| www.domist.net racconti opere other |
Il cambiamento
( Karina Andrea Olivera )
Quand’è che ho smesso di parlarti?
Di esserti madre?
Non ricordo… è tutto confuso… la mia povera testa non riordina, non elabora e i pensieri corrono, i concetti si mescolano, le idee muoiono ancor prima di nascere.
Sei passata da me oggi, come fai ogni Mercoledì da più di un anno, da quel giorno che tuo padre, il mio adorato compagno, morì in quell’incidente stradale, dopo ore d’interminabile agonia.
“Come stai mamma?” chiedesti appoggiando la borsa della spesa sul tavolo di vetro della cucina.
“Come cavolo vuoi che stia!” dissi io, col viso abbassato e gli occhi semichiusi.
Non so perché ti risposi così.
Avrei voluto dirti che mi sento sola, che le pastiglie per dormire mi rincoglioniscono, che quelle per svegliarmi mi fanno avere le allucinazioni, che non faccio il bucato da giorni, che spesso dimentico di lavare anche me stessa, che mi faccio la pipì a letto, come se fossi una bambina, dalla paura di stare al buio e da sola in questa casa, troppo vuota, fredda.
Hai continuato a sistemare la spesa, nel tuo solito modo, spostando le cose dagli scaffali e dalle mensole secondo il tuo gusto e non c’è niente di male nel tuo gesto, se non fosse che poi impiego mezz’ora ad indovinare dove hai nascosto il barattolo del caffé.
Non hai detto più niente per almeno mezz’ora dopo la mia risposta, probabilmente per colpa di quel tono freddo che mi riesce così facile usare con te e che spesso mi rimproveri.
C’erano momenti in cui ti guardavo e mi soffermavo su dettagli che agli altri possono sembrare inconsistenti, ma che per i miei occhi diventano consolanti. Quel fermaglio per capelli, quello che avevi oggi, intagliato a mano, te lo avevo comprato io, te lo regalai quando andai con tuo padre ad Assisi. Un viaggio bellissimo che mi porto dentro come un ricordo speciale.
Te lo vedo spesso tra i capelli, immagino ti piaccia. Non rimembro l’attimo che te lo demmo, la tua espressione, il tuo commento.
“Vuoi un tè mamma?” dicesti sedendoti accanto a me, destandomi dai ricordi.
Poggiasti la tua mano destra, fredda ed ossuta, sul mio ginocchio e sorridesti. Eri così bella, così dolce ed io mi scostai e lo feci bruscamente, di scatto. Notai una luce di sfida, cominciavi ad innervosirti per colpa di questo mio allontanarti, ma non hai reagito.
“Lo berrei volentieri” ti dissi “se non ti scoccia prepararlo!”
Sapevo che questa mia frase avrebbe annientato il tuo buon senso, eppure la dissi e la pronunciai con un tono sprezzante, come se tu fossi una di quelle figlie poco amorevoli, egoiste, che non pensano che a sé stesse. Ti voltasti con l’espressione rigida e allo stesso tempo ferita, ti limitasti a fissarmi appoggiata col busto allo stipite della porta della cucina. Il tuo completino grigio antracite disegnava la tua perfetta figura, rendendoti sofisticata, femminile, come piaceva a tuo padre.
“Lo sai che vengo qui volentieri, mamma! E che mi piace aiutarti, bere un tè, parlare un po’!” dicesti con un tono che non sono riuscita bene a definire, ma che non era arrogante o scontroso come il mio.
Ti lasciai navigare nel silenzio di quel momento, negandoti la risposta che avrei dovuto darti, quella che ti meriti per essere la figlia che sei, la mia bambina adorata.
So che ci sei rimasta male, ma facesti lo stesso il tè e lo servisti in salotto, accompagnandolo con biscotti al cioccolato e cocco, friabili dentro ma duri fuori, proprio come mi sentivo io, ma tu non potevi saperlo.
All’improvviso suonò il campanello.
Chi poteva essere?
Non aspettavo nessuno.
Andasti tu alla porta, come se il tragitto dal divano all’ingresso potesse stancarmi.
“E’ Marzia!” gridasti, allegra di rivedere tua cugina, mia nipote.
L’accolsi con un bel sorriso, la feci sedere accanto a me e cominciai a discorrere con lei come da tempo non facevo con te. Sapevo di ferirti, lo sentivo in ogni fibra del mio corpo, ma non riuscivo a farne a meno. Mi era diventato facile parlare agli altri, a chiunque non fosse “tu”.
Non so quando avvenne lo scisma, l’allontanamento, il distacco, il taglio del cordone ombelicale che ci univa come madre e figlia, ma accadde. Accadde per me sola, perché tu non capivi, barcollavi in un mondo di dubbi che io stessa ti creavo, vivendo nell’indifferenza con cui ti nutrivo e soffrendo l’isolamento emotivo che ti davo.
Spesso mi hai chiesto cosa mi stesse succedendo, perché non parlavo più con te! Spesso te ne sei andata via piangendo, dopo aver pulito la mia casa, avermi fatto la spesa, dato acqua alle piante e fatto il bucato. Anche oggi te ne sei andata via triste e con gli occhi lucidi, dicendo con voce tremante “io vado mamma… ti lascio con Marzia.” e chiudendo la porta con la rassegnazione di chi non s’aspetta più niente da sua madre.
La mia forza consiste nel sapere che tornerai, che sarai ancora qui Mercoledì prossimo, che entrerai da quella porta con la spesa settimanale, la biancheria pulita, il tuo completino grigio antracite e lo schignòn morbido sulla nuca. Questa è la mia forza, l’unica che mi rimane, tutto il resto è apatia, arrendevolezza, fragilità. Se solo il vento soffiasse più forte rischierei di sgretolarmi davanti ai tuoi occhi come un vaso di cristallo scivolato dalle mani di un incauto ospite.
La mia forza è la tua pena! Il peso che ti carico sulle spalle con sempre maggior cinismo, fregandomene, almeno in apparenza, del male di cui sono causa.
Tu sei mia figlia e a te relego indifferenza, prepotenza, rimproveri e malefiche allusioni e non credo di capire bene perché lo faccio, non mi controllo più quando mi appari innanzi, scatta un crudele meccanismo che fa di me una madre indegna. Eppure ti amo con tutta me stessa e soffro moltissimo quando te ne vai, quando quella porta si chiude e rimane il vuoto di questa casa a farmi compagnia.
“Ciao Stella, ci vediamo!”
Pronunciai queste parole in fretta, girando la testa celermente da Marzia a te, come se volessi scaricarti nella maniera più rapida possibile e ritornare alle chiacchiere con tua cugina, chiacchiere che non volevo, delle quali poco m’importava, chiacchiere che provenivano da una persona con la quale, generalmente, non mi piaceva stare, chiacchiere che non mi davano tepore, calore, nutrimento, come il tuo tè, il tuo viso.
Ora sono sola, Marzia se n’è andata finalmente. E’ uscita da questa casa convinta che io stia bene, che il mio morale sia alto, che lo spirito allegro che mi caratterizzava sia sempre in me.
Che attrice fantastica sono!
E che sciocca!
Tu sarai con tuo marito, il figlio maschio che avrei sempre voluto, amorevole, sincero e pronto al sacrificio. Ti starà consolando, incitandoti a portar pazienza, perché questa povera pazza non ci sta più con la testa. Ed ha ragione, la stessa che hai tu se comincerai ad odiarmi, sempre che non mi odi già.
Ho chiesto perdono a tuo padre per il male che t’infliggo, per questo mio arrendermi alla vita, ma soprattutto a te. Tu che sei stata la luce dei miei occhi, la gioia dell’essere genitore, l’orgoglio di tuo padre.
Forse… ma non lo ammetterò mai… è proprio questo il problema.
In te vive tuo padre, nel tuo viso vedo lui, il tuo sorriso mi ferisce come una lama incandescente. Fremo dalla voglia di abbracciarti, di parlarti, di confidarmi e appena varchi quella porta divento ghiaccio, gelida, sarcastica e non riesco a controllarmi o forse non voglio… non voglio… sì!… non voglio!… perché il tuo amore mi ricorda il suo, la tua voce, pur se femminile, ha il suo stesso timbro… non voglio… sì!… non voglio!… perché la settimana che divide i nostri incontri è lunga e castrante, avvizzisce, abbruttisce, richiede tutta la mia energia, la poca voglia di reagire che mi rimane… e tu arrivi con la tua freschezza, la giovialità che ti arride e non c’è traccia di morte in te, di assenza, di disperazione… sembra non mancarti!
Come fai, tesoro mio, a godere ancora di questa vita?
Il cielo ti appare ancora azzurro e lucente?
E il tramonto si veste ancora di argentei colori?
Come fai ad essere felice… lo stesso?
Perché il mondo non si è fermato quel giorno di Giugno?
Perché l’orologio continua a scandire un tempo che non c’è più?
Perché la morte non ha preso anche me?
Tu arrivi e con te entra la vita…
Mentre io… dentro muoio… e non so come dirtelo!