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Crisi d’identità
( Stefano Roveron )
Che uno debba scoprire di essere morto leggendo l’articolo di un quotidiano è proprio il colmo… eppure questo sembro proprio io!
Certo, la foto risale a qualche anno fa e adesso sono un po’ invecchiato, ma non ho nessun dubbio in proposito.
Guarda che titolone mi hanno dedicato, addirittura l’onore della prima pagina:
Schianto nella statale Rovigo-Adria. Muore operaio trentacinquenne.
E poi:
Sembra che la macchina in cui viaggiava Candian
(Candian sono io)
sia sbandata, finendo a sbattere contro uno dei numerosi platani che costeggiano il ciglio della strada. Le cause dell’incidente sono ancora al vaglio della stradale, ma tra le prime ipotesi la più avvalorata è quella dello scoppio accidentale di una gomma.
Porca miseria, non mi ricordo proprio nulla dell’incidente.
Comunque il fatto delle gomme è vero, la mia povera moglie me lo ripeteva già da qualche tempo di andarle a cambiare perché erano lisce.
Quindi sono morto!
Che strano, a pensarci bene non mi dispiace poi tanto; mi preoccupa piuttosto la macchina, avevamo solo quella, chissà come l’avrò ridotta…
Boh?
Ma adesso che faccio?
Voglio dire, a parte il problema della macchina, che in ogni caso non mi riguarda più, dove devo andare?
Non ho le idee molto chiare in proposito, è la prima volta che muoio!
Non mi ricordo neppure dove mi trovavo fino a cinque minuti fa.
Già… dove mi trovavo cinque minuti fa?
E adesso? Non mi pare di riconoscere questa via… perché mi trovo qui?
Potrei chiedere a quell’edicolante qualche informazione, ma dubito che riuscirebbe a vedermi: se sono morto vuol dire che sono diventato invisibile, quindi sarebbe solo una perdita di tempo (non sono stupido, ho visto almeno quattro volte il film “Ghost” in tv, quello con Demi Moore, per intenderci).
In ogni modo, ora che ci penso questo fatto è piuttosto strano; ero convinto che quando si muore apparisse un tunnel che conduce fino in Paradiso, ma inizio a credere che lassù si sono dimenticati di me.
Che guaio.
Vebbè, nell’attesa che qualcuno si accorga che sono qui e mi vengano a prendere, n’approfitterò per fare un giretto da qualche parte.
Vediamo un po’… mm… ecco, ho deciso! Andrò in camera mortuaria a vedere il mio corpo!
Lo so che come idea è piuttosto macabra, ma un’occasione così non mi capiterà mai più.
Mi sembra di scorgere una fermata dell’autobus, in fondo alla via; del biglietto non mi devo preoccupare, tanto sono invisibile, sfido qualunque controllore a farmi la multa, eheh!
Sto cominciando ad assaporare il fatto di essere passato tra i più.
Quali altri piacevoli vantaggi mi riserverà la mia condizione?
Salgo sull’autobus, e in pochi minuti sono già a destinazione.
Forse col tempo imparerò a spostarmi volando, e allora impiegherò ancora di meno; per adesso mi devo accontentare.
Passo davanti al pronto soccorso, quindi percorro il breve vialetto asfaltato che conduce alla camera mortuaria senza incontrare anima viva.
Entro.
Appoggiate sui catafalchi in tutto ci sono tre bare.
Dentro la prima c’è una vecchia che avrà novant’anni. Brutta. Incartapecorita.
Nella seconda c’è un vecchio che n’avrà cento. Ancora più brutto. Con la bocca ed un occhio aperti.
Dentro la terza ci sono io.
Squartato.
Ricucito.
Non è un bello spettacolo.
Rimango a contemplare i miei miseri resti mortali, ma stranamente mi accorgo di non provare nessun sentimento in particolare. Né rabbia né rimpianto, né amarezza o delusione.
Sono morto, tutto qui… e la sensazione di pace che mi pervade l’anima non si può descrivere a parole.
Quello che prima era fondamentale adesso non conta più nulla.
Nomi, fatti, luoghi e persone… rimango solo con la mia leggerezza, e ciò mi conforta.
Esco dalla camera mortuaria completamento rinnovato.
Incontrarmi con me stesso mi ha giovato.
Fuori il sole picchia forte.
L’asfalto sta fumando.
Improvvisamente mi sembra di udire delle trombe… che stiano finalmente venendo a prendermi?
Guardo il cielo, ma la luce è troppo forte e m’abbaglia.
Qualcuno mi sta chiamando.
Mi sono sbagliato; non sono trombe, sembrano piuttosto sirene.
Della gente, ferma sul ciglio della carreggiata, sta guardando nella mia direzione.
Possibile che riescano a vedermi?
Stanno urlando qualcosa adesso.
Presto loro orecchio, ma le sirene sono sempre più vicine…
<Levati dalla strada, coglione!>.
Eh? Cosa dite? Non sento! C’è troppo rumore! Non vi sen…
Dal Gazzettino di Rovigo del 12 maggio
Tragico destino accomuna due fratelli di Adria. Luigi Candian era stato ricoverato in ospedale due giorni fa, in seguito allo schianto in cui aveva perso la vita il fratello gemello Antonio. Dopo una notte trascorsa in reparto, dove si trovava in osservazione per una lesione alla testa che gli aveva causato una parziale perdita di memoria, nella mattinata Luigi era riuscito a fuggire dall’ospedale facendo subito perdere le tracce di sé. Dove sia stato durante il pomeriggio rimane un mistero. Il suo girovagare è comunque terminato poco dopo le 17, quando un’ambulanza diretta al pronto soccorso lo ha preso in pieno mentre lui stava uscendo dalla camera mortuaria dove riposava la salma del gemello, ed ora, per ironia della sorte, anche la sua.