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ESTETICA, ORDINE E BOTTONCINI DI CAMICIA
( Cyb )
Leggo poesie e racconti, ultimamente, tutti incentrati su importanti esigenze umane di tranquillità esistenziale, di analisi di costume e di società, di amore e passione sublimati in gesti magnifici e sensazioni esaltanti.
Mi sento vagamente a disagio.
Io vorrei proporre qualche riflessione sull’estetica del quotidiano, sulla valorizzazione di piccole minimali piacevolezze della vita che personalmente mi affascinano in un equilibrio bioritmico armonico che mi dona serenità nel vivere la mia vita.
Verrò forse tacciato di ‘dandysmo’, superficialità da cicisbeo, manierismo alla Oscar Wilde (soprattutto dai detrattori del grande garofano verde), ma ho intenzione, nonostante i rischi, di proporvi un argomento che per me ha una rilevante pregnanza di significato.
I bottoncini supplementari delle camicie sportive.
Sì, avete letto bene.
Vorrei parlare di quei bottoncini che fermano il colletto di camicie jeans e sportive, anche eleganti, di qualsiasi tessuto e colore, e di quei due bottoncini supplementari a metà manica, a chiudere quello spazio aperto che corre fino verso il polsino.
Sono, per me, minimalismi estetici di alta sartoria funzionale ed ordinata.
Il colletto della camicia assume un aspetto più compatto e raccolto intorno al collo dell’indossatore di questo tipo di camicia e una eventuale cravatta viene abbracciata e cullata strettamente nel suo nodo ed assume un aspetto elegantemente marziale nel cadere in perfetto perpendicolo guidato sullo sparato della camicia stessa.
Io sono, avrete capito, un amante maniacale dell’ordine e della simmetria.
Ho un guardaroba fornitissimo di camicie di questo tipo, di vari colori e tessuti, per ogni stagione, anche se non porto quasi mai una cravatta, ma trovo gradevolmente estetico da vedere anche il collo di una camicia abbottonata ordinatamente ai pizzi del colletto, con il colletto ben raccolto e aperto sul petto a mostrare una maglia di cotone in tinta: una chicca di eleganza sportiva.
E vogliamo parlare della funzionalità di quei bottoncini a mezza manica?
E’ per me un piacere potere sbottonare il polsino sapendo che la manica rimarrà sempre ordinata e sensualmente aderente al mio braccio, fissata da quel bottoncino che non permetterà alcuna deformazione cincischiata.
E’ un piacere orgasmico di ordine estetico il potere sbottonare il polsino per avere una migliore agilità di movimenti e notare che la camicia continua ad aderire in un tutt’uno con il corpo in una immagine complessiva di disinvoltura, disciplina e eleganza.
L’unico mio personale cruccio, circa questo delizioso ed interessante argomento, è la proterva pigrizia di quella che fu mia moglie.
Mi spiego meglio.
La mia signora ha sempre avuto la pessima abitudine di stirare, peraltro magnificamente, le mie camicie senza abbottonare i famosi bottoncini del colletto e della manica sopra il polsino.
Questa negligenza è andata avanti per diverso tempo, troppo tempo, con continue discussioni e battibecchi che sono, nel tempo, sfociati in vere e proprie liti sempre più furibonde e incontrollate.
Ho sempre trovato inammissibile questa mancanza di rispetto per i miei gusti armonici e ho fatto presente a mia moglie, in principio garbatamente, poi sempre più ruvidamente, che il trovare una camicia con il colletto non abbottonato costituisce, per me, un antiestestismo brutto da vedere e tale da rovinare un’intera giornata.
L’avvocato Agnelli faccia come gli pare: non me ne può fregare di meno se ha il vezzo molto snob di indossare camicie con i bottoncini sul colletto vergognosamente aperti come una dozzinale camicia qualunque, ma io ho una mia personalità e una mia filosofia estetica e pretendo, sottolineo il ‘pretendo’, una camicia riposta nel cassetto perfettamente a posto con i suoi bottoncini chiusi ai pizzi del colletto, pronta per essere indossata con un sottile piacere lussurioso di armonia ordinata.
Vallo a fare comprendere alla mia signora!
Un giorno la solita lite è trascesa in insulti sanguinosi e in un reciproco scoppio di ira.
Le ho strappato il ferro da stiro a vapore, ormai fuori di qualsiasi controllo, e l’ho percossa ripetutamente sul capo tra sbuffi di vapore bollente e sibili di pressione assolutamente giusta per un ennesimo colletto.
Mi sono arrestato quando l’ho vista esanime a terra in una pozza di sangue che si allargava sul pavimento.
Ho telefonato ai Carabinieri e ho atteso che venissero a prendermi.
Nel mentre, ho abbottonato tutte le camicie ai pizzi dei colletti e alle mezze maniche e ho preparato una piccola valigia mettendo dentro le più belle per una degna immagine di me nella futura dimora di fronte a nuova gente mai conosciuta: perché io tengo molto alla mia immagine.
La mia situazione psicologica non è cambiata un granchè da tre anni fa, anzi...
Sono in una cella insieme ad altre tre persone, in una cella che ne prevedrebbe solamente due, e abbiamo diversi problemi di ‘privacy’ nel trascorrere umanamente le nostre giornate di reclusi.
L’unico omicida sono io, condannato a quindici anni con le attenuanti generiche per assenza di premeditazione.
Sono il capocella, il ‘nonno’, se così si può dire, dall’alto della mia condanna che è veramente pesante rispetto a quelle di pochi anni dei miei compagni che sono solamente rapinatori o scippatori, in magliette a girocollo stinte.
Occupo, quindi il posto in alto della brandina a castello più vicina alla finestra e ho l’armadietto più grande e più in buono stato dove ho riposto il mio piccolo guardaroba.
Stiamo molto stretti, qui dentro, e Giovanni, un giovane scippatore non troppo intelligente, urta sempre il mio armadio per aprire il suo e prendere qualche arancio o qualche biscotto.
Il mio armadio si sposta impercettibilmente e non mantiene più il filo con le mattonelle in graniglia e conferisce all’intera cella una impressione di sciatteria e disordine che mi infastidisce.
Ho avvertito Giovanni di stare più attento, ma ho rimediato qualche borbottio che somigliava ad una specie di invito con desinenza finale ‘culo’.
Per ora paziento e abbozzo: sono conscio di una mia responsabilità di anziano della cella e cerco di comporre qualsiasi diversità di opinione pacificamente.
Ho provato a tenere una piccola lezione ai miei compagni sul concetto di estetica e di simmetria, di ordine e di eleganza.
Non sono stato un buon conferenziere, ascoltato tra sbadigli, rutti e peti, oppure la platea non è matura per simili argomentazioni, invero, sottili e presupponenti una certa sensibilità.
Semmai, però, un certo giorno dovessi perdere la pazienza, ho adocchiato, per ogni evenienza, la mia branda.
Ha una sbarra pesante che si sfila dall’incastellatura molto velocemente e con facilità.
Ancora due o tre avvertimenti…
18.11.2002