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FREAK INSIDE

( Maria de la Paz Barbirotto ARG )

 

 

 

La storia di ciò che sono diventata e ciò a cui ambisco

 

A Conlescarperotte^^,

la parte più intensa di me,

la parte più vera, più profonda e più freak.

 

 

“Prologo”

 

Improvvisamente penso a quante cose si possono capire in un anno, qual è la tua direzione di vita, chi sono le persone di cui ti puoi veramente fidare e quelle invece di cui non ti devi assolutamente fidare. Dal giugno 2005 ho cominciato a vedere il mondo con occhi diversi e ho capito che non voglio che i miei ideali rimangano maledetta utopia. Ho avuto il coraggio di guardare in faccia il mondo e dirlo, prima a me stessa, poi agli altri : “Non voglio che i miei ideali rimangano maledetta utopia”. Esco da un labirinto più grande di me, un percorso spinto da persone che mi incitavano ansiosamente sulla scelta del Liceo. Non soppeso quelle persone per avermi detto che è la scuola che fa per me, ma soppeso la società per credere che sia giusto così. Questo veramente no, non posso accettarlo. Quando c’è qualcuno che si fida troppo di te poi credi che tu puoi fidarti di tutti e così effettivamente fai, ti fidi di tutti  e arriva il giorno in cui capisci che tutti o molti te l’hanno sempre messa nel culo. Quando ti trovi con un bel pacco è lì che capisci che quella gente c’è, è lì che capisci che esiste la gente falsa, che nella vita non è tutto rose e fiori, ma che le rose non esistono perché non esistono i fiori. Ed è inutile sperare che prima o poi ti ricresca un prato sbocciato davanti agli occhi, perché da quel momento il percorso si fa totalmente diverso, sei tu che cambi, sei tu che sei stato trasformato da quella situazione e reagisci alle cose del mondo con molto più disprezzo e terrore. Diventi più pessimista e molto scettico. Ed è lì che inizi nuovamente a farti valere. Progettando nuove cose sempre all’interno del tuo scetticismo distruttivo e anticonformista. Anticonformista perché arrivi ad un punto che preferisci inseguire la tua strada lasciando perdere quel che ti dettano le regole e le voghe, perché è come se tu sentissi che adesso tutto quel che vuoi essere, lo puoi essere, senza più paure dei giudizi altrui, perché hai imparato che i giudizi della gente non valgono niente, sono come parole inutili che volano nel vento, hai imparato che quello che la gente dice di te o dice a te non conta niente, perché è solo maledetta fregatura. Cammini piano, senza fare troppo rumore, fino al giorno in cui sai otterrai quel che vuoi, solo per farli vedere quanto poveri miserabili sono. La tua ambizione si nasconde dietro il tuo apparente distacco dal mondo e sei in grado di cacciarla fuori silenziosamente, rendendoti ogni giorno sempre più in là. Ambizione. Disapprovazione. Riscontro. Ribellione. Anticonformismo. Romanticismo. Studio. Tanta tanta tanta confusione celata dietro un forte e apparente dominio del tuo stato. E la cosa più orribile è che c’è gente che ti chiamerebbe fieramente “ignorante” e poi tu ti rifiuti anche di dimostrargli il contrario, perché in realtà sono loro che non sanno di che parlare oltre delle poesie di Ovidio e l’accento in greco. Tante cose chiuse così. E disprezzate perché pensano di sapere più di te. Poi magari quando si accorgono che hai le palle di essere sincera ti fregano loro, perché loro hanno il potere e tu no. Loro sono i padroni e tu sei solo uno stupido sporco insetto di fabbrica che viene scaraventato fuori e dentro secondo i loro vantaggi o svantaggi. Quanto odio poi quelli che fingono di aver sofferto qualcosa e si apprestano a rappresentarci e a seguirci in massa, così si diventa tutti esattamente uguali, anche tra gli alternativi e allora inizi a rincorrere qualcosa di diverso, e il processo si ripeterà per sempre perché ci sarà sempre qualcuno privo di personalità propria che tenterà di copiarti senza dubbio. E quindi il ciclo si ripristina e tu tenti ogni volta sempre con più impeto, fino ad impazzire, di inseguire la tua unica personalità o di scappare da chi ogni momento te la ruba. Ora ho capito, non c’entra essere diversi fuori, perché la gente ha gli occhi proprio per vedere, e scoprire cosa fa di te così diversa, e lì ti copiano. Bisogna essere diversi dentro, nell’animo, puntare tutto su tante letture, tante informazioni, tanti pregi, tanti difetti, tutto sulla personalità di ognuno, che infondo resterà sempre la parte più nascosta della quale ci sarà sempre qualcosa di mai svelato. Reazione adolescenziale.Si soffre. Soffri perché a volte ti nascondi talmente tanto per rimanere unica che nessuno si accorge della tua originalità. Perché vai pensando a cose più grandi di te, più grandi di ciò che ti circonda, più in là. Difficili da realizzare in situazioni critiche e passive come questa. Una città piccola, gente di pensiero provinciale dove se hai reazioni al mondo diverse da quelle di tutti vieni segnalato con il dito, dove è impossibile perdersi fra la gente ma è possibilissimo perdersi tra gli occhi sbarrati di tutti i perbenisti santi di una società troppo piccola e ottusa per essere la mia. O ti butti nel disagio sociale bruciando il tuo stomaco nauseante di birra o iniettandoti veleni chimici e olezzanti nelle vene per fare vedere che tu sei quello fuori, quello che non ci sta, quello che sputa sul sistema e in fondo in fondo vuole essere sputato, o te ne rimani in silenzio ad osservare, agonizzante nel tuo silenzio e nella monotona quotidianità cittadina, sognando con scappare prima o poi e contando con privilegio e una certa malinconia gli anni che ti restano per iniziare a vivere come vuoi. Nel frattempo cerchi di arrenderti a vivere in questa società, tappandoti gli occhi e le orecchie per non vedere  e sentire molte cose, attendendo la fuga con i compagni di tante avventure. Con chi saltavi i fossi, con chi ti sei stretto la mano nel precipizio di un burrone, con chi hai rigettato un’intera bottiglia di spumante, con chi hai parlato, parlato, parlato dei propri sogni, delle proprie speranze, della propria voglia di vivere fuori da qua, con chi hai progettato di viaggiare per l’Europa con uno zaino in spalla e dietro la chitarra per racimolare qualche soldo agli angoli delle vie polverose di Budapest o Parigi, con chi hai promesso di farti disegnare la corteccia indimenticabilmente per sempre. Tutti insieme ad aspettare la stessa gloria, o lo stesso inganno, indipendentemente tutti insieme e tutti con tanta voglia di vivere. E’ buffo vedere che le persone che senti più vicine sono quelle che non ci sono sempre state, sono quelle che di te sanno fin dove è giusto sapere, non importa poi se nella mia vita ho sbagliato, sono quelle persone che hai incontrato nei momenti più bui e tristi dove ti sembrava veramente di aver perso ogni cosa che ti appartenesse, ed è lì che saltano fuori quelle persone speciali che ti hanno ritirato su facendoti capire che vicino a te ci sono alcuni con le tue stesse ambizioni, con i tuoi stessi ideali, con la tua stessa prospettiva da cui osservare e agire sul mondo. Sembrerà a molti strano ma le persone per me più importanti le conosco da un anno o due, e la cosa incantevole è che non c’è stato bisogno di troppe parole, il solo fatto di incontrarci ci ha fatto credere di conoscerci da tempo, il fatto di essere sulla stessa rotta ci ha combinati indistintamente in un unico frammento di società.

Qualche anno fa avrei sicuramente detto di sentirmi integra, di vivere a mio agio nel mondo, convinta nel prospettarmi in una vita futura stabile e usuale; adesso ogni prospettiva è sparita, ogni comune prospettiva è sparita. Sento che la mia mente mi porta verso rotte “globalmente” soppresse, mi sento fuori epoca, pochi decenni ma fuori epoca, e così assediata da uno spirito troppo diverso, troppo manifestato verso altre consuetudini di vita  e di impulso. Ieri sera non riuscivo ad addormentarmi, pensavo a dove finiremo, a cosa ci sarà di veramente sicuro nei nostri sogni, so per certo di non voler annullare la mia convulsa personalità talvolta utopica e da sognatrice ribelle in quella di un adulto modello, che semplicemente vive, racchiuso negli schemi sociali e intrappolato nella quotidianità di una piccola cittadina come la mia. Voglio vivermela, giocarmela, esplorarmela. L’unico modo per costruire una persona è l’esperienza. Ma mi sono stancata di vedere facce comuni, luoghi comuni, stili comuni. Sembra che il timore della gente sia quello di essere se stessi, viviamo influenzati giorno dopo giorno dal meccanismo vorticoso di questa società, sembra essere riprodotti in serie a destra e sinistra, sembra che i nostri pensieri siano riprodotti in serie a destra e sinistra, sembra che la voga sia paradossalmente un concetto distruttivo per l’essere se stessi sia a destra che a sinistra. O di qua o di là. O così o cosà. Basta. Non voglio costringermi a reprimere le mie sensazioni, le mie impulsività solo per l’ opinione che la gente ha dell’altra gente, non voglio trovarmi schematizzata in nessuna categoria provinciale. Vorrei tanto vivere fuori da qua, allontanarmi da tutto questo e vagare per terre lontane, vivendo solamente di vita, e raggiungere la parte più profonda di me, quella che ha soltanto bisogno di esplorare, di avvicinarsi al  mondo, di vivere intorno al mondo, magari dormendo in un vecchio Comby del ’68 e strimpellando la chitarra agli angoli delle strade. So che non avrei bisogno di altro per essere me stessa. Ho conosciuto persone  che mi hanno parlato come io ho parlato loro, poche, veramente poche. L’essere freak è un concetto che si esprime all’interno del sistema comunicativo, del sistema introspettivo di un uomo, non si celerà mai dietro i panni che porti, dietro la tua aria da triste disagiato sociale; è una parte di te che hai istintivamente, che ti cresce dentro, e che sviluppi con te man mano che vivi. Si pensa che basta infilarsi un paio di Converse rotte, pantaloni strappati e una felpa per essere freak; ma purtroppo questo è il concetto comune, il concetto categorico. Il concetto profondo e reale è quello di stabilirsi nella psiche un’idea completamente ideale e teorica della vita, di agire con uno spiritualismo quasi primitivo e immateriale che non prospetti alla superficialità concreta delle cose ma ad un approccio sensoriale ed istintivo con la vita, con lo stile di vita. Il prototipo singolare del Freak Inside può essere accertato nell’artista di strada, colui che si confina dentro un pensiero interpretativo magico e singolare, colui che si occupa della scenografia della vita, della colonna sonora della vita, colui che dà un accompagnamento d’anima a tutto ciò che accade intorno a lui, che vive di quello che sente, di quello che crea e che ottiene in ritorno un’esperienza talmente perfezionante che ti protegge da tutto e che ti rinforza, senza sentire la necessità di volere altro in cambio. Ma senza andare troppo lontano, diavolo, semplicemente noi, noi tre o quattro che ci sentiamo così, che ci sentiamo questa sensazione dentro davvero, che ci sentiamo in dovere di dover proteggere e salvaguardare un concetto che oramai è troppo confuso, che sentiamo che la nostra vita sarà una continua esperienza e una continua ricerca di integrità, un continuo vivere per dimostrare cos’altro c’è, come ci si possa governare lontano dagli organismi e stando più vicini alla gente, come ci si possa arricchire vivendo del niente e delle tante culture che sono così affaticate e sconosciute; è uno stile di vita, di pensiero e non di apparenza e tanto meno di appartenenza; è a quel punto che veramente si riesce a lasciar perdere il sistema, i vizi le voghe e vivere di solo quello che dai e che ricevi dal mondo, da una piazza, da una via. Ecco come mi sento, mi sento esattamente così. Mi sento profondamente lontana dall’idea di vita che la maggior parte di noi ha, mi sento profondamente lontana dall’idea di futuro che la maggior parte di noi ha. Mi piacerebbe arrivare ad un punto della mia esistenza in cui posso veramente affermare di sentirmi tanto realizzata quanto vicina alla cultura gypsy, tanto soddisfatta del mio percorso quanto vicina alla vita da piccola nomade cosmopolita, tanto positiva quanto vicina alle sensazioni che ci offre ogni parte dell’universo terrestre, tanto completa quanto vicina ad ogni insegnamento che la vita in sé mi ha dato. Non voglio essere incompresa, o per lo meno voglio  trovare qualcuno che si senta incompreso quanto me. Forse questa mia mania di non essere mai pienamente intesa da chi mi vive intorno mi ha dato spunto per scrivere queste pagine. Diavolo, deve obbligatoriamente esistere una via che riesca ad esprimere quello che sento senza farlo sembrare così illogico e sciocco. Ho voglia di far conoscere un altro modo di vivere la vita, altre vie dalle quali sentirsi la vita scorrere dentro solamente apprezzando ogni piccolissima cosa, dimenticare le preoccupazioni sentendosi il vento scorrere fra i capelli, ritenersi fortunati vedendo il volto di un bambino abbandonato. La vita di ogni giorno può darci molte più emozioni di quanto noi riusciamo a catturare. Qualche volta mi soffermo a pensare, e non riesco a darmi risposta quando tento invano di capire perché provo insofferenza nei confronti della società, di una società che non riesce a vedere il mondo diversamente dai parametri nei quali si è sviluppata, e non si sforza nemmeno di credere di poter essere migliore. Vedo tanto scoraggiamento nella gente, tanta poca voglia di viversi la vita. Mi spaventa da morire il fatto di vedermi proiettata in un futuro identico a quello di altre centinaia di migliaia di persone. Perché è così. I giovani crescono e diventano esattamente la copia dei propri genitori, e si stabiliscono, stabiliscono i loro orari, le loro conoscenze, le loro abitudini, il loro modo di essere, i loro luoghi comuni e tutto diventa angosciosamente stabile. E’ la stabilità che mi terrorizza, è come infilarsi dentro ad un tunnel dal quale non vedo via di fuga. Routine e stabilità sono due parole che odio, ogni giorno deve pur esserci qualcosa di nuovo da vivere, diavolo se c’è, è la gente che è troppo distratta e impegnata con le proprie vite per accorgersene. Ma temo che la mia perturbante necessità di parlare troppo mi faccia parlare male, senza lasciare spazio alla reale spiegazione del mio concetto. Non disdegno la vita di nessun lavoratore obbligato dal destino a rispettare routine e stabilità, vorrei solo che pure il tanto occupato lavoratore o la tanto stressata brava moglie riesca a percepire quella soddisfazione e quella placida sensazione di tranquillità che ti danno le piccole cose, e se proprio è impossibile che ci riesca allora confermo le mie impressioni, voglio restarne fuori. Questo sistema non fa per me, mi adeguo, ne sfrutto numerose risorse, non mi lascio emarginare ma in fondo c’è quel qualcosa che mi vuole lontana da qua. E so che ancora una volta adeguandomi riuscirò a farlo. Londra,Barcellona, Roma, New York, ho bisogno di non sapere dove mi troverò fra un mese, se starò ancora qua o se le sorti del destino mi condurranno altrove. Non è scappare. E’ vivere. E’ la mia interpretazione. E’ adeguarmi alla mia concezione di vita sfuggendo ad alcuni particolari di questo sistema. Predilire instabilità, curiosità e un immenso personale successo. Non crediamo che tutto questo sia così lontano dall’avanzamento che sta subendo la società. La cultura gypsy o nomade, o come si preferisca chiamarla è esattamente madre di alcuni dei concetti base della nostra società cosmopolita. Per citare le parole di un esponente della cultura gypsy da generazioni e generazioni, Gogol Bordello, riporto qui di seguito alcune sue parole maggiormente esplicative : “La cultura Gypsy è essenzialmente il Maestro, l’autentica cultura nomade. Era originariamente poliglotta, multi-etnica e le persone non erano partecipi ai prescritti sistemi educativi e all’impegno lavorativo stabile. E’ basicamente ciò che la nostra popolazione sta tentando di diventare adesso.” Purtroppo siamo ancora lontani dall’interpretare i nostri cambiamenti come derivanti dalla cultura gypsy, e questo spinge molte persone a pretendere una spiegazione differente quando parlo del mio piano di vita. Ma di certo non smetterò di esporre le cose così come sono. Finire la scuola e magari mollare tutto per un’annetto ed andarmene a lavorare all’estero, magari a  Londra, vivere là fuggendo ad ogni identità, lasciare esplodere il mio Io ed iniziare a costruirmi come voglio, nutrire i miei interessi con destrezza e cavalcare l’onda dell’indipendenza e della libertà. Non pormi alcun problema. Just vivere. Vivermi l’esperienza così come mi viene data. Se mi andrà tornerò, tornerò ad iscrivermi ad una buona università di Audiovisivi, magari a Torino o a Barcellona, o magari perché non allargare le frontiere e tentare gli Stati Uniti, magari New York. Sfruttare, sfruttare, sfruttare ogni insegnamento, ogni possibilità, ogni movimento, ogni incontro, lì dentro si racchiuderà l’ignota sorte della mia vita. Dovrò essere abile e preparata a gestirmi al meglio la situazione.  Spero di riuscire a sprigionare le mie capacità e ottenere almeno una posizione al fianco di qualche valido regista di videoclip. Non so se ci riuscirò ma io ci aspiro. E da lì in poi dedicarmi esclusivamente all’arte e al mio essere freak. Vagare per il mondo per mestiere e per passione. Vivere mesi qua mesi là. E poi tornare a casa nei momenti in cui ne sento il bisogno, per poi ripartire e dare carica al mio spirito libero. Ripeto, non so se ci riuscirò ma ci aspiro. E’ che non riesco ad immaginare alcun altro modo di vivere per la mia persona. Mi sentirei incatenata altrimenti. Spesso riscavo su pensieri conturbanti, a volte è più conveniente pensare che le menti malate siano le menti malate. C’è una solitudine in me che mi trascina leggera dentro le sue piacevoli conversazioni. E’ lì che riscopro tutti i pensieri chiusi in me che scrivo in queste pagine. Come un bambino che fissa nel vuoto un punto fermo, incateno lo sguardo latente al mio respiro e la mia mente comincia a narrarmi storie e a pormi domande. E’ una necessità, un bisogno assoluto e interiore. Voglio essere l’unica a gestire i miei pensieri, ho realizzato che non ce ne sono molti in grado di conoscere quello che sento, quello a cui aspiro. Ogni volta che ho tentato ad aprire questo scrigno pieno di sensazioni e di impronte ho avuto come l’impressione che non si percepisse proprio tutto chiaramente di ciò che volevo esprimere. E’ una questione di modo di vedere le cose, la vita e le vicende. E’ una questione di vedere il mondo attraverso un altro pensiero, di allontanarsi almeno dal giudizio schematico che si ha sulla vita; è persino una questione di interpretazione. Da qualche anno a questa pare cominciai a pensare che l’Artista avesse una personalità differente, una personalità propria sulla quale costruisce il suo lavoro. Iniziai ad accorgermi che pure io sentivo le cose in maniera diversa, l’ispirazione per una fotografia, per un testo o per una tavola mi era data da alcuni impulsi molto profondi che io unicamente recepivo. Notavo in me una sensibilità maggiore verso le piccolezze, ad ogni cosa trovavo un’interpretazione unica, vedevo e analizzavo con occhi diversi da quelli degli altri. Eppure mi sembrava così strano che gli altri non captassero le stesse sensazioni che ricevevo io. Pensai molto, diavolo non riuscivo a capire questa differenza. Eppure anche Sigmaud Freud, se non sbaglio, scrisse un’opera intitolata “Psicoanalisi dell’arte e della letteratura”, un’opera nella quale studia ed esamina la personalità dell’artista, cercando di comprendere la natura del fenomeno creativo. L’arte ti trascina in un mondo tutto suo, che ti condiziona la vita, il pensiero e il modo di essere. Il fenomeno creativo ti viene dato da fattori esterni che coadiuvano con la tua sensibilità artistica e interpretativa. C’è molto da raccontare e da rappresentare, ma bisogna essere pronti ad affrontare momenti di necessità e urgenza creativa senza rischio, con destrezza e con prontezza. L’arte non si compra. L’arte non si vende. L’arte è un’essenza quasi intoccabile che si può solamente condividere, dare, ricevere, compartire. Si crea, non si respinge, si assorbe, si gestisce coinvolgendo tutto il corpo e lo spirito, la mente, il cuore, il cervello, ogni cosa che ti sta intorno, il tuo punto di vista. Ogni cosa diventa essenziale e fondamentale, se cambi solo per un secondo l’angolazione ricevi una sensazione differente. Molte volte le persone considerano apatici gli artisti, ad esempio quelli che si esibiscono ai fianchi delle strade suonando il violino o giocolando. Perché è più facile considerare così. Non accettare un’altra via di fuga. Tapparsi gli occhi e nascondere sotto intimi compromessi le proprie debolezze e delusioni. L’arte è un dominio. L’arte domina. Domina su di te e ti trascina dietro i suoi sentori, plasmandoti e modellandoti a misura, dandoti molte possibilità in più.
Troppo profondo. Troppo sensato/insensato. Troppo complicato. A volte mi stanco di scrivere perché mi sembra che solo io capirò, che forse  non c’è via di uscita da questo tunnel immaginario, o che forse è proprio così e sono soltanto un po’ stravagante.