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L’ORCHIEPIDIDIMITE

( Davide Riccio )

 

 

 

Stiro

con l’ondivaga prora del ferro

ciascuna esterna forza che ha turbato

l’equilibrio di livello

e penso cose che non so ricordare

come i madrigali di Palestrina

se non che il genere.

 

Lavo

piatti di ieri e pavimenti e il bucato

e spolvero e rimugino

su quanta di tanta polvere

appartenne già a qualcuno;

invero pensieri forzati

che non si pensano davvero

se non così, per poetare.

 

Cucino

imbastisco un veloce pasto frugale

quando non mangi da me:

una pastasciutta al dente

del cavolfiore e una mela.

Eppure digiuno di vedere te

che sola al mondo dovrei curare

pur di citare or ora il Petrarca.

 

Poi leggo un libro e i giornali

porto a spasso il cane

e mi godo questa mutua

al punto che mi piacerebbe d’essere

il ricco o l’ancora nobile

che vivano di rendita

e del solo sforzo di immediate semplificate

soddisfazioni del Don Giovanni.

 

E mi curo

l’orchiepididimite indicibile

nome di poemetto che pare

un dialogo platonico come l’Eutidemo

o di Omero la Batracomiomachia

o del Leopardi il paralipomeni a questa

e si direbbe oramai:

“che palle, la sostanza è la stessa!”.

 

Aspetto che chiami

o chiamerò io.

Se stasera non ci vedremo

ti scriverò qualcosa.