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IL RACCONTO DI EMILE

( Massimo Caruso )

 

 

 

 

Nevica...

Oramai da tre giorni questi verdi boschi appaiono come un bianco, triste agglomerato di sagome puntute.

E’ andata via pure la corrente elettrica ed io mi sento marcire, immobilizzato sotto queste coperte da una doppia frattura alle gambe, alla tenue, traballante luce di una grossa candela puzzolente.

La mia vecchia zia sale qui solo per portarmi il solito vassoio di legno col pranzo o la cena.

Raramente scambiamo qualche chiacchiera.

Non siamo mai stati in buoni rapporti, anzi lei non lo è stata mai con nessuno, tranne che con una persona, figura ormai legata ad un passato triste e lontano. 

Per quell’uomo, Amedeo si chiamava, rinunciò alla famiglia, prima e alla stessa luce del sole, poi. Lo conobbe poco prima della guerra.

Lui, giovane e determinato bracciante nella tenuta di suo marito. Lei altrettanto giovane, ma con già due figlie e una vita infelice da vivere accanto ad un uomo che le era stato imposto dal padre.

Ah, tosto il nonno...

La passione tra i due scoppiò immediata, travolgente e, nonostante i tentativi di dissimularla, ben presto la tresca fu scoperta. Con poche opzioni la zia fu costretta a cedere figli e dote al marito disonorato.

Amedeo fu licenziato e multato pesantemente, ma riuscì in breve tempo a trovare impiego presso un’altra azienda e a fare entusiasti progetti per un futuro da condividere con la donna amata.

Intanto la zia, disperata per le figlie, ma sempre più innamorata del suo uomo, sua gioia e dannazione, fu accolta dal fratello, mio padre, all’epoca fresco sposo di mia madre, proprio qui in questa casa destinata in seguito a diventare la sua perpetua dimora.

Amedeo era stato infatti chiamato alle armi e  nel giro di due mesi, spedito al fronte. Da allora di lui non si è saputo più nulla.

“Disperso nelle campagne della Russia” recitava il lapidario comunicato del Ministero.         

Così anche una parte della zia si disperse in chissà quale gelida landa; l’altra parte scelse come esilio terreno questa casa che i miei, più per pietà che per amore, le permisero di dividere con loro fino alla fine.

Purtroppo questa arrivò prima per papà e mamma…

Un assolato giorno di febbraio di dieci anni fa, una slavina mi rese orfano.

La neve.

Bianca come la morte!

E’ stata proprio lei a ridurmi così.

E’ passato poco più di un mese da quel maledetto incidente e ciò che mi torna in mente è solo un mucchio di immagini sfuocate e confuse dominate da una sensazione di freddo paralizzante.

Di quella giornata, di quella sera in particolare, uno solo è il ricordo che emerge su tutti, vivido e intatto: il racconto di Emile.

Avevo passato tutto il pomeriggio in casa di Claudio, il mio socio, cercando di mettere ordine tra le carte della causa penale che ci attendeva l’indomani mattina.

Verso sera Claudio mi disse di aver invitato a cena un suo vecchio collega d’università e insistette affinché mi trattenessi anch’io con loro.

Non opposi molta resistenza all’invito perché mi sentivo sfinito e in più perché le cene in casa del mio collega erano sempre molto piacevoli, merito delle virtù della donna di servizio.

L’invitato venne presto per mia grande gioia e sollievo: gli odori provenienti dalla cucina avevano raddoppiato il mio appetito.

Era un uomo di mezz’età, biondo, gli occhi scuri e impenetrabili, elegante nell’abbigliamento e composto nei modi.

Con inconfondibile accento francese mi disse di chiamarsi Emile.

Durante la cena venni a sapere che era uno storico del diritto, che risiedeva nell’est della Francia e  che aveva mantenuto i suoi contatti con l’Italia dopo avervi studiato, perché era un conferenziere abbastanza richiesto.

Per il resto quell’uomo si dimostrò alquanto riservato, seppur cortese. Non mancava mai di ricambiare con un sorriso garbato i nostri sguardi durante le frequenti pause di silenzio.

Forse era la mia presenza a metterlo a disagio, pensavo.

Però, era abbastanza inusuale per un oratore mostrarsi così restio al dialogo…

Del resto, se ad uno storico del diritto si tolgono le conferenze, cos’altro rimane da fare se non spulciare tra le pagine di vecchi libri, ingobbirsi e accecarsi cercando di interpretare antichi codici, summe, glosse e chissà quant’altro…

Questo arrivai a pensare.

Dopo cena ci accomodammo in salotto e Claudio ci servì dell’ottimo tè arabo caldo e molto forte. L’ambiente era immerso nella penombra. L’unica, debole fonte di luce la forniva una lampada da tavolo posta in un angolo della grande stanza. Il tutto era molto intimo e confortevole. Mi sentivo bene. Mi godevo il giusto riposo dopo lo stress di una giornata di lavoro intenso.

Contemplavo come le varie tonalità di marrone, verde, mogano del mobilio e della grande libreria a muro, si fondevano morbidamente col nero dell’oscurità che nascondeva alla vista grandi porzioni di pareti e soffitto.

Dopo qualche minuto Claudio ruppe quella silenziosa quiete, invitandoci in tono molto, troppo serio a raccontare ognuno una qualche esperienza strana vissuta in prima persona.

Dopo un primo attimo di stupore, causato più dal modo in cui era stato espresso, che al contenuto stesso dell’invito, provai a raffigurarmi la situazione dall’esterno: tre distinti signori di mezz’età, tutti brillantemente laureati in legge, due dei quali avvocati, impegnati il giorno seguente in una delicata causa penale, che per diletto, si mettono a raccontare…”storie” in cui è addirittura riservata loro la gloriosa parte di protagonisti.

Ridicolo!

La mia aura di razionalismo puro, che di fronte a certe stupidaggini metafisiche assumeva la consistenza di un’armatura, come a volermi proteggere da qualsiasi nefanda contaminazione, parve prendere vita e già vagliavo la maniera per svilire e vanificare l’attacco.

Ma non feci nulla, chissà perché, non feci assolutamente nulla…

Intanto Emile aveva dato il proprio assenso con un cenno del capo e Claudio, glaciale attendeva una mia risposta.

Pensai allora ad uno scherzo. Che quei due dovevano aver concordato prima, quella farsa.

Però che senso poteva avere un simile scherzo?

Non ne riuscivo a scorgere la consistenza. E poi gli scherzi non potevano essere di colpo diventati la specialità del mio serioso e formale socio.

Emile, dal canto suo, non aveva  dimostrato una forte propensione all’umorismo.

Accantonai l’idea continuando a fissare Claudio che, immobile al centro della stanza aspettava una mia risposta. Dava le spalle alla lampada e la sua ombra gigantesca si proiettava sulla parete opposta, oscurando parzialmente il volto di Emile.

Sentivo comunque i suoi occhi, neri e indecifrabili puntati insistentemente su di me.

Una sfida, dunque…

Stavo ancora riflettendo, quando Claudio con piglio solenne e aria soddisfatta, iniziò a raccontare.

Doveva aver interpretato come affermativo un mio cenno, un piccolo movimento del capo.

Fatto sta che non feci nulla per contraddirlo e in pochi attimi mi trovai addentro a una contorta storia di fantasmi che il mio collega asseriva di aver vissuto da ragazzo.

I suoi occhi brillavano e il suo petto si alzava e si abbassava tanto più concitatamente, quanto più i toni della narrazione si facevano drammatici e misteriosi.

Scoprivo allora di avere per socio un validissimo propinatore di storie occulte. Tanto bravo che alla fine del suo racconto fui sul punto di credere ad ogni parola di ciò che aveva detto.

Mi sentivo coinvolto ed eccitato. Raccolsi la sfida e senza tergiversare presi a raccontare di quella volta, da bambino, in cui tra gli alberi del bosco mi apparve l’imponente sagoma del mio defunto nonno paterno.

Avevo quell’età, tra l’infanzia e la pubertà, in cui spesso, l’abbondanza di immaginazione e adrenalina pone magici veli dinnanzi agli occhi, con l’effetto di farci sentire visitatori, magari indesiderati, di dimensioni ultraterrene.

Non risparmiai la mia esigua ed impassibile platea da dovizie di particolari, accenti drammatici e, lo ammetto, da numerosi artifizi narrativi.

Giunto alla fine ero sinceramente soddisfatto di aver raccolto la sfida e averla, a mio parere  superata brillantemente.

Alzai lo sguardo dal tappeto che avevo sotto i piedi.

Lo avevo fissato intensamente per quasi tutta la durata del racconto. Ne avevo percorso e ricalcato ogni minimo dettaglio. Avevo ancora impressi nella vista i suoi innumerevoli arabeschi multicolore.

Attraverso questo schermo, come attraverso vetro colorato mi scontrai col sorriso di Emile.

Non era più il sorrisino garbato di prima. Era finto, scortese, maligno. Dello stesso genere di quelli che i giudici ci rivolgono al termine di una causa  appena persa.    

Emile aprì la bocca, come per aspirare e solo dopo un po’ disse:

“Commovente…”    

Nel pronunciare quelle sillabe aveva fatto chiaramente ricorso ad una notevole dose di sarcastico autocontrollo. La sua espressione, tuttavia, tradiva l’irriverenza che animava quel commento. L’irriverenza di chi la sa lunga. Di chi, suo malgrado, è stato costretto ad ascoltare un ignorante o un pivello.

Proprio come quella di un vecchio giudice che, per pura disdetta, si è trovato a dover assistere all’ingenua arringa di un giovane, inesperto avvocato. Conoscevo bene quel tipo di situazioni, ma il disagio che provai allora, rasentò pericolosamente la mortificazione.

“…veramente commovente. Quasi flaubertiano, direi .”

Quindi si alzò e si diresse verso la libreria.

Rimase per diversi minuti a contemplare le centinaia di volumi sugli scaffali, dandoci le spalle.

Poi si voltò.

“Non pretendo che tu mi creda…” esordì rivolgendosi a me. Evidentemente aveva scelto quella parete di sapienza quale scenario per il suo monologo.

“…sono cosciente dell’opinione che tu e tutti gli avvocati come te possono farsi di uno storico del diritto e per di più di uno storico del diritto che si mette a raccontare astruserie metafisiche. Voi credete che la storia e l’essenza del mondo siano racchiuse all’interno di un codice o di una raccolta di sentenze o che la Corte Costituzionale sia una congregazione di saggi o profeti...”

Diceva queste cose, non certo lusinghiere nei miei confronti, in tono pacato e la sua voce profonda e ben calibrata mi arrivava alle orecchie più come morbida vibrazione, che come suono articolato in linguaggio.

Non ribattei a quelle accuse, dalle quali Claudio era scagionato tacitamente, anzi prestai maggiore attenzione a ciò che Emile stava dicendo, abbandonandomi completamente alla cedevole avvolgenza della poltrona di pelle sulla quale ero seduto. 

“…perciò ho apprezzato la tua disponibilità  a stare al gioco e soprattutto il tuo lodevole impegno nel cimentarti nel resoconto di un periodo della tua vita, della tua infanzia abbastanza travagliato, di una educazione rigida, continuamente riferita agli insegnamenti del vecchio defunto. Uno come Freud ne avrebbe goduto!”

Rise di gusto.

Sentivo le guance divamparmi e frapposi tra i nostri sguardi un grande bicchiere colmo di cognac. Fu una specie di bandiera bianca, una confessione tacita della mia resa, del mio fallimento come narratore dell’impossibile.

Emile se ne rese conto e con un profondo sospiro di soddisfazione tornò a contemplare i libri. Ne scelse uno abbastanza voluminoso e me lo porse.

“Tuttavia sono convinto e so che sei un bravissimo avvocato. Claudio mi ha parlato di te come di un serio e scrupoloso professionista. Domani in aula farete scintille!”

“Sicuro, mon ami!” gli fece eco Claudio.

Ringraziai imbarazzato. Quelle improvvise lusinghe non le avevo messe da conto. Oramai sguazzavo nel mio ruolo di perdente…

Mi interessai al volume che avevo tra le mani e anche Claudio si avvicinò incuriosito.

“Si, amici, capisco. Vi starete sicuramente interrogando sul perché abbia voluto sottoporre alla vostra attenzione  un vecchio trattato di diritto comune e che relazione possa esso avere con gli argomenti che stiamo trattando stasera. Beh, vi posso assicurare che il nesso c’è e spero che vi ritorni in mente qualche lezione di ius commune: servirà ad orientarvi.”

Cominciavo a capire perché l’uomo che ci stava di fronte era un così richiesto oratore: il suo italiano era pressoché perfetto e la sua voce, ferma e calda, aveva la facoltà di fasciare l’uditorio di uno spesso fluire di onde sonore, svilendone ogni tentativo di distrazione. Il suo modo di esprimersi, semplice e confidenziale autorizzava l’ascoltatore alla complicità.

E complice mi sentii ancor prima che egli esordisse nel suo racconto, un suo compagno d’avventura. Di qualunque natura essa fosse stata.

“Nel 1988 venni scelto assieme ad altri nove studiosi europei per la realizzazione di quello che doveva essere un aggiornatissimo e definitivo testo sul diritto comune in Europa dall’epoca giustinianea fino al Rinascimento.

Colui che ci selezionò era un vecchio nobile che aveva l’hobby della giurisprudenza. Aveva avviato gli studi giuridici, ma li aveva poi abbandonati a causa della sua discontinua applicazione. La passione per la legge, comunque gli era sempre rimasta nel sangue e c’era stato un periodo, immediatamente dopo la guerra in cui era addirittura riuscito a rivestire la carica di giudice in piccole cause tra i contadini della sua borgata di residenza. Tutta la sua vita era costellata di progetti, finanziamenti e redazioni di testi giuridici, il più delle volte di mediocre fattura, scarsamente considerati dagli ambienti accademici e dottrinari.

Quella doveva essere la volta buona e il vecchio ritenne di aver scelto il meglio del meglio.

Ci convocò tutti, per un primissimo incontro nella sua villa di Aix en Provence in febbraio e lì mi ritrovai a parlare di diritto comune con gente di cui avevo letto i nomi soltanto sui testi studiati da giovane e con un vecchio signore dai modi pittoreschi che giocava a fare il magnate e ambiva guadagnarsi la sua fetta di notorietà nell’ostico mondo dei giuristi francesi. Io ero il più giovane e inesperto tra i prescelti e il motivo per cui il vecchio Des Morlais mi chiamò resta tuttora un mistero per me. Forse è perché sono di sangue provenzale, proprio come lui. Forse…

Il nobiluomo aveva le idee molto chiare. Ci ragguagliò ben benino circa le sue intenzioni e le finalità dell’opera, ci affidò degli incarichi ben precisi ed alla fine della seduta, con nostro grande stupore e,devo ammetterlo, ancor più grande gioia, ci fece avere dei succosi assegni a titolo di ’ piccolo acconto per sostenere le spese di ricerca ’.

Mi fu assegnato il profilo prettamente storico-sociologico dello studio. Avevamo quasi tre mesi per abbozzare una qualche stesura, infatti l’appuntamento fu  fissato per la primavera successiva nella residenza di campagna di Des Morlais.

Passai quel periodo a studiare e a ricercare come un matto. Ci tenevo a fare bella figura con i miei insigni colleghi e in più l’argomento mi appassionava.. Terminai il mio lavoro con la certezza di averlo svolto in maniera impeccabile.

Sapete, la modestia è un gran brutto affare per chi nutre una qualche ambizione…

A maggio, di venerdì, il vecchio mi contattò telefonicamente, volle sapere a che punto ero con il mio lavoro e, probabilmente senza aver ascoltato la mia risposta, mi comunicò che dovevamo trovarci nella sua tenuta situata in una zona interna nelle campagne tra Aix e Gardanne, il lunedì seguente. La permanenza sarebbe durata all’incirca una settimana.

Volli affrontare il viaggio verso la Provenza, terra d’origine della mia famiglia, in macchina. Fu una follia e, dopo quattordici ore di autostrade, stradine e mulattiere arrivai a destinazione distrutto. L’edificio, di costruzione settecentesca, mi apparve d’improvviso in fondo ad una piccola vallata erbosa, completamente inondata dal rosso di un tramonto spettacolare. Nonostante la stanchezza, arrestai la macchina in cima alla collinetta e rimasi lì a contemplare quell’esplosione di colori che tante volte Van Gogh aveva tentato di catturare nelle sue tele.

Scesi il sentiero di terra battuta che strisciava giù per il fianco della collina come un gigantesco serpente, fino alla grande casa di pietra grezza, ingiallita e levigata dai secoli.

Ad attendermi sulla soglia c’erano un anziano signore e una graziosa biondina che lo teneva sottobraccio. Pensai fosse la nipote. In realtà, Jacqueline era la figlia e viveva assieme al genitore, custode della casa da tanti anni, in un appartamento sul retro. Alla mia sorpresa, il signor Gerard, rispose freddo  e cordiale, col piglio di chi è ormai abituato a soddisfare tale curiosità, che Jacqueline era il frutto del suo secondo matrimonio con una giovane cameriera, Marie, morta a vent’anni per dare alla luce quella gemma di carne e sangue.

Fu proprio lei ad accompagnarmi in camera e ad informarmi, con dolce, ingenua educazione che ero il primo degli ospiti attesi, il resto dei quali sarebbe arrivato l’indomani.

Nemmeno DesMorlais c’era ancora.

La cena mi fu servita non molto tempo dopo nel mio stesso alloggio, grande e lussuoso, ma abbastanza triste, avvolto com’era nei suoi colori cupi, sfiorati soltanto dalla inadeguata illuminazione data dal lampadario in ferro battuto.

Dopo cena tentai di leggere qualcuno degli ultimi appunti, buttati giù poco prima di partire, ma la stanchezza ebbe la meglio e così mi addormentai come un bambino, con quelle carte in mano, su una polverosa poltrona di velluto verde.

Mi svegliai a notte fonda , indolenzito e agitato.

Avevo sognato, ma non ricordavo cosa.

Non ci riflettei più di tanto, quindi mi spogliai per andare a letto e svegliarmi solo nella tarda mattinata.

Tutti gli altri arrivarono poco prima di cena. Io avevo passato la giornata a passeggiare per la radura attorno la casa e a chiacchierare con Jacqueline. Le piacevo e la ragazza me lo dimostrava senza remore. Riuscii perciò a farmi promettere, che l’indomani mi avrebbe accompagnato a visitare il fiume, oltre la collina. Lo avevo notato venendo in macchina e ne ero stato immediatamente attratto.

La sera, finalmente, DesMorlais ci riunì tutti nel grande salone per tenere una noiosissima specie di briefing sugli ideali dell’opera, di cosa avrebbe potuto rappresentare, del prestigio, dell’importanza e cose di questo genere…

Si stabilì una specie di piano d’azione con programmi paralleli e turni.

Il programma dell’indomani mi vedeva poco impegnato, visto che la priorità era quella di mettere assieme tutta una massa di parti dissonanti se non antitetiche. Infatti, quando quel giorno mi affacciai nel salone, esso mi si presentò come un deposito di carte e cartacce di vario genere. Più un archivio del catasto che la lussuosa e confortevole sala di poche ore prima. Tutti erano affaccendati e discutevano animatamente tra di loro, in molti casi  ognuno nella propria lingua madre. Ce n’erano alcuni che profferivano a rotazione massime e citazioni in latino.

Uscii stravolto da quell’assurda babele e mi rintanai in camera nel più assoluto silenzio. Non pranzai neanche. Dormii.

Fui svegliato da un leggero bussare alla porta. Era Jacqueline che veniva per ricordarmi dell’escursione.

Quando uscimmo non volli nemmeno passare per il salone. Erano ancora tutti là. Si sentiva dall’incessante brusio che fuoriusciva dalle finestre socchiuse.

Il sole era già abbastanza basso e Jacqueline mi fece notare che bisognava affrettarsi per raggiungere il fiume e ritornare con ancora un po’ di luce. La ragazza parlava, parlava….

Sembrava aver trovato in me il confidente ideale delle proprie fantasticherie Era come una torrente in piena.

Faticavo a prestarle attenzione.

Ero concentrato sul luccichio all’orizzonte, ansioso di raggiungere la riva del fiume.

Jacqueline si accorse di questo e, interrompendo la sua litania, si limitò a camminarmi silenziosamente al fianco.

Continuavo a camminare e sentivo che niente e nessuno avrebbe potuto arrestare il lento, deciso incedere verso quel punto in riva al fiume. E quel punto si materializzò in un albero, un grande albero che se ne stava solitario a pochi metri dalla riva del fiume. Tutto era molto bello. L’albero, il fiume tranquillo, il tramonto, rosso epilogo di una mite giornata di primavera.

Tutto era bellissimo, ma la mia inquietudine cresceva e cresceva, fino a che non ebbi la certezza di stare rivivendo esattamente ciò che avevo sognato la notte precedente. Solo che nel sogno tutto quel bel quadretto piombava d’un colpo nelle tenebre per poi esplodere in un’accecante luce bianca.

Questo era ciò che avevo sognato e che mi aveva fatto svegliare di soprassalto.

Non sapevo come reagire, cosa pensare, perciò girai i tacchi e velocemente presi la direzione della villa senza curarmi minimamente di Jacqueline che mi strillava dietro parole o probabilmente insulti.

Dopo quell’episodio le giornate divennero tutte lunghe e monotone. Il lavoro di gruppo non approdava a  un bel niente ed io  non aspettavo che il tramonto per recarmi al grande albero presso il fiume.

Non capii mai di che specie fosse. Sembrava un mandorlo, ma era troppo grande per esserlo. Durante le ultime visite, benché fosse primavera inoltrata, si era quasi completamente spogliato e i robusti rami si protendevano come innumerevoli braccia mummificate verso un cielo sempre bellissimo e imperturbabile.

Io restavo a fissarlo fino a quando l’ultimo lembo di luce lo rendeva visibile. La mia agitazione si rinnovava, anzi si centuplicava di volta in volta, ma la forza di quella pianta, magnetica e irresistibile riusciva a trascinarmi e inchiodarmi in quel posto per delle ore.

Jacqueline non osava più rivolgermi neanche uno sguardo e anche il padre negli ultimi giorni era stato più distaccato del solito nei miei confronti. Per non parlare dei miei colleghi…

Solo DesMorlais ostentava il solito zelo. Si rendeva conto del graduale, inesorabile fallimento del suo progetto, ma era un tipo tenace e mostrava di avere ancora qualche risorsa. Soprattutto di ottusa speranza.

Al decimo giorno, annunciò che ci avrebbe concesso una ulteriore proroga e che l’indomani i ‘lavori preparatori’ sarebbero stati portati a termine.

Quell’ultimo giorno trascorse lento e noioso, come tutti gli altri, ma già dopo pranzo un senso di opprimente angoscia si impadronì di me contorcendomi le viscere e annebbiandomi la vista. In quello stato non fui in grado neanche di riordinare il mio lavoro e dovetti presto abbandonare il salone dove tutti erano intenti a raccogliere e riporre scartoffie e volumi vetusti.

Andai al fiume più presto del solito e ne attinsi la fresca acqua per bagnarmi il capo e darmi un po’ di sollievo. Un tantino rinfrancato mi distesi a pochi passi dalla riva, a debita distanza, però, dal grande albero spoglio.

Chiusi gli occhi per un attimo.

Fu solo un attimo, ne sono certo…

Sarei pronto a giurare mille volte!

Non più di un misero maledetto attimo!                              

Vogliate perdonare la mia agitazione, ma ancora oggi a distanza di anni è difficile scrollarmi di dosso l’angoscia e il terrore vero, perentorio, senza possibilità di ricorso in appello che provai quando riaprii gli occhi.

Come vi ho già detto ero, sono sicuro di aver chiuso gli occhi solo per qualche secondo, giusto per assecondare quel fastidioso disturbo alla vista. Ebbene, riaprendoli, mi trovai in piena notte, una notte gelida, senza stelle e penso fu allora che, oltre al terrore, sperimentai la solitudine più totale e disperata.

Proprio sotto l’albero, ora rigoglioso, con una folta chioma di piccole foglie brune, ardeva un fuoco vivo e fiero che riusciva ad illuminare una ampio raggio di terra attorno. Accanto al fuoco era disteso qualcuno completamente avvolto da una coperta marrone.

Ero rimasto fermo nella stessa identica posizione, eppure il fiume che prima scorreva a pochi centimetri dai miei piedi, ora si era distanziato di parecchi metri. Era divenuto poco più che un ruscello  e, pur nel silenzio della notte, bisognava tendere l’orecchio per udirne lo sciacquio.

Il primo vero movimento che abbozzai fu quello di alzarmi e correre in direzione della casa, ma fu sufficiente un leggero sguardo oltre la mia spalla per capire che dietro di me c’era il nulla, che lì finiva il mondo.

Rimasi immobile, in attesa.

Si, perché sapevo che stava per succedere qualcosa.

Doveva, succedere qualcosa!

Quel silenzio, quella calma buia e mortale, senza tempo, non potevano durare in eterno!

Non mi importava il fatto che potessi essere io il protagonista degli eventi che dovevano svolgersi. Ero disposto a tutto. A soccombere, restare vittima di qualsiasi tipo di forza, ma non a diventare folle in quel diabolico oblio.

E qualcosa accadde…

Prima, un rumore cupo e profondo, interrotto a intervalli regolari da una serie di suoni acuti e prolungati, come dei lamenti. Poi, la terra prese a tremare, debolmente ma in modo costante. Notai che il fuoco cominciava ad agitarsi restringendosi ed allargandosi, per poi mutare colore da arancio ad azzurro, a verde, a bianco fino al rosso più intenso.

La figura avvolta nella coperta si era intanto destata dal proprio tranquillo riposo e appena fu cosciente dei prodigi che accadevano in quel momento, schizzò in piedi allontanandosi dal quel fuoco stregato.

Era un ragazzo, poco più che adolescente dai lineamenti fini ed effeminati. Aveva dei lunghi riccioli biondi che gli ricadevano sulle spalle, così perfetti e lucenti da sembrare finti. I suoi occhi del colore del mare al mattino erano spalancati e protesi verso il fuoco che egli stesso aveva acceso e che ora si contorceva come un’anima dannata.

Quello che io avevo scambiato per una coperta era in realtà uno spesso mantello di lana grezza. Dall’apertura del mantello riuscii a vedere che i calzoni indossati dal giovane, erano delle calzamaglie turchesi molto attillate e le sue calzature erano dei tozzi stivali neri, mollemente accartocciati sulle caviglie.

Ero appena approdato all’unica, assurda deduzione alla quale sarete approdati pure voi, quando il leggero tremore della terra si trasformò in vera e propria scossa sismica e il fuoco divenne una muraglia purpurea che all’improvviso partorì con violenza una enorme…poltiglia scura.

Non saprei come meglio definirla….

Una gigantesca, informe massa nera, dotata di vita propria.     

A quell’orripilante spettacolo, il ragazzo tentò una fuga disperata, ma inciampò più volte sul suo stesso mantello fino a che non ebbe più nemmeno la forza di rialzarsi.

La nera mostruosità, chissà con quali occhi, aveva assistito alla scena impassibile, poi fece un rapido giro dell’albero giungendo a pochi passi dal giovane prostrato che piangeva e urlava. Urlava delle parole in latino, preghiere credo, frammiste a delle altre in un atavico dialetto francese.

Alla fine, neanche le parole ebbero più la forza di emergere dal profondo mare di terrore che intasava l’anima di quello sventurato, scomparso dal mondo, risucchiato nelle tenebre dal Male fattosi materia.

Poi… poi tutto fu luce. Svenni.

Mi risvegliai soltanto il mattino seguente nella mia camera, in casa di DesMorlais. Era stata Jacqueline, proprio lei,  a trovarmi e a prestarmi i primi soccorsi.

Il medico di famiglia del vecchio diagnosticò un forte stato di choc causato da  un violento attacco di febbre cerebrale.

Gli anni successivi non li trascorsi, tanto a cercare di  dimenticare ciò che avevo visto - non chiedo mai l’impossibile al mio cervello! -, quanto a cercare di convincermi che il Male non è l’anima del mondo, in ogni momento pronto a risucchiarti nell’oscurità o in qualche fondo di prigione o manicomio criminale.

Tempo dopo, parlando con uno dei miei tanti analisti, venni a sapere che proprio in quella zona della Provenza, a partire dalla seconda metà del dodicesimo secolo, si era diffusa la leggenda che il giovane Daniel, figlio del ricco possidente Bernart de Villecroix, già famoso per le sue doti di troubadour, aveva  voluto intraprendere un lungo viaggio alla volta di Bologna per studiare diritto e che il diavolo lo aveva rapito nelle campagne di Aix per godersi la sua splendida voce e le sue struggenti ballate per l’eternità.

Ho deciso allora di documentarmi e molti esperti parlano di una specie di deja-vù: la paramnesia.

Antiche leggende provenienti dall’Asia narrano poi di un mostruoso abitatore delle Tenebre chiamato Nyogtha…”

A quel punto Claudio balzò in piedi, pallidissimo in volto. Si scusava con Emile, ma asseriva che si era fatto molto tardi e l’indomani lo attendeva, ci attendeva una giornata molto impegnativa.

Si rivolse anche a me supplicando con lo sguardo una conferma.

Annuii meccanicamente, ancora frastornato da quella storia e con quell’ultimo nome a ronzarmi in testa.

Nyogtha…

Emile comprese il nostro sconvolgimento e ,con molta cortesia, ci ringraziò per la piacevole serata prendendo congedo, non prima di averci strappato la promessa di rivederci presto, magari con qualche altra “storiella” da raccontarci.

Lasciai la casa di Claudio un minuto dopo Emile. Non scambiai sillaba col mio collega, non lo salutai neanche.

Tutto fuori era ricoperto di bianco e la nevicata continuava imperterrita e intensa.

Nyogtha…         

Fu allora che avvenne l’incidente. Scendevo lentamente la provinciale ghiacciata sempre pensando a quel nome e agli occhi di Emile durante il suo racconto. Fissavano chissà quale punto in chissà quale strana dimensione…

Improvvisamente, come sbalzata violentemente dal rifugio che può offrire un millesimo di secondo, qualcosa di nero e immenso… immensamente terrificante, mi attraversò la strada, facendomi perdere il controllo della vettura che  impazzì e… dopo…dopo tutto è così… confuso.

Nyogtha…

Sono stanco.

Basta.

 

 

 

                     

                               

                

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