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UNDICI DI VELLUTO
( Velluto )

 

 

 

 

Lutero di abetico

 

Misero in miseria prudeva tasti e simboli musicali dolenti sperando magari potesse finire in adagio

 

Misto in miniera batteva sassi esplodendo macchia nera in vena ormai persa in successione di istanti

 

Macero vero di ridicole sensazioni appese a testa in colle di vipere scortate da larghe bande nere

 

Poi latticini mozzati

 

 

Sono 4 suonate meraviglie di evento inspiegabile

 

 

 

simboli musicali dolenti

 

sperando magari

 

potesse finire in adagio

 

sua uscita in mezzo

 

a nudo parto di gestante

 

improvvisata

 

^in tinello giallo foglia

la voglia tua la voglia mia

la spoglia in sfoglia poi

tovaglia tutta stoviglia

di psiche che raglia^

 

 

Sono 3 suonate mescolate di umori e fischi

 

 

esplodendo macchia nera

in vena ormai persa da successione di istanti

riabilitando suo essere effimero in applausi muti

esaltati a contrario di sua percezione da

sonori strozzati e spiazzanti

fischi di gelo placcato d’oro in piccole urla capovolte

 

 

Sono 2 suonate quasi sposate in loro diversità

 

1 chiede cosa  morsica il senso

e l’ aspettativa crolla appesa

in altrettanti pezzi a comporre

giudizio negato di valore aggiunto

mentre le scorte per nuovo avvenire

scoraggiano anziani a mettersi in marcia

passo dopo lasso dopo passo

 

 

poi latticini formanti stelle divagano sopra loro sorte

e sorella nana gestisce in centri contanti loro evolvere

di stima in disistima

accelera in bastoni e coppe di briganti lasciati liberi

in agire di moto ondoso pericolo

perché di ombroso velarsi lascia freddo in mezzo ai denti

della povera Gianna che grida e allarma vicinato

si è svegliato

si è portato

 

dentro i boschi di nostri focolari amari

cercava un cavallo e il suo maglio argentato

in un riflesso di luna a sfera su marte e lo dicevo

mentre con te giustiziavo il mio respiro

in tante piccole letali sorsate di blu blub

 

 

 

Appendici anche me sopra l’albero della cuccagna

 

tic tac bum bum tic bum tac

trama

lista ripassa lì e sta masticando gum sputando lì

e rimanendo nervoso agglomerato di spasmi al basso ventre

 

split e muffa  riffa splendida sfida

lucidata da dietro e sorpresa a fronte di un palco

 

carrucole a muovere intorno impalcature (statiche di nascita)

ferro bulloni e luci di latta colorate

 

forza spessore e sicurezza a segregare una regia

comunque sempre imperfetta

 

prova sa sa check sound e voci su voci

passi capi chini ancora passi

 

buio

 

oggi le nuvole non lattano vie

e io procedo

e io le bevo quasi annegandone

 

poi sei pazzo disfattista longilineo

quasi evento d’essere

quasi mai sai ma stai

 

sfottendoti in abiti tagliati su misurini miopi

 

scoglio e marea di una nausea per N

l’udito teso ad un mondo sincrono

l’idea di base che sposa le avvertenze logiche

l’ingenuo mortificare aspettazioni in ansie scalettate

(previa autorizzazione si A eh eh)

 

e non ditemi che sono bravo

e non ditemi che sono

e non ditemi

 

dandomi l’inciviltà come copione

la mestizia come logica

il sorriso come scomparsa

 

i ci dis con le fiabe si vendono sempre a parte

di solito oltre i drappi rossi

 

vero sai che mendichiamo tutti

 

sia risposte che domande

sia prime che ultime

sia mesi che anni tutti uguali

 

però ci stiamo e finché non si inizia

non recitiamo non divertiamo non siamo

 

123 Merde e poi si tocca si tocca e ci tocca

 

 

 

Chi cova Costa

 

Degna

 

l’alta metà del cellophane

ti costringe in calze non tue

diva celebrata dalle rughe

 

e la mattina è dettaglio

sfida a prosciutti e flash

 

buona eri nella prima

secca e piegata ora

bevi e di nascosto tiri

le rotaie bianche di vetro

 

ti telefoni senza numero

e più sbatti la testa al muro

più rimbalzi nel tuo cliché

 

non saranno i rumori di pasqua nel paese

a distrarre la madonna che sei

con gli angeli che t’avevano promesso

il rito abbreviato all’eterna giovinezza

(e chi vuol esser lento sia tanto

nel traguardo non v’è ricetta)

 

ti vogliono tutta cita e boccoli

per ridere più forte della loro vergogna

ti nasano in odori di cipria

accendendo fari che curano il passo

e sei più mummia di me

che ho sposato la vita al lampione del ricordo

dedicandone gran parte a the che mi scotti

 

sono io la tua fetta di limone

rilassato rifletto e galleggio

nella disistima di me

nelle foglie di bosco senza bidet

 

eco di Michele Gioacchino

a fare battuta all’ironia

gioco set partita iva

tornata franca

e bisogno di saldare debiti

 

la ragione del pentimento

diventa luogo comune

per piattezza d’espressione

malandando lo sconcio

con la liturgia

in un lasso da intellettuale

invecchiato bene

tu musa per chi è già

tu stufa per chi era

io staffa per scelta

nel chiosco d’incoerenza

della santa rima braccata

alle due di note

sol si resta

a frugare nei pensieri

di amore durato poco

sulle perline cesame

della malinconia verbale

il sussistere in tema

senza uscirne mai

l’altalena di un vederti carente di zaffiri

ma sconvolta dagli zirconi d’io debole

 

concentrato forte e rasato

sempre tuo

e  per la vita appassionato

fan Culo

 

 

 

Genziana di Malumore apena sospirata

 

lascia che ti vernici

posso

in bolle azzurro jeans

lascia che peschi l’ ultimo

coraggio allungando

mano su malleabili assortite

dolci di non sapore

edificate in via monopolistica

x incantare meno di+

ti dirò sussurrato

ad orecchio teso a sentire

rosa invece di sposa

amorosa invece di appiccicosa

salivosa invece di

discesa pericolosa

il freno di intelletto

non ammette tagliandi

molla presto molla tardi

e prende velocità

talmente ma talmente

da rotolarti addosso

lasciandoti  fermo esposta

che faccia male conosco

lo immagino

come caverna adombrata

da vespe in cerca di fumo

esagitate dal loro frullare

rumoroso presente radiale

esaurite nella nebbia distratta

di lucidità di mente  e  necessità

liberati di me liberati di tutto

rispondi al mondo con lutto

verso genitori dimenticati

in piazzola di sosta domenicale

e abbaia  lontano dai muri

dei sordi magnifici si sempre quelli

accendi in percussione

l’ ultima speranza di rivenderti

liberata in belle acque 

raffinate dal tuo corpo colato a picco

in maglione francamente troppo largo

x contenere sia te che brame sparse

a terra ora

dopo il circuito di ogni tondeggiante

prima di slancio appassionato

delicato dedicato

fai come quando non ti trovi

urla a Domineddio solo

urla

ma in silenzio mi raccomando

dentro tranquillità di sinonimo

imperituro ingegno

 

 

 

La Prima in Voglia

 

[] il titolo non è origine o originale
la storia nemmeno
ma il pubblico applaude lo stesso []

scema uno

buongiorno o buonasera bene bravo bis
inchino ai fiori petulanti venuti dal blu

scema due

quartine ridotte a quinte in subbuglio
raglio in scena fischi in fiaschi porta male

scema tre

applauso di circostanza danza vestendo
sala
ma non troppo sai dopo la pressione alza
preoccupazioni

scema quattro

perchè non capite perchè gioite
di distese grancasse fracassate in scena
per tripudio d'oasi rinfresca lupini

scema cinque

non ho l'età non ho l'età
per recitare monomastici in prosa
di belle maniere sparate lontano

scema sei

questo se permetti
riguarda me e regista occulto
i complimenti please i complimenti

scema set(t)e

intervallo ristoratore
espone menu
pubblico diventa protagonista
e si guarda e si paga e si parla

scema otto

buio in occhio destro
sinistri presagi emozionati
pillole di luci e come scomoda poltrona
polvere sul palco apre in festa

scema nove

momento critico in appunti bloccati
anta gonista prota gozzista
duello fardello
drama
che dipana la trama
ordita da secoli tra mandati e mandanti
muoiono tutti quanti

scema 10

grappoli di evviva in uscita
inchino
1 2 3 e quattro
standing ova no action
trionfo svuota sforzo

scema pubblico
scema entusiasmo
scemano attori
scemano tecnici
e in ultimo scemano moci

resta l'anima mai colta
in spicchi di fato
quel di più
che toglie qualcosa a qualcuno
lasciando immobile
una scena recitata sola
per desiderio di sintesi


 

L'Elefante va mangiato a fette


Una cosa era scherzare l'altra cosa era il possesso

dentro i cruciverba della memoria lezioni di intraprendenza

parte uno e senza ghiaccio sirena falena

misogino segnale fra i fili di canapa nostrana
svaligiando a mani e paste [frolle in frangia corta]
seduti su ipotesi tramontanti dentro gelatine di san marziano
altro cadavere sulle pendici di speranza
latitante a macchia di leopardi sfiniti da alito troppo annusato
sperduti dentro giochi d'occhi pani canti e balli spallinanti
ad ogni percettibile passo mosso tra ortiche e non si dice

parte due a stropicciare palpebre in accensione di spegnimento

limitante a travisamento
guadando sinistra poggiata a nesso mentre destra convessa sue colpe
litorali sazi di cicatrene appesantiti in forma d'anfora infetta
piastrine in attacco di cancrena
lasciano tesori alla mercé di usurpatori narranti nuove libertà
e non resta che affollare in spallate a mani levate
la mamma che cade da forme azzurre
[piantando alberi di primi zie secondi parenti a grado sparso]
tu ti complessi in annessi spazi adattabili

e ti ridono anche i crocifissi a muro quando sporgi gomiti a porzioni di vista
e ti ridono anche i terzi banchi _vicino alla finestra_ se sorseggi latte scaduto
e che ridono e che ti ridono tramando senz'aghi?
sei liberata mente prigione giostra di altrui svago
annegato nel premere severo di consiglio diocesano _cremonese alle suore_

Parte tre arrivando a comprare il pane grattato per impanarci

Hamburger questa sera sostituiscono polpette di idee
piatto come non m'hai imbambito ancora e ancora
dimora vagina e senza di sazio piacere mio
si accomodi dentro o sulla sedia di paglia e fieno
in angolo opposto alla mia dottrina spenta per censimento d'ottobre
da una candela copulante canti e chianti in debutto d'atmosfera disordinata

si vince con i barattoli lasciati in equilibrio
si evince numero in fila di trapezi raso terra e schiumo barba
papà no non mentiva quando uscì solo da mattina d'ormina piccola piccolina
io aspetto ancora l'archeologo che mi faccia risalire a quelle impronte
ma sottovoce e sotto vento da odori di preda e predoni incubanti punti e domande

Parte quattro arriva quinto applauso ma niente targhe

biglietti sì
a profusione di destinazione ventaglio
rimorso calura ricordo sodalizio inaspettato
in io conscio di indiani che mi circondano dubbiosi
sono con un coltello a fare scalpi e scempio di miei simili
così
solo ed esclusivamente per solidarietà verso minoranza offesa
da chi senza coraggio senza farlo fa


 

Micro corvo rano

 

Linda pulendo le tende del ministero

accende l’assenza di spiriti in sortilegio

Linda che butta cenere sul grembo

distendendo ogni pregiudizio sopra le calze

 

maglie e magie che

sono i veri involucri d’albe e tormenti

 

poi le canzoni come emozioni

sfoderano i letti di vani circoli

 

drappi e rossi

conservati in frigo

per l’arrosto dei semplici

per l’ergastolo delle menti

per i sott’acerbi vincoli

di malcontento

 

ma nel mezzo del gaudio

la forca

incipria

il collo avorio

di una piccola bugia

ed è subito tradimento

arricchito da sputacchiere

 

io non scrivo musica dietro il portafiabe

e non ti vedo pescare orecchie sul falsetto

monotono afferrare di uno sguardo

in can can tato non è mai stato portato

forse per via di refrattario impegno

o tendenza d’impazienza mordace

 

Linda pela un po’ di nesso nella fredda cucina

allietando raggi di sole con spolveri e radici

non si domanda perché parla male

ma risponde assente nella mente ipotermica

al rumorino presente

del tacco che filtra il cotto suolo

 

tenerezza tenera scaltrezza

di bimba lasciata crescere

in un piatto buono di lenticchie

e zamponate d’assenso

 

per quello che è e quello che sarà

consigliami una navigazione a vista

costretta a 9 nodi di fioretti

colti nella bruma di una campagna

che come stalla cantante

rende meno impervia la rotta

di coltura reticente agli steccati

 

io no maestro

tu no imbranata

piacere di non

piacere che sa

molto che da

io sì che magari

mi chiamo sotto

e tua sola miseria

d’essere a me

lanciata di sorte

cavallo bianco

chiaro scruto

ma per timidezza

 

il giorno del domani io mi presenterò

al dio delle mie stanze tutte uguali

e gesticolando proverò a farmi capire

 

 

punto

 

 

 

Nascono cose L’ama no Lasciando il sai sO

 

l’ibrido passare della china sotto una traversa

mento alzato in diapositiva vistata d’amici

versi pioggia genziane e maltagliati

 

un sangiovese a centro tavola

una candela accesa sotto tono

una cipolla a piangere ferite

una bocca in dispensa di parole

 

i fatti solo i fatti

bene o male giudicati a posteriori

conservati sotto vetro

melange di parole e avrei voluto

 

trito filtrato

 

di aspettazione anacronistica

in perenne disputa analgesica

con amministratore di momenti trivellati

dalla sporcizia superficiale del creato immacolato

 

ammantato ribelle del divenire e non ferire

torcia vivida in cielo slabbrato

appeso alle pareti unte di destino intestino

pulitore di vizi

rigeneratore di cadenze

assente per colpo di sonno di autisti sbagliati

 

reietto vivere separati da uno stesso sinonimo

contrario scendere in apoteosi multiple

collate e marcate a fuoco al fuoco

 

aprite allora le manichette ed elargite numeri e moneta

masticando tabacco da sputare lontano e forte

ubriacate bisogno d’aiuto in cognac d’annata

a fare in culo di sentimento e fredda visione

per tutte le cose che ancora mancano al salvataggio di voi stesi

a bandiera paragrafo in pagina volubile di scarica nobile

 

ma abusiva ed evasiva

 

la coscienza alberga in voi

e preme in distorsione d’attributo

ruminando sangue infetto e gialli d’autore

ringraziando celti vanesi e strabiche veneri

dalle labbra morbide anche serene

contro falli non fischiati

e l’escremento didattico che diventa trittico

in appendice di impulso mutevole in congenita sorte

 

poi vieni a raccontarti che non provi nulla

poi opera ti e seziona ti per convincer ti

poi voi noi dove vuoi

ma accetta il compromesso di un esonero

espresso e vidimato

dalla totale carenza di specificità d’Io mio Io

 

 

 

Pazza provola ma debole nella carne

 

la vellutata macchiata nell’urina

intinge forse lo scoramento dei miei

rimasugli a scendere le scale senza linea

 

l’immaginazione nel secchio l’oste

innamora agenti del vendere

per poter tornare a casa senza tasche

 

bucati a stendere le mogli a stridere

nel cerchio di un passaparola ballato

da tutti e tutte cani compresi

i gatti no quelli siedono senza riflettere

 

non per grandi risultati scovo la giustizia

che come mia vostra assale la porzione

divisa di un tentativo di ricatto al sole

delle cento dita sporche di fango mezzo

 

tre versi e la Clementina suona il violino il suo

nel pubblico della polvere che le danza in vita

applaude il cesto nella biancheria porca di sogni

i suoi il suo il suono mente anche al silenzio

 

ma per fare e per arrestare bacco

non basta la bestemmia del cieco

e l’estasi l’uva annebbia in circo

di pulci a saltare il gusto del nero

 

salute sia per tanti di me

nel brindisi l’alluce spingo

 

Punto

 

 

 

Non ancora Partita è già Tornante

 

dentro lo sbadiglio scompagnato di benzinaio
percorrevi longilinea autostrada di confine
tra nulla e niente
tuo specchietto retrovisore
si illuminava di ricordi fast
che fuggivano velocizzando
aspettazioni in linee tratteggiate

non avendo preventivato caselli ogni 25 kilometri
rimanesti senza spicci e carte in credito
male sposavano tua animanarcoide

_meglio uno _ma mea culpa_

ora avevi uno stampato in più
dove soprascritta fu tua sbadataggine
non era dilemma leggere non era quesito
dentro calligrafia ufficiale
stesa a far capire tuoi reati
le agevolazioni sapevi già non esistevano
[come i film d’ altronde]

statale nazional popolare ti spediva
sempre più forte verso meta
seta e carta vetrata
si strusciavano torturando tua schiena
e fu gocciolina nascente che imbarazzante
seguì sentiero fino a sostarti
in nuova area di riflessione
molto vuota molto ventosa

moto riposa

tornando sempre indietro
troppo passato troppo passato
troppa fretta cattiva consigliera
poteva essere ma non esisteva

tu dimmi cosa si avverte
nel dovere sistematicamente
quadrare capo senza battere
in bordo di strada
che lunga e a lungo
ancora si rincrescerà
di tutto questo
ingenuo e frangibile
muovere di scacchi

 

 

 

lettura buia in contrasto poliedrico

 

[senza sfumature elastiche

leggere diventa sconfitta

e volare sembrerà restare in code

lunghe a sfinire]

 

se apri testo (in parentesi)

ricicli solo una parte di te stesso

nelle opere stagionali della tua finezza tecnica

arrangi allo scorrere di tante essenze

riduzione a schema fisso

di ingenuo sentire frusto e inalterato

 

diventa quindi necessità

restare sensibili alle soglie

di trasmissioni molecolari

 

alimenta

la notte paglierina

il grillo stonato

così disse pila scarica

a torcia d’emergenza

lavando colpe

che riteneva non sue

e girellando in tenebre maledette

per conseguenze difficili da valutare

il peso il peso

di sua responsabilità aleggiava

in sincrono di rabbia

lungo tragitto in capo verso

quanti rovi e di spine

non v’era traccia

torcia ormai aveva perso

uso di ragione

dettando il tempo

scoprì a malincuore

che la luna risaltava male

dentro le sue ipotesi

nemmeno un lumicino

a confortare questo esaurirsi

[l’assenza di energie

torceva sopravvivenza

in spasmi bui

afoni e neri

minando voglia di riscatto

voltata a chiarore di intenti]

divenne palese ahimè

che sempre in parentesi finiscono gli incubi

in mancanza di riverbero