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Il cavaliere della regina
( Fabio Pontelli )
Il cimitero giaceva silente sotto i raggi di un tardo sole. Non c'era nessuno, ma a Niva andava bene così. Si inginocchiò, posò i fiori che aveva portato a terra e svuotò i vasi di quelli vecchi. Cambiò anche l'acqua, e sistemò con cura il giallo dei narcisi e i rossi e gli azzurri di tulipani e genziane. Poi passò ai lumini ormai consunti e rimirò il tutto.
Annuì, soddisfatta. Accarezzò la fredda pietra che difendeva l'ultima dimora di Rouzan e sorrise tristemente.
«Ti ho portato le genziane che amavi tanto, hai visto?» mormorò alla muta lapide che ricordava il valoroso guerriero. L'epitaffio inciso sotto il nome le fece scorrere una lacrima sulla guancia. Erano passati nove anni, ormai, ma le mancava ancora.
Si asciugò gli occhi con il dorso della mano destra e scrollò il capo in un sorriso, quasi non volesse rattristare la pietra. «Il maestro di spada dice che il piccolo Rouzan ha talento. Io avrei preferito sentirmi dire il contrario, a dire il vero. Vorrei che dimostrasse più interesse per gli studi che per le armi, come suo padre, ma a quanto pare ho segnato il suo destino quando gli ho dato il tuo stesso nome.
Estrel mi dà molte meno preoccupazioni. É già la beniamina del castello, sai. E di Noicer. Lui stravede per quella bambina e lei comincia a preferirlo a me. Il che non mi stupisce, visto quanto la vizia...
Non dovrei essere gelosa di mia figlia, vero?»
La tomba non aveva commenti da fare e anche Niva tacque, reimpossessandosi di tutta la sua tristezza. «Liani sta bene» mormorò dopo lunghi attimi.
Non disse altro. Ascoltò i rumori lievi dell'imminente sera e osservò il cielo tingersi dei colori del tramonto. Si strinse addosso lo scialle di lana che portava sulle spalle, sentendo il freddo della notte farsi vicino. Guardò la lapide che le stava di fronte e sorrise con quel suo fare mesto. «Per antiche che siano le ferite, le cicatrici restano» disse. «E spesso dolgono, nell'umidità della sera.»
Il carro avanzava piano, tirato da due cavalli dall'aria stanca. Melcar se ne stava a cassetta affiancato da Posia, il figlio più grande, e spiava con un certo nervosismo gli alberi e il fitto sottobosco che attorniavano la strada.
«Quanto manca?»
Melcar lanciò uno sguardo agli occhioni azzurri della figlia sbucata dai teli che ricoprivano il carro. «Mezza giornata, cara.»
Niva sbuffò e se ne tornò al suo posto. Lo sguardo della madre a posarsi su di lei con una certa severità. «Non disturbare tuo padre» disse senza smettere di cullare il piccolo Antir.
«Volevo solo sapere quanto manca.»
«Adesso lo sai» tagliò corto la madre.
Niva sbuffò ancora e incrociò le braccia sotto il volto imbronciato. Quel viaggio era di una noia mortale. Si era aspettata qualcosa di più avventuroso, visto il luogo in cui si trovavano, e invece non succedeva niente. C'erano solo le irregolarità della strada che facevano vibrare il carro e il sottobosco che nascondeva il panorama.
Un paio d'ore trascorsero lentamente, mentre lei scrutava gli alberi che scivolavano all'indietro. Castagno, castagno, quercia; quercia, nocciolo, quercia. Non era molto divertente, ma non c'era null'altro da fare e perciò continuava. Quercia, quercia, tiglio; leccio, castagno, nocciolo.
Il rumore di rami spezzati e il tonfo pesante la strapparono dalla noiosa conta degli alberi. Il carro si arrestò bruscamente, cogliendola di sorpresa e facendola finire sulle assi che facevano da pavimento. Si rialzò e indagò negli occhi spaventati della madre, annuendo quando lei si posò l'indice sulle labbra. Scostò i teli del carro per dare una sbirciatina, ma Deiana l'afferrò per la collottola e la costrinse nuovamente a sedere. Ascoltò, visto che non poteva fare altro, cercando di capire cosa stesse mai succedendo all'esterno.
Melcar lasciò le redini e agguantò arco e frecce, lanciando un'occhiata a un Posia intento a cercare un bersaglio per la sua balestra. Osservò il tronco caduto di traverso sulla strada e la zona circostante; scrutò la foresta che se ne restava immobile e in silenzio, a parte rari versi di animali.
La freccia sbucò dalle fronde e lo colpì al fianco, strappandogli un urlo. L'arco gli sfuggì di mano e Posia si voltò e sparò, commettendo il più grave degli errori. Se ne rese conto un attimo dopo aver premuto il grilletto e si affrettò a ricaricare la balestra. Non ce la fece. I dardi lo colpirono alla gamba e al petto e lui cadde sulla strada con un cupo lamento.
Niva affondò la testa tra le ginocchia che si stringeva con le braccia, nell'udire il disperato grido del padre. Sentì le lacrime riempirle gli occhi e rigarle le guance, ma non emise nemmeno il più piccolo singhiozzo. Sua madre, pallida quanto un cencio, giaceva immobile, come paralizzata, stringendosi al petto il corpicino di un Antir che cominciava ad agitarsi.
I banditi uscirono allo scoperto e si avvicinarono al carro. Erano in sei; le facce degne delle loro azioni e una spada e un arco a testa. Melcar li guardò tenendosi il fianco ferito, con un pianto rabbioso negli occhi e la coscienza di essere in loro completa balia.
«Salve, mercante! Bella giornata, vero?»
Melcar grugnì qualcosa e il brigante continuò: «Oh, hai ragione: non mi sono nemmeno presentato. Io sono Urnas, e questa è la mia banda. Qual è il tuo nome?»
«Melcar.»
«Piacere di conoscerti, Melcar. Che ne dici di scendere da lì?»
Ubbidì, nonostante ogni movimento gli causasse una fitta atroce al fianco, e si avvicinò al capo dei banditi.
«Cosa c'è di bello in quel carro?»
«Tessuti.»
«Mmm, no, non è un articolo che ci interessa. Nient'altro?»
Il pianto del piccolo Antir si fece udire in quel momento e Urnas andò a controllare di persona. Sorrise nel vedere Deiana e il bambino che teneva in braccio. «Hai davvero una bella moglie, mercante.»
Melcar si irrigidì a quelle parole. «C'è del denaro» disse. «Uno scrigno pieno di monete d'oro e gioielli.»
Urnas rispose con un ghigno crudele e sparì dentro al carro.
«Non osare toccarla!» ruggì Melcar muovendo due passi verso il carro; la spada di un brigante a fermare la sua corsa con un fendente che gli squarciò la gola. Franò a terra con un gorgoglio dal sapore di morte e le urla della moglie nelle orecchie.
Uno dopo l'altro, i banditi violentarono Deiana, indifferenti alle sue grida e al pianto del bambino. Recuperarono il denaro, quando ebbero finito con lei, e guardarono le stoffe e le cibarie che riempivano il carro con aria dubbiosa.
«Non credo ci sia altro.»
Urnas aggrottò la fronte con fare infastidito e lanciò un'occhiataccia al piccolo Antir. «Fallo smettere!» ordinò.
Il brigante estrasse la spada e si voltò verso Deiana, irritato. Liberò la lama dalla stretta della donna, aprendole due profondi tagli nei palmi delle mani, e la colpì con un fendente rabbioso. Poi uccise il bambino.
«É morta?»
«Sì. Mi spiace...»
«Non importa» tagliò corto Urnas. «Che te ne pare di quella stoffa?»
«Uh, roba da signori!»
«Già» fece l'altro massaggiandosi il mento. «Penso proprio che la mia donna apprezzerà.»
«Quale delle tante?»
Urnas rise e si avvicinò alle stoffe che riempivano metà del carro. Si fermò, recuperando tutta la sua serietà, e con un gesto brusco ribaltò i campionari e i tessuti che facevano da nascondiglio a Niva.
«Ma che bella sorpresa!» disse, sorridendo del terrore scritto negli occhi della bambina. «Non temere; non ti verrà fatto alcun male» aggiunse poi. «Abbiamo altri progetti per te. Non è vero, Sangor?»
«Oh, noi apprezziamo sempre la compagnia femminile» rispose l'altro scoppiando a ridere.
I concitati rumori all'esterno si portarono via ogni ilarità. Urnas fece cenno al compare di dare un'occhiata e circondò con un braccio la vita di Niva, sollevandola senza sforzo. Le urla e il suono di spade che si scontravano con altre spade parlavano di grossi guai, e lo stiletto che portava alla cintura comparve nella sua mano.
Sangor scostò i teli e si ritrovò una spada nel petto. Cadde all'indietro, mentre un cavaliere che portava i colori della regina balzava sul carro e lanciava una rabbiosa occhiata a Urnas.
«Fermo!» gridò il bandito mostrando il pugnale posato sulla gola di Niva.
«Sei rimasto solo. Arrenditi, se vuoi conservare la vita.»
«Per farmi tagliare la testa dal boia? No, grazie. Adesso io me ne andrò e tu te ne starai lì, buono buono. Sempre che tu non voglia avere la morte di una bambina sulla coscienza.»
Il cavaliere digrignò i denti ma rifoderò la spada.
«Ecco, così mi piaci» fece Urnas.
L'altro lo fissò con rabbia, mentre raggiungeva l'opposto lato del carro facendosi scudo con la bambina. Fu costretto a voltarsi di tre quarti, per scendere, e in quel momento il cavaliere scattò. La mano recuperò un pugnale da lancio e lo scagliò contro il collo esposto del bandito, infilzandolo. Un urlo soffocato, il rumore dello stiletto che cadeva sul legno e la presa del braccio che stringeva la vita di Niva a farsi blanda.
La bambina si liberò e andò a nascondersi dietro le spalle del cavaliere, mentre Urnas barcollava come un ubriaco. Gracchiò qualcosa di incomprensibile, forse una maledizione; poi cadde oltre la paratia e i teli del carro.
Il cavaliere ripose nel fodero la spada che aveva sguainato e prese Niva per la mano, portandola fuori di lì. L'aiutò a scendere con premura degna di un gentiluomo e si fermò, studiando i corpi dei banditi che giacevano sul terreno.
«Rouzan, è ben giovane dama quella che hai salvato!»
Lui guardò al suo collega e poi alla bambina che teneva per mano. «In compenso è molto carina» fece.
Niva arrossì violentemente, mentre gli uomini ridevano. Alzò il capo verso il profilo deciso del suo salvatore e si ritrovò a guardare dentro a quegli occhi dall'aria dolce.
«Andiamo via» mormorò lui.
Lei annuì e un attimo dopo erano a cavallo, pronti a partire.
Niva guardò i cadaveri dei banditi che non si erano voluti arrendere; quelli di suo fratello maggiore e del padre. Guardò il carro che i soldati stavano riempiendo con quei corpi e pensò alla madre, ripetutamente violentata e uccisa, e al piccolo Antir, che non aveva nemmeno un anno. Sentì gli occhi farsi umidi e la mano di Rouzan che le stringeva la spalla.
«Tu sei viva, e adesso è questa l'unica cosa a cui devi pensare» le disse. Poi tacque, mentre gli zoccoli correvano sul terreno per portarli a Lerida.
La capitale li attendeva al di là della foresta, posata in mezzo alla piana con tutti i suoi edifici, le strade e gli uomini. Immensa, ma dominata dal palazzo che svettava in cima a una bassa collina che le acque dell'Ister aggiravano, prima di allungarsi verso occidente. Immensa ma simile a una folla prostrata dinanzi al suo re, o meglio, alla sua regina: quella Liani di cui gli aedi di tutto il regno cantavano la bellezza.
Niva osservò le case malandate della periferia, quelle ricche e grandi che attorniavano la piazza principale e i soldati che guardiavano le porte della residenza reale. Scese di sella, quando il cavallo si fermò nell'ampio cortile, e guardò il paggio che si prese la briga di accompagnarlo alle stalle. Lanciò un'occhiata a Rouzan, poi, e cercò la sua mano, mentre affondavano nei vasti corridoi del palazzo.
Raggiunsero la sala del trono e si disposero in attesa. La regina comparve mezz'ora più tardi, accompagnata dallo sposo e dal solito codazzo di paggi e damigelle. Bella, con la sua chioma nera quanto la notte e i grandi occhi verdi. Il corpo, snello e slanciato, avvolto nel vaporoso bianco orlato d'azzurro del vestito; il collo, lungo e sottile, impreziosito da una collana d'oro tempestata di zaffiri. La corona e lo scettro, invece, luccicavano del colore puro dei diamanti. Si avvicinò al trono che si simboleggiava il suo potere e si accomodò, mentre il principe consorte si inchinava al suo rango, prima di sedersi sul seggio che gli competeva.
Le personalità giunte a palazzo per chiedere udienza, si alternarono lungo il tappeto rosso che si allungava fin sotto i piedi della regina. Rouzan fu tra gli ultimi. Si avvicinò al trono assieme a Niva, appoggiò un ginocchio a terra e non alzò lo sguardo finché la voce di Liani non si rivolse a lui.
«Che notizie mi porti, cavaliere?»
«La banda di briganti che infestava i vicini boschi del Serlar è stata sgominata, mia signora.»
«Nessun sopravvissuto?»
«No, mia signora.»
La regina replicò con una smorfia insoddisfatta. «Chi è la bambina che ti accompagna?» chiese poi.
«L'ultima vittima di quei briganti, mia signora, e l'unica sopravvissuta della sua famiglia.»
Lo sguardo di Liani si riempì di dolcezza, nel posarsi sul volto di Niva. «Qual è il tuo nome?»
«Mi chiamo Niva, mia signora.»
«Da oggi sarai mia ospite, Niva» disse Liani, esibendo un sorriso che scomparve non appena i suoi occhi tornarono su Rouzan. «L'affido a te, cavaliere. Prenditi cura di lei come se fosse tua figlia.»
«Sarà fatto, mia signora» assicurò Rouzan, inchinandosi e allontanandosi con la mano di Niva ancora stretta nella sua.
Abbandonarono la sala delle udienze, i due, e si diressero verso l'edificio che ospitava gli alloggi dei cavalieri della regina.
Mesi si aggiunsero a mesi e Niva divenne una stupenda ragazzina. Gli incubi e i terribili ricordi della morte dei suoi genitori e dei suoi fratelli si fecero in disparte, mentre il suo corpo rivelava la sua femminilità e i paggi e i figli dei cortigiani di palazzo cominciavano a notarla. Lei, ancora un po' incosciente della sua bellezza, si aggirava per i giardini senza accorgersi troppo degli sguardi che la seguivano.
«Mmm, a quanto pare hai attirato l'attenzione del giovane Kinsley» commentò Lesia.
Niva spiò al sorriso dipinto sul volto della servitrice e voltò il capo, incrociando per un attimo quegli occhi che fuggirono subito via. Tornò sulla donna che si prendeva cura di lei quando Rouzan non c'era e arrossì. «Ma se lo conosco appena» protestò.
Lesia si limitò a ridacchiare e continuò a camminare tra le siepi ben curate e i mille fiori dei giardini di palazzo. Si fermò, quando notò la regina. La salutò con un inchino e la guardò avvicinarsi.
«Mia signora.»
Liani sorrise della riverenza con cui era stata accolta. «Non essere tanto formale, Lesia» fece. «Buongiorno, damigella Niva. La primavera ti rende ancora più bella, lo sai?»
Niva si fece rossa come un pomodoro. «Mai quanto te, mia signora.»
Liani sorrise ancora. Un sorriso sincero, che le illuminava il viso e ne esaltava la bellezza. Discusse di tempo e di rose con lei e con Lesia per un buon quarto d'ora e poi si allontanò, salutando amichevolmente.
Niva la osservò a lungo, dubbiosa. Pensò a Rouzan, a come la guardava lui, quasi attendesse qualcosa, e alzò la testa verso il viso allegro di Lesia, interrogandola con gli occhi. Lei scrollò il capo e prestò attenzione allo splendore dei giardini baciati dalla primavera, spingendola a fare altrettanto.
La sera, quei pensieri tornarono a farle visita. Mangiò in silenzio e aiutò Lesia a sgomberare la tavola; poi si rannicchiò sulla poltrona e guardò il camino spento. Pensava, mordicchiandosi il labbro inferiore con una certa ansia: Rouzan era in ritardo.
«Non preoccuparti: Rouzan sa badare a se stesso.»
Lanciò un'occhiata a Lesia e annuì con poca convinzione. Aveva ragione, lo sapeva. Non era la prima volta che il cavaliere rientrava col buio e non sarebbe stata l'ultima, ma quel giorno era più in ansia del solito.
Arrivò, finalmente. La porta si aprì e lei abbandonò la poltrona e corse tra le braccia dell'uomo. Lui la circondò con affetto e rivolse l'attenzione a Lesia: «Si è comportata bene?»
«Sì, benissimo. Ti riscaldo la cena?»
Rouzan annuì e pochi minuti dopo si accomodò al suo posto. Mangiò con calma, mentre la donna gli preparava un bagno, e lasciò che il tepore dell'acqua si portasse via stanchezza e sporcizia.
«Vuoi che resti?» gli chiese Lesia quando recuperò il salotto.
«No, grazie.»
La servitrice si limitò ad annuire e uscì, lasciandolo solo con Niva.
«Com'è andata la giornata?»
«Bene» disse Niva con un sorriso che morì subito.
«Davvero?»
Lei si nascose un attimo nel calore di quell'abbraccio. Spiò quegli occhi pieni di preoccupazione, poi, e si decise a parlare: «Ho incontrato la regina» disse.
«Ed è stato così brutto?»
«No. No, è stata molto gentile...»
«E allora qual è il problema?»
«Perché lei è così fredda con te? Tu le vuoi bene...»
Un lampo di profonda tristezza riempì gli occhi del cavaliere e sparì, subitaneo. «A volte le persone non si comprendono, mia cara. E a volte non riescono proprio a fidarsi.»
Niva lo guardò, curiosa, ma Rouzan non rivelò altro.
Ci pensò a lungo, mentre cercava un sonno che faticava a giungere. Ci pensò per alcuni giorni e chiese lumi a una Lesia quanto mai evasiva. Le noiose lezioni del signor Orlam non servivano certo a distrarla. Per non parlare delle ridicole acrobazie a cui la costringeva la signorina Iori! Con quella sua vocetta stridula che la rimproverava in continuazione: «No, no e no! Guarda come cammino io; è così che devi fare.» E ancora: «Ah! Sei proprio un maschiaccio! Possibile che tu non riesca a esprimere neanche un po' di femminilità?»
Le aveva sentite anche quel giorno, ovviamente. Be', se l'era un po' cercata, a dire il vero. Le scappò da ridere, mentre riviveva la scena nella sua mente. La signorina Iori lì, davanti a lei, a fissarla a bocca aperta boccheggiando come un pesce. Poi era scoppiata: «Buffonate? Le mie lezioni di portamento delle buffonate? Credi forse che mi diverta tentare di correggere la tua naturale rozzezza? Ho visto soldati muoversi con più grazia di te, e dire che erano zoppi e con l'armatura addosso! Vattene; vattene e non tornare! Voglio proprio vedere che razza di marito riuscirai a trovare, con quei tuoi modi da scaricatore di porto!»
Niva sporse la lingua oltre le labbra e sorrise. L'indomani si sarebbe dovuta presentare con le sue più umili scuse, ma adesso non ci voleva pensare. Guardò i giardini bagnati dalla luce del crepuscolo, invece, e lasciò che i problemi si perdessero tra il verde e i marroni di siepi e alberi; tra i gialli e i rossi, i viola e i blu dei fiori.
Rincasò, poi, trovando una Lesia occupata a preparare la cena. Lei apparecchiò e poi lanciò un'occhiata al buio della notte: ancora una volta il tramonto era giunto prima di Rouzan. Si scosse, guardò i tre piatti che arredavano la tavola e andò a cercare compagnia in cucina.
«Hai passato una buona giornata?» fece Lesia udendola entrare.
«Sì. Be', più o meno.»
La servitrice si voltò a lanciarle un'occhiata. «Cos'è successo?»
«Ho avuto una piccola discussione con la signorina Iori» minimizzò Niva.
«Domani ti scuserai e tutto andrà a posto, vedrai.»
Niva annuì distrattamente e Lesia tornò a occuparsi della cena.
«Cos'è accaduto tra Rouzan e la regina?» domandò dopo un po'.
«Perché lo chiedi a me?»
«Pensavo lo sapessi.»
«Questo significa che ne hai già parlato con Rouzan, vero?»
«Ha detto che tra loro due ci sono state delle incomprensioni, ma non ha aggiunto altro.»
«E speri che possa farlo io» concluse l'altra.
«Be', sì. Perché la regina è arrabbiata con lui? Lui le vuole bene.»
Lesia sorrise con una certa tristezza. «Sì, le vuole molto bene» disse. «Ha rinunciato al feudo che gli spettava, pur di mettersi al servizio della regina» pensò.
«E allora perché non gli vuole bene anche lei?»
«Non lo so, piccola mia, non lo so. I grandi sanno essere complicati, a volte.»
Niva replicò con una smorfia insoddisfatta e rimase in silenzio finché non arrivò Rouzan. Non parlò nemmeno durante la cena, lasciando a Lesia il compito di interrogarlo sulla giornata. Poi saltò in braccio al cavaliere e guardò la servitrice che si offriva di restare per la notte per ricevere il solito rifiuto.
«Perché non può restare?»
Rouzan arrossì violentemente. «Sei ancora un po' troppo piccola per sapere queste cose» disse.
Niva inclinò il capo con aria confusa e cercò vanamente di indagare oltre. Alla fine si arrese e si lasciò portare a letto. Non sapeva che quando avrebbe rivisto Rouzan sarebbe stata abbastanza grande da capire da sola certe cose.
Il sole si era appena sbarazzato del rossore dell'alba, quando l'indomani partì. Lui, e tutti i membri di quel corpo d'élite che erano i cavalieri della regina. Si diressero a sud, anticipando l'armata che venne rapidamente radunata nei giorni seguenti per portare aiuto ai feudi meridionali. Partì, e non tornò che dopo quattro, lunghi anni.
Le notizie che giungevano a palazzo dipingevano una guerra cruenta, anche se abbastanza lontana da non farsi sentire. Non per Niva, che in quel periodo si trasferì all'interno della residenza reale per essere accudita dallo scrivano di corte e dalla moglie di questi. La coppia, senza figli a dispetto di un'età non più giovane, l'accolse con gioia e non le fece mancare nulla. Ma ogni sera il suo sguardo si posava sulla porta, attendendo che Rouzan la varcasse per riportarla alla sua vecchia dimora.
Non successe. Passarono tre anni e mezzo e non successe. Ogni tanto giungeva un messaggero con notizie fresche, e allora si recava nelle stanze della regina per sapere come procedeva la guerra e se Rouzan fosse tra le vittime. Scorreva l'elenco dall'inizio alla fine, mordicchiandosi il labbro inferiore, poi se lo stringeva al petto e ringraziava gli dei che pregava ogni sera. Una pratica che era diventata usanza, ormai, cancellando la timidezza con cui aveva varcato quelle soglie la prima volta.
Era di nuovo lì, quel giorno, anche se il motivo era diverso. Varcò le porte con i suoi sedici anni da compiere e aspettò che la regina si accorgesse di lei. Non dovette attendere molto. Liani si liberò delle damigelle che la stavano pettinando e la invitò ad avvicinarsi.
«Mia signora» salutò Niva con una riverenza.
«Accomodati, mia cara. Hai ricevuto il mio messaggio, immagino.»
Niva si sedette e annuì. «Sì, mia signora, e sono tanto onorata quanto stupita.»
«Per un regalo di compleanno?»
«Per il regalo di una regina.»
«Oh, be', diciamo che non lo faccio solo a te» minimizzò Liani. «Volevo solo che tu fossi la prima a saperlo, e visto che tra poco fai sedici anni...»
Niva la seguì con lo sguardo, mentre si alzava, recuperava una busta chiusa e gliela porgeva. La prese, se la rigirò tra le mani con ara incerta e alzò gli occhi su una sorridente regina.
«Dai, aprila.»
Ubbidì. Lesse le prime righe e si fermò, incredula. «É... è vero?»
«Be', quella che hai in mano è solo la bozza, ma il trattato è già stato firmato e controfirmato.»
«Quindi Rouzan sta per tornare a casa?»
Liani annuì. «Non ha più motivo di restare nei feudi meridionali: la guerra è finita.»
Niva abbracciò la sua regina contravvenendo a qualsiasi etichetta e scoppiò a piangere per la felicità.
Rouzan tornò due settimane più tardi, quando l'estate stava ormai per cedere all'autunno. La manica sinistra pendeva floscia, non più riempita da braccio alcuno, e gli sforzi della guerra e il clima insalubre delle regioni meridionali, così calde e umide, avevano consumato viso e fisico. Dell'uomo forte che aveva conosciuto rimaneva ben poco, ma Niva non lo notò nemmeno. Le bastava che fosse tornato, e in fondo anche lei era cambiata molto, in quegli ultimi quattro anni. I primi freddi, però, costrinsero il cavaliere a letto, e stavolta fu lei a doversi prendere cura di lui.
La febbre perdurò a lungo; poi si placò, anche grazie a un ottobre quanto mai mite. Novembre, invece, fu annunciato da un gelido vento che abbassò drasticamente la temperatura. E fu proprio in uno di quei giorni che i due si recarono al cimitero che ospitava le tombe dei genitori e dei fratelli di Niva.
Sistemarono con cura fiori e lumini e pregarono assieme per quelle anime passate da tempo a miglior vita. Le voci si spensero, poi, e calde lacrime rigarono le guance della ragazza.
«Non dovrei piangere, vero?» mormorò asciugandosi gli occhi. «Sono passati cinque anni, ormai...»
Il cavaliere le circondò le spalle col braccio e la strinse con affetto. «Per antiche che siano le ferite, le cicatrici restano» disse. «E spesso dolgono, nell'umidità della sera.»
Niva annuì e tirò su col naso. Si alzò in piedi, lanciò un ultimo sguardo ai nomi incisi sul freddo della pietra e si lasciò trascinare via da lì.
L'inverno trascorse rapido, adesso che Rouzan era vicino a lei e stava bene. Lo osservava, a volte, lo osservava e si chiedeva se pensasse a Liani, quando scrutava l'oscurità della notte con malinconia. L'amava ancora, di questo era certa, l'amava anche se non era mai stato ricambiato e soffriva in silenzio.
Si avvicinava e lo abbracciava da dietro le spalle, quando lo vedeva lì, ritto davanti alla finestra. Appoggiava il viso su quell'ampia schiena e non diceva nulla. Lui si voltava e la baciava sulla fronte, a quel punto; poi chiudeva le imposte e si sedeva davanti al camino, discutendo con lei finché non veniva l'ora di andare a dormire.
A febbraio la febbre tornò e costrinse nuovamente a letto il cavaliere. Le cure amorevoli di Niva non servirono a nulla, stavolta, e i migliori guaritori del regno non ebbero maggior successo. Rouzan continuava a peggiorare nonostante le cure, e alla fine fu chiaro a tutti quale sarebbe stato il suo destino.
Cavalieri e compagni d'armi, servitori e cortigiani si succedettero al suo capezzale, in quei giorni di un tardo marzo. Lui, pallido e debole, salutava tutti con un sorriso stanco e mormorava poche parole con voce roca. Anche Liani venne a fargli visita; e per una volta il suo sguardo non si indurì, nell'incrociare quegli occhi tristi.
«Non morire, Rouzan. Non morire» disse.
«Temo che non potrò accontentarti, mia signora.»
Liani accarezzò il viso caldo e cereo del cavaliere con fare dolce. «C'è qualcosa che posso fare?» chiese.
Rouzan mosse il capo in un vago cenno d'assenso. «Perdonami» disse con un filo di voce. «Perdonami per aver osato amarti.»
Liani scoppiò a piangere e lo abbracciò con tutto l'affetto che non gli aveva mai dimostrato. «Ti voglio bene» disse. «Ti ho sempre voluto bene.»
Lo tenne stretto a lungo; lo tenne stretto finché non udì più il calore del suo respiro sulla guancia. Si scostò, asciugandosi le lacrime con la manica del vestito e guardando il sorriso disegnato su quel volto immobile. Si alzò, lanciò un'occhiata a Niva e quasi fuggì via.
Niva si ridestò dai ricordi e sentì il gelo della notte penetrarle fin nelle ossa. Rabbrividì; osservò il buio attorno, che le luci dei lumini attenuavano appena, e si alzò.
«É meglio che vada» disse. «I bambini staranno già tormentando loro padre per avere qualcosa da mangiare, ed è meglio tenere Noicer ben lontano dalla cucina.»
Lanciò un'ultima occhiata alla lapide ornata dall'epitaffio che i lumini illuminavano malamente e se ne andò. Si allontanò senza voltarsi; le parole incise sulla pietra a risuonarle nella mente col timbro grave della voce di Rouzan:
Solo chi sa soffrire
sa amare davvero,
e chi ama davvero
è destinato a soffrire.