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La vie en rouge
( Giovanni Buzi )
Io non sarei un’arma.
Anzi, non lo sono proprio.
Mi presento: elemento chimico, semimetallo, fragile (mi permettete di sottolinearlo?), di colore grigio. Piuttosto acidino, questo non posso negarlo. Inorganico, ahimè! neanche questo. Tribasico, non chiedetemi cosa vuol dire, non lo so.
Come... ridete?!
Esseri umani, quant’arie vi date! Sareste capaci voi, con tutte le vostre conoscenze, scoperte e approfondimenti vari dire, atomo per atomo, di cosa siete fatti? E per di più, come funzionano tra di loro?
Non sento niente.
Qualche ripensamento?
Bene, lasciamo perdere. Continuo a parlare di me, che, lo confesso, è la cosa che più m’interessa.
Egoista?
Certo, e ben felice d’esserlo.
Non è un’attenuante, ma non ho un cuore. Tutto il mio essere è costituito da qualche molecola. Penso, questo sì. A modo mio, sia ben chiaro. Sono un tipo piuttosto solitario. Qualche volta m’associo ad un certo Antimonio. Sia detto tra parentesi, un elemento che si crede Chissachì solo perché gli capita di far parte di leghe dure, come ad esempio quelle per i caratteri da stampa. Povero illuso, non sa quanto serviranno poco in futuro, ormai che si fa tutto a laser e getti d’inchiostro!
Sapete che quando mi riscaldo sprigiono un tipico odore d’aglio? Saranno contenti i vampiri... hì, hì, hì! Ebbene sì, oggi mi sento friccicorello, il perché lo scoprirete presto.
Sono solido, di questo potete esserne sicuri. Usato per farmaci, nientepopodimenoché! A debite dosi, un efficace insetticida. Sono anche un acceleratore di crescita in zootecnia; in altre parole, ho migliore effetti sugli animali che sugli esseri umani. Sono solubile, e qui purtroppo iniziano molti dei miei problemi... oltre al fatto d’essere uno dei più micidiali veleni che esistono sulla faccia della Terra. Ma velenoso lo sono soltanto rispetto ai vostri criteri e all’uso che ne fate di me, cari esseri umani!
M’avete affibbiato una serie di numeri e sgorbietti che voi pomposamente chiamate “formula chimica”. Grazie, grazie tante. Tengo a precisare che non la conosco e non ho nessuna voglia di conoscerla. Se oggi vi do tanta confidenza e mi dilungo a parlare con voi è perché mi voglio sfogare. Che tutti sappiano che mi sono rotto!
Rotto di che?, vi sento dire.
Rotto di stare chiuso qua dentro! Rotto di mancare d’aria! Rotto d’essere inattivo da secoli! Rotto di stare col culo sull’oro! Rotto di vedere “la vie en rouge”!...
Ma le cose per me, oggi stesso, dovrebbero cambiare. Nettamente. Non capite?!... Lo riconosco, tutto ciò può sembrare piuttosto confuso. Nessuna confusione, ve l’assicuro. Se avrete la pazienza di starmi a sentire, adesso mi spiego.
*
Vivo da molti anni in un anello.
Questa sola frase avrebbe già bisogno di pagine e pagine di spiegazioni. Riassumo: vivo, si fa per dire, diciamo che vegeto, staziono, ingombro spazio.
Da molti anni, intendete secoli. Per la precisione 4,5. Non ci credete? Bene, facciamo i conti: siamo nell’aprile 2004, mi hanno estratto e ridotto in polvere nel lontano aprile del 1554, allora, non sono un genio della matematica, ma dovrebbero fare 450 anni, giorno più giorno meno.
In un anello; verissimo! Un fine gioiello rinascimentale realizzato, e scusatemi se è poco, dal famoso Benvenuto Cellini! Un vero pezzo da museo: un mostro marino d’oro massiccio che s’attorciglia con zampe, squame, pinne e coda intorno ad una scatolina tonda sormontata da una semisfera di rubino. Dentro ci sono io, sparso in fini granelli, ridotto ad una polverina.
Io, il principe dei veleni: l’Arsenico!
È per questo che vedo “la vie en rouge”. Per forza, da secoli sono costretto a contemplare il mondo attraverso questo filtro di rubino. Sarà una delle pietre più pregiate, per me è soltanto la parte superiore d’una bara. Trasparente, d’una splendida tonalità sangue di piccione, preziosa, ma pur sempre coperchio di bara.
Non vi preoccupate, non ho l’intenzione di raccontare tutta la mia vita, sarebbe troppo lungo. Vi parlerò d’un solo giorno in particolare, del mio ultimo giorno di vita. Vita vita... anche questa è un’esagerazione. Diciamo, l’ultimo giorno prima della dissoluzione. Suona decisamente meglio. Anche se...
Vengo al dunque: ecco la cronistoria del mio ultimo giorno da polverina inerte e micidiale.
*
Questa mattina, come ogni giorno, la prima cosa che ho visto aprendo gli occhi è stato un mare di sangue. Vale a dire, il marmo bianco del comodino, visto attraverso il rubino, sul quale lascia l’anello la marchesa. Quale marchesa?
La nobildonna alla quale appartengo da ben 40 anni: la marchesa Letizia Foschi de Bertis Lunaris, nata... adesso mi sfugge il nome da signorina. L’importante è che da quando sposò, in legittime nozze, il marchese Umberto-Odoacre Foschi de Bertis Lunaris, nel maggio 1964, ne assunse titolo e nome. Lo so, i titoli nobiliari sono stati aboliti dalle leggi della vostra Repubblica Italiana. Dico solo una cosa a riguardo: pur chiuso qua dentro, in 450 anni ne ho viste e sentite di stramberie! Ma, credete a me, questa della Repubblica Italiana non è poi la più stramba.
Come come? State insinuando che penso e che parlo un po’ antico? Bèh, tutti i torti non li avete. In fin dei conti, non è colpa mia; tutto questo tempo culo e camicia con questi nobili, per usare una delle vostre espressioni, è pur normale che una qualche infarinatura di “bon ton” e “savoir faire” mi sia rimasta.
Sto cincischiando... lo riconosco. È che mi piacciono i dettagli, i dialoghi, in questo caso dovrei dire i monologhi, sinuosi e lenti come il percorso d’un fiume che esita, si ramifica prima di gettarsi e perdersi nel mare. Ebbene sì, m’è rimasta addosso anche un po’ di quell’antica, polverosa poesia, fine e profumata come cipria, con la quale si condivano le infinite conversazioni dei salotti d’altri tempi... Che volete... secoli d’inattività m’hanno quasi ridotto da veleno a borotalco!
Languido e romantico però lo sono solo per brevi periodi, la mia natura acida e velenosa riprende presto il sopravvento!
Bando alle ciance: ecco la storia.
Questa mattina alle 10 in punto, il ronzio del motore s’arrestò; la pedana era arrivata in cima alle scale. La marchesa Letizia Foschi de Bertis Lunaris spinse un bottone; si sentì un altro ronzio, più sottile. La modernissima sedia a rotelle marca “Cometa” si mise in moto. Erano costati non poco quei sofisticati marchingegni: seggiola ed elevatore lungo la scalinata curva che dalla hall porta al primo piano, ma ne era valsa la pena. E poi il danaro non era un problema per i Foschi de Bertis Lunaris, non lo era mai stato.
Le ruote gommate scivolarono senza rumore sull’antico parquet d’intarsi di noce e palissandro. La marchesa percorse il lungo corridoio col viso bloccato in una maschera di marmo: la maschera della perfetta serenità. Io, chiuso nell’anello, sentivo un vibrare insolito della mano, di tutto il suo essere.
La sedia a rotelle continuò ad avanzare con un fruscio appena percepibile, di serpe sotto a foglie morte. Fluida si diresse nell’ala est della villa, dov’erano gli appartamenti della marchesa.
Sulle pareti sfilò la serie di ritratti d’antenati. Mezzi busti di donne e uomini con abiti e pettinature d’epoche diverse, ma dalla sicura aria di famiglia. Identiche le pupille grigio acciaio che foravano le tele come pallottole sparate dall’aldilà. Sì, ci sono anch’io ritratto, e non una sola volta! Certo, si vede solo la mia tomba, quell’anello portato da vari componenti della famiglia.
Arrivammo di fronte ad una porta decorata con un “trompe-l’oeil” di giardino all’italiana in fuga prospettica. Il ronzio della sedia a rotelle cessò. La marchesa spinse un pulsante su un telecomando e con un rullio discreto la fontana in primo piano, il prato, le siepi squadrate, il cielo intero s’aprirono su un salotto giallo oro: l’anticamera della sua stanza da letto.
La seggiola si rimise in moto, la porta si richiuse. Il motore della seggiola s’arrestò di fronte a una toletta interamente in vetro di Murano. Lo specchio ovale era incorniciato da un brulicare di boccioli traslucidi. Fin dal primo giorno a Letizia avevano fatto pensare ad una nidiata d’uova d’una qualche viscida creatura sul punto di schiudersi; scorpioni, ragni, lumache, vermi molli e collosi. All’interno di quei grumi di vetro s’intravedevano venature violacee, rosa e arancio; coaguli di materia in formazione. Come ho potuto distinguere ogni sfumatura se sto chiuso in questo anello? Semplice, più d’una volta e per diverse ragioni il coperchio della mia bara è stato sollevato.
La marchesa s’avvicinava sempre allo specchio con un senso vago di timore e ribrezzo. Quella mattina non ci fece neanche caso. Collo e busto bene eretti, restò a fissare la lastra d’argento cosparsa da un vaiolo di ruggine, mentre sulle labbra sottili le si disegnava un sospetto di sorriso. Chi avrebbe potuto dire che quel giorno compiva sessant’anni?
La pelle un poco appassita restava d’una tessitura fine, di seta. Le guance cominciavano ad incavarsi, ma la consistenza era ferma, compatta, l’ovale del viso pressoché intatto. Sì, qualche ruga intorno a occhi e bocca... ma bastarono pochi colpi di cipria e ogni traccia sparì. Alle labbra un filo di rossetto color sangue. Pochi gesti e sulle arcate sopraccigliari depilate comparvero due perfette curve nere. Ritoccò le ciglia di rimmel, prese poi un pennello, l’intrise in una polverina bronzea, socchiuse gli occhi e con delicatezza lo passò sulle palpebre. Quando di nuovo le sollevò, le pupille brillarono d’un perfetto acciaio.
Per qualche secondo, restò a fissare lo specchio. Pettinò i lunghi e fini capelli biondo platino, li raccolse in una spirale e v’infilzò uno spillone con una perla nera. Cercò in un cofanetto gli orecchini con due bellissimi topazi. Scostò di lato il capo e fece passare il gancio nel foro delle orecchie.
Osservò compiaciuta quella luce oro aranciata che si rifletteva su collo e mento. Prese il nastro di velluto verde dal quale pendeva un grande topazio tagliato a goccia. Il nastro era dello stesso velluto dell’abito, un modello unico, creato appositamente per lei, austero e con scollatura asimmetrica.
Vaporizzò due getti di profumo e tutt’intorno le si creò un’invisibile barriera d’incensi ed essenze d’Oriente. Posò il flacone e restò a fissare lo specchio. Agli angoli degli occhi comparve una sottile rete di rughe microscopiche; la marchesa Letizia Foschi de Bertis Lunaris sorrideva.
Rivolse lo sguardo verso la finestra. Tra gli alberi spogli del parco si vedeva il lago di Garda. Non c’era sole quella mattina, nel cielo ristagnava una luminosità chiara, madreperlacea. Tra pochi giorni sarebbe stata primavera. Nell’aria s’indovinava un vibrare invisibile, una vitalità segreta.
Tutto era in ordine. Lei vestita e truccata. Al piano di sotto, la tavola era apparecchiata, pronta in cucina la zuppa di gamberi. Mancavo solo io, l’Arsenico.
*
Per il suo sessantesimo compleanno, la marchesa aveva voluto accanto l’intera sua amata, estesa famiglia. Aveva insistito; tutti, non doveva mancare nessuno. Le tre figlie con rispettivi mariti e figli, l’unico figlio maschio con la graziosa moglie incinta da tre mesi. Li voleva tutti intorno a sé, voleva abbracciarli con un solo sguardo, guardarli bene in faccia, gustare quel primo pallore, quei primi, vaghi segni d’avvelenamento.
Al solo pensiero di quei momenti, godeva!
Non aveva organizzato tutto da sola. S’era consigliata con Federico, un bell’uomo di 35 anni, suo medico e da qualche mese suo amante. Lui le aveva fatto una corte discreta ma tenace.
Come poter credere che un uomo giovane e bello morisse d’amore per una vecchia paralitica? Letizia si pose la domanda, ma non trovando una risposta, o non volendola trovare, s’accontentò delle parole, delle labbra, del corpo di lui. E non era poco.
Federico era forse interessato alla sua fortuna?
Forse, ma cos’è che si ha del tutto gratis nella vita?
Lui diceva spesso d’amarla, d’adorarla, d’essere innamorato pazzo... Lei non lo diceva, ma lo era.
- Parlami un po’ di questa polverina, le disse un giorno la marchesa mentre, mani intrecciate, stavano ancora sotto alle lenzuola dopo aver fatto all’amore.
Avvampai d’orgoglio e di gratitudine! Dopo quello che avevo visto... in qualche modo avevo partecipato (mi toglieva solo per dormire), lei sentiva il bisogno di parlare di me. Gli lasciò la mano e mostrandomi dentro la preziosa bara, aggiunse,
- È vero che l’Arsenico è così micidiale?
- Bastano 200 milligrammi per uccidere un uomo.
- Meraviglioso!, esclamò lanciandomi uno sguardo attraverso il rubino. Parlami un po’ di lui.
- È un minerale che ha una lunga storia... Già nell’antichità era impiegato in metallurgia. Conosciuto fin da epoche remote ma, probabilmente, furono le repentine morti dei minatori che ne inalavano le polveri estraendolo dalle miniere del Monte Amiata a renderlo, nel Terzo secolo avanti Cristo, “popolare” tra i Romani.
- Splendido!, esclamò Letizia facendomi brillare. Io la vedevo, color del sangue, sorridere. Ti prego continua... Quali sono i sintomi dell’avvelenamento?
- Compaiono dopo alcune ore: si sente un retrogusto metallico in bocca, l’alito comincia a sentire d’aglio, vomito, diarrea, disidratazione, blocco renale, coma, convulsioni, paralisi...
- Stupendo!, e così dicendo si gettò su Federico e prese a baciarlo. Poi s’allontanò e con aria quasi preoccupata aggiunse, fa soffrire? Li voglio vedere soffrire, contorcersi dal dolore sotto ai miei occhi.
- Non preoccuparti, non sembra una bella morte.
Letizia s’abbandonò sul cuscino, distese ogni tratto del viso e con un sorriso beato disse,
- Era questa la fine che la mia adorata famiglia aveva previsto per me. Solo che si sono sbagliati di “consigliere”, vero caro?, voltò il viso e gli accarezzò il petto villoso. Chiedere a te quale veleno sarebbe stato più appropriato per togliermi di mezzo. Ah!, liberò una delle sue risate, l’ho sempre sospettato che fossero un branco di deficienti! L’unica cosa che mi fa orrore è che sono carne della mia carne; ci dev’essere stata qualche “interferenza”, non posso aver dato vita ad una stirpe che non trova neanche il modo d’uccidere la propria madre. Quadri, gioielli, villa, azioni... questo volevano, i soldi, come al solito, come sempre. Volgari. E della loro volgarità moriranno. Ho già preparato tutto. Il giorno del mio compleanno, non appena li avrò visti crepare, dal primo all’ultimo, ce ne andremo. Ho sistemato ogni cosa: ho venduto la villa, i mobili, i quadri, le azioni... i soldi sono al calduccio in un conto svizzero. Ho già i biglietti d’aereo per il Brasile. Ho affittato a Rio una splendida villa. Un po’ classico come risvolto, ma di quel classicismo solido, che dà soddisfazioni.
*
Letizia poggiò l’indice su un pulsante. La seggiola meccanica, come un mostro fedele, s’animò e ruotò di 180 gradi. Ancora un pulsante ed avanzò verso la porta dalla quale era entrata.
I ritratti degli antenati sfilarono lenti; era l’ultima volta che li vedevo. La marchesa Foschi de Bertis Lunaris sistemò la sedia a rotelle sulla pedana, ancora un pulsante e scendemmo. Passando per la hall, si diresse con tutta calma in cucina. Vidi la pentola di porcellana con la zuppa pronta. Sapevo qual era la fine che m’attendeva: disciolto, annegato in quel brodo di pomodori, sedano, cipolla. Scomparso tra i corpi senza vita dei gamberetti.
Mi poteva andar peggio.
La marchesa sollevò il coperchio della mia bara e da rosso rubino vidi il mondo con i suoi colori. Stavo per sciogliermi. Scivolando leggero verso quel mare tiepido, profumato, rivolsi un ultimo sguardo a lei, Letizia. Sarei sparito sì... ma lo facevo volentieri. “Mors mea, vita sua”... Lo confesso, ho più che un debole per lei.
Che volete, dopo tanti anni così vicini, ci si affeziona.