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QUASI MORTO
( Cinzia Ceriani )

L’odore acre e nauseabondo che penetrava dalle narici, fino giù, a perforare lo stomaco, risvegliò Alex nell’oscurità più totale.
Le pareti e il soffitto, all’apparenza rivestite di seta, erano così terribilmente stretti attorno a lui, da rendere impossibile qualsiasi movimento. Il suo corpo sembrava percorso da centinaia di frenetiche formiche, aveva i nervi accavallati, i muscoli tesi in uno sforzo sovrumano e le giunture bloccate.
Iniziò a sferrare calci e pugni, le sue unghie incidevano il legno del soffitto, sottili e infide, le schegge si conficcavano nei polpastrelli, mentre l’aria diventava sempre più irrespirabile.
Quando il legno iniziò finalmente a cedere bastò un solo, deciso colpo e un’interminabile pioggia di terra nera lo sommerse.
Alex annaspava, scavava cercando di farsi largo, una via di fuga, uno sprazzo d’aria, poi, una mano, la sua, riuscì ad emergere dalle profondità di quel mare oscuro.
La notte era inoltrata e il cielo limpido mostrava bianche, marmoree lapidi che si ergevano dalla terra.
Indietreggiando, il volto imprigionato dal terrore, inciampò in un sasso, lì, a terra, fissò atterrito l’unica cosa che un uomo non dovrebbe mai vedere. Una punizione che il destino non dovrebbe riservare nemmeno al peggiore dei criminali.
Il suo nome inciso sulla lapide palpitava esplodendogli nella testa.
“E’ un incubo” pensò Alex. “Deve essere un incubo. Un assurdo, allucinante incubo”.
Tra poco la radiosveglia avrebbe suonato, con le sue sei e cinquanta rosse, la sua musica assordante per riportarlo alla vita reale, per obbligarlo ad abbandonare il piacevole tepore del suo letto, saltare mollemente in auto e recarsi al lavoro…
I minuti passavano lenti, inesorabilmente lenti, le stelle brillavano, il vento serpeggiava sinistro fra i rami spogli degli alberi. Alex teneva gli occhi serrati e il volto contratto dalla disperazione, ma la radiosveglia ancora non si decideva a suonare.
Passò molto tempo dall’ultima volta che suonò e in fondo, Alex, lo sapeva.
Sapeva che non avrebbe più suonato. Sapeva che non si trattava di un semplice incubo.
Alzò il viso al cielo fra le lacrime e il suo sguardo si posò sulla faccia tonda e butterata della luna.
Nessuno più di lei era testimone dei peggiori incubi degli uomini, quegli stessi incubi che solo la notte potevano prender forma e sparire poi, quasi per magia, al sorgere del sole. Eppure ogni notte ritornava, splendida nella sua luce, forse per beffarsi delle umane paure, forse per dare speranza, forse… per illuminare le lacrime di un povero cadavere.
Cosa avrebbe potuto fare ora Alex? Andarsene in giro per la città a terrorizzare dei poveri vagabondi? Ripresentarsi a casa e dire “Eccomi qua! Gente, sono tornato!”?
A casa… già… non ricordava più nemmeno l’ultima volta che l’aveva vista, l’ultima volta che vi aveva messo piede, pranzato, cenato, dormito, visto la tv… la sua famiglia, i suoi amici… ricordi e volti che si sovrapponevano in un gioco di ombre sbiadite e immagini annebbiate.
Si chiese se anche altre anime, altri cadaveri, avevano già vissuto un’esperienza come la sua, se anche a loro fu concesso di ritornare, morto, tra i vivi.
A nessuno avrebbe potuto chiederlo e nessuno gli avrebbe risposto.
Era solo. Solo, in un’immobile distesa di lapidi e fuochi fatui.
Finalmente l’oscurità scomparve dietro i primi raggi di sole che si posarono, accecanti, sul marmo delle lapidi; gli alberi accorciarono lentamente le loro ombre e gli incubi angosciosi della notte appena trascorsa non esistevano più.
Mancava poco all’apertura dei cancelli e gente di ogni tipo ed età avrebbe portato omaggio ai loro morti.
“Chissà se qualcuno oggi verrà a trovarmi…” Pensò Alex asciugandosi le lacrime, in piedi, fissando per l’ennesima volta la sua lapide.
Al suo arrivo, il guardiano, un uomo grassoccio e baffuto, si apprestò subito a compiere l’abituale giro d’ispezione.
Tutto era assolutamente normale, niente era fuori posto, non c’era nessuna anomalia, tranne una…
Una bara aperta e vuota. Accanto, il coperchio, riportava evidenti segni di unghie.