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63 RACCONTI SUPERNATURALI parte 4
( SERGIO BISSOLI )
Spiritismo Stregoneria Occultismo
Paganesimo Animismo Insolito Mistero
LA BARA A FIORI
Arriva il lunedì mattina, triste come una donna incinta, come una sera di settembre, come un uomo a sessant’anni.
Di mattina presto arriva Vinicius, quasi di corsa. É sempre stato un eccentrico. In gioventù aveva collezionato chiocciole, poi spade, e questa mattina...
“Sono passato per dirti che ci vediamo oggi alle quattro davanti alle pompe funebri.”
“Eh? Perché mai?”
“É una sorpresa. Ti spiegherò là.”
“Ma, perché proprio davanti alle pompe funebri?”
“Alle quattro, ricordati, ci sarà anche l’ungherese e Marieluise.”
Il deposito delle casse è una vecchia chiesetta sconsacrata.
Lo strano terzetto è già là. L’amico Vinicius sbuffa di impazienza. L’ungherese si sta pettinando i capelli lunghi e nerissimi.
Insieme a loro c’è Marieluise, ancora bella, vestita di bianco e di rosa, con il viso incipriato dove si indovinano le prime rughe. É una pittrice un po’ viziata, che si concederebbe solo a un duca o a un fognaiolo.
Vinicius entra subito in argomento:
“Dunque, ho deciso di comprarmi una bara, da mettere in salotto per stupire gli ospiti, si capisce. Non trovi che sia un’idea originale?”
“Sì... Potresti metterci dentro le bottiglie dei liquori...”
“Ma no, che sciocchezza! La terrò vuota e chiusa, vicino al pianoforte.”
Arriva l’uomo delle pompe funebri. É curvo, vestito di grigio. Ha una personalità scialba e un volto smorto che sembra impolverato.
Entriamo da una porta laterale e percorriamo un corridoio lungo, sinuoso, con facce paffute di angioletti scolpite sul muro di destra. Il magazzino è ricavato nell’abside della chiesa. Il resto dell’edificio comprende la falegnameria.
Vinicius passa in rassegna le casse messe in fila, nella luce tetra dei finestroni. Sembra un bambino che ammira i giocattoli. Ogni tanto chiede con voce eccitata:
“Questa bara chiara di che legno è?”
“Faggio” risponde l’impresario con voce monotona.
“Questa più scura?”
“Di quercia.”
“E questa?”
“Di olmo...”
L’ungherese invece fa le sue riflessioni ispirate alla magia:
“La morte è la porta verso l’Oltremondo. E l’amore è la porta dall’Oltremondo verso questo mondo.”
Marieluise commenta con la sua acuta sensibilità di artista:
“La vita è un nulla. É solo una collana con il filo rotto che lascia sfuggire le perle.”
Poi, nascondendosi un po’ fra le pile di bare incomincia a ridere e a spogliarsi.
L’impresario tossisce per l’imbarazzo.
Marieluise improvvisa una specie di spogliarello macabro ed eccitante fra le bare. Il suo corpo si intravede seminudo, bianco nell’ombra. Poi esce dondolandosi, mostrandoci due occhi disegnati sulle natiche.
Sempre ridendo la pittrice si ritira per rivestirsi, ma ad un tratto arriva la sua voce stupita:
“Toh, come è graziosa questa!”
Andiamo a vedere anche noi. In un angolo c’è una bara scura polverosa, con sopra dipinti grandi fiori rossi e gialli.
“E quella? Che cos’è?” chiede Vinicius all’impresario.
“Ah sì! Quel cofano è stato commissionato dal milionario Ikys, quando era ancora in vita. Saprete anche voi la storia. No forse siete troppo giovani. Ikys era un eccentrico e voleva essere seppellito in quella, vestito da clown. Sennonché i familiari trovarono modo di eludere le disposizioni testamentarie adottando una bara ricoperta di fiori veri. Così entrarono ugualmente in possesso dell’eredità.”
Vinicius non si trattiene più, finché eccitatissimo esclama:
“Oh! Quanto costa? La compro!”
Sentito il prezzo il mio amico estrae un grosso portafoglio legato a una catenella. Paga in fretta l’acquisto poi, ignorando lo sbalordimento dell’impresario, si rivolge a noi:
“Allora, voi che siete in due prenderete la parte della testa, io invece dal fondo.”
Sudando e sbuffando usciamo fuori dal deposito e proseguiamo sul marciapiede.
Il paese è immerso nella luce sulfurea della sera, mentre in cielo brilla una luna d’argento e quarzo.
I rari passanti si stupiscono vedendoci trasportare a piedi una cassa da morto. Il legno scivola, il coperchio sbatte, Vinicius preoccupato grida ordini e ci sollecita a fare attenzione affinché gli spigoli non urtino contro i muri.
Camminiamo stentatamente sotto il peso. L’ungherese seguita a parlare di magia e Marieluise si fa matte risate accanto a noi.
NOVEMBRE 1990
CASA DI MARTHA
Nel gelido crepuscolo di novembre la vecchia fiera di Stellara è composta di bancarelle dei dolciumi, spazzacamini, burattinai, ombrellai...
Io sono venuto per andare dalla vecchia Martha affinché provi a guarirmi il mio male al petto. Chiedo di lei a un contadino che sta spaccando la legna.
“Lei sa dove abita la vedova Martha?”
“Sicuro che lo so. Abita laggiù, dove cresce la saggina, insieme a quelle altre...”
“Perché? Che cosa fa?”
“Fa le stregonerie. Lei e le vecchie Diana, Viviana e Gelsomina hanno passato la vita a rovinare i raccolti, far ammalare uomini e bestiame e a scatenare temporali. Bisognerebbe bruciarle! Spero che ricevano tutta la sofferenza che si meritano!”
La nebbia cade sul villaggio. Sapevo che la vecchia Martha ha fama di essere una strega.
Percorro la via principale, talmente stretta che le streghe si potrebbero graffiare stando alle finestre. Poi la strada prosegue in campagna. Gelsi e salici vecchissimi, piegati e squarciati che sembrano piantati dal diavolo.
La sua casetta è vicino a cespugli di rosellina selvatica. Un cardo è piantato davanti alla porta di casa.
All’interno sono appese pentole e vecchie litografie di fiori e animali. Un pappagallo tetro mi guarda dall’alto.
Sul tavolo ci sono chiodi storti, spilli, uncini. La vecchia piccola e magra li innaffia con il liquido di una boccetta. Ha il viso bianco, labbra e occhiaie nero viola.
“Entra. Ti aspettavo.”
Le spiego brevemente dove mi fa male. Mi fa intingere un dito nell’olio e lasciare cadere alcune gocce in un pentolino d’acqua.
“Le gocce si disperdono...” borbotta.
Mi porge alcuni grani di frumento da buttare nell’acqua. I grani cadono a fondo e lei mormora:
“Sei stato affatturato.”
Allora mette un pentolino d’acqua a bollire sul fuoco. Vi butta dentro cenere, polveri scure e si mette a borbottare strane parole. Prende un fazzoletto rosso con una estremità annodata e lo striscia per terra disegnando un cerchio intorno a me.
Nel silenzio della cucina si ode solamente il ribollire sempre più forte dell’acqua. L’acqua borbotta rumorosamente come un vecchio gnomo.
Improvvisamente con le molle prende il pentolino e lo capovolge.
Non credo ai miei occhi! L’acqua rimane dentro al pentolino! Solo alcune gocce schizzano via dai lati.
Adesso con uno scatto raddrizza il pentolino e me le mette davanti con l’acqua che bolle rumorosamente.
“Mettici un dito dentro” ordina.
“Ma... mi ustionerò” obietto.
“No. Non sentirai nulla.”
“Ma è bollente!”
“Presto. Metti un dito nell’acqua.”
Alla mia incertezza ha un sospiro di impazienza:
“Ah! Adesso è troppo tardi” e versa l’acqua sul fuoco.
Mi ordina di compiere un salto per uscire dal cerchio e conclude:
“Dovrai venire da me un altro giorno.”
Un po’ sconvolto esco dalla cucina. Alle mie spalle la risata stridula del pappagallo mi fa rabbrividire.
Nei giorni successivi a casa mia, il mio male va peggiorando.
Una mattina trovo strane impronte di capra sparse nel corridoio. Il cuscino del letto prende strane forme anche dopo che lo batto e lo spiano. E nel materasso ho trovato... una ghirlanda di piume!
Le cose si ingarbugliano e devo tornare dalla vecchia Martha.
Il tramonto: le fiamme dell’inferno. Il paese sembra bruciare di colori rossastri. Le case di mattoni, gli alberi, i gatti sull’aia, le botti, le foglie secche...
I gelsi sibilano nel vento come se esseri vegetali stessero imprigionati dentro. Passo davanti a un giardinetto e si rovesciano due vasi senza che io li abbia nemmeno sfiorati; prima uno, poi l’altro.
Rivedo la casa di Martha con i nidi di vespe sotto le grondaie penzolanti e avvitate. Entro dalla porta sempre aperta. Il pappagallo si mette a starnazzare.
La vecchia sta annodando le calze a un piolo dello sgabello e stringe, stringe borbottando qualcosa. Il piolo assomiglia a un collo maschile da strozzare. Sullo sgabello c’è una foto e nove sassolini neri.
“Vieni. Quando le ragazze pregano la luna gli uomini soffrono di più.”
Tutto si svolge come la volta precedente.
Ripete il rito del pentolino. Lo fa bollire, lo capovolge senza che l’acqua esca. Me lo porge ordinandomi di infilarci dentro il dito.
Rassegnato ad ustionarmi chiudo gli occhi ed eseguo. Non sento niente. Solo un formicolìo causato dall’acqua calda, ma niente di più.
Alla fine le do un po’ di denaro ed esco fuori. La nebbia è scesa sul villaggio.
Nei giorni successivi mi sento molto meglio e non succedono più cose strane nella mia casa.
Un sera d’inverno torno a Stellara per ringraziare la vecchia Martha, ma la sua casa è chiusa.
Tutto è squallido e deserto. A volte sento un coro di lamenti lontani seguito da un sibilo.
Da un crocicchio vedo quattro vecchie attorno a un fuoco. Sarà Martha con Viviana, Diana e Gelsomina. Un gatto, con il pelo ritto e la schiena inarcata scappa via.
NOVEMBRE 1990
IL FABBRO FANTASMA
Mi sveglio di soprassalto teso e sudato.
Il vento ulula, fa frusciare le foglie degli alberi e ogni tanto fa sbattere un’imposta della colombaia.
Fra l’urlo della bufera sento un tintinnìo nitido, irregolare. A volte si aggiunge anche l’abbaiare del cane in lontananza.
I colpi si fanno più forti. É come se un fabbro battesse sull’incudine con il suo martello. A quest’ora di notte, chi può essere? La fattoria più vicina dei Miller dista almeno un km poi c’è quella dei Roker aldilà del fiume.
Non riesco più a dormire così per scacciare il nervosismo vado alla finestra. Apro vetri e imposta e sono investito dal vento e dalla polvere.
La forza del temporale sembra aumentata adesso. Il vento arriva a onde fortissime che fanno tremare la fattoria.
Il temporale di aprile piega le chiome dei salici, porta polvere e foglie strappate dagli alberi. La banderuola impazzisce sulla colombaia.
Rinchiudo e torno a letto. Rimango per tanto tempo sveglio nel tentativo di ascoltare il rumore di prima. Adesso sento solo l’urlo attutito della bufera.
Il mattino seguente siamo occupati io e il vecchio Sart a tagliare l’erba e a caricarla sui carri. Poi portiamo carriole piene di fieno alle mucche.
Al pomeriggio mentre abbeveriamo gli animali interrogo il mio compagno sugli strani rumori della notte.
Sart è piccolo, vecchio e sordo, con la barba grigia. Come al solito non capisce cosa voglio dire e devo ripeterglielo alcune volte gridando forte nell’orecchio. Alla fine commenta:
“Ah, il temporale di stanotte sì, ha allagato la stalla, e ne avremo ancora in luna nuova.”
É una notte calda di maggio, bianca di luna. Dalla finestra sento il canto lontano dei grilli, con un’eco da cattedrale dentro l’immensità della notte. Dalle stalle buie proviene il muggito degli animali irrequieti.
Oltre questo arriva un altro rumore. É il solito rumore del martello battuto sull’incudine a intervalli irregolari. Cosa può essere mio Dio, sempre a quest’ora di notte?
Con il passare delle ore il tintinnìo si fa più duro e nervoso, finché i primi galli incominciano a cantare nelle fattorie dandosi risposta e tutto finisce.
Al pomeriggio scarico mucchi di paglia dal pagliaio e con la carriola la porto al vecchio Sart per rifare le lettiere. Fra un giro e l’altro approfitto per parlare al vecchio dei rumori e come al solito lui mi fraintende:
“Sono i colombi che hanno fatto il nido lassù.”
E mi indica i secchi appesi sotto l’alto tetto del fienile.
“Quelle due vacche partoriscono fra una settimana. Ricordati che dobbiamo ancora macinare il mais.”
Durante la notte successiva i rumori cambiano e diventano più pesanti. Adesso sembra che un maniscalco indemoniato lavori nel cortile qui sotto alle mie finestre. Dannazione, sono stanco morto, ma nessuno potrebbe dormire con questo baccano. Possibile che il vecchio Sart si sia messo a battere il ferro a quest’ora di notte? Mi alzo dal letto, apro l’imposta e resto a guardare stupito.
Il cortile della fattoria è bianco di luna. Le cose familiari e che credevo di conoscere non sembrano più le stesse. Le sagome degli edifici con le ombre storte e nere appaiono minacciose. Le tettoie per le mucche, gli abbeveratoi, le casette per le oche, gli attrezzi abbandonati sull’aia sembrano di un altro mondo.
Su tutto domina il rumore fortissimo, anche se non riesco a stabilirne la direzione. Mi sforzo di guardare dentro ai portici neri, sulla colombaia vicino al pino secco.
É tornata la quiete adesso. Il martellare è cessato di colpo. Dal fiume mi arriva il lontano gracidare delle rane.
La sera seguente mentre abbeveriamo le bestie sento che il mio compagno brontola e fa strane esclamazioni:
“Eh, il vecchio Joe si è fatto sentire questa notte!”
“Che cosa?” gli domando sbalordito.
“Ha fatto un bel chiasso! Eh, ne ha ferrati parecchi di cavalli” dice indicando alcuni ruderi.
In fondo alla fattoria ci sono file di casette basse e gialle semidiroccate, con la porta ad arco di tufo.
“Ma sì, il fabbro che abitava qui ottant’anni fa. Io ero ragazzo quando l’ho conosciuto e lo aiutavo a soffiare col mantice.”
Ci avviciniamo alle finestre delle casette per guardare dentro: c’è solo buio, sporcizia e odore di muffa.
“Qui una volta abitavano le famiglie dei salariati e lui stava proprio là, dentro la quarta porta. Ha battuto il ferro per tutta la vita e il suo spirito continua a lavorare anche adesso.”
Poi si allontana zoppicando e con la forca ammucchia il fieno sparso sull’aia. Dopo un po’, soprappensiero, anch’io lo seguo.
MARZO 1991
IL VECCHIO SALICE
Durante quell’anno lavoravo nella fattoria di Caramory. Venendo dalla strada la fattoria appare con il lato nord grigio e pieno di inferriate aldilà di un fossato e un filare di salici.
Un pomeriggio mentre lavoro nei campi vedo che il cielo è diventato rosso dietro alla fattoria. Bagliori rossastri si levano dietro alle stalle là dove sicuramente i pagliai hanno preso fuoco.
Corro gridando assieme agli altri braccianti ma oltrepassata la fattoria ci fermiamo allibiti.
Non c’è nessun incendio. Una aureola rossa color brace sorge a nord, dietro alla fila di salici.
Mentre osserviamo intimoriti lo strano fenomeno vediamo che l’aureola va rapidamente rimpicciolendosi. Il suo colore si va smorzando, diventa sempre più cupo, fino a lasciar intravedere il cielo celeste.
Una mattina all’alba sono svegliato da grida e rumore. Alcuni contadini camminano sbraitando sotto i salici piantati lungo il fossato che divide la strada dai campi. Corro anch’io sul posto per vedere cosa è successo.
Ci sono strani anelli bianchi sull’erba intorno a un salice. Sembra muffa o cotone.
Quando provo a toccarli noto la loro inconsistenza e ritiro le dita bagnate.
La gente intorno commenta e fa domande. Parlano sottovoce chiamandoli <<cerchi delle fate>>.
La stessa sera l’uomo venuto a prendere il latte avverte i contadini che un albero ha preso fuoco.
Ancora una volta percorriamo la riva del fosso. Si intravede un chiarore là in mezzo agli alberi.
Quando sono vicino vedo un albero che irraggia una luce smorta, un chiarore pallido e sfumato. É un salice comune, mezzo secco, con un ciuffo di rami verdi rivolti a nord. Restiamo lì a guardare fino a mezzanotte e siamo affascinati e sbalorditi.
Il pomeriggio seguente al calar del sole arriva gente a piedi, in bicicletta o con il carro, per vedere l’albero luminoso. Oltre ai contadini dei dintorni ci sono persone che non ho mai visto prima. Sono arrivati anche alcuni signori ben vestiti venuti appositamente fin qui dalla città.
La sera scende a poco a poco nella campagna trasformando le cose in ombre scure. Nel cielo turchino appaiono le prime stelle. L’albero emette una luminescenza tenue, un alone di luce che diventa sempre più chiara con l’approssimarsi dell’oscurità.
A mezzanotte il posto è tutto pieno di gente. L’albero è al centro con la sua luce magica e irreale.
Fra il brusìo della folla si odono strani discorsi:
“Sotto c’è una miniera di zolfo.”
“Se scaviamo attorno alle radici troveremo l’oro.”
“Le sue radici arrivano fino all’inferno!”
Al mattino dopo il mais è abbattuto e calpestato per un largo tratto. Inoltre il terreno è stato smosso attorno all’albero. Qualcuno ha scavato forse credendo di trovare l’oro.
La notte successiva accadono cose ancora più inverosimili. Circa alle due quando quasi tutti sono andati a dormire, arriva un gruppetto di donne che non ho mai visto prima.
Una donna di circa trent’anni bruna e formosa, di colpo si sfila il vestito e rimane completamente nuda. Adesso abbraccia il tronco, vi struscia contro con il corpo, emette sospiri e gemiti.
Le altre donne fanno circolo intorno per proteggerla dagli sguardi. I pochi uomini presenti fischiano, gridano e corrono più vicino.
Una sera di agosto il cielo si è oscurato. Un pastore arriva di corsa come se avesse il diavolo alle spalle e grida spaventato:
“Ci sono gli spiriti, ci sono gli spiriti dentro il salice...”
Insieme ad altri vado a vedere.
Rivedo il salice. Sul tronco sono attaccati nastri rossi annodati e steli di frumento con il nodo, segni di richieste e desideri.
A intervalli le foglie si muovono frusciando, come scosse dal vento. Ma è una sera quieta e non c’è un filo di vento. Guardo gli altri salici che hanno le foglie tutte immobili. Poi torno a guardare questo e sembra scosso dalla furia di una bufera.
Sento le gocce di sudore cadermi dalla fronte. Un brivido freddo mi corre lungo il corpo. Cosa è questo nuovo fenomeno? Che cosa succede in questo posto?
Nei giorni successivi la gente smette di lavorare per andare a vedere l’albero. La macchia di mais calpestato si è notevolmente allargata.
Un mattino il padrone preoccupato per come vanno le cose e per evitare un maggior danno alle colture dà ordine di abbattere l’albero. Nessuno vuole eseguire, ma due operai venuti da fuori accettano l’incarico.
In poco tempo con vanghe e picconi sradicano l’albero. Il tronco viene trasportato sull’aia della fattoria e segato in pezzi per fare legna da ardere.
Le sere successive fino a tutto settembre la gente arriva e ci domanda che fine ha fatto il salice. Alcuni raccolgono pezzi di corteccia fosforescente e li portano con sé come amuleti. Due signore affondano nel fango fino alla caviglia per cercare pezzetti di corteccia, e bisogna aiutarle a tirarle fuori.
Nelle fredde sere di inverno mentre la nebbia sale dai fossi, le vecchie raccontano gli strani prodigi che avvenivano intorno al vecchio salice: una donna sterile era diventata feconda soffregando il proprio corpo contro il tronco e le ragazze che andavano là di notte vedevano il volto del loro futuro sposo.
LUGLIO 1991
LUCY LA STREGA
Conoscevo Lucy fin da bambina. Suo fratello era mio amico ed un giorno mi portò a casa sua per vedere un quaderno di francobolli.
In quella occasione conobbi Lucy. Era magra e pallida. Aveva un vestito bianco sporco e mi guardava seria senza parlare.
In seguito l’ho rivista altre volte. La madre morì alcolizzata. Suo fratello si sposò e andò via.
Lucy è rimasta a vivere da sola. In paese alcuni dicono che si prostituisce, altri dicono che possiede la seconda vista e fa gli scongiuri.
Mentre mi avvicino alla sua abitazione sento un brivido corrermi per il corpo. La casa di mattoni ha colori rossastri nel sole di ottobre. Un albero di giuggiole quasi spoglio sta alla sinistra. Sull’aia ci sono gatti, botti, foglie secche. Mi avvicino alla porta e chiamo:
“Lucy, sono io...”
“Vieni dentro. Ti aspettavo...”
In cucina mi offre un bicchiere di acqua zuccherata con la barbabietola. Le disgrazie che abbiamo avuto nelle nostre vite ci permettono di comprenderci subito. Le racconto cosa mi è capitato, le avversità di questi ultimi anni, le scelte sfortunate e parlandone mi sembra di cercare una spiegazione del male nella vita.
Lucy mi guarda con i suoi verdi occhi gelidi. Va a prendere uno specchio, lo posa sul tavolo e torna a sedersi accanto a me.
Nella stanza in penombra Lucy incomincia a guardare dentro allo specchio. Il volto è pallido e scavato. I suoi capelli le ricadono intorno come una pioggia viva.
“Vedo un fumo grigio... immagini... Tutta una vita... Una vecchia... Una casa...”
Fa un lungo sospiro e alza gli occhi verso di me:
“Per adesso ho finito. La prossima volta portami qualcosa che appartiene intimamente alla tua casa.”
La sera d’autunno è umida e fredda e la luna sembra di cristallo. Nella mia tasca, avvolto in un foglio di carta ho un pezzetto di intonaco che ho staccato dalla parete. Sto tornando da Lucy ma non so cosa pensare dei suoi discorsi. Forse è tutto irrealtà e follia. Un gruppo di ubriachi cantano una canzone senza senso nella nebbiolina.
Arrivo emozionato all’appuntamento e sento il cuore che batte. Spingo la porta aperta. So che lei ha già intuito la mia presenza mentre chiamo piano: “ Lucy...”
Lei indossa un vestito nero, attillato che lascia le spalle nude. Il volto è pallido e scavato.
Per disperdere la tensione nell’aria le mostro subito il pezzo di intonaco che ho portato. É grigio e friabile. Lei lo prende, lo tocca, lo posa sul tavolo.
Si siede ancora vicino a me davanti allo specchio. Mi appoggia una mano sulla spalla e socchiude gli occhi. Sento il tocco della sua manina soffice, sento il profumo tenue dei capelli.
I suoi occhi guardano lontano come se volesse perdersi dentro allo specchio. Il suo respiro si fa più lento, più profondo. Ora diventa breve e saltellante. Le sue parole sono un sussurro rauco e un singhiozzo:
“Vedo... una vecchia e una maledizione... Riguarda la casa e colpirà... solamente i maschi... Le femmine sono al sicuro...”
Più tardi quando ritorna in sé appare stanca e affaticata. La tensione nell’aria è calata e ci mettiamo a parlare.
“Da quanto tempo vivi in questa casa?” mi chiede.
“Da circa due anni.”
“E da quando sono incominciate le tue disgrazie?”
“Adesso che me lo fai notare, da quando sono andato ad abitare in quella casa.”
“Di chi era quella casa?”
“I proprietari erano morti, la casa era in vendita da tanto tempo. Io ho trattato con l’agenzia.”
“Come era la casa?”
“Era molto vecchia, per questo costava poco. Ma l’ho fatta rinnovare completamente...”
“Hai abbattuto anche i muri perimetrali?”
“No, quelli li ho lasciati per non perdere i diritti.”
Si è fatto tardi. In silenzio mi accompagna fuori ma davanti alla porta si ferma:
“Tu non puoi sapere cosa si svolge dietro i muri delle case... Non puoi capire i drammi segreti... Per questo dovrai tornare ancora da me un’altra volta...”
“Va bene... farò come vuoi.”
Le nostre voci, nella notte autunnale, hanno un suono diverso, più stridulo e quasi disperato.
Due sere dopo cammino sull’erba alta bagnata di umidità verso la casa di Lucy. I pensieri girano nella mia mente e mi sembra di vivere in un incubo. Entro nella saletta buia.
“Lucy, ci sei?”
Silenzio di tomba. A passi incerti proseguo e apro la porta della cucina. Lucy sta là seduta e mi volta le spalle. La sua voce bassa mi dà un sussulto:
“Stasera la luna è sorta con un alone rosso sangue. I cani ululano. Stasera la luna mi fa paura...”
Su un tavolino rotondo lì vicino c’è un candela, un lungo spillo, un mucchietto di sale, alcuni nastri neri, perline di vetro e il pezzo di intonaco che ho portato. Lucy sta cantilenando alcune parole in rima con voce bassa, gutturale e con le mani batte la superficie del tavolo come fosse un tamburo. Alza gli occhi verso di me:
“Mi ha insegnato mia mamma che era una medichessa e lei ha imparato da mia nonna.”
Poi ritorna nel suo stato di sonnambula.
A un certo punto Lucy prende qualcosa con le lunghe dita! É una bambolina di stoffa con seni e sesso femminile. Si avvicina al focolare e la butta dentro un pentolino di acqua bollente, poi intona la cantilena, ripetitiva, monotona, ossessionante.
Per un attimo la bambolina sembra viva e si contorce dal dolore. Lucy ha smesso di sussurrare e sta tremando. Dalla cappa del camino proviene un lamento acuto che finisce in un ruggito che mi fa rabbrividire. Mi volto impaurito. I piatti della bilancia oscillano da soli sulla vecchia credenza.
Allora afferro Lucy per le spalle e la ritraggo indietro spaventato. Restiamo così abbracciati. Si sente solo il borbottìo dell’acqua che bolle nel silenzio adesso.
Dopo un po’ Lucy mi respinge con un sorriso, ed io esco da solo nella notte.
OTTOBRE 1991
LA CASA DEGLI SPIRITI
“Mio zio Ernest è morto. Lo hanno seppellito la settimana scorsa.”
“Oh, mi dispiace. Lo stimavo molto...”
“Ho ereditato la sua casa. Vieni a vedere cosa te ne pare. Ho deciso di trasferirmi là appena mi scade il contratto dell’appartamento.”
É una sera di febbraio con vento e nevischio e dopo questo incontro camminiamo insieme verso l’abitazione che si trova qui vicino. Lasciata la piazza ci immettiamo in una via secondaria malrischiarata, fiancheggiata da alberi.
La casa è una delle ultime in fondo alla via. Si vede subito che è abbandonata. Dalle imposte chiuse non esce un filo di luce.
Il mio amico Gregor tira fuori alcune chiavi e nell’oscurità lo sento armeggiare con la porta.
“Strano... La serratura deve essersi inceppata...” lo sento dire.
Io mi avvolgo di più nel soprabito in attesa di entrare.
Uno scatto e un cigolìo. Entriamo nel buio. Gregor gira l’interruttore e due lampadine fioche si accendono ai lati. Siamo in una saletta gelida con sedie di vimini, un cappello appeso a un attaccapanni di legno, la tappezzeria a fiori che cade in pezzi. Una finestra sbatte al piano superiore.
Camminando sulle mattonelle che si muovono visitiamo per prima la cucina. C’è una vecchia credenza con la bottiglia di whisky mezza piena e le briciole secche di pane. Dal camino spento proviene l’odore della fuliggine.
“Quando si è ritirato dall’allevamento del bestiame, mio zio si è dedicato al giardinaggio. I suoi stivali, la sua pipa...”
C’è anche una piccola cantina con ceste di legna e un ceppo con la mannaia.
Lasciati quegli ambienti entriamo in uno studio impregnato da un forte odore di tabacco. Sugli scaffali e nelle vetrine ci sono molti libri con la copertina nera che trattano di spiritismo. Sul tavolo c’è un tabellone spiritico, una tavoletta ouija, pile di registri scarabocchiati, un candeliere, gli occhiali...
“Mio zio faceva una vita molto ritirata.”
Poi si avvia a salire i gradini per farmi vedere il piano superiore, ed io lentamente lo seguo. La casa è gelida. C’è silenzio di tomba, freddo e odore di umidità.
Di sopra c’è un corridoio con alcune porte, alcune aperte, altre chiuse. Si sente un rumore metallico provenire dietro una di esse. Gregor si ferma di colpo. Poi apre la porta che immette nella latrina.
Il finestrino di ferro sbatte.
“Ero convinto di averlo chiuso bene la volta precedente” mormora mentre fa forza sulla maniglia. Poi richiude delicatamente un rasoio con la lama aperta.
“ Mio zio era contrario alle modernità.”
Io resto immobile sulla soglia. Guardo la vasca di ferro arrugginita con il fondo bagnato, il pettine con alcuni capelli attaccati. C’è freddo e odore di fogna lì dentro.
Nella stanza da letto domina la foto ovale di Ernest Navarros con volto scarno, la lunga barba nera e l’espressione dura. Sulla parete opposta ci sono alcune oleografie con scene campestri. I loro colori nella stanza tetra sembrano innaturali.
“Ultimamente mio zio faceva una vita da misantropo...”
La casa è impregnata della presenza del vecchio, come se egli fosse ancora qui fra di noi. Involontariamente il mio amico ha abbassato la voce come se avesse paura di disturbare. Le assi del pavimento scricchiolano e i nostri movimenti sono più cauti come per paura di farci sentire.
Il silenzio della casa è pesante.
Improvvisamente un cane abbaia forte fuori. Il mio amico ha un sussulto:
“É il cane di mio zio nel cortile qui dietro; avrà sentito qualcosa...”
Mi avvicino a una finestra e una ragnatela mi si attacca alla faccia. Mentre mi pulisco sento il mio amico che corre e grida: “Là! Là! Guarda!”
Una luce rossastra proviene dalle scale, un brutto riverbero color rosso mattone, come fiamme.
“Scendiamo, presto! La casa sta prendendo fuoco!” grida Gregor.
Lo seguo saltando i gradini e corro a vedere in cucina mentre Gregor si precipita nello studio.
Qui la luce è scomparsa. Dalla porta della cantina proviene buio e una vaga sensazione di pericolo. É tornato di nuovo il silenzio. Il freddo è intensissimo.
Allora sento un grido strozzato come se qualcuno avesse vomitato. Raggiungo di corsa il mio amico.
Gregor è in piedi sulla soglia dello studio. Mi guarda con la faccia bianca e gli occhi stralunati. Sta tremando e sembra che voglia dirmi qualcosa ma non riesce a tirar fuori neanche una parola.
“Che cosa succede? Va tutto bene?”
Lo incoraggio mentre mi avvicino. Poi mi affaccio dentro allo studio e resto pietrificato per la sorpresa.
Il vecchio Ernest con stivali e pipa sta seduto curvo davanti al suo tavolo.
Che mi venga un colpo! É proprio lui. Lui, o il suo spirito. Non è fatto di carne perché è semitrasparente...
Barcollando come un ubriaco il mio amico cammina verso l’ingresso ed esce fuori. Io lo seguo sforzandomi di non guardare più dentro allo studio. Spengo la luce e mi tiro dietro la porta.
Accompagno Gregor camminando al suo fianco e per tutta la strada fino al suo appartamento non diciamo una parola.
Alcuni giorni dopo incontro nuovamente il mio amico che mi parla di tante cose senza accennare mai a quello che è successo.
Un giorno di marzo, passando davanti alla casa che ha ereditato, vedo un cartello appeso di traverso sulla porta. In esso c’è scritto:
Casa ammobiliata in vendita.
MARZO 1992
INCONTRI NOTTURNI
Arrivo a casa tardi, di notte. Appoggio la bicicletta sotto alla tettoia e cammino verso la fattoria.
É un’umida notte di agosto. La luna alta nel cielo illumina il cortile vuoto, disegna ombre storte e dentate sul terreno. Alla mia destra oltre il pollaio e i cespugli di serenelle, si stende il vigneto, ondulato sotto alla luna. Tutto è immobile e silenzioso.
Ma là in fondo qualcosa si muove di sfuggita. Mi fermo e ritorno indietro.
Vedo una forma vaga, biancastra, in lontananza. Che cosa può essere? Un riflesso delle foglie? Un ramo nudo?...
Sono stanco e devo andare a dormire. Apro la stretta porta di ferro ed entro nella saletta. Senza fare rumore salgo di sopra, mi spoglio e mi sistemo a letto.
I ricordi della sera passano nella mia mente. La musica delle chitarre, il ballo con la ragazza, i lunghi baci... E la macchia bianca nel vigneto, che cosa sarà stata?
Mi sento agitato. Mi giro nel letto senza riuscire a prendere sonno. Ho fatto male a non andare a controllare. Dopo un po’ mi alzo, mi rivesto e scendo giù.
Rivedo il cortile deserto, allagato di luna. La notte d’estate sembra diventata più fredda.
Come arrivo all’inizio del vigneto vedo che è ancora là. É una forma bianca e nera proprio all’incrocio di due filari di viti. Sembra un uomo con un mantello.
Innervosito mi incammino di buon passo. Il terreno è ondulato fatto di discese e salite. L’erba alta bagnata di rugiada mi rallenta l’andatura. Ho fatto male a non portare i cani con me. Dove saranno i due cani adesso? Perché questa notte non mi sono venuti incontro come le altre volte? Forse staranno dando la caccia a una talpa nei campi.
Quando arrivo a metà sento un suono strano provenire dal fondo del vigneto. Sembra un lamento, debole, intermittente.
Mi fermo per tentare di capire di cosa si tratta. Appoggiato al casotto dell’irrigazione c’è il manico di una vecchia zappa. Lo impugno forte e riprendo ad avanzare. Almeno adesso ho qualcosa per difendermi.
C’è una strana tensione intorno. La vita sembra sospesa. Tutto è statico, immobile. Nel silenzio assoluto sento solo i tonfi del cuore e un fastidioso fischio alle orecchie.
La forma bianca sembra un lenzuolo che galleggia nell’aria. Adesso è troppo tardi per tornare indietro. Devo sapere di cosa si tratta!
Man mano che mi avvicino la vedo sempre meglio e più grande. Una forma bianca, mobilissima, percorsa da ombre nere.
Il mio stupore aumenta e incomincio ad avere paura. Ogni passo che avanzo mi costa sempre maggior fatica. Finalmente mi fermo, come davanti a un abisso.
Non è una cosa di questo mondo. E adesso ne sono sicuro.
La cosa si sposta verso sinistra, ondeggia un poco verso di me, attraversa i fusti contorti delle viti... Resto a guardare con gli occhi spalancati. Percorre alcuni metri e all’improvviso... scompare.
Ho i nervi tesi, lo sguardo fisso verso il punto dove si trovava. Sto tremando e il sudore mi scorre giù lungo il corpo. Respiro come se mi mancasse l’aria.
Piano piano la natura torna ad animarsi. I grilli riprendono a cantare. Un uccello notturno stride. Poi sento i cani che abbaiano e arrivano di corsa.
Con uno sforzo riesco a muovere le gambe. Lascio cadere la zappa e scappo via correndo sempre più forte, accompagnato dai cani, finché con il respiro ansante rientro in casa.
Solamente molto tardi, stremato dalla stanchezza, riesco a prendere sonno.
Il mattino seguente ancora con la testa confusa scendo giù e incontro Gaspar che sta scopando il cortile.
“Ehi Gaspar, che tipo di letame hai sotterrato nel campo in fondo al vigneto?”
“Mah... Il solito preso dalla stalla, prima della semina.”
“Ho avuto una specie di allucinazione stanotte... Ho visto una forma bianca e quando mi sono avvicinato è scomparsa... Saranno i gas del letame, i fuochi fatui...”
L’uomo si ferma di colpo guardandomi con una faccia seria e rugosa:
“Lei ha visto lo spettro di famiglia. Quello che annuncia una disgrazia. Ecco cosa ha visto.”
“Ma cosa dici?”
“L’ultima volta che è apparso è morto il vecchio padrone. Forse adesso toccherà a questo.”
Due mesi dopo il padrone della fattoria morì di infarto, nel suo letto, all’età di 79 anni. Al suo posto adesso c’è il figlio non ancora quarantenne.
Per rivedere il fantasma di famiglia bisognerà aspettare presumibilmente altri quaranta anni. Chissà se a quel tempo io sarò ancora tra i vivi.
MAGGIO 1992
LA CASA DELLA STREGA
“La vecchia Kostia è morta. Era una strega e noi andremo a visitare la sua casa.”
Con queste parole il mio amico George mi accoglie nel suo studio in un pomeriggio di agosto.
“Ma non sarà rischioso? Se qualcuno ci scopre?” obietto io.
“I proprietari abitano lontano, gli eredi non ci sono. Non c’è pericolo. Nessuno può venirci a disturbare.”
Sono seduto con un bicchiere in mano ad ascoltare il mio amico, scapolo, studioso di occultismo.
“Da alcuni anni sto studiando la psicocinesi, cioè la capacità della mente umana di influenzare la materia. Scriverò una relazione per la Società delle Ricerche Psichiche.”
Sullo scaffale ci sono strani apparecchi: un gancio con un filo e una pallina di sughero in fondo. Una lamina orizzontale infilata al centro di uno spillo, per poter ruotare...
“Servono per studiare la psicocinesi. É una energia debole all’inizio” spiega il mio amico.
“E cosa c’entra questo con la nostra esplorazione in quella casa?”
“Là ha abitato la vecchia Kostia che ha praticato la stregoneria fino all’età di 96 anni. Ora la stregoneria fa uso della psicocinesi per i suoi scopi benevoli... o malefici...”
Mi mostra alcune foto infilzate di spilli, tagliuzzate con le lamette.
“Alcune ragazze fanno così quando sono state abbandonate dal fidanzato...”
Poi mette sul tavolo una bambolina formata da un pezzo di stoffa arrotolata come un sigaro. C’è disegnata una faccia stilizzata: due punti per gli occhi, una linea verticale per il naso e una V rovesciata per la bocca. C’è disegnato un cuore e un sesso maschile. La bambola è strangolata da un nastro nero e trafitta da uno spillone. Sulla schiena c’è un nome e cognome.
Vedo l’odio cristallizzato in questo pezzo di stoffa; l’odio reso visibile, reso materiale!
“Che cosa speri di scoprire dentro quella casa?”
“Tutto. E niente. La stregoneria ha radici profonde nelle nostre campagne. É una tradizione oscura tramandata dalle vecchie alle figlie, nel corso dei millenni. Una tradizione segreta sussurrata accanto al camino nelle nebbiose notti invernali...”
Fa una pausa prima di alzarsi:
“É ora di andare adesso.”
Mi infilo il giubbino e usciamo fuori. Camminiamo per una stradina di campagna costeggiando campi di mais secco. Dopo un po’ arriviamo in vista della nostra mèta.
Una casa tetra e isolata, di mattoni, con le finestre buie spalancate come occhiaie. Il sole al tramonto le dà un colore rossastro. Da un arco gotico escono pipistrelli.
“É quello il posto?”
“Sì, è un ex convento del 1500 adibito a case contadine. L’ultima famiglia è deceduta almeno sessant’anni fa. Da allora oltre la vecchia Kostia nessuno l’ha più abitata.”
Mentre ci avviciniamo la casa sembra ingigantirsi e si notano crepe, porte murate, imposte cadenti.
Attraversiamo un cortilaccio rovesciando cespugli di morella alti come noi. In fondo c’è una porticina di legno corroso dalle intemperie, con la parte inferiore marcita. George inserisce una levetta e con un colpo secco la porta si apre sbilenca da un lato.
Luce grigia, umidità e polvere al piano terreno. Rottami di mobili, una credenza decrepita, pile di sedie sfasciate, una tavola con le gambe tornite, casse di bottiglioni. Arriviamo a una scaletta ripida di legno.
Al primo piano ci sono tante stanzette con finestrelle piccole e quadrate. Un letto di ferro e altri mobili scartati. Nella grossa canna fumaria ci sono buchi rotondi dove evidentemente attaccavano le stufe. Saliamo ancora sulla scaletta di legno e arriviamo all’ultimo piano.
“Questa era la stanza della strega” sussurra il mio amico.
Una cameretta piccola e bassa che prende luce da una finestrella su un lato. Il muro portante ha una grossa crepa. Vicino al camino c’è un paiolo e una scopa di saggina. Sul pavimento pieno di sporcizia alcune schegge di vetro luccicano pericolosamente...
Sul muro a nord ci sono strani segni disegnati con il carbone. Rappresentano spirali, cerchi concentrici, ellissi concentriche. Il mio amico li ricopia su un taccuino e commenta:
“Probabilmente è qui che la vecchia Kostia si sedeva a cantilenare le sue filastrocche...”
Poi esamina gli oggetti sopra una mensola piena di polvere: pentolini, la statuetta nuda di una Dea, una cordicella con nove nodi doppi, un cucchiaio, un anello, uno specchietto rotondo...
George guarda dentro alcune scatole e lo sento mormorare:
“Penne di gallina... foglie di stramonio... giusquiamo... morella... brionia... questo non so cos’è...”
Una luce rosso cupo è apparsa sul muro sotto i travi. Sembra una macchia di sangue e mentre la guardo per capire cos’è, sbiadisce e scompare. Sento una corrente di aria fredda passarmi sulla faccia.
George prosegue nelle sue ricerche. Fra alcuni stracci ha trovato un vecchio quaderno e lo sta leggendo al lume di una candela. I fogli ingialliti sono scritti con una calligrafia grande e spigolosa.
Rumori provengono dal basso: scricchiolii, colpi sul legno, qualcosa che sgocciola. Alzo la testa e resto sbalordito. Un fumo grigio scende giù lentamente dalla cappa del camino. Il fumo si addensa in forma contorta mentre la fiamma della nostra candela diventa rossa. Poi di colpo si spegne.
“Si sta materializzando! Ci prende energia. Via subito di qui!” grida allarmato George.
Con uno scatto ci alziamo ed entriamo di corsa dentro una porticina.
Travi annerite e malsquadrate sorreggono il tetto sfondato in un punto. Sulla parete a destra c’è una porta murata. Siamo in una stanza senza uscite e istintivamente mi volto per tornare indietro. Mi affaccio alla fessura della porta e resto paralizzato dallo spavento.
Nella luce lunare che entra dalla finestra vedo alcune ombre immobili, raggruppate. Silenzio di tomba nella stanza. Sento che il mio amico mi è venuto vicino, ha visto anche lui e trattiene il respiro.
Passano alcuni minuti, lenti come secoli.
Adesso, nel silenzio si sente una voce lenta, roca, bassissima...
“... Con il primo nodo inizia il potere...”
Segue il borbottìo di un coro appena percettibile.
La voce riprende bassissima e monotona:
“Con il secondo si unisce... Con il terzo figlia...”
Ancora il borbottìo di prima.
“Con il quarto si accumula... Con il quinto vive...”
Io e il mio amico stiamo rigidi accanto alla porta e non osiamo muovere un muscolo.
“Con il sesto germoglia... Con il settimo fermenta...”
Sento fruscii, rumori di cose spostate sul pavimento. Dalla porta socchiusa vedo leggeri contorni viola nella stanza.
“Con l’ottavo si accresce... Con il nono colpisce!”
Il borbottìo aumenta, diventa più forte, poi cala e ritorna il silenzio.
Si ode adesso un coro di voci sepolcrali, scandite da colpi secchi di pezzi di legno battuti fra loro. Una cantilena lamentosa, fatta di suoni strascicati e gutturali:
“Hiii-ala... Shiii-ala... Shìta!”
La cantilena prosegue monotona, ripetitiva, ossessiva:
“Hiii-ala... Shiii-ala... Shìta! Hiii-ala... Shiii-ala... Shìta!”
Nella stanzetta della strega è apparso un cono di luce color viola ed è subito scomparso. Sono visioni così deboli che non sono sicuro di averle viste.
Ad ogni passaggio il ritmo della cantilena diventa un po’ più veloce. Vedo ombre nella stanza poi di nuovo il cono di luce viola che gira e si alza.
George mi prende per un braccio e mi parla nell’orecchio. La sua voce è così emozionata che stento a riconoscerla:
“Adesso noi usciremo di qui. Camminando lungo il muro scenderemo la scala. Senza guardare nella stanza...”
“Ma...”
“Adesso! Prima che sia troppo tardi!”
Senza lasciare il mio braccio mi tira verso la porta ed esce.
Come metto piede nella stanza della strega sento una atmosfera pesante fatta di chiarori e di odori. Una congrega di ombre nere stanno accovacciate al centro della stanza. Con la coda dell’occhio vedo vecchie deformi, facce di trapassati con i lineamenti corrosi, streghe...
La scena diventa a ogni secondo sempre più vivida. George mi stringe il braccio fino a farmi male e mormora rabbioso:
“Non pensare a loro! Non pensare adesso...”
La scaletta ripida è un pozzo di buio. Io cammino meccanicamente tirato da George e mi sembra che passi un’eternità dentro quella casa.
Poi finalmente usciamo fuori nel cortile. Respiro profondamente l’aria umida della notte. Mi sento debole e molto stanco.
Passando sotto alla finestrella della stanza della strega alzo la testa per vedere come procede il sabba. C’è solo silenzio e solitudine di una vecchia casa abbandonata.
LUGLIO 1992
ZUCCHE
“Vieni a vedere, vieni a vedere che cosa ho trovato... Stamattina sono andato nel campo delle zucche e mi sono spaventato. Vieni, vieni a vedere anche tu...” insiste con voce ansante il contadino di nome Angel.
É un umido pomeriggio di fine agosto. Il sole rosso sta per tramontare.
Avanzo nel terreno fangoso seguendo malvolentieri il grasso Angel che cammina dondolandosi. In fondo al sentiero basso si stende la piantagione di zucche. Per terra ci sono enormi pozzanghere e l’aria è satura di umidità.
Camminiamo fra le foglie ruvide di zucche che fanno un rumore di cartaccia spiegazzata.
“Dove andiamo a finire?” chiedo senza interesse.
“Siamo quasi arrivati” sbuffa Angel. “Dovrebbe essere qui, o più avanti... Ecco, là! Guarda.”
Due zucche color rosso fuoco, enormi e deformi stanno adagiate tra le foglie.
“Ma ti sembrano zucche queste? É roba da fotografare! É roba da mettere sul giornale...” grida Angel.
“Beh, sì, forse...”
“É roba dell’altro mondo, questa!”
“Beh, adesso non esageriamo...”
Promettendogli di venire con la macchina fotografica ritorno a casa e dimentico l’accaduto.
Un paio di sere dopo, al ritorno dal lavoro, passo davanti alla casa di Angel. Lui è ancora nell’orto e mi chiama agitando il braccio. Scendo dalla bicicletta e lo raggiungo vicino a una aiola di melanzane.
Gli edifici degli essiccatoi mandano un’ombra cupa e fredda. Le distese di meli di fronte sono immerse nella foschia. Ci sono mucchi di pali marciti. Un pagliaio è fradicio di acqua.
Angel sembra fuori di sé stasera:
“Ne ho trovata un’altra, ed è ancora più grossa!”
“Beh, adesso non ho tempo...”
“É mostruosa ti dico! Seguimi!”
Ci incamminiamo ancora per il sentiero in discesa verso la piantagione di zucche. Il cielo è color grigio piombo, eccetto per una macchia rossastra laggiù a ovest. Gli stivali di Angel affondano nel fango e io ho le scarpe tutte bagnate camminando sui ciuffi d’erba.
Quando arriviamo in vista della piantagione di zucche Angel si ferma un attimo. Poi entra con decisione in mezzo alle foglie camminando verso ovest. Arriviamo vicino alle due zucche che abbiamo visto alcune sere fa. Adesso sembrano ancora più rosse e grosse. Angel non bada a loro, prosegue oltre e borbotta:
“Stamattina mi sono spinto più avanti per cercare quelle mature e ho visto...”
Si ferma di colpo. C’è una zucca gigantesca là avanti color rosso infernale.
Ci avviciniamo con precauzione come davanti a una cosa pericolosa. La zucca ci arriva fino all’inguine. É grossa e deforme, semiaffondata nel terreno.
“Peserà almeno dieci quintali” afferma Angel. “Chissà se è buona da mangiare.”
“Beh, no, non so...” Non so neanche io cosa rispondere. Non ho mai visto una cosa simile.
“É straordinario, è incredibile” mormora sottovoce Angel, “chissà come saranno i Geni di questi vegetali...”
Là in quella solitudine, in mezzo a quel campo di zucche sento uno strano malessere e provo il bisogno di andare via.
***
Un’altra settimana di piogge, di giorni tetri.
Un tardo pomeriggio, con un sole giallo e pallido ritorno a casa stanco dal giornale. C’è ancora il vecchio Angel nell’orto, e appena mi vede mi fa strani segni con tutte e due le braccia per chiamarmi. Ma sono troppo stanco e gli grido che ripasserò.
Anche la sera successiva Angel mi chiama facendo dei segni che non capisco. Ma ho troppa fretta e gli grido di aspettare.
Nei primi giorni di ottobre Angel non è più nell’orto, dove tutto è marcito e in disordine.
Circa a fine mese quando la campagna d’autunno è infangata sotto strati di foglie morte, una sera mi fermo a casa di Angel per salutarlo.
Nella cucina bassa accanto al camino c’è solo la grassa madre novantenne paralitica a una gamba. Con voce spigolosa mi dice che Angel è andato via:
“Una mattina è andato nel campo a prendere le zucche da portare al mercato... Da allora non è più tornato. Forse è andato a stare in città, lasciandomi sola... Cerchi mio figlio, la prego, e gli dica di tornare...”
Il mio respiro è accelerato e sento un brivido freddo.
Forse adesso è troppo tardi per cercare Angel.
LUGLIO 1992