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6 DI VELLUTO
( Velluto )
CARRIOLE PALETTE E SABBIA
culi a vanvera colti e masticati
sputati lì dove sputano tutti
i mitomani del dolore
gli apostoli del golem marcito
la quint’essenza della speranza
lungi da me aprire ferite
senza trovarci sorprese
due pantofole azzurre
come il tuo cielo calendario
a fare due passi e non di più
cu fù amava dire suo figlio
Laconico unico come l’amaro
ma non quello che canta
quello che disgrega l’arte
per farne inserti di ceramica
tra una mattonella e l’altra
e fuga ogni dubbio
dopo aver lavorato in nero
per la necessità d’essere
il più furbo dei furbi
ah bei tempi quelli dei fusti
non per viver come bronchi
ma per inalare diossina in ignoranza
ben fiorita nella natura che non c’entra
oggi come eri ieri come sei
e resti sulla panchina fresca
di una barzelletta che non fa più ridere
punto
CosmeTricaMente
gli occhi di Rose mi sillabano l’arcano
nella loro genesi di orizzonti monchi
prevaricano sui destini incrociati
per colpa di un moscerino auto invitatosi
proprio mentre si girava lo sguardo al limite
gli occhi di Rose
giudicano poco il sentire
vedendo micro in macro
e macro in micro
migrano nella percettività
di un lampone reciso
che peloso ma buono
rosso ma grosso
rimpasta la bocca
nel gioco di una lingua
che è pelle d’altrove
in deposito di bugia forzata
gli occhi di Rose non mentano
e non orticano le foglie d’autunno
come quadri aprono parentesi
alla genuflessione sistematica di tipi
d’ogni dove stilistico e dalla gran pompa elaborante
ma che sempre sanno di scontate repliche
senza applausi
(e dire che ne abbisognerebbero due o tre)
e dire che la tua delusione diventa tristezza
(poi riflessione per accettazione)
poi l’erba che ti fascerà di nuovo sperimentato
e fumerai incensando tutta casa di definizioni
gli occhi di Rose
osservano i non allineati
e vedono il torto subito
nel suo emanciparsi
lei suolo
poggiata
con la schiena al pavimento
che fredda il suo freddo
ricostruisce gli anelli
copula e fede liturgica
alla stregua di una mosca
sulla vetta del mondo
che bu zzzz ha
sempre gli stessi pensieri
dedicami mondo lo spazio
che ho servito
detestandomi magari in allegoria
di un mio universo cronologico
registrato ed interpretato
dal mio volgare collirio multicolore
LA LISCA SE LA SPASSA
L’alce e il fardello posati in campagne neutrali
sotto la nebbia d’ignoranza irrorata e battente
linda che corre sulla terra
e piedi
nudi che con lei seguono
salti sassi paglia e gambe
illusione non muore mai
se sei a 6
anni o migliaia di chilometri
se sei limpido cialtrone sensibile
disposto a compromettere
dignità e amor proprio
per sberleffi e risa
incoraggianti debolezze altrui
tutto passa dentro per poi migrare
senza segnare senza toccare senza uccidere
lasciando solo un po’ di torto
cumulabile però ai tuoi sbadigli
l’artificiere di coraggio e sventura
non aveva segnato la tua terra
l’ambivalenza del verso sordo
stordisce anche me
come una bomba esplosa in contumacia
o un pianto affondato nella disperazione
di una nenia per pochi timpani offesi
l’oppressione come circostanza della vita
l’alfabeto come rivalsa storica
l’indifferenza come antidoto
nel dedalo di una sola scelta
figurati il giudizio per il prossimo tuo
figurati la tua coerenza
figurati la redenzione universale
lontre a fare fiera e bottiglie
tra le fette di formaggio in pane
nero ricordo di temporali a venire
è già passata la mano di Dio
ed è passata lontano dal tuo
eremo color del vento
tuonando appuntamenti procrastinati
abbagliando stupende comunanze di colori
mentre i corvi continuano a cercare di te
tu esisti macchiando il suolo dove cammini
di nuova e fertile ipocrisia
Punto
L'assurdo di esserci
Coagulando mio sangue
in porte ferite da panni stesi sulle isole prive di voce
attendo la tua bottiglia in messaggi di anima girovaga
mentre il mio pensiero torna ai fasti indeterminati
della solennità a base di tutto e forse qualcosa in meno
valutando anche i fattori di rischio dentro la mia rientranza
Leccando ferite
mai reclamai di vecchi o giovani respiri per intavolare discussioni
sulle pareti tutti i quadri di trionfatori e sottomessi in lotti di vissuto
restava solo da stabilire la pronta guarigione o l' accelerata fine
sostando disinvolto per la sistemazione della festa a me intitolata
pregustavo già nero codazzo limitando solo il patetismo della circostanza
In cassa
scorgevo radica o noce non saprei
forse non guardavo nemmeno
però mi sento
però
mi pento
però
per
Pe
p
segni sogni o bisogni?
L'impo/store
L'intervista non aveva luogo
il personaggio non aveva voce
io avevo una sola domanda afona
da fare
[mi sforzai ma non la proposi]
decise la vita di sfidarci a scarabeo
senza aperture di spirito
i blocchi le distanze in associazioni
di idee malsane
[sopra un tavolo e uno per volta]
apriamo castelli della campagna di bordeaux
c'era l'elemosina fiera di randelli e carezze
nell'atmosfera frigida di un lutto mai nato
c'era perchè non la sentivamo gemere
di pappe e pantofole all'aperto di germogli
come i panini in autostrada
affamavamo pausa
e da uno scontrino reclamavamo
nuove regole dispotiche
disponendo di due scelte
a quattro mani facemmo i conti
ma il banco
chiese una decisione
senza indugio
mascherando maledizione
dietro scontato consumismo
migrazione allora di fisica e ideolo/giostra
nella logica di fuga a multipli per una campana
dai rintocchi di mite riverbero
in anni di decomposizione scolara
nella pertica di salita anacronistica
il senso di tutto si chiuse
a molla di nostro perchè
urlato in un silenzio ucciso
da una domanda mai posta
LO SPESSORE DELLE SPORE
Garantiva sensibilità a buon mercato
spostando cose da persone e vice versa
ancora su tappeto rollato caldo caffè nero
i gerani in forse da nutrizione d’acqua
seminano panico e germogli d’inchino
la frustrazione che esiste schiacciando tasti
che non musicano altro che volere per essere
e gravitano alloggi in attesa di pensieri e coni sciolti
dentro custodite topaie sopra torri dove suicidio non c’è
l’orizzonte che orla non sicuri confini
detestati in logica d’acquisto occulto
stuprati da legna e ardore invernale
e lasciati scadere in metrica molle favolosa
genuino suona piano e beve vino di fonte
come solare viaggiare ormeggia idee abusive
nell’odorare la terra prima di coltivarla
forte di un paniere condannato
ai lavori foraggianti
alza albe in mente sgombra
da peso di risultati conclamati
sala stenditi lavati e levati piede
verso un dovere partigiano
a senso opposto di magia
privo di responsabilità naufraghe
per una carezza di stirpe vetusta
offuscato appena
da bisogno ricorrente a torpore
che solo in parte
macchia cuscini di risonanza convessa
dando luce al desiderio di rivalsa affettiva
per campi coltivati a
spermiamo oggi e godiamone domani
sotto una pioggia sicura
promessa da sparate a salve
di una mente poco dondolata
dal richiamo di censimenti globali
ma fortemente preparata
alla pesa pubblica di quello che sarà
vita distratta in disadattato mondo
punto