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DEL CERVO LO STATO
( Velluto )
ma come vide il paesello
ma come descrisse il paesello
ma cosa diede in fondo al paesello
un pastello per il verde delle colline
e l’erba già compare
dietro una lieve tinta di marrone terra
l’azzurro a colorare tra il bianco di nuvole
a scremarle tutte dio quanto latte
la cascina e la rocca a dominare il borgo
e qui basta copiare
la Mont Martre d’inizio secolo scorso
poi la frutta e tanta frutta
nel cesto in cima al tavolo
di fronte alla finestra
aperta la paesaggio
di una primavera che fu lieve nel ricordo
e poi carretti e balle di fieno
dietro l’ovile l’albero secolare
piantato lì da qualche giunta comunale
impertinente all’occhio di un osservatore
poi la gente che mancava
forse sono in chiesa a maledire i loro nodi
ed eccola comparire sotto la mia mano
con tratto rapido ma fermo
eccola
prima la cappella poi il campanile
e via fino alla sagrestia del don don din din
manca l’amore
che lasciai in cima al balcone
e mancano i suoi occhi
di colore selvatico come il muschio
di una mattina senza luce di raggi
che cercano funghi buoni e velenosi
avrei potuto dipingere meglio
l’ipocrisia d’abbandono forzato
ma bastava così
la strada che esce dal paese completa il quadro
oltre il confine della reale percezione
sale sopra il pastello rendendolo multicolore
e ferma la mia mano che tutto questo descrive
ora il sonno dei miei anni
brinda alla fine di una corsa
disegnata solo per rendere
la testa più pesante
il fiato più distante
la vita più umiliante
mi sono pisciato addosso
ancora una volta
e l’infermiera Wilma
lo dirà a tutti
nel giro veloce del mio valzer
di figure retoriche musicate ad arte
in una dispensa d’anima amorfa
su di una due ruote a braccia motrici
d’impeto mai domo
dormo dormo dormo
passerà anche la pietà di me stesso
dietro le cinta della nostalgia omessa