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Crescent Moon Blues
( Giovanni De Matteo )
C’era una falce di luna dorata sospesa nel cielo, quella notte. Come un cucchiaio abbandonato da Dio dopo aver rimestato la sua zuppa di pesce celeste. Lei aveva i capelli resi azzurri dalla luce dei neon, e le sembianze di una ninfa elettrica. Lungo le strade che dalle mura defluivano verso la periferia, i lampioni intessevano una trama ambrata attorno al corpo dei sensi assonnati. Tre e mezza di notte e alle nostre spalle una lenta processione di locali in chiusura. Aveva piovuto, e sulla sua pelle indugiava il profumo della rugiada sulle foglie d’autunno. Le labbra sapevano di frutta, invece. Limone e gin, e mentre la baciavo vidi una ciminiera esalare vapori densi nel gelido azzurro di una mattina di fine novembre.
Trovai la macchina, e quel che seguì fu un montaggio psichedelico di segmenti stradali e scorci urbani colti nella prospettiva mutante delle accelerazioni. Il sospiro stanco del motore: fine della corsa. La chiave scivola sempre a fatica nella serratura del portone: uno scatto elettrico e l’eco dei passi su per le scale. Aveva detto che veniva dall’inverno, i suoi baci erano una miscela di frutta e gin e io non riuscivo a ignorare il tempo che mi sfuggiva tra le dita strette a pugno. Tentai di immobilizzare la scena nel profilo della stanza. Tutto inutile, la bellezza risiede nel movimento.
Al risveglio, come sempre, la risacca della tangenziale. Lei non c’era, svanita con la stessa naturalezza con cui la luna crescente era tramontata. Pensai all’autunno, al cielo indaco del mattino. Poi, cercai di recuperare tracce del passato imminente negli oggetti che mi circondavano, il tocco dell’inverno. Un solco nel letto e l’odore di molecole organiche alla deriva: quel che restava. Nella luce gelida del mattino, mi abbandonai alla geometria del silenzio.