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Tita

( Karina Andrea Olivera )

 

 

 

 

Il giorno volgeva al termine e una morbida brezza serale soffiava lieve, esaltata dagli aromi fruttati della terra brasiliana e dall’odore salino di quell’oceano impetuoso, travolgente che con il suo ininterrotto movimento ritmava le ore, i giorni e gli anni della sua infelice esistenza.

Non era alta più d’un metro e si spostava lesta tra la folla del centro e il traffico ostruente, dritta al suo destino, a testa china, quasi pregando. Il suo corpo era minuto, la figura ancora bambina, ogni parte di lei rispecchiava pienamente la sua giovanissima età. Malgrado i suoi compleanni fossero solo nove, le era già chiaro e glielo si leggeva negli occhi, quanto sudicio e putrido sia diventato questo mondo e quanto disprezzabili possano essere le azioni degli uomini.

Indossava un abitino di cotone leggero, abbellito con mille fiorellini rosa e azzurri, che la faceva apparire più grande, non di molto, ma più grande. Lei era ben cosciente, e lo aveva capito sulla sua pelle, che l’apparenza era tutto e che quella veste di donna su di un corpo ancora immaturo, avrebbe solleticato la truce fantasia dei villeggianti, giunti nel suo paese in cerca di prevaricazioni inaccettabili. Ma lei aveva urgenza di mangiare, aveva necessità di guadagnare qualcosa da depositare nelle mani di suo padre, altrimenti avrebbe di nuovo saggiato il bruciore lancinante della cintura sul suo corpo delicato.

Nel tempo in cui c’era sua mamma, la sua vita era quasi normale, non le mancava mai cibo e suo padre guadagnava qualche soldo raccogliendo scatole di cartone in ogni angolo della zona, ma da due anni, dopo la sua drammatica morte si era ritrovata nell’abbandono più completo, senza le cure di una mamma, con un padre caduto nella morsa dell’alcool e senza un Dio sulla testa.

Le dissero di mettersi in vendita, che lo straniero pagava bene, che doveva solo dire di sì, che i suoi anni le avrebbero accordato più di quanto poteva guadagnare una ragazza matura, assenziente, predisposta alle battaglie del corpo.

Si chiamava Anita, ma per il mondo era Tita.

La prima volta le parve di morire, le sembrò che fosse spaventoso che uomini dell’età di suo padre potessero accanirsi così barbaramente su un esile corpo di bimba. Pianse per tempo impreciso sulla tomba di sua madre, supplicando Dio che la lasciasse morire, che le permettesse una via di fuga da quell’inferno. Ma non giunse nessun miracolo a liberarla, nessuna pietà per la sua vita, per i suoi anni.

Ritornò nella realtà della sua esistenza con la gelida consapevolezza di essere costretta ad affrontare l’inferno per guadagnarsi il paradiso. Lo stomaco era l’incentivo più suadente, che la fece degradare una e più volte. I dolori acuti dovuti alla fame erano più dolorosi delle afflizione corporali. Piangeva… oooh sì che piangeva… ma in silenzio… senza che anima viva s’accorgesse del suo penare!

Si trattenne ad osservare il fiume di gente che si riversava lungo la costa per almeno un’ora prima che scoccasse l’ora fatale e iniziassero ad arrivare i “lupi mannari”. La notte era ovunque, taciturna complice di scellerati delitti, antagonista della nitidezza e dell’ordine, perfida consorte del male e di quanto nel suo tetro mantello nero avviene in circostanze misteriose, quasi irreali. Tutt’intorno i suoni, i frastuoni di una città che vibra di vita notturna; ovunque volti sconosciuti di gente ottenebrata, di persone incuranti di quanto accade in quel lembo di spiaggia; ovunque gente distaccata che vive la sua esistenza senza che quella del prossimo possa in qualche modo incrociarsi e renderla meno appagante, meno facile.

Era questo “ovunque” che la faceva sentire così derelitta, così sola in un mondo che riesce a rallegrarsi ugualmente malgrado l’eco del pianto dei più deboli, dei più piccoli.

Dove avrebbe potuto nascondersi? Dove? Chi avrebbe pensato a lei? Suo padre? Il responso lo conosceva bene e comprendeva altrettanto bene che non aveva altra scelta, se non la morte.

Si accomodò sul muro di cinta che delimita la “rambla” brasiliana, vicino ad una coppia d’innamorati, o per lo meno così voleva credere, e se ne stette lì in pace, solitaria, dondolando un piedino scalzo al ritmo di samba che riecheggiava in lontananza ed avvolgeva ogni cosa.

Lo aveva già visto quell’uomo che era fermo a qualche metro di distanza e che la guardava attentamente mentre lei, con piccoli gesti, intrecciava i suoi lunghi capelli nero corvino, nell’intento di sciogliere la tensione del momento.

Aveva paura!

Aveva sempre paura mentre aspettava qualche cliente! Le capitava spesso di notare altre bambine piangere, raggomitolate in qualche angolo di strada, ognuna col proprio veleno nel sangue, ognuna con un “lupo mannaro” che l’aspettava. Non riusciva a provare pietà per le altre bambine, del resto anche lei si era ritrovata a vivere per strada e nessuno le aveva mai dimostrato un briciolo di compassione. Spesso doveva lottare anche contro i suoi stessi coetanei, bambini soli come lei, scappati da realtà di violenza e soprusi, che preferivano la strada alle botte quotidiane. Questi bimbi formavano gruppo, si difendevano a vicenda, lottavano per una zona specifica, minacciando chiunque si avvicinasse con prepotenza inaudita, inalando di continuo il fumo chimico della “goma”, inibitore di fame e solitudine.

Il ricordo di sua madre la teneva lontano da quei branchi di fanciulli, le riportava alla mente immagini di un’esistenza serena alla quale desiderava ardentemente farvi ritorno. Sentiva che la speranza di riemergere dal baratro che l’aveva inghiottita s’affievoliva, scemava giorno dopo giorno, notte dopo notte. Solo la vista degli scolari la rianimava e nei pomeriggi piovosi, sapendo che suo padre rimaneva  a casa, per non sopportare le sue angherie, si tratteneva in centro e si soffermava all’uscita della scuola ad ammirarli, con le loro magliette bianche e i pantaloni di colore blu. Camminavano in coppia, mano nella mano e sorridevano allegri, spensierati, si raccontavano storielle e barzellette e alla fine della strada c’erano le mamme pronte ad accoglierli. Sovente una bambina dagli occhi di cielo e con capelli fini e biondi come il grano, le rivolgeva un sorriso e le lasciava un frutto saporito, il più delle volte una mela, sulla panchina del vialetto della scuola. Quel gesto le riempiva il cuore d’immensa gratitudine, quel misero frutto diventava nettare per la sua gola e per il suo spirito.

Le sarebbe piaciuto tanto essere un’alunna, anche se non aveva la minima idea di come fosse. Le bastava osservare le cartelle dei bimbi, i libri, i quaderni, le penne e i colori per immaginare quanto potesse essere piacevole studiare.

Come erano fortunati quei bambini!

…E con quel pensiero si accomiatava, masticando lentamente la mela rossa e zuccherina, prima che i bambini raggiungessero le loro mamme, perché il suo cuore non reggeva alla vista di tutto quell’amore… le faceva veramente male.    

Lo aveva già guardato quell’uomo che le si accostava sempre di più; lo aveva notato un pomeriggio soleggiato e ventoso di qualche giorno addietro mentre teneva per mano due bimbi, un maschio e una femmina e si divertiva con loro, correva nel sole, li prendeva tra le braccia e li baciava avidamente. I piccoli lo chiamavano papà e la figlia minore doveva avere all’incirca la sua età e lo intuiva dalle mosse fanciullesche, dai sollazzi che prediligeva e dalla risata sciolta e cristallina, che fioriva ogni volta che quell’uomo le faceva il solletico nello stomaco. Era la sua stessa ilarità, quella che ormai le si era estinta nella gola, la risata di sua madre e di tanti momenti di pura letizia.

Aveva invidiato quella bimba con tutta la cattiveria che riusciva a provare, quasi con malanimo per i suoi capelli luminosi, i suoi abiti puliti, quell’aspetto sereno e scriteriato tipico dei bambini, per gli abbracci e i baci che a lei suo padre non dava più da troppo tempo, per il fatto che fosse lì in vacanza e per la semplice ragione che le era del tutto oscuro, come ci si sente quando si è soli al mondo e per mano ti tieni stretta l’amarezza.

Lo aveva già scrutato quell’uomo che ora le stava d’innanzi e che abbozzava un sorriso senza infondere alcuna emozione, privo di vergogna, con quella luce negli occhi che lei ben conosceva e che lasciava presagire che l’oscuro delle tenebre stava per inghiottirla. In quell’istante si vergognò d’aver provato odio nei confronti di quella bambina e si sentì truffata ancora una volta dalla vita, che sembrava burlarsi di lei sulla realtà delle cose. 

Un sospiro è tutto quello che fece saltando giù dal muro, come se si lanciasse all'interno dell’oblio, dentro ad un mondo parallelo che non aveva elemento, consistenza, odori, colori e dove gli onesti diventano criminali, dove i sogni s’infrangono in mille pezzi appuntiti e taglienti, dove le illusioni cadono una ad una come uccelli feriti da pallottole di piombo, dove un padre all’apparenza premuroso, si trasforma in “lupo mannaro” e dove la tenera età di una bimba viene schiacciata come un gracile fiore, ancora una volta dalla sorte avversa, dalla libidine di un uomo e dall’indifferenza del mondo!

L’hotel era squallido, situato in una strada secondaria, isolata e priva d’illuminazione. La proprietaria non la degnò d’uno sguardo mentre s’intascava una banconota da cinquanta dollari. Bastava così poco a renderla complice!

C’era una puzza strana dentro quelle mura, un tanfo di piscio misto a vomito. Le pareti erano luride, l’intonaco cadeva a pezzi lasciando sul pavimento d’immondizie le tracce d’un passato dignitoso. Non c’erano lampade, tavolini o sedie; era un ambiente povero, dimesso che dava una percezione di abbandono, di misera, come se quel palazzo cominciasse a vivere all’inizio della notte per poi scomparire all’alba, come un miraggio. Tita non era mai stata lì. Di solito la portavano direttamente sulla spiaggia, dietro le dune di sabbia alte come onde; oppure la trascinavano dentro una macchina parcheggiata in una zona isolata e priva d’illuminazione.

L’uomo chiuse la porta con un gesto deciso e il suo viso, ora, non abbozzava più alcuna ombra di sorriso, i suoi occhi si erano raggelati, la sua bocca, semiaperta, lasciava intravedere una lingua avida di sconcezze.

“Come ti chiami?”

“Tita!”

“Sei la mia bambina?”

“Si Signore!”

….E da quel momento lasciò che i suoi pensieri la portassero lontano, abbandonando il suo esile corpo su quel materasso sudicio, privo di lenzuola, che puzzava orribilmente di sperma ed escrementi. Mentre l’uomo le pesava sopra come uno tra i più gravi dei castighi, lei correva libera e leggera in un campo gremito di bocche di leone, si rotolava nel mantello fresco di rugiada fino a farsi venire il capogiro e raccoglieva un piccolo, ma grazioso bouquet di fiori, da depositare sulla tomba di sua madre.

C’era sempre qualcosa di nuovo, di degradante, di inammissibile che i clienti decidevano di provare, senza chiederle assenso, senza nessun limite di decenza, una straziante uccisione dello spirito attraverso il corpo! Pregava che tutto finisse in fretta, che quell’insopportabile agonia avesse termine, che il Dio distratto si risvegliasse dal suo torpore scendendo sulla terra come un diluvio universale. Ad ogni spinta del “maiale” la sua innocenza marciva, e il sudore fetido di quel corpo maschile le scivolava lungo il corpo, entrandole dentro i pori come un virus. A volte si fermava, dandole l’impressione che tutto fosse finito, ma dopo qualche secondo ricominciava, digrignando i denti, ansimando di piacere, infierendo su di lei ancora, con maggior asprezza, fino all’apice del suo godimento, lasciando che il suo liquido caldo le esplodesse dentro l’utero, piccolo, acerbo.

Intanto che lui se ne stava in silenzio disteso su quel letto malsano, nudo, madido di sudore, affaticato come se avesse lottato contro demoni e mostri, Tita piangeva lacrime di sale rannicchiata in un angolo della stanza, lo stesso sale di quell’oceano immenso, che a pochi metri di distanza, infuriava contro la costa brasiliana e i suoi crimini efferati.                             

Era ormai l’alba in quella terra lontana e il cielo si denudava del mantello oscuro della notte a favore di una prodigiosa esplosione di colori, un arcobaleno di freschezza vespertina che inebriava il cuore e la mente di chi, come lei, poteva gioirne. Ma non c’era letizia nei suoi occhi neri come resina, occhi gonfi di pianto che rispecchiavano un’angoscia gravosa da confessare.

Non la vide neanche l’alba!

Non si accorse neppure delle urla di suo padre che traballando, con lo stile tipico di chi si è bevuto fiumi d’alcool, le veniva in contro con l’espressione severa ed un cuore di ghiaccio.

Saliva apatica lungo il viottolo che la conduceva alla sua casa, una baracca di lastre metalliche rugginose, eretta abusivamente in una delle tante “favelas” del “barrio”. Era da troppo tempo che non mangiava. Non se l’era sentita di nutrirsi del cibo che il suo aguzzino le offrì dopo la  prestazione carnale. Avrebbe vomitato perfino un bicchiere d’acqua!

Il corpo le faceva male, le gambe piene di lividi erano divenute pesanti come se camminasse nel fango e ad ogni passo sentiva che le sue carni si laceravano dentro e il bruciore era insopportabile. Ma era l’anima che le doleva di più, persino quella si era spezzata e già da molto tempo!

All’improvviso nella quiete di quell’ora primitiva si sentì scrollare duramente e si accorse di suo padre, del lezzo del suo alito e di quella mano tesa, aperta, d’innanzi al suo tenero viso.

A quell’uomo non interessava come si procurava il denaro, non aveva mai indagato, bramava unicamente il risultato per poterlo consumare nel bar più vicino. Aveva pensato di dirglielo, l’idea l’era balenata in testa una mattina di cinque settimane fa, la mattina del suo nono compleanno, quando ricevette in regalo, da quell’uomo che ormai era diventato solo l’ombra di suo padre, un fischietto e un dolce. Desistette dal farlo, ne ebbe timore e più passavano i minuti e più si convinceva d’aver fatto bene perché la spensieratezza di quell’ora era svanita non appena suo padre si rese conto che non c’erano bottiglie di vino in casa. Il dolce volò dritto giù dal pendio e il fischietto si ruppe contro la durezza della parete di metallo. Dovette uscire in fretta per non prenderle, confusa sul da farsi, su come procurarsi dei soldi per aiutare suo padre ad annebbiare il vittimismo nel quale si era lasciato cadere. Quella mattina trovò un cliente in pieno giorno, nel quartiere della droga, dove non si recava mai se non per stretta necessità. Fu lì che Tita festeggiò il suo compleanno, tra tossicomani e meretrici, habitué bianchi e di colore, una palude di alligatori e vittime dove, naturalmente, vinceva il più forte!   

La sua manina tremava ed era gelida, come se la morte le fosse dentro; la mosse piano, come se potesse infrangersi da un momento all’altro e lasciò cadere una banconota da dieci dollari… magro bottino di una notte di merda!

Tita raggiunse la sua casa, vi entrò, prese dal barilotto di legno un po’ d’acqua fredda, la mise in una catinella e diede inizio alla pulizia del suo corpo, corpo che sembrava ormai  divenuto immune da qualsivoglia rito di purificazione. Cominciò a frizionare la sua pelle vigorosamente, come se volesse disincrostarsi lo schifo,  espellere il veleno che le era entrato nel cuore, nell’anima e che la divorava come un cancro. Si sentiva sudicia, infetta! L’odore di putredine le usciva dai pori della pelle e da ogni orifizio, riempiendo la stanza di fetidi vapori; sentiva larve camminarle dentro, farsi il nido, come se il suo corpo fosse già cibo per insetti. La rabbia accelerava il suo gesto e la ferocia del movimento feriva la sua pelle violata come se volesse spellarla, mutarla. La vista del sangue che usciva dalle abrasioni non le fece impressione, anzi si ritrovò a fissarlo, contemplarlo, mentre goccia dopo goccia l’acqua smarriva la sua trasparenza. Avvertiva come una sciagura la sua inutilità, bramava ardentemente un abbraccio di madre, uno di quelli che ti riportano alla vita dopo aver toccato le più basse miserie. Si sentì in trappola come un topino tra gli artigli di un gatto! Si vergognò della sua fragilità, della vigliaccheria dietro la quale si nascondeva, del vittimismo diventatole fin troppo familiare. Quand’ anche il respiro si fece dinamico e la sorprese un senso d’asfissia, lasciò libero quel pianto preistorico che scoppiò con la prepotenza e la minaccia di un vulcano in attesa di eruttare, inorridita dalla meschinità degli uomini, dalla loro depravazione e dal loro falso Dio.

Tra i singhiozzi e la rabbia giurò a se stessa che non lo avrebbe più fatto, che piuttosto sarebbe morta di fame e più lo garantiva e più versava lacrime, conscia che non avrebbe avuto l’ ardire di opporsi a suo padre e di lasciare che gli spasmi della fame le supplizino il corpo.

Ma cosa potevano i suoi nove anni contro le barbarie dei folli?

Si assopì esausta nel sepolcro della sua camera, con un cuore indebolito e uno spirito annientato. Sua madre la raggiunse in sogno, le diede quell’abbraccio tanto agognato e rimase con lei per un’eternità, stringendola forte, sanandole le ferite.

Passò l’intero pomeriggio addormentata nel suo letto, nella semioscurità della sua stanza, fino al momento in cui le luci del crepuscolo batterono alla porta e la destarono da un rifugio caldo e sicuro, dal quale non avrebbe mai voluto andarsene.

Suo padre la trovò ancora seduta sul letto, con il viso insonnolito e un aspetto malaticcio. Volò un ceffone con la furia dei venti del nord, schiaffo che la fece capitolare a terra e che le ardeva nella guancia come lava incandescente.

“Vai a procurarti dei soldi… e non tornare senza niente!”

Questo è tutto quello che le ordinò suo padre prima di crollare a terra ubriaco. Con odio nei confronti del sangue del suo sangue, Tita rovistò nelle tasche dei pantaloni lerci, sporchi persino d’urina e non trovò nessuna moneta, neanche un quarto di dollaro per comprare un filone di pane fresco.

Tra qualche anno avrebbe abbandonato quell’uomo che rappresentava la sua unica famiglia, avrebbe trovato il coraggio di farlo grazie all’interessamento di una fanciulla dai capelli di grano e dagli occhi di cielo. Con lei avrebbe dato inizio alla rinascita da un’esistenza disumana e l’azzurra luce del giorno avrebbe illuminato i suoi occhi inumiditi dal pianto. Ma per la prima volta, dall’inizio di quell’orribile tormento, il pianto sarebbe stato liberatorio, pieno di aspettativa, di speranza e di fede, ritrovando nell’immagine riflessa dallo specchio la bambina di sua mamma e il sorriso di un tempo.       

Si rimise il vestitino a fiori rosa e azzurri, si pettinò i capelli annodandoli sulla nuca e si allontanò nel calore del tramonto. Godette della carezza tiepida del vento e dell’aria serale impregnata dall’aroma dei tigli in fiore. Scivolava lenta lungo il sentiero, a passo modulato, verso la spiaggia di sabbia bianca e fina gremita da famiglie, turisti e un numero imprecisato di cani randagi. Teneva lo sguardo fisso sull’immensa estensione d’acqua che le si apriva d’innanzi, un oceano Atlantico che le appariva come un gigantesco tappeto color smeraldo.

Quella sera l’oceano le parve più minaccioso del solito, come se fosse adirato. L’irruenza delle  acque che batteva sulla costa, il frastuono che si liberava nell’aria e che prevaricava ogni altro suono, giungeva al suo udito come un “ruggito”, come uno strano avvertimento. Tita non si stancava mai di rivolgergli lo sguardo, di stare lunghissime ore a fissare quel rullio senza fine, l’infrangersi di quell’enorme quantità d’acqua salata sulla costa brasiliana. Lo conosceva bene  quel “Padre salato”, come lo chiamava sua mamma, le era familiare più di chiunque altro.

Spesso mentre rimirava quel generoso panorama ricordava le parole di sua mamma, le storie che le raccontava su quell’oceano impenetrabile, le memorie e i misteri che legavano la sua gente a quella terra rigogliosa, a quell’Atlantico e riusciva per qualche istante ad avvertire l’abbraccio consolatore di quello strano genitore, padre che sua mamma sosteneva “vegliasse su tutti i bambini carioca soli e abbandonati”.

“Perché l’oceano è sempre agitato, mamma?” le chiese una delle tante sere passate assieme ad ammirare il tramonto.

“Ti ricordi Anita che la mamma ti ha parlato dei bambini sfortunati? Ebbene… l’oceano percepisce la rabbia degli angeli, spiriti celesti che si dolgono quando il pianto dei bambini giunge al cielo come un’ eco inconsolabile, quando la rabbia che tace nei loro piccoli cuori li opprime, li soffoca, incapaci di rivelarla. Questi bimbi tacciono, Anita, perché hanno paura, perché non sanno di chi fidarsi! Ecco perché lo senti ruggire, lo vedi incresparsi, sollevare le sue acque nell’intento d’intimidire, proprio come agirebbe un buon padre che ama i suoi figli e li vede minacciati!”

“E come fai a saperlo, mamma?”

“Perché lascio che quel grido mi entri nel cuore, Anita! E’ con la sensibilità del tuo cuore che devi ascoltarlo, piccola mia!”

Quella risposta amorevole fiorì dai suoi ricordi nello stesso istante in cui trovò sulla sabbia una ghirlanda colorata. La vista di quell’oggetto bambinesco le regalò un’allegria ormai dimenticata, restituendola all’istante ad un’infanzia negata che le si spegneva dentro l’anima. Si mise a correre lungo la riva, trascurando i dolori del suo corpo, muovendosi velocemente nel vento di una sera d’estate, fin quando non ebbe più fiato e si lasciò cadere su quel suolo cedevole e piacevolmente freddo. Con la rapidità con cui si gira la pagina di un libro Tita si sentì di nuovo in preda allo sconforto. Le ore passavano celermente come se anche il tempo le remasse contro. Lasciò che il suo sguardo si smarrisse nell’infinità dell’oceano e si sentì richiamata da quell’immensità d’acqua, avvertiva l’abbraccio di quella materia liquida, ne sentiva il conforto. Chiuse gli occhi e si lasciò ninnare, ne aveva bisogno!        

“Lo senti mamma?… Lo senti come grida questa sera l’oceano?…Credo che gli angeli siano tristi!…Che stiano piangendo!… Proprio come dicevi tu!… Ma questa sera ci sono anch’io tra quei bambini fantasmi, mamma, quelli che tu dicevi sfortunati, quelli per i quali piangono gli angeli!… Questa sera l’oceano mi guarda, mamma!… Mi abbraccia!…Riesco a sentirlo!…Lo ascolto con il cuore, mamma, come dicevi tu!… O sei tu che mi abbracci?… Vorrei tanto che fossi tu!… Forse giocherò ancora con la mia ghirlanda!… Ti piace?…L’ho trovata qui sulla spiaggia, ora è mia!… Aspetterò che cali la notte e che arrivino i “lupi mannari”!… Non mi piacciono, mamma!…Mi fanno male!…Vorrei tanto che tu fossi qui!… Mi manchi mamma!”…

…E mentre Tita sussurrava i suoi pensieri come fossero una preghiera, inseguendo con lo sguardo i colori della ghirlanda mossa dal vento, la sera brasiliana discendeva sulla sua vita come una carezza lieve. Perse la cognizione del tempo mentre alle sue spalle risuonavano i frastuoni di una città che non si ferma, che non ha pace, che ostenta bellezza e nasconde abominio, che inghiotte la vita di milioni di anime innocenti e le vomita come rifiuti sgraditi, che cancella volti e nomi, speranze e sogni, che dimentica i suoi figli, trascura i suoi bambini e li abbandona alla mercè dei “lupi mannari” e al loro terrificante costume di cibarsi d’innocenza e disperazione.

“Come ti chiami?”

“Tita!”

“Sei la mia bambina?”

“Sì Signore!”

Non era alta più d’un metro e il suo corpo era esile, minuto, la figura ancora bambina. Si chiamava Anita, ma per il mondo era Tita…

Aveva solo nove anni!