www.domist.net racconti fantastic

INVITO A CENA

( Viviana Boselli )

 

 

 

“Non manca molto!” Il mio compagno aveva sorriso alla strada tortuosa, da cui non poteva distogliere lo sguardo; le mani abbronzate e sottili reggevano saldamente il volante, e il braccialetto portafortuna, ricordo della spiaggia, coloriva la fasulla morbidezza delle curve in salita, ombreggiate da alberi snelli ma fronzuti.

“Stiamo salendo parecchio… Sei sicuro che sia giusta la strada?” Gli avevo chiesto, disorientata dalla brusca emersione verso un paesaggio quasi montano, tanto rapida, quanto breve era la distanza da spiagge e pianure.

“Assolutamente sì! Non hai visto il cartello che indicava il ristorante?”

Non l’avevo notato, ma ormai il dettaglio era privo di importanza: dopo l’ultima curva  avevamo imboccato la stradina sassosa verso il cancello, maestoso, del

“RELAIS BERENICE. RISTORANTE”.

Il cancello si era aperto senza emettere suoni. Il mio compagno non aveva avuto difficoltà a parcheggiare: eravamo i soli occupanti dello spiazzo ghiaioso in mezzo agli ulivi.

“Guarda! Non è stupendo?” Mi aveva preso la mano e indicava la grande villa sul prato sovrastante, calda di luce nel tramonto, con  la piscina ovale, i divanetti in ferro battuto intervallati dai tavolini, lungo il muro affrescato: Venere, Apollo, Diana cacciatrice volgevano sguardi distratti a invisibili presenze umane. Un cameriere alto, in abito nero, era uscito per accendere i candelabri sui tavolini.

“E tu conosci i padroni di tutto questo? E me l’avevi tenuto nascosto?” Abbracciavo e baciavo il mio compagno, divertita nel vederlo cadere, come sempre, dentro la trappola giocosa del finto broncio.

“A proposito”, avevo ripreso seriamente, mentre ci accostavamo alla villa, “come mai questi signori non ci vengono incontro?”

“Credo che si stiano facendo precedere dal cameriere!” La stessa figura che aveva acceso le candele stava infatti camminando verso di noi, con un ampio sorriso.

“Buonasera, buonasera! I signori Lasperta si scusano, ma un evento grave e imprevisto, ahimè, un malore allo zio della signora, non ha permesso loro di onorare l’invito… Hanno incaricato me, umile maître, di accogliere con il dovuto riguardo le vostre signorie!”

L’accento straniero, di origine indefinibile, accentuava le torniture barocche del suo linguaggio; con gesto elegantissimo per rapidità d’azione aveva stretto la mano al mio compagno e si era inchinato pronto al baciamano, lasciandomi impacciata davanti allo sguardo vivo ma freddo di due occhi chiarissimi, affondati in un viso liscio e giovane, sodo e carnoso eppure scolpito, come di bambino recante l’ossatura facciale di un adulto.

“Permettete, signori, che vi conduca a gustare i piaceri della tavola dei signori Lasperta, che si sono affidati a me per farvi sentire appieno il calore dell’ospitalità, nonostante la loro assenza!” L’eloquio pomposo era stato accompagnato da misurati cenni curvilinei, totalmente scevri di effeminatezza.

Dalla hall, arredata in stile moderno, eravamo passati, attraverso un tendaggio di velluto porpora, alla sala da pranzo, completamente diversa nello stile: molto ampia, essenziale ma non scarna, poteva ricordare il refettorio di un convento, dove al posto di un lungo tavolone  si trovavano i classici piccoli tavoli da ristorante; le sedie, però, erano bizzarre: in legno turchese completamente istoriato con figure umane, sovente religiose, o draghi, o animali, di stampo quattrocentesco.

Con prevedibili cerimonie il maître ci aveva fatto accomodare a un tavolo posto ad una estremità della sala; oltre a noi, vi erano ben pochi commensali: una coppia di turisti anglosassoni, slavati e rubizzi; un gruppo di quattro uomini in giacca e cravatta, con tutta l’apparenza di una cena di lavoro. Curiosamente, i tre tavoli occupati erano disposti lungo una diagonale da un vertice all’altro della sala.

Stavo per esprimere le mie opinioni sul posto al mio compagno, quando il maître, rapidissimo, tovagliolo candido sul braccio, si era ripresentato con il carrello degli antipasti.

“Vogliate assaporare i sapori della terra… scusate la ripetizione, ma non era involontaria! Repetita iuvant… mio padre, sapete, era professore di latino, in quei di Asti o Firenze, non ricordo perché in quel periodo vivevo a Londra con mia madre. Londra, la meta degli studenti! Oh, la conoscerete meglio di me… Signora, prosciutto o salmone affumicato, o entrambi? Meglio che decida io, vero? Anche per lei, signore, ma certo! Eccovi serviti, gustate tutto con la dovuta, voluttuosa, permettetemi, lentezza… ci rivedremo fra poco!” Con un mezzo inchino si era eclissato dietro il tendone.

Il mio compagno si era gettato sul piatto con appetito: io invece giocavo con la forchetta, e sbriciolavo grissini. Dopo qualche minuto avevo espresso quello che mi turbava:

“Dimmi, non ti sembra strano il cameriere?” Strano stava per un diplomatico “folle”, “assurdo”.

“Perché? E’ simpatico!”

“Non parla troppo? E in modo strano?”

“E’ il suo ruolo intrattenere i clienti! Mangia, piuttosto, è tutto squisito!”

“Signora, ascolti il suo compagno!” La voce si era materializzata dietro le mie spalle, ma non c’era solo il muro lì, e null’altro? Grazie a un qualche mistero, lui era comparso davanti a noi con il carrello dei primi.

“Non sarà per caso anoressica, signora?”

Indignata, avevo fatto gli occhiacci al mio compagno che rideva di gusto.

“Anoressica lei! Figuriamoci!” Mi aveva stretto la mano per coinvolgermi nello scherzo, ma più guardavo il maître, più mi sentivo a disagio, diffidente. I suoi movimenti nel selezionare piatti e posate erano divenuti rigidi, niente affatto impacciati ma discontinui, da pellicola difettata; goccioline di sudore gli decoravano le labbra e la fronte. Fissandomi calmo, aveva aggiunto:

“Sa, quando si è molto grassi da bambini, e a fatica si attraversa l’adolescenza per snellirsi da adulti, come Venere che sorge dalla spuma del mare… oh, io sono sempre stato magro, atletico, ed è grazie a questo che ho potuto diventare uno sportivo! Giocavo a tennis, all’inizio in Francia, poi negli Stati Uniti, e avevo un buon ranking, sapete? Numero tredici del mondo, la mia migliore performance, quell’anno maledetto in cui ho avuto un incidente d’auto e allora ho dovuto smettere! Ci hanno investito, a me e al mio allenatore, e lui è morto, mentre io… un braccio e una gamba rotti, le ossa rimesse insieme per miracolo!”

Avevo abbassato gli occhi sul piatto. Lo stomaco mi si chiudeva.

“Mangi, signora, la prego!” Accanto al piatto dell’antipasto aveva appoggiato anche quello del primo: tris di specialità. Il mio compagno mangiava e beveva, ridendo a sproposito.

“Lo so bene che da bambina le dicevano sempre mangia, mangia… i suoi genitori credevano nella super-alimentazione! Come tanti genitori… ma non i miei! Avevano ricevuto una sana educazione alimentare, e mio padre, poi, con il suo mestiere di manager sportivo a Toronto – ah, sì, un ex tennista famoso anche lui – ne sapeva più di qualsivoglia dotto medico! Scusatemi, ora, ma devo recarmi in cucina per vigilare sui secondi piatti!”

Mi aveva sorriso, beffardo, alzando le sopracciglia.

“Tesoro, andiamocene via! Quello è pazzo!!” Scuotevo il braccio del mio compagno, che si versava da bere con assoluta calma.

“Ma dai, cosa dici! E’ logorroico, questo sì, ma è divertente! Non fare la capricciosa e mangia!”

“Non ti rendi conto? Il padre professore di latino che diventa manager sportivo ex tennista… Si inventa le cose!”

“E allora? Lo farà per divertirci!” Spazzolava il piatto dei primi, noncurante.

“Ma poi,  hai notato che non ci sono altri camerieri a servire? E che lui viene solo al nostro tavolo? E allora com’è che le persone continuano a mangiare? Guardali!”

Una forchettata dietro l’altra, un sorso di acqua o vino, una pausa, qualche parola: questo era il ritmo dei due tavoli occupati sempre dai medesimi commensali.

“Smettila di agitarti per delle sciocchezze! Con tre tavoli quanti camerieri dovrebbero esserci? E se quelli là si  rigirano gli stessi bocconi, cosa te ne importa?  Non fare la melodrammatica ad ogni costo!”

 

“Il melodramma, il dramma, il teatro, la trasformazione! Chi siamo veramente? Chi ci conosce davvero?” Era di nuovo sbucato dal nulla, ancora più veloce, con il carrello degli arrosti; e questa volta, l’avevo capito dal tonfo del bicchiere sulla tovaglia, anche il mio compagno aveva dovuto vedere quello che i nostri occhi avevano dinanzi, fosse realtà o illusione o sogno: il volto del maître era cambiato! Non nell’espressione, bensì nei lineamenti, che apparivano affilati, elongati, a comporre un volto che era lo stesso, lo si capiva dallo sguardo, dalla voce, dal modo di porsi, eppure non era più lo stesso, quasi fosse stato dato alle fiamme, e non avesse riportato ustioni, ma solo una sorta di fusione.

E lui continuava a parlare, come se niente fosse, affettando il carré di maiale.

“Lo spirito e la carne… così si dice, non è vero, miei cari signori? Non le rammenta per caso Londra, questa citazione, dico a lei, signor cavaliere? Intendo riferirmi all’accezione di cavaliere di dame, e donzelle … queste ultime in particolar modo, in un passato lontano e vicino, molto più di quanto creda, lei che non vuole ricordare…”  Piegandosi verso di noi, aveva posato i piatti di carne sul tavolo, sussurrandomi (e il sudore gli colava dalla fronte sulle labbra pallide e rammollite):

“La signora proprio non vuole mangiare! Chi non mangia non ha forze, non ragiona e commette guai, oh, sì, grossi guai!”

Non riuscivo a reggere il suo sguardo; le mani mi tremavano. Come poteva sapere? Ora bisbigliava al mio compagno, mentre gli versava il vino rosso:

“E chi beve troppo può dire e fare cose di cui si pentirà… troppo tardi, sempre troppo tardi! Come scrive Albert Camus? Ragazza, gettati di nuovo nel fiume, in modo che questa volta io riesca a salvarti! Ha Ha Ha!” La risata era alta, fragorosa, crudele; perché nessuno agli altri tavoli si era voltato, come potevano tutti continuare la recita di forchettate – sorsi – pause?

Il vino colava sulla tovaglia in un rivolo che si rapprendeva, sanguigno. Istintivamente ero arretrata con la sedia, aggrappandomi al mio compagno, rosso in viso, girato verso lo schienale della sedia. Lo schienale! Dove prima lucevano figure angeliche, ora si svolgeva una schifosa scena di stupro, con diavoli che guardavano e ridevano; sullo sfondo, si intravedeva il corteo di un funerale.

La mia sedia? Mi ero portata le mani agli occhi per non vedere ciò che già immaginavo: un uomo travolto da un carro giaceva sulla strada, in una pozza di sangue. Alla guida del carro, una donna dai lunghi capelli si protendeva verso l’uomo, stendendo invano un lungo braccio scheletrito.

“Miei sublimi ospiti, i desserts richiedono le mie cure! Ci rivedremo fra poco… oh, sì, ci rivedremo!” Si era allontanato quasi danzando.

Il mio compagno era scattato in piedi, sollevandomi quasi di peso.

“Avevi ragione, dobbiamo andarcene!”

Per un attimo ci eravamo guardati negli occhi con infinite domande reciproche: ma non era quello il momento per le risposte; lo sguardo doveva andare alla sala, e alle possibilità di fuga.

Non eravamo obbligati a riattraversare il tendone:  sulla destra, in fondo, vi erano degli scalini, parzialmente celati da un arco di mattoni; forse conducevano a un corridoio, forse alle toilettes. Bisognava tentare. Passo affrettato,  via quasi di corsa attraverso la sala!

“Cercavate i servizi? Quanta fretta! Un bisogno urgente? O volete appartarvi per qualcosa di poco morale?” Era di fronte a noi in mezzo alla sala, e ci sbarrava il passo con il carrello dei desserts. Il mio compagno, stringendomi le spalle con un braccio, l’aveva affrontato, ma la sua voce non era ferma:

“Per favore, ci faccia pagare il conto e poi ce ne andiamo. Non ci piace il suo atteggiamento…”

“Oh!” Lui l’aveva interrotto (e il suo volto, mio Dio, era di nuovo cambiato, angoloso, asciutto e teso con la pelle tiratissima!), “Il cavaliere si prepara a sguainare la spada! Voleva il conto, signore? Eccola accontentato! Bel gioco di parole, vero? Stasera mi riescono proprio bene!”

Si era spostato di lato. Le luci della sala si erano abbassate; i due tavoli occupati  si erano illuminati uno di blu, l’altro di rosso, e si erano mossi, che assurdità, erano scivolati sul pavimento. Il primo era venuto a trovarsi  esattamente di fronte a me, il secondo di fronte al mio compagno.   Gli occupanti dei tavoli non erano più gli stessi: al blu sedevano una donna, un bambino, e una figura  maschile pallida, bianca nonostante la luce colorata: un fantasma. Avevo gridato, ma più forte era stato l’urlo del mio compagno: nella luce rossa spiccavano un uomo e una donna anziani, e il bianco fantasma di una ragazza.

La voce del cameriere, odiosa, scandiva la verità, disseppelliva il ricordo della colpa taciuta:

“Una ragazza anoressica, un tempo adolescente obesa, non voleva farsi curare. Una sera, nonostante si reggesse a malapena in piedi, prese la macchina per andare via di casa dopo l’ennesima discussione con i genitori, a proposito del cibo, ovviamente… comunque, era talmente lucida e con i riflessi così pronti che travolse quest’uomo”, e qui il fantasma al tavolo blu si era alzato in piedi, “padre di un bambino!”

“Nooo! Non volevo, ero malata!” Mi ero buttata in ginocchio, schiacciata da tutto il male causato e provato, che credevo ormai perso nel tempo.

“Nessuno di noi vuole fare del male, siamo sempre tutti malati, oppure momentaneamente incoscienti! Come nella storia del giovane che, a Londra, bevve troppo, una notte alla festa di un amico, e lanciò l’idea di divertirsi un po’ con la sorella del suo amico, uscito per accompagnare qualcuno a casa. Solo un altro disgraziato accettò la proposta, ma questo bastò a provocare alla ragazza un trauma tale da condurla al suicidio, il mattino dopo, quando la sbornia era passata e il baldo cavaliere prese coscienza del suo abominio! Signori, siete scampati alla giustizia degli uomini, ma io, che sono il giustiziere eterno, non vi darò mai più tregua!”

Il mio compagno, con mano tremante, di nuovo mi aveva sollevata, e mi strattonava. Avevo voltato la testa verso il cameriere: non vi era più nulla di umano in lui, così come nelle sue parole prive di misericordia: al suo posto sorgeva una grande massa nera da cui si distaccava un fumo scuro che puntava dritto verso di noi.

Mano nella mano, ci eravamo messi a correre all’impazzata, travolgendo i due tavoli, dissolti dall’impatto con i nostri corpi come vacui ologrammi; eravamo agli scalini, che portavano al corridoio delle toilettes: maledizione, i bagni erano tutti senza finestre. Che fare? La massa nera ci seguiva, ronzando malignamente come un insetto gigante! Nel corridoio c’era una porta a vetri: era chiusa! Il mio compagno aveva colpito il vetro con il cellulare, io con i tacchi a spillo delle mie scarpe, e per miracolo, o grazia divina, il vetro aveva ceduto con fragore, quel tanto che ci aveva permesso di attraversare la porta e precipitarci giù per le scale in discesa, con il ronzìo che si faceva sempre più cupo e roboante.

La scala conduceva ad una grande stanza buia: tastavamo come disperati per trovare l’interruttore della luce, ma questa si era accesa da sola, mostrando l’opalescenza dei marmi e le vasche d’acqua azzurrina. Si  trattava probabilmente delle terme sotterranee. Ci eravamo messi in trappola da soli? Come uscire da lì? Dopo l’ultima vasca spiccava il verde vivace dell’uscita di sicurezza con un grande maniglione antipanico; quella porta era la nostra unica, e forse vana, speranza!

La nostra corsa era quanto di più disperato si potesse immaginare; il cuore mi batteva rimbombando dai talloni alle tempie, e credevo che nulla avrebbe potuto ormai accrescerne i battiti, quando con un boato improvviso era entrato in funzione l’impianto dell’idromassaggio. Avevamo gridato, poi avevo visto la mano del mio compagno indicare qualcosa, proprio nell’ultima vasca: i corpi senza vita di un uomo e una donna, nudi,  persi a ondeggiare tra le bolle d’aria!

“I Lasperta!” Aveva articolato a stento il mio compagno, bloccandosi; questa volta toccava a me trascinarlo verso la porta, spingerlo contro la maniglia, che incredibilmente aveva ceduto!

Una scalinata salita quasi volando ci aveva fatto ritrovare nel parcheggio, di fronte alla nostra macchina; avevo dovuto tener ferma la sua mano per consentirgli di accendere il motore, e poi via, a rotta di collo giù per la discesa tortuosa, forse era destino che morissimo, mi domandavo, era questa la nostra punizione, il castigo del giustiziere eterno?

Ma non doveva essere questo il destino. La collina era lontana, nell’aria si sentiva di nuovo l’odore del mare. Intorno a noi solo veicoli innocenti, persone innocue… in apparenza.  Come noi due.

Ci eravamo fermati davanti a un  bar sulla strada. Era la prima volta che ci guardavamo negli occhi dall’inizio della grande fuga: le luci sporche dell’insegna del bar ci restituivano, reciprocamente, le fattezze di due sconosciuti. Il castigo cominciava in quel momento.