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PORTAMI ALLA VITA

( Cinzia Ceriani )

 

 

 

Per la maggior parte delle persone è difficile, se non addirittura impossibile, credere alla mia storia.

Pazzo visionario, bugiardo cronico, a volte mi danno perfino del “malato mentale” e mi chiedono se e da quanto tempo assumo sostanze stupefacenti.

Del resto neppure io saprei come biasimarli. Dovrebbero essere dei pazzi pure loro per credermi, o quanto meno essere di larghe vedute.

Per quanto mi riguarda io mi ritengo un privilegiato, un eletto. I miei ricordi di quando mi trovavo nell’utero materno non sono ammuffiti, sepolti da qualche parte dell’inconscio, ma sono vivi, lucidi, ben stampati nella mia mente come dei fermi immagine, delle limpide cartoline d’estate appese ad una parete bianca con una puntina da disegno.

Il buio era tranquillizzante e l’acqua mi avvolgeva. Immerso in quella sostanza densa e viscosa mi sentivo sollevare, galleggiare come un astronauta in una stanza priva di forza gravitazionale.

Ora sono idrofobo. Rifuggo l’acqua allo stesso modo in cui una vergine scapperebbe dal suo aggressore.

Protetto e ovattato nel mio rifugio primordiale sembravo estraneo al vorticoso girotondo del mondo esterno, invece percepivo ogni cosa. Mia madre era un ottimo canale di comunicazione. Il migliore che si potesse mai desiderare.

Ogni giorno lei mi nutriva e mi donava parte del suo corpo affinché io potessi sviluppare il mio.

Mi parlava con voce pacata sognando sul futuro. Diceva che sarei diventato qualcuno, un avvocato di grido, un imprenditore, oppure un medico, perché no, magari un chirurgo o un pediatra.

In realtà non ho mai voluto frequentare l’università e ho finito a stento il liceo. Distribuire patatine e hot-dog in fondo non era male, la paga era buona e la cena garantita dagli avanzi.

Altre volte la mamma, sentendomi scalciare, si accarezzava dolcemente la pancia intimandomi di stare buono altrimenti le impedivo di riposare bene.

Soffrivo se lei soffriva, gioivo se lei gioiva; vibravo e sobbalzavo con lei anche quando ci trovavamo in auto.

La radio era sempre accesa e la musica, pop anni ottanta direi, costantemente intervallata dalle voci di commento dei radiofonisti. Mamma e papà parlavano divertiti del più e del meno, scherzavano, si prendevano in giro a vicenda, confusi fra i rumori della strada e le note della radio.

In collina, nella sua grande casa bianca e gialla lontana dal groviglio cittadino quanto bastava per vivere in pace senza isolarsi, la nonna, o meglio, la mia futura nonna, preparava la cena, probabilmente a base di pollo fritto e patate al forno, la sua specialità.

Per me l’invito a parteciparvi era ovviamente implicito, un automatismo come respirare o dire “sì, pronto” quando si risponde al telefono.

Ricordo il picchettare sordo e monotono della pioggia sui vetri dell’auto e mamma che si stringeva nella giacca per proteggerci dal freddo pungente di quella sera. L’urlo stridulo e carico di terrore che lanciò qualche minuto dopo mi risuona nelle orecchie ancor oggi. Venticinque anni dopo.

 

Con un gesto infantile del braccio si asciugò le lacrime sulla manica della giacca, fermandosi, imbarazzato, a guardarsi intorno come un leone in gabbia. Le campane della chiesa presero a suonare i dodici consueti rintocchi di mezzogiorno e il sole, che filtrava appena dai vetri colorati del rosone centrale e dalle lunghe finestre delle navate laterali, creava un’atmosfera di sospensione tra luce e ombra, quasi a voler infrangere la barriera del tempo.

Guardò l’orologio. Erano le otto e trenta del mattino quando il prete accettò di confessarlo.

“Non immaginavo fosse così tardi. Ormai è ora di pranzo ed è meglio che me ne vada. Avrà fame, suppongo. ”

Si alzò dirigendosi verso il massiccio portone d’ingresso quando il vecchio parroco gli posò una mano sul braccio.

“Rimani. Oggi è il giorno in cui è morto il Signore, si digiuna fino a sera. Continua…”

 

Il rumore era assordante. Mi sentivo schiacciare, comprimere da mia madre che si piegava su se stessa sollevando le ginocchia, continuava ad urlare, i vetri andavano in frantumi e la lamiera dell’auto si accartocciava come uno di quei fogli d’allumino che si usano per conservare i cibi.

Papà mi spiegò che l’autista del tir, ubriaco, non aveva rispettato il segnale di stop del semaforo.

Per qualche secondo smisi di respirare. Io e mia madre eravamo divisi, spezzati, due vite indipendenti l’una dall’altra, marito e moglie che dividevano lo stesso letto senza amarsi.

Mio padre la chiamava, invocava il suo nome, ma lei non rispondeva e anche la sua voce, ormai, era debole e lontana, sopraffatta dagli ululati dell’ambulanza.

Al mio risveglio la confusione era sparita. C’erano solo voci estranee, suoni nuovi che non conoscevo, passi frenetici che andavano e venivano. La nonna era lì vicino. Mi diceva che stavo bene e che anche la mamma presto si sarebbe ripresa, avrebbe riaperto gli occhi e chiesto del gelato all’amarena, il suo preferito.

Raccontava stupidaggini, riassumeva gli impegni della giornata e riesumava dagli armadi antichi scheletri, come la gita in montagna, organizzata l’estate precedente, in cui papà, per dimostrare che il suo era un ottimo senso dell’orientamento, si era perso nei boschi e ci erano quasi voluti i soccorritori per andare a recuperarlo.

Così, mentre lei blaterava e il medico si accaniva con ogni sorta di terapia, mia madre moriva lentamente, un pezzetto alla volta, e per ogni pezzetto che lei perdeva irrimediabilmente, c’ero io pronto ad appropriarmi dei suoi brandelli, come un virus che la divorava dall’interno.

Imparavo a conoscere il suo viso dalle foto che ogni anno si moltiplicavano sulle mensole di casa, sulle cassettiere, sulla libreria ma non ho mai ho potuto guardarla negli occhi, giocare con lei o semplicemente chiamarla mamma. A metà dell’ottavo mese, mentre io nascevo, lei moriva a seguito di un arresto cardiaco. Era livida e immobile, sofferente come una statua di cera creata da mani inesperte.

Un volta mio padre mi disse di essere stato posto davanti ad una scelta: perdere mia madre o perdere entrambi. Sul piatto della bilancia, salvare almeno uno dei due gli sembrava la cosa migliore e tutto sommato aveva ragione. L’avrei fatto anch’io.

 

Si scostò leggermente, gettando la testa all’indietro e accennando un sorrisetto beffardo, maligno e sarcastico allo stesso tempo, parlava calmo e distaccato, lontano anni luce da ogni seppur minimo accenno di pentimento. Il povero parroco si scosse dal suo torpore, inebetito, sgranò i suoi grandi occhi azzurri. Erano trascorse altre tre ore. Un flash, un vago sentore di qualcosa che avrebbe dovuto intuire ma non riusciva a decifrare, come una parola che si ha sulla punta della lingua e che continua a sfuggire.

 

Gli ripetevo in continuazione di stare fermo altrimenti i lacci attorno ai polsi lo avrebbero fatto sanguinare, erano di plastica, che diamine, mica di stoffa! Allora per convincerlo ad ascoltarmi, incastrai delle piccole lamette da barba fra i lacci e i suoi polsi, strinsi ulteriormente la morsa, e infine gli legai le caviglie con un sottile filo di nylon molto resistente facendo poi passare l’estremità opposta del filo nei cerchietti che permettevano d’incastrare le lamette sul rasoio, creando così un sottile collegamento d’immobilità. Se muoveva le gambe si sarebbe automaticamente reciso i polsi. Con le mani legate e le gambe flesse dietro la schiena papà mi faceva pensare ad un salame, sa, uno di quelli già confezionati, stile caramella, con una cordicella bianca.

“Vedi, pa’, se mi ascoltavi ora eri di sicuro più comodo.”, gli dicevo, “Siamo tutti quanti posti davanti a delle scelte e tu questa volta hai fatto quella sbagliata. Non mi rispondi… Per Dio, sai di avere torto allora! Già, che stupido!” dissi picchiandomi il palmo della mano sulla fronte. “Non puoi rispondermi, sei imbavagliato! E poi la tua lingua è ancora nel freezer. Ho dovuto perfino appenderla sopra la vasca per dissanguarla completamente. Quindi non ti preoccupare se trovi sporco, ok?”

Aveva gli occhi lucidi e infossati, il collo e il mento impregnati del sangue colatogli dalla bocca fino alla cintola dei pantaloni.

Doveva morire lentamente, come la mamma, e volevo che stesse in una posizione comoda, invece era finito sul pavimento di marmo del soggiorno, ai piedi del divano.

Con sguardo rapido e malinconico scorreva i bei momenti immortalati dalla polaroid appesi alla parete; le vacanze al mare, i compleanni, i Natali e tutte quelle feste importanti in cui la mamma era solo uno spettro, una presenza senza volto.

“Dimenticavo…”, dissi, “Ho pensato anche alla nonna una settimana fa. Lei e le sue stramaledettissime cene di famiglia.” Nonostante papà mi guardasse torvo, percepivo in lui un profondo rammarico.

“L’ho fatta mangiare fino allo sfinimento, fino a quando il cuore avrebbe retto. Se non mangiava sarebbe morta comunque, privata man mano di un pezzo del suo corpo, partendo dalle dita delle mani. Anche lei poteva scegliere.”

 

Fuori era ormai buio e le campane suonarono sette volte. Era incredulo. Come uomo di chiesa non poteva credere alla disinvoltura con cui il ragazzo che aveva di fronte descriveva gli omicidi commessi.

Appoggiò d’istinto le spalle contro il confessionale quasi a volersi mimetizzare con il legno di cui era fatto, il senso d’inquietudine che già avvertiva diventava opprimente, una sottile linea elettrica di terrore che lo eccitava paralizzandolo allo stesso tempo.

 

Alcuni giorni dopo i giornali annunciarono il ritrovamento del cadavere di un’anziana signora all’interno della sua casa.

Era irriconoscibile. Il corpo era oltre misura gonfio e viola, la pelle coperta di lividi, le ossa della mascella pendevano in avanti, rotte. Due dita della mano destra erano amputate e inzuppate in una tazza di semolino come due biscotti.

Papà venne a saperlo dal notiziario delle diciotto e trenta e per la prima volta in vita mia lo vidi piangere, legato e disperato.

Lui morì due settimane più tardi, affamato e disidratato. Ogni giorno gli preparavo acqua e cibo in abbondanza; non era colpa mia se non riusciva a raggiungerli.

Aveva i polsi infettati e con i tendini recisi, una spalla slogata e un’emorragia interna causata probabilmente dai calci allo sterno.

 

La chiesa sembrava ora un antico luogo abbandonato custode di inviolabili segreti e storie di vita raccontate dall’andirivieni di fedeli che pregavano a capo chino seduti qua e là sulle panche.

L’ultima fu una vecchietta, gobba e magrolina, vestita di nero che se ne andò a passi brevi e strascicati sostenendosi al freddo marmo delle colonne.

Il prete ripensò alla perpetua che la mattina precedente gli aveva lasciato il quotidiano sul tavolo accanto alla colazione.

La donna stava con lui da molti anni e conosceva alla perfezione le sue abitudini; la mattina sveglia per le sei, colazione con the e fette biscottate con la marmellata e il quotidiano a giorni alterni.

Preferiva assumere le notizie a piccole dosi limitate, calibrate equamente, ma certo non immaginava di potersi trovare faccia a faccia con il killer protagonista dei fatti narrati dalla cronaca.

Con calma, cercò di alzarsi e dirigersi vero la porta della sacristia evitando di insospettire il ragazzo, cercando di non farlo agitare, pensava che se avesse agito con naturalezza sarebbe filato tutto liscio e la sua vita sarebbe stata salva. Si sarebbe allontanato con una scusa, avrebbe detto che aveva bisogno del bagno o che doveva prendere accordi con la perpetua per la cena e nel frattempo avrebbe avvisato la polizia.

Preso com’era dai suoi pensieri, si accorse della lama solo quando vide il suo sangue gocciolare a terra.

Il sangue si incanalava velocemente nelle fughe fra i mattoncini del mosaico, correndo come una lingua di fuoco su una scia di benzina in direzione dell’altare maggiore e delle sedie riservate al coro domenicale.

Sentì l’acciaio della lama sfilarsi lentamente dalle sue viscere, bruciava e il dolore era insopportabile.

Quando cadde a terra, bocconi nel suo stesso sangue, vide l’assassino chinarsi accanto a lui e pulire la lama con un lembo della tonaca.

“Vorrei tanto restare con lei, è stato gentile ad ascoltarmi per tutto il giorno, chissà quante altre cose avrebbe fatto se io non fossi venuto oggi, quanti poveracci avrebbe aiutato e quanti peccatori indirizzato sulla strada che porta al regno dei cieli…”

Il parroco era allucinato, fissava terrorizzato il crocefisso appeso sopra il portone attraverso il fitto strato di nebbia calatogli sugli occhi. Ansimava e ogni respiro gli lacerava la carne. Cominciò a recitare il Padre Nostro.

“… Ma devo proprio andare, ho un appuntamento dal dottore a cui non posso mancare, anzi, mi starà già aspettando, l’ora della sua iniezione quotidiana di antidolorifico è passata da un pezzo e starà soffrendo.”

Assuefatto dal dolore tanto da esserne quasi insensibile, sospeso tra lucidità e delirio, il prete chiuse gli occhi e si lasciò andare. Udì i passi del suo carnefice avviarsi verso l’uscita, poi più nulla.

Fermo, davanti al massiccio portone d’ingresso, il giovane assassino si voltò, si fece il segno della croce e parlò al prete agonizzante.

“Io la conosco…” La sua voce riecheggiava imperiosa nell’ampio spazio sacro.

In preda agli spasmi e completamente immerso nel suo sangue, denso e appiccicaticcio, il prete riuscì a distinguere appena le parole del ragazzo dal furioso pulsare del dolore. Si sentiva mancare rapito dal vortice di sensazioni e ricordi lontani che riemergevano con tutta la loro forza; un vulcano latente improvvisamente risvegliato.               

In tutti quegli anni Dio era stato inutile, il sacerdozio non era servito a cancellare le sue colpe e un lupo, anche se addomesticato, rimane pur sempre un lupo.

“… Ricorda la prima volta che ci siamo incontrati? È stato vent’anni fa, pioveva e lei ci ha investiti con il suo tir.”

Inginocchiatosi accanto al corpo dilaniato del camionista, l’assassino impugnò di nuovo la lama e colpì.

Quando se ne andò, celato dal velluto nero della notte, il cuore del camionista batteva ancora gli ultimi istanti di vita all’interno del calice eucaristico al centro dell’altare.