro vide il suo stupore attonito riflesso sul volto rugoso del macchinista. – Dove diavolo s’è cacciato?

   Fu allora che, dinanzi allo scenario desolato della stazione vuota, la banchina deserta stancamente illuminata da una coppia di lampade fluorescenti, l’ing. Nigro realizzò la reale portata del fenomeno. Quasi che la sua nuova consapevolezza gli fosse stata suggerita dalla struttura corrosa dalla ruggine che segnava la fine delle rotaie, scese dal treno e si diresse verso di essa.

   Il macchinista lo seguì. – Lo ha visto anche lei, quel treno, prima? – gli chiese conferma, quasi dubitando della propria sanità psichica. – Era davanti a noi – assentì l’ing. Nigro, soprappensiero.

   - Crede che si sia trattato di un UFO?

 

   Alcuni elementi della situazione non erano stati presi sufficientemente in considerazione. Mentre facevano ritorno alla stazione di Potenza Inferiore, l’ing. Nigro accese il portatile e richiamò l’Atlante Ferroviario. I tre incidenti di cui si avevano notizie erano dislocati su un’area piuttosto estesa, troppo vasta per potere circoscrivere ad un unico tracciato le attenzioni dell’indagine. Certo si disponevano in prossimità dell’asse Salerno-Taranto, nel tratto compreso tra Sicignano e Metaponto, ma quest’ultimo avvistamento aveva avuto luogo in un punto anomalo, che non quadrava con qualsiasi astrusa costruzione della sua mente, nemmeno la più contorta.

   Che potesse trattarsi di un treno pirata, magari sfruttato dai contrabbandieri per trasportare la loro mercanzia clandestina dalle spiagge della Puglia a qualche remoto avamposto della camorra nell’entroterra campano era ormai fuori di discussione. Che l’avvistamento di cui era stato protagonista appena qualche minuto prima potesse essere solo una visione, un miraggio collettivo che s’era riversato nelle menti sua e del macchinista dal serbatoio di suggestioni ataviche di cui trabocca la coscienza complessiva dell’umanità, quell’iperuranio di idee e forme assolute relegato chissà dove negli abissi del nostro subconscio, era una possibilità troppo comoda ed arbitraria per potere essere accettata a cuor leggero. Che, infine, il treno che avevano creduto di intravedere nella notte fosse realmente un UFO, come suggerito dal macchinista, tecnicamente era plausibile, ma molto meno convincente risultava sotto il profilo meramente scientifico.

   Subissato di domande, dubbi e fantasticherie, si immerse nella contemplazione della cartina dinamica della regione, convinto che se qualche elemento utile a decodificare la faccenda poteva essere ancora scoperto, di certo esso si trovava nascosto nella documentazione a sua disposizione. Trascorse la mezz’ora successiva sprofondato in una meditazione onirica a tratti delirante. Infine, scoraggiato, dovette prendere atto della velleità dei suoi sforzi.

   Brancolava nel buio, e questo era tutto.

   Eppure, una traccia, per quanto fievole e arbitraria, folgorò la sua consapevolezza con l’intensità inattesa di una epifania. Per quanto apparentemente estraneo al caso, un elemento fino ad allora trascurato esigeva di essere preso in considerazione: i quattro punti in esame formavano un insolito quadrilatero incentrato sull’area industriale di Tito. E in quella zona anonima, nel cuore della regione petrolifera più ricca dell’intero continente, operava l’unica centrale al plasma d’Europa, un impianto del CNR devoluto alla ricerca d’avanguardia nel campo della fisica sub-nucleare. Forse…

   Prese il cellulare e compose il numero dell’Ufficio Centrale. – Salve, sono l’ingegner Nigro, soprintendente dell’inchiesta “Mutilazione” – esordì con una certa concitazione. – Le dispiacerebbe mettermi in contatto con l’impianto sperimentale del CNR di Tito? Ho urgenza di consultare i loro registri, devo esaminare i tabulati degli ultimi tre mesi. Gli comunichi pure l’ambito in cui si svolge la mia indagine, ma mi faccia pervenire la documentazione relativa il più presto possibile. Grazie.

   Quella sera stessa, mentre faticava a prendere sonno nella camera angusta dell’albergo da un quarto di stella che gli avevano procurato le Ferrovie dello Stato, ricevette una chiamata dall’UC. Gli comunicavano con affabilità mista a noia che il CNR s’era dimostrato singolarmente allacciato riguardo all’intera faccenda. Data la priorità delle sue mansioni, era dovuto intervenire lo stesso Direttore che, in collaborazione con gli specialisti ministeriali, era riuscito ad esercitare le giuste pressioni nei punti giusti. Alla fine al CNR avevano dovuto cedere: avrebbero provveduto a spedirgli i registri d’ufficio entro le dieci dell’indomani mattina.

   Nel frattempo, ancora confuso per quanto accaduto, contrariato per i continui ritardi e solleticato da una pletora di sinistri presagi, non poteva far altro che rimuginare sugli eventi trascorsi. Nella penombra appena rischiarata dalle luci della strada che piovevano dalla finestra, le ore trascorsero cadenzate dal rollio dei convogli merci che percorrevano la valle del Basento. False intuizioni, cattivi presagi e una sottile inquietudine strisciavano nell’oscurità nebbiosa e impenetrabile che ammantava la sua mente. Infine, mentre percorreva per l’ennesima volta l’arazzo chiaroscurale dipinto sul soffitto dalla luce alogena filtrata dalle tendine, fu sorpreso dal sonno.

   Sprofondò in un sogno brumoso, percorso da viscide creature e da rumori ovattati, dove convogli lunghi centinaia di vagoni avanzavano con decisione lungo piste ferroviarie sperdute tra le montagne. E ciascun treno fendeva la notte nebbiosa con i suoi occhi iniettati di sangue…

   La notte trascorse rapida e in apparenza serena, malgrado quella sorta di angosciosa presenza avesse sovrastato i suoi sogni. Quando la gelida mattina appenninica lo risvegliò con i suoi liquidi raggi dorati, l’ing. Nigro ebbe l’impressione di riemergere dagli abissi onirici che avevano offerto amichevole ospitalità alla sua narcotizzata coscienza granchiesca. Una duplice dose di nero caffè aromatizzato da polvere di noce bastò a ridestare pienamente tutte le sue facoltà psicosensorie.

   Analizzando il materiale inviatogli dal CNR, un’oretta più tardi, dovette ricorrere ad uno sforzo di concentrazione supplementare per decifrare il linguaggio esoterico in cui erano stati redatti i registri. Dopo una mezzora di studio, finalmente si ritrovò tra le mani la chiave di lettura degli eventi. Le anomalie avevano avuto luogo nei periodi di più fervente attività della centrale. In particolare, l’oscuro treno pirata s’era manifestato in quattro delle ventinove occasioni che al CNR, negli ultimi mesi, avevano eseguito test sulle proprietà quantistiche della materia. In tali test venivano invocati picchi di energia concentrata in volumi tanto infinitesimali da annullare le comuni leggi che governavano il nostro mondo fisico dell’esperienza empirica. In quegli esperimenti, insomma, era come se si entrasse per frazioni di secondo in contatto con una realtà altra, diversa dalla nostra. E forse, per qualche sventurata circostanza, una congiuntura di fattori esterni aveva propiziato la sovrapposizione dei due mondi…

   Doveva essere così. Davvero… Ma chi sarebbe stato disposto a credergli?

   Inviata una e-mail di spiegazioni a una dozzina di destinatari diversi, tra cui il CNR, il contatto alle FS e la locale testata di stampa, l’ing. Nigro prese il portatile e uscì di fretta, diretto in stazione.

 

   Dal CNR lo chiamarono in serata. Dagli uffici della Stazione di Potenza Inferiore era riuscito a mettersi in contatto con il Direttore Generale delle FS, che pur tributandogli un riconoscimento di stima personale si era rivelato piuttosto scettico in merito alle sue conclusioni. Ad ogni modo, gli aveva garantito che avrebbe fatto quanto in suo potere per metterlo in contatto diretto con il direttore del laboratorio sperimentale dell’impianto di Tito. Adesso aveva la possibilità di parlare direttamente con lui. Soppesando attentamente l’indice di informazione contenuta nelle sue dichiarazioni, il cervellone del CNR non si sbilanciò più di tanto, liquidando come astruse fantasticherie le sue ipotesi. Si risolse comunque a comunicargli che per la notte dell’indomani era previsto un ulteriore test, l’ultimo della serie prevista dal loro piano di lavori.

   L’ing. Nigro prese atto dell’informazione e si sforzò di ultimare un piano d’azione. Seppure non senza una certa riluttanza, dalle FS lo assecondarono, magari nella speranza di trovare un capro espiatorio da immolare a beneficio delle coscienze dirigenziali. Venne dunque disposta l’interruzione del traffico nell’intera regione per ben due ore, vennero mandati dei rappresentanti in veste non ufficiale alla centrale di Tito e una flotta di convogli fu inviata in perlustrazione nelle principali stazioni della zona calda.

   L’ing. Nigro, insieme al macchinista che lo aveva accompagnato a Laurenzana, che aveva scoperto chiamarsi Massimo Coppola, fu assegnato alla stazione di frontiera di Romagnano al Monte, a pochi metri dal confine che separava la Basilicata dalla Campania. Per ingannare l’attesa, decisero di andare ad annegare la tensione in un bicchiere di birra.

   La stazione era una di quelle stazioni di provincia che per decenni hanno rappresentato l’unico punto di contatto con la civiltà e il progresso per gli abitanti del paese. Quale diabolica e sconfessata mostruosità doveva essere parsa agli occhi dei primi contadini la locomotiva fumante e sbuffante che arrancava tra i monti e nelle gole di roccia scavate dai torrenti, tirandosi dietro il suo fardello di carrozze scricchiolanti e traballanti, prima che le loro menti attonite per lo stupore passassero a classificarla per la straordinaria invenzione dell’intelletto industriale quale era! La stazione, insieme ai flussi commerciali, aveva aperto i cancelli dell’interno alla civiltà del vapore. Il progresso aveva invaso i monti con più fragore di un esercito napoleonico provvisto di artiglieria, e aveva soggiogato gli interessi delle popolazioni autoctone, per anni relegate alla marginalità dal disinteresse delle corti costiere, attraverso le dolci lusinghe del consumismo. Forse quassù, tra queste montagne che d’inverno si rivestono di neve e ammantano di nubi, e a primavera recuperano l’antica baldanza sfidando fieramente le azzurre immensità del cielo, il processo era stato più lento e meno travolgente che altrove, ma alla fine il potere della locomotiva aveva finito per conseguire, se non proprio un inequivocabile trionfo, almeno una duratura vittoria. E attorno alla stazione si era sviluppato un piccolo borgo un tempo abitato dai dipendenti della Ferrovia e da tutte quelle famiglie che grazie ad essa avevano visto prosperare i propri traffici di mercanzie locali. Era facile immaginare che nel periodo più florido quel centro avesse rivaleggiato con i paesi veri e propri dei paraggi, tutti arroccati su un promontorio. Ormai, però, il riflusso che segue ad ogni ondata rivoluzionaria s’era lasciata dietro un quadro piuttosto desolante. Un bieco grigiore predominava nella compostezza delle case ammucchiate attorno al piazzale deserto antistante alla stazione.

   Entrando nel bar, che data l’ora era l’unico esercizio ancora aperto – gli altri erano un’edicola e un alimentari – l’ing. Nigro e Massimo Coppola vi trovarono la proprietaria di mezz’età e quattro pensionati intenti a giocare a tressette. Immergendosi nel fumo di Sax e Merit che impregnava il locale, si diressero al bancone e si fecero portare una Heineken con due bicchieri. Mentre Coppola versava la birra, l’ing. Nigro pagò e si volse a seguire le ultime battute della mano.

   - Ho sentito che il CNR è coinvolto nella storia del treno scomparso – dichiarò Coppola.

   L’ing. Nigro annuì. – Pare di sì…

   - Che idea s’è fatto? – gli chiese Coppola, cercando di non apparire troppo impertinente.

   - Non bella, purtroppo – rispose l’Ingegnere, dopo aver mandato giù un lungo sorso. – E piuttosto astrusa, a dire la verità.

   - Fino a che punto?

   - Ad un punto tale che nessuno sembra crederci veramente, e anch’io sono piuttosto scettico a riguardo. Ad essere sinceri, spero proprio di essermi sbagliato…

   - Deve essere qualcosa di abbastanza grave, allora – realizzò il macchinista.

   - Proprio così – gli confermò l’ing. Nigro. – Per renderti l’idea, considera il nostro sistema ferroviario e la rete a cui si appoggia. Una rete di migliaia di chilometri, centinaia di maglie e di rami che rivestono l’intero territorio nazionale. E adesso immagina una rete alternativa, anch’essa reale, concreta e complessa quanto la prima, ma nascosta nell’ombra, sconosciuta a qualsiasi mappa che sia mai stata tracciata. Una rete parallela, percorsa da treni come i nostri, che in alcuni punti si sovrappone e si accavalla alla rete che normalmente conosciamo. Le due reti, che pure si incontrano e si sfiorano, giacciono su due piani di realtà distinti e separati… come se una barriera provvedesse a schermarle, nascondendo all’una la presenza dell’altra.

   Massimo Coppola seguiva la spiegazione dell’ing. Nigro con espressione perplessa, ma si intuiva dall’acume del suo sguardo il sincero interesse a capire.

   - Adesso immagina che, per qualche ragione sconosciuta, le due reti finiscano per incontrarsi sul serio, che un evento di enorme portata abbatta la barriera che fa da scudo tra le due realtà. In questo modo, almeno per un intervallo temporale limitato e, conseguentemente, in una zona circoscritta, le due reti finiscono per esistere nello stesso luogo e nel medesimo tempo…

   - Le due realtà entrano in contatto – realizzò Coppola.

   - Esatto! – assentì l’ing. Nigro, suscitando l’entusiasmo del macchinista.

   - Ma questo effetto è limitato alla rete ferroviaria – azzardò dunque Coppola, – oppure coinvolge anche il resto della nostra realtà?

   - A quanto pare, finora, per qualche ragione che ancora non conosciamo, gli effetti della sovrapposizione sembrano influenzare solo la rete ferroviaria. Forse è perché gli esperimenti del CNR si svolgono in una banda di frequenze che corrisponde all’oscillazione di risonanza delle rotaie, o è perché il tracciato dei binari è in sostanza un enorme circuito elettrico articolato in capacità e induttanze… Non lo so, ma se qualcosa può sfuggire alla prigione della rete, lo scopriremo stanotte: è previsto il raggiungimento del picco massimo di energia.

 

   Alle nove di sera, la rete ferroviaria della provincia di Potenza era paralizzata. Nel raggio di trenta chilometri dal presunto epicentro delle interferenze, non un solo convoglio occupava le linee fuori dalle stazioni sottoposte a monitoraggio. Una chiamata dal Controllo Traffico Regionale li informò che l’esperimento al CNR si era concluso brillantemente dieci minuti prima. Tutto era filato liscio come l’olio.

   - Allora è finita? – volle sincerarsi Coppola, seduto al suo posto, dietro i comandi della motrice. Gli indicatori elettromeccanici erano fermi sui livelli minimi, il respiro del motore era un sonnolento ronzio in sottofondo. – Staremo a vedere – replicò pensieroso l’ing. Nigro. Ci furono alcuni minuti di teso silenzio. Il canale radio delle Ferrovie trasmetteva bollettini tranquillizzanti.

   - C’è una cosa, però, che non ho ancora capito – dichiarò quindi Coppola, sondando l’umore del soprintendente.

   - Cosa? – gli chiese l’Ingegnere, conciliante sebbene immerso nei propri pensieri.

   - Quello che ha detto lei prima, mi ha fatto pensare che dopo l’inizio dell’effetto, questo si protrae per qualche minuto, come se avesse una coda. E’ per questo, forse, che quando siamo giunti a Laurenzana il treno era scomparso… Era cessato l’effetto!

   - Forse – concordò l’ing. Nigro.

   - Negli incidenti che si sono verificati – spiegò il macchinista, – dopo la collisione, il convoglio che viaggiava sulla nostra rete deragliava, giusto?

   - Giusto – confermò l’ingegnere.

   - Ma dell’altro treno, quello che aveva colpito, non restavano tracce. E’ così?

   - Sì…

   - Perché? Che fine faceva quell’altro?

   - Non ne ho la più pallida idea – dovette ammettere l’ing. Nigro. – Forse anche al treno dell’altra dimensione capitava un deragliamento, ma una volta cessato l’effetto di sovrapposizione i suoi rottami finivano risucchiati nella sua realtà originaria…

   Massimo Coppola parve rifletterci sopra per qualche istante. Poi disse: – Anche se i rottami finivano fuori dalla linea ferroviaria, scaraventati a decine di metri di distanza?

   L’ing. Nigro fu colto alla sprovvista da quella affermazione. – Non lo so – disse. – Magari, nell’altra dimensione, il loro treno è perfettamente illeso. Senza nemmeno un graffio…

   Le parole gli si spensero in gola.

   Sul binario davanti a loro, come sbucato da una curva o materializzato da un addensamento dell’aria notturna, era apparso un treno nero come un cielo privo di stelle. Lanciato a folle velocità nella loro direzione, li fissava con i suoi impassibili occhi di serpente color ambra, come le luci che rischiaravano la banchina deserta della stazione ormai vuota.